Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5
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Crebbe molto più la sua autorità nel Regno di Carlo II, poichè essendosi per antichissimo costume introdotto, che i Principi potessero avere Cappelle regie, non pure nella città metropoli, dove facevano residenza, ma in alcune altre, dove solevano ancor essi in alcun tempo dimorare, e dichiarar essi per tali alcune Chiese, ove aveano maggior divozione, e che per ciò erano state delle loro rendite profusamente dotate; siccome presso di noi n'abbiamo memoria fin da' tempi del Conte Ruggiero, il quale nell'anno 1094 fra l'altre cose che donò a S. Brunone, fu la Chiesa di Santa Maria di Arsafia, sua Cappella, che teneva in Calabria esente dalla giurisdizione dell'Ordinario: la carta della qual donazione vien rapportata dal Tassoni[567], ove si legge ancora Folcone suo Cappellano; quindi multiplicandosi nel nostro Regno le Cappelle regie, venne in conseguenza ad accrescersi l'autorità del Cappellano regio. La chiesa di S. Niccolò di Bari fu dichiarata Cappella regia; e perciò il Priore ed il Capitolo siccome eran esenti dall'Ordinario, così erano subordinati al Cappellano maggiore del Re. La chiesa d'Altamura fu dichiarata ancora Cappella regia, e quindi l'Arciprete di quella co' suoi Preti, come Cappellani regj pretendevan independenza dal Vescovo di Gravina, e non riconoscer altri, che il Cappellano Maggiore del Re[568]. Tante altre Chiese di regia collazione, dichiarate Cappelle regali, delle quali si è favellato nel precedente Capitolo, parimente pretendendo esenzione da' loro Ordinarii, non riconoscevan altri, che il Cappellano Maggiore per superiore.
Furono da poi riputate anche Cappelle regie quelle, ch'erano costrutte dentro i regj castelli: per la qual cosa multiplicandosi nel Regno il di lor numero, vennero a multiplicarsi i regj Cappellani. Multiplicaronsi ancora per un'altra cagione, perchè avendo i nostri Principi ottenuto da' Sommi Pontefici molti privilegi ed esenzioni a' medesimi, come di non essere obbligati a residenza, ancorchè tenessero beneficii curati, di non dover soggiacere al pagamento delle decime, che i Pontefici imponevano sopra gli Ecclesiastici ed altri consimili[569]: ogn'uno proccurava farsi dichiarare dal Re per suo Cappellano; poichè s'era introdotto costume, che anche a coloro, che attualmente non servissero nella Cappella regia, e fossero lontani, solevansi spedire da' Re lettere, per le quali gli dichiaravan suoi Cappellani regj: le quali ottenute da varie persone portavan loro non picciol giovamento, perchè nelle congiunture d'imposizione di decime sopra gli Ecclesiastici, i Cappellani ricorrevano al Re, acciocchè essi non fossero compresi, e ne ottenevano provvisioni, siccome molte se ne leggono nel secondo volume de' M. S. giurisdizionali del Chioccarelli; e fra l'altre una spedita ad istanza dell'Arcivescovo d'Otranto, il quale supplicava il Re, che per essere uno degli antichi Cappellani della regia Cappella, e che quando era stato in Napoli avea sempre servito in essa, non dovesse soggiacere al pagamento delle decime. Tanto che i Pontefici romani avveduti dell'abuso fecero più Bolle, prescrivendo, che solamente coloro dovessero godere de' privilegi ed esenzioni concedute a' Cappellani regj, li quali attualmente servissero nella Cappella regia, le quali però come troppo restrittive, come fra l'altre furon quelle di Lione X e di Clemente VIII, non furono ricevute senza dibattimento e dichiarazioni. Quindi crescendo l'autorità del Cappellan Maggiore sopra tutti i castelli del Regno, e le Chiese dichiarate Cappelle regie, nacquero quelle tante contese giurisdizionali tra il medesimo coll'Arcivescovo di Napoli, col Vescovo di Cotrone e con tanti altri, delle quali è ripieno il secondo volume de' M. S. giurisdizionali del Chioccarelli.
Nel tempo de' Re _Austriaci_ fu accresciuta la sua autorità, per essergli stata commessa la cura e la presidenza de' Regj Studii, e trasfusa a lui parte di quella giurisdizione, che prima sopra gli scolari teneva il loro Giustiziere; e sovente dal Collateral Consiglio se gli commettevano le cause riguardanti il turbamento e le violenze inferite dagli Ecclesiastici a' Laici, in vigor de' Capitoli del Regno; e se gli diede ancora giurisdizione sopra i Musici della Cappella regia[570], siccome favellando del Regno di que' Principi, ci tornerà occasione di più diffusamente ragionare.
CAPITOLO VII.
_Delle Consuetudini della città di Napoli e di Bari, e d'alcune altre città del Regno._
Fra gli altri beneficii finora noverati, onde al Re Carlo II piacque di favorire ed innalzar cotanto questa città, non inferiore deve riputarsi quello della compilazione delle nostre Consuetudini. Prima che quelle si fossero ridotte in iscritto, li cittadini erano in continue liti e discordie, per cagion dell'incertezza delle medesime: ciascuno allegava per se la Consuetudine, e per provarla produceva i suoi testimonii, e secondo quelle pruove era deciso il litigio. Occorreva in caso simile, che commettendosi la pruova al detto de' testimonii, in un altro giudicio si pruovava il contrario, e contraria perciò ne seguiva la determinazione; onde avveniva, che sempre stassero incerti, dubbii ed in perpetui litigii e contese. Per togliere disordine sì grave Carlo II pensò di darvi rimedio.
Avea egli un esempio assai recente di ciò, che ai tempi del Re Carlo suo padre si fece nella città di Bari, e di quel che ivi avea fatto prima di lui il famoso Ruggiero I Re di Sicilia. Pure in quella città, che stata lungamente sotto la dominazione de' Longobardi, si reggeva colle loro leggi, eransi tratto tratto stabilite particolari Consuetudini conformi per lo più alle leggi longobarde. I Baresi perchè non inciampassero in quella confusione, nella quale si vedea ora Napoli, le fecero ridurre in iscritto, e presa la lor città da Ruggiero, le presentarono al medesimo, il quale (come si legge nel proemio di quelle) _et laudavit et servavit illaesas: imo potius suo inclyto favore firmavit, et eis perlectis, demum robur suae constitutionis indulsit_[571]. Ma ne' tempi di Carlo I ebbero più felice successo, perchè trovarono due celebri Giureconsulti baresi, che in un picciol volume con la maggior brevità ed eleganza, che comportava quel secolo, le restrinsero, e con istile certamente non insulso le tramandarono ai posteri: ed è quel volume, che oggi corre per le mani d'ognuno; il qual avrebbe meritato altro più culto Scrittore, non _Vincenzo Massila_, che ignaro delle leggi longobarde, donde trassero la loro origine, con istile assai goffo e pieno di puerilità nell'anno 1550 commentolle.
Que' due Giureconsulti, che in quella guisa, che ora le vediamo, le compilarono, furono il Giudice _Andrea di Bari_, ed il famoso Giudice _Sparro_, o sia _Sparano_, parimente barese. Fu questi uno de' maggiori Giureconsulti, che fiorisse a' tempi di Carlo I, da questo Principe molto ben veduto, e in sommo pregio avuto; poichè, oltre essere stato prima da lui creato Giustiziere di Terra di Bari, e poi M. Razionale della G. C., dopo la morte di Roberto da Bari fu fatto G. Protonotario del Regno. Ebbe ancora la suprema preminenza ne' Tribunali de' Contadi di Provenza e di Forch'Alquir, ed il titolo di _vir nobilis_, solito darsi in que' tempi a' Titolati, ed a persone d'esquisita nobiltà: creollo di più Cavaliere, e l'arricchì di molti Feudi.
Il Giudice _Andrea_ in quel libro, che compilò, tenne quell'istesso ordine e metodo, per quanto gli fu permesso, del Codice di Giustiniano, ed in alcuna parte seguitò quello delle Pandette. Comincia perciò dopo un non disprezzevol proemio, ad imitazione di Giustiniano, dal titolo _de Sacrosanctis Ecclesiis_, ove tratta delle cose attinenti alla cattedral chiesa di Bari e dell'altra di S. Niccolò. Finisce la sua compilazione ad imitazione di Triboniano nelle Pandette col titolo: _de Regulis juris_, seguitando ancora l'esempio de' Compilatori delle Decretali.
Il Giudice _Sparano_, che con non minor eleganza aggiunse alla costui compilazione un altro libro, tenne altro metodo. Conoscendo, che quelle Consuetudini in gran parte derivavano dalle leggi longobarde, stimò più a proposito seguitar quell'istesso ordine, che tennero i Compilatori di quelle leggi: e perciò comincia da' delitti, siccome da questi si dà principio al primo libro delle longobarde. Narrasi ancora di questo Giureconsulto, che componesse altre opere, ma due sole sono di lui rimase a' posteri: questa compilazione, ed un libretto, che intitolò: _Rosarium virtutum et vitiorum_: che fu da poi nell'anno 1571 stampato in Venezia con la giunta dell'Abate Paolo Fusco da Ravello.
Carlo II adunque, avendo innalzata Napoli a tanta sublimità, non permise, che in ciò Bari la superasse. Per ciò non trovandosi le sue Consuetudini ridotte in iscritto, onde derivavano que' disordini accennati di sopra, diede prima incombenza all'Arcivescovo di questa città, e gli prescrisse, che chiamati a se dodici uomini di sperimentata probità, e ben istrutti de' costumi della loro patria, desse principio all'opra. Era allora Arcivescovo di Napoli _Filippo Minutolo_, quello stesso, che per la sua saviezza e dottrina fugli dal padre destinato per primo Consigliere, quando lo rimise in Napoli per suo Vicario, onde l'opera era degna di lui, da chi poteva sperarsi felice successo[572]. Ordinò nell'istesso tempo, che l'Università di Napoli eleggesse quegli uomini che fossero non meno integri, che informatissimi delle costumanze della loro patria, i quali dovessero ricercare tutte le Consuetudini della città, ma le più vere, le più antiche, le più concordi e le più approvate ne' giudicii: e dopo averle ben esaminate con legittima testimonianza d'uomini probi ed integri, le riducessero in iscritto in un volume: il quale riveduto ed esaminato dall'Arcivescovo, e da queste dodici persone a ciò destinate, lo dovessero presentare a lui, perchè quelle solo dovesse confermare ed approvare con sua Costituzione, e riprovar tutte l'altre: in maniera, che nè in giudicio, nè fuori avessero forza e vigore alcuno.
L'Arcivescovo, e gli uomini a ciò deputati adempirono la loro incombenza, ed in nome di tutti i cittadini presentarono il libro al Re, perchè lo confermasse. Nè a questi tempi erano entrati gli Ecclesiastici in quella pretensione, che fortemente sostennero da poi, d'essere da quelle liberi e sciolti. Carlo lo fece poi rivedere da Bartolommeo di Capua, ch'era allora Protonotario del Regno, il quale levate alcune cose, ed aggiuntene alcun'altre, ed in miglior modo dichiarate, le dettò in quello stile che ora leggiamo. Il che fatto, furono dal Re approvate, e vietato che toltone quelle ch'erano scritte in quel volume, non fosse lecito per l'innanzi ne' giudicii o fuora, allegarne altre: ciocchè accadde nell'anno 1306 morto già l'Arcivescovo Minutolo.
Se vogliamo far paragone tra le Consuetudini di Napoli con quelle di Bari, non vi è dubbio alcuno che i Giudici Andrea e Sparano con maggior eleganza dettarono quelle che i Baresi presentarono al Re Carlo I, che non fece Bartolommeo di Capua di queste, che i Napoletani presentarono a Carlo II. Lo stile di quelle non fu cotanto insulso ed intrigato, come può esser noto a chi leggerà l'une e l'altre: se non vogliamo difendere il Capua con quel che leggesi nel proemio di Carlo, il quale dice, che piacque a quel Giureconsulto di non mutare lo stile, ed i vocaboli proprii del paese, per maggior intelligenza di que' cittadini: _In stilo dictaminis eorudem civium, ut magis proprie illarum usualia verba remaneant_[573].
Scorgesi eziandio un'altra differenza tra l'une e l'altre; perchè quelle di Bari, per essere state lungamente de' Longobardi, per la maggior parte traggono origine dalle costoro leggi. All'incontro Napoli che non riconobbe mai il dominio de' Longobardi, ma, se si riguardano i suoi principii, fu città greca, o se il dominio che n'ebbero in que' medesimi tempi, che i Longobardi dominarono l'altre province del Regno, fu ella sotto la dominazione de' Greci, e degli ultimi Imperadori d'Oriente: quindi le sue Consuetudini dalle leggi di quella Nazione derivano.
Fu chi credette che chiamando il Re Carlo queste Consuetudini antichissime, fossero reliquie di quelle antiche leggi, colle quali si governava in tempo de' suoi Arconti e Demarchi, come dicemmo nel primo libro. Altri, apponendosi più al vero, senza ricorrere ai tempi tanto lontani e remoti, credettero che dalle Novelle degl'ultimi Imperadori greci derivassero, di che ne potrebbe esser argomento i tanti riti e costumi degli ultimi Greci che ancor si ritengono, e l'analogia ed i molti vocaboli ancor ritenuti di quella Nazione.
L'ordine ancora ed il metodo tenuto da Bartolommeo di Capua fu tutto altro da quello che tennero Andrea e Sparano. Questi, almeno per quanto si potè, imitarono Giustiniano ed i Compilatori delle leggi longobarde, come si è detto: il Capua di suo arbitrio ne formò un altro nuovo. Trattò in prima l'ordine della successione _ab intestato_, ed indi quella _ex testamento_: della potestà che in vigor di queste Consuetudini hanno i figli di famiglia di poter testare e di quali beni: delle donne maritate, le quali uscendo dalla patria potestà, potendo testare delle loro doti, in che quantità possano farlo o in altra maniera disporne: degli alimenti che devono i padri e le madri prestare a' loro figliuoli, e su di quali robe. Passa poi a trattar delle doti e della quarta alla donna dovute su i beni del marito. De' contratti tra i mariti e le mogli. Degl'istromenti soliti in questi tempi farsi da' Curiali e della lor fede; e da poi, di tutto ciò che s'attiene alla materia dotale e della quarta.
Prima di passar agli altri contratti, intermezza otto titoli, uno ove tratta de' casi, ne' quali per propria autorità possa alcuno pignorare la roba altrui: l'altro della ragion del congruo: nel terzo esamina di che forza sia il detto del Colono parziario: nel quarto della testimonianza de' rustici, e quanta fede meriti: nel quinto tratta delle Servitù, e nelli tre seguenti di cose a quelle appartenenti. Torna poi a' contratti, e parla delle locazioni e condizioni, de' pegni, delle compre e vendite, e delle arre da darsi: ma vengono questi titoli framezzati con altri, come della nunziazione della nuova opera: _Communi dividundo_, e _de Glande legenda_.
Finalmente chiudono il libro il titolo _de ripa, vel efrico_, e l'altro, ch'è l'ultimo _de restituitone in integrum_. Quest'ordine tenne Bartolommeo di Capua in questa sua compilazione delle Consuetudini di Napoli, la quale ebbe il suo compimento e confermazione del Re a' 20 di marzo dell'anno 1306, come si legge nella loro data: _Data Neapoli per manus ejusdem Bartolomaei de Capua militis Logothetae et Prothonotarii Regni Siciliae. Anno Domini 1306 die 20 martii 4 Indict. Regnorum nostrorum anno 22._
Furono queste Consuetudini dal Re Carlo fatte riporre nel suo regale Archivio, affinchè i Napoletani, essendo ridotte in iscritto, e roborate dalla sua autorità, non fossero più intrigati in tante dispute, e sapessero dove ricorrere per terminarle[574].
I nostri Dottori cominciarono poi a commentarle, e non passarono 44 anni da che furono da B. di Capua compilate, che surse _Napodano_ Sebastiano di Napoli, il quale fu il primo ad impiegar intorno a quelle i suoi talenti nel Regno di Giovanna I, pronipote di Carlo nell'anno 1350. Fiorì egli ne' tempi di quella Reina, ed era riputato per uno de' bravi nostri Professori: era egli Nobile napoletano, della famiglia Sebastiana, e non meno di Matteo d'Afflitto, che tirava la sua famiglia da S. Eustachio ed il Sannazaro da S. Nazario, ebbero i suoi la vanità d'ostentare che la sua parimente dipendesse da S. Sebastiano Maestro de' Soldati dell'Imperadore Diocleziano, ovvero, se questo fallisse, da quell'altro Sebastiano Pretore a' tempi dell'Imperadore Zenone; o pure quando tutto altro mancasse, da' Signori di _Sebaste_, città di Samaria[575]. Essendo Cancelliere il Vescovo di Fiorenza, Lettore degli Studii Lorenzo Poderico e Vice Protonotario del Regno Sergio Donorso, ebbe egli nel Collegio di Napoli pubblico esame; e datosi allo studio legale riuscì il primo della sua età. Si pose egli a commentar prima le Costituzioni e Capitoli del Regno: da poi per quella mortifera pestilenza che accadde in Italia nell'anno 1348, descritta con tanta vivezza ed eloquenza dal Boccaccio, avendo perduti tutti i figliuoli, per dar qualche conforto al suo dolore, ritirossi in una villa presso Napoli ed in quella solitudine si pose a commentar queste Consuetudini, e terminò le sue fatiche a' 5 aprile dell'anno 1351 come e' dice nel fine de' suoi Commentarii. Testifica Scipione di Gennaro[576], il qual fece alcune addizioni al Commento di Napodano, che aveva inteso da' loro più antichi che quella villa, ove ritirossi Napodano a far questo Commento, era quella appunto che a' suoi tempi si possedeva da D. Luisa Rossa vedova del Dottor D. Paolo Marchese, ch'è posta nel principio della strada, onde vassi a S. Martino.
Il Commento, che questo Giureconsulto fece alle Consuetudini, acquistò tanta autorità presso i nostri Dottori che tiene ora non inferior forza e vigore del testo medesimo delle Consuetudini, e non meno di quello venne da poi da' nostri Professori esposto e commentato o da alcune note illustrato. Undici anni dopo queste sue fatiche, propriamente a' 20 agosto dell'anno 1362 trapassò di questa mortal vita ed il suo cadavere giace sepolto nella Chiesa di S. Domenico Maggiore di Napoli, ove se n'addita il sepolcro[577].
Dopo Napodano, illustrarono queste Consuetudini o con note, o con addizioni ovvero con varie decisioni del S. C. della regia Camera e della G. C. della Vicaria, altri insigni Giureconsulti che fiorirono ne' seguenti secoli. I primi furono Antonio d'Alessandro Presidente, che fu del S. C. Viceprotonotario del Regno: Stefano di Gaeta: il celebre Matteo d'Afflitto: li Consiglieri Antonio Capece e Marino Freccia: il Consigliere e Presidente della regia Camera Diomede Mariconda: Antonino di Vivaya, e nell'anno 1518 Scipione di Gennaro; il quale avendo riscontrato l'esemplare ch'egli avea coll'originale di Napodano, le fece imprimere in Napoli colle addizioni, che nell'anno precedente avea fatte su 'l Commento di quello, ed è la più antica edizione che si trovi di queste Consuetudini.
Seguirono da poi altre edizioni con nuove Chiose e Giunte, come quelle fatte da' Consiglieri Vincenzo de' Franchis, Camillo Salerno, Antonio Barattucci, Bartolommeo Marziale, e Cesare Vitelli: da Coluccio Coppola, Gaspare di Leo, e Gio: Angelo Pisanello: da' Consiglieri Felice Scalaleone, Giacomo Anello de Bottis e Felice de Rubeis: dal Presidente della regia Camera Scipione Buccino, dal Reggente Francesco Revertero, da Tommaso Nauclero, da Provenzale, da Caputo, ed ultimamente da Carlo di Rosa, il quale in un volume raccolse quasi che tutte le costoro note ed addizioni.
Oltre a costoro, sursero pure nel passato secolo altri Scrittori, li quali, o per via di controversie, o di decisioni, o di consiglj, ovvero con trattati, largamente scrissero sopra queste nostre Consuetudini, fra' quali porta il vanto il celebre _Molfesio_, che più d'ogni altro in più volumi trattò di quelle, tanto che oggi ai nostri Professori il diritto appartenente a queste Consuetudini, si è reso una delle parti più necessarie per la disciplina forense, la quale non meno che l'altre ha le sue sottigliezze, ed i suoi intrighi, dove il numero di tanti Scrittori l'han posta, e richiedesi perciò somma dottrina, e perizia per ben maneggiarla.
L'esempio di Bari e di Napoli seguirono l'altre città del Regno: _Aversa_ volle anche ridurre in iscritto le sue Consuetudini, che girano per le mani d'ognuno col Commento di _Nunzio Pelliccia_. _Capua_ tiene pure le sue commentate da _Flavio Ventriglia_ Gentiluomo capuano. _Gaeta_ similmente ha particolari Consuetudini e Statuti. _Amalfi_ e suo Ducato ebbe anche le sue particolari Consuetudini, le quali furono compilate dal Giudice _Giovanni Agostaricci_, che morì in Amalfi l'anno 1281 dove nell'antico Chiostro di San Andrea si vede il suo tumulo ed iscrizione[578]. Catanzaro tiene eziandio le proprie Consuetudini spiegate dal suo cittadino _Giovan Francesco Paparo_. E così di mano in mano l'altre città del Regno, delle quali non accade far qui un più lungo e nojoso catalogo.
In tanta grandezza avendo il Re Carlo II posta la città ed il Regno di Napoli, finalmente giunto al sessantesimoterzo anno di sua vita, soprapreso da febbre acutissima, dopo aver regnato anni 25 trapassò a' 5 di maggio dell'anno 1309 nel palagio chiamato Casanova fuori Porta Capuana, ch'egli avea fatto edificare lungi da Napoli 200 passi, ove abitar solea d'estate, per l'opportunità dell'acque del Sebeto, che entrando nella città, passavano per quello, il qual luogo divenuto poscia grandissima villa, ritiene sin a' nostri dì il medesimo nome, ancorchè dell'antico palagio non ne sia rimaso alcun vestigio.
(_Carlo II_ un anno prima di morire fece in Marsiglia il suo testamento a' 16 Marzo 1308, nel quale istituì erede del Regno Roberto Duca di Calabria, chiamandolo suo primogenito, ed a _Carlo_ suo nipote figliuolo del Re d'Ungheria, che fu suo primogenito, gli lasciò solo duemila once d'oro da pagarsegli per una sol volta dal Regno. Si elesse per sepoltura del suo corpo la chiesa del monastero di S. Maria di Nazaret in Provenza, e fece molte altre disposizioni intorno agli Stati del Contado di Provenza, di Forcalquer e di Pedemonte, ne' quali per non poter succedere le femmine in mancanza de' discendenti maschj di _Roberto_ chiamò _Filippo_ Principe di Taranto e di Acaja suo figlio e suoi discendenti maschj, sostituendo a questi altri maschj di primogenito in primogenito. Il suddetto testamento estratto dal real Archivio di Provenza fu impresso da _Lunig_[579]).
Non è memoria, come scrive il Costanzo, che fosse mai pianto Principe alcuno tanto amaramente, quanto costui, per gran liberalità, per gran clemenza, e per altre virtù, ond'era egli adorno. Per la sua liberalità fu comparato ad Alessandro M. e quanto nelle cose militari fu inesperto, altrettanto nelle cose civili e pacifiche fu eminente. Fu con regal pompa seppellito il suo cadavere nella chiesa di S. Domenico e non molto da poi fu trasferito in Provenza, e nel monastero delle Suore dell'Ordine de' Predicatori di S. Maria di Nazaret, edificato da lui in Arles, fu collocato[580]; ma il suo cuore, per ordine di Roberto suo figliuolo, fu fatto conservare in una Urna d'avorio e riporre in quella medesima chiesa in Napoli, dove oggi giorno da que' Monaci, memori d'aver questo Principe arricchito quel Convento, con molta religione e riverenza vien custodito.
FINE DEL VOLUME QUINTO
TAVOLA DE' CAPITOLI CONTENUTI NEL TOMO QUINTO
LIBRO DECIMOTTAVO pag. 5
Cap. I. _Corrado di Alemagna cala in Italia: giunge per l'Adriatico in Puglia, ed abbatte i Conti d'Aquino: Capua se gli rende, e Napoli vien presa per assalto e saccheggiata_ » 10 §. I. _Invito d'Innocenzio fatto al fratello del Re d'Inghilterra alla conquista del Regno_ » 14 Cap. II. _Corrado insospettito di Manfredi lo spoglia d'ogni autorità, e de' suoi Stati; avvelena il suo minor fratello Errico; ed egli poco da poi se ne muore di consimil morte; onde Manfredi assume di nuovo il Baliato del Regno_ » 16 Cap. III. _Spedizione d'Innocenzio IV sopra il Regno_ » 25 §. I. _Innocenzio abbandona il Re d'Inghilterra, ed invita il fratello del Re di Francia alla conquista del Regno: se ne muore in Napoli, e svaniscono i suoi disegni_ » 36 Cap. IV. _Spedizione d'Alessandro IV sopra il Regno, e nuovi inviti fatti da lui al Conte di Provenza, ed al Re d'Inghilterra_ » 39
LIBRO DECIMONONO » 58