Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5

Part 30

Chapter 303,772 wordsPublic domain

Non mancò ancora, per render questa città vie più magnifica di ciò che avea fatto suo padre, di ampliare i privilegi all'Università degli studj, e per maggiormente illustrarla, di chiamare a quella i più rinomati Professori d'Italia, invitandogli con grossi stipendii. Così nell'anno 1296 fece venire da Bologna _Dino de Muscellis_ celebre Giureconsulto con salario di cento once d'oro l'anno[495]. Richiamò ancora da Bologna _Giacomo di Belviso_, dandogli l'istessa provisione, che suo padre gli avea stabilita di 50 once d'oro l'anno. Nel 1302 con grosso stipendio fece venire ad insegnare in quest'Università il _Jus Canonico_ Maestro _Benvenuto di Milo_ Canonico di Benevento, e celebre Canonista di que' tempi, che fu Maestro del famoso Biase di Morcone[496]. V'invitò ancora nell'anno 1308 _Filippo d'Isernia_ famoso Legista a leggervi il _Jus Civile_. E poichè in que' tempi praticavasi il lodevol istituto, osservato oggi in Ispagna, che i Professori dalle cattedre passavano alle toghe ed alle mitre, si vide da poi il Canonista _Milo_ fatto Vescovo di Caserta: e _Filippo d'Isernia_ Consigliere del Re, ed a' tempi del Re Roberto Avvocato Fiscale. Richiamò ancora a leggervi Medicina _Filippo di Castrocoeli_, con accrescergli il salario, che suo padre gli avea prima assignato d'once 12 insino ad once 36 d'oro l'anno. Furonvi ancora chiamati a leggervi logica, _Accorsino da Cremona_, celebre in que' tempi per le arti liberali, ed altri insigni Professori per l'altre Scienze[497]. E perchè ritenesse quello splendore e lustro, che Federico II aveale dato, rinovò la proibizione fatta dal medesimo a' Professori di non potere sotto pena di 50 once d'oro leggere in privato, o in altro luogo, eccetto solo in quella Università pubblicamente: di che nei regali registri de' suoi tempi se ne leggono molti divieti[498]. Per la qual cosa avendo presentito, che in Solmona alcuni s'erano dati a leggere _Jus Canonico_, fu da questo Principe ad istanza de' Lettori napoletani spedito rigoroso ordine, che subito se n'astenessero, spettando ciò solo all'Università degli studj di Napoli[499].

Rese anche adorna non meno questa città, che il Regno, per le magnifiche chiese ed ampi monasterii, che parte vi costrusse di nuovo, e parte ampliò. Oltre d'aver ridotto a perfezione, ed in più ampia forma l'Arcivescovado di Napoli e la Chiesa di _S. Lorenzo_, a cui unì un ben grande Convento di Frati Conventuali di S. Francesco; opere incominciate da suo padre ma non già ridotte a fine; fondò egli di nuovo la Chiesa ed il convento di _S. Pietro Martire_ de' PP. di S. Domenico. L'altra ch'egli nominò della _Maddalena_, ancorchè ritenesse il nome di _S. Domenico_ per li Frati di quell'ordine, e per essere consecrata a quel Santo. Quella di _S. Agostino_[500], e l'altra di _S. Martino_ sopra il monte S. Eramo: se bene di quest'ultima i più accurati Scrittori ne facciano autore Carlo Duca di Calabria suo nipote[501].

In Aversa edificò a' Frati di S. Domenico la chiesa e convento sotto il titolo di _S. Luigi_ Re di Francia suo zio, dotandola di ricchissime rendite. Ma ove più rilusse la pietà insieme e la magnificenza di questo Principe fu in quelle tre celebri Chiese del Regno, cioè in quella di S. Niccolò in Bari, nell'altra di Santa Maria in Lucera, e in quella già prima fondata dall'Imperador Federico II in Altamura; nelle quali è da notare, che i Pontefici romani furono cotanto profusi in concedere non meno a' nostri Re angioini, che a lor riguardo a queste Chiese tanti privilegi e prerogative, che quasi scambievolmente comunicandosi il lor potere, siccome i Re erano profusi in donare a quelle beni temporali, così essi gli cumulavano di preminenze e favori spirituali.

§. I. _Della Chiesa di S. Niccolò di Bari._

La regal chiesa di S. Niccolò di Bari, siccome fu narrato ne' precedenti libri di quest'istoria, ebbe il suo principio nell'anno 1087 nel quale alcuni mercatanti baresi da Mira città della Licia trasportarono nella lor Patria il Sacro Deposito. Urbano II nella fine di settembre del 1089 accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, li quali insieme con lui erano intervenuti nel Concilio ragunato in Melfi, dedicò solennemente l'altare maggiore della chiesa inferiore, ove ripose le sacrosante Reliquie, conforme egli medesimo ne fa piena testimonianza in una sua Bolla spedita in Bari a' 9 ottobre 1089 secondo anno del suo Pontificato, riferita dal Baronio e dall'Ughello.

Fin dal tempo della sua fondazione, fu quella chiesa edificata nel palazzo antico de' Capitani, li quali mentre governarono la Puglia in nome degl'Imperadori d'Oriente, fecero in esso la loro residenza: tolta poi da' Normanni la Puglia a' Greci, passò in potere di Roberto Guiscardo primo Duca di Puglia, ed appresso, di Ruggiero suo figliuolo, la qual Chiesa fu libera ed esente fin dal suo principio della giurisdizione dell'Ordinario, del che fanno bastantissima fede il privilegio concedutole da Alessandro Conte di Cupertino e di Catanzaro per ordine di Ruggiero Re di Sicilia, che si legge presso Ughello medesimo, la celebre Bolla di Pascale II indirizzata ad Eustachio II Abate, che succedè al primo cotanto rinomato _Elia_, ottenuta per intercession di Boemondo Principe d'Antiochia e Signore di Bari fratello di Ruggiero nell'anno 1106[502], e le Bolle di Bonifacio VIII dell'anno 1296[503], di Clemente V, Paolo III, Pio V ed altri romani Pontefici[504].

Il Re Carlo II d'Angiò fatto prigione colla disfatta del suo armamento navale, fu, come si disse nel precedente libro, in grave pericolo d'essere decapitato; ma avendo scampata la morte, e liberato poi dalla sua prigionia, memore di così insigni beneficj, ch'egli credette per intercessione di questo Santo, di cui era divotissimo, aver ricevuti, rivolse l'animo ad accrescere il culto e la divozione, che gli portava, con arricchire la sua Chiesa d'amplissime rendite, facendole varie donazioni, con riserbarsi solo il poter godere delle distribuzioni, come Canonico di quella, sedendo nel Coro, come tutti gli altri. Per mezzo del Priore Guglielmo Longo Bergamasco, il quale fu creato Cardinal Diacono di San Niccolò in Carcere, nel 1294 ottenne da Bonifacio VIII ampi privilegi, esenzioni ed immunità. Vi destinò al suo servizio cento Cherici tra Canonici ed altre dignità, oltre il Priore, e la dichiarò sua cappella regia.

Impetrò dallo stesso Bonifacio VIII nell'anno 1296 Bolla, con cui gli diede facoltà di poter unire alla regal basilica le chiese e cappelle di sua collazione, che li paresse aggregarle, le quali, come quelle, a cui si sarebbero congiunte _pleno jure_, a lui appartenessero; e furono aggregati a quella la Badia e monastero di tutti i Santi[505].

Assegnò nell'anno 1298 per dote perpetua della chiesa trecento once d'oro per ciascun anno da esigersi sopra la dogana e fondaco dell'istessa città di Bari, alla qual somma, tre anni appresso, aggiunse altre once cento, con che di queste, ottanta se ne dassero al Priore, venti al Tesoriere, e le restanti trecento, si distribuissero fra' Preti e Ministri della chiesa; in iscambio delle quali, perchè molte volte dagli Ufficiali del Regno se ne differiva il pagamento, concedè alla chiesa tre castelli a lui devoluti, cioè Rutigliano, S. Nicandro e Grumo, de' quali n'investì il Tesoriere di quel tempo, e gli altri, che fossero eletti ne' tempi futuri.

Nel mese d'ottobre del medesimo anno 1298 in virtù della potestà datali da Bonifacio incorporò l'Arcipretura d'Altamura con tutte le sue chiese, cappelle, ragioni e pertinenze alla dignità di _Tesoriere_, il che confermò con altro Privilegio de' 2 dicembre del 1301 col quale anche unì le chiese della Trinità di Lecce e di S. Paolo d'Alessano all'Ufficio di _Cantore_; e la chiesa di S. Maria di Casarano a quello di _Succantore_.

A' 18 gennajo del 1302 istituì nel sagro Tempio quattordici Ministri, de' quali otto avessero pensiero ne' dì festivi d'assistere in guardia delle porte del Coro con una mazza regale d'argento in mano, donde presero il nome di _Mazzieri_, e sei per li Ministri più bassi, come per rappezzar le fabbriche, racconciar gli scanni, e cose simili, chiamati perciò _Maestri di Fabbrica_, a' quali diede l'esenzione del pagamento delle gabelle, e del Foro secolare nelle cause civili, sottoponendoli alla giurisdizione del Tesoriere, appellandosi da' decreti della di lui Corte a quella del Cappellano Maggiore, le quali esenzioni ed immunità, furono confirmate da Roberto nel 1340 e da Ladislao nel 1403, e gli altri Re successori, al suo esempio, di moltissime altre concessioni e preminenze arricchirono questa chiesa.

Dotata ch'ebbe in tal modo la regal Chiesa, v'introdusse una nuova forma di servizio a similitudine di quello usitato nella regal cappella di Parigi, ad esempio della quale volle ancora, che in quanto alla recitazione de' divini Uffici, si valessero i suoi Ministri dell'antico Breviario parigino; il che fu poi tolto all'ultimo di dicembre del 1603 con lettere di Filippo III, colle quali permise, che, quello tralasciato, nell'avvenire potessero servirsi del Breviario romano, detto volgarmente di Pio V.

Dispose per mezzo di un suo privilegio spedito a' 20 giugno del 1304 che oltre il Priore fossero in questa chiesa tre dignità, cioè quella del _Tesoriere_, che costituì la prima e la più riguardevole, e due altre, cioè di _Cantore e Succantore_ e cento Preti beneficiati, quarantadue Canonici, fra' quali le dignità furono annoverate, ventotto Cherici mediocri e trenta bassi, siccome s'appellano nel privilegio, con molti particolari regolamenti attinenti al Priore ed al Tesoriere.

Dopo avere il Re Carlo II costituito in questa chiesa le dignità, il numero de' Canonici, ed altri Cherici inferiori, assignate le rendite, ed ordinato tutto ciò, che stimossi da lui espediente per buon reggimento e regolamento della medesima; riserbò per se, e suoi Serenissimi Successori nel Regno la dignità di Tesoriere colla prebenda a quello annessa, in modo che ritrovandosi in Bari, interveniva egli nel Coro come Tesoriere, sedendo nella seggia costrutta all'incontro di quella del Priore, in cui sono intagliate l'armi regie, e vi sta scritto con lettere d'oro, _Sedes Regalis_, coll'effigie di questo piissimo Principe, sotto il quale, scolpito in abito di Tesoriere, leggesi l'iscrizione: perpetuo monumento d'aver per se e suoi successori ritenuta la prima canonica dignità, ch'è quella di Tesoriere[506].

Avea ciò il Re Carlo appreso da' Franzesi, e massimamente da' suoi Angioini; e conforme nella recitazione dell'Ufficio, e nell'altre cose concernenti il culto di della Chiesa, così in questa volle imitare l'usanza della Francia; poichè si legge presso Eginardo[507] che Carlo M. si dilettava ancor egli di cantare con gli altri nel Coro: e nella Cronaca d'Inghilterra lo stesso si legge di Fulcone III, cognominato il buono Conte d'Angiò, il quale nell'anno 960 fu ammesso nella Chiesa di S. Martino come Canonico, e spesse volte nella recitazione dell'ore canoniche con vesti canonicali intervenne[508]. Parimente Ingelgero Console, ovvero Conte d'Angiò (poichè dell'uno e dell'altro titolo allora promiscuamente valevansi) dopo aver ottenuta nella Chiesa di S. Martino in Tours una prebenda perpetua, essendo vacata la dignità di Tesoriero, fu dichiarato tale, difensore della chiesa, e tutore delle sue possessioni; e mentre visse occupò la sede di Tesoriere, nella qual dignità, a' Conti e Duchi d'Angiò succederono i Re di Francia, e quel Canonicato laico conseguirono[509].

Da' precedenti libri di questa Istoria ciascuno avrà potuto notare, che molte usanze di Francia furono da' nostri Re fra noi introdotte, cominciandosi sin dai Normanni, e moltissime poi ve ne furon portate dai Re angioini; onde non dee recar maraviglia se alcune nel nostro Regno oggi ancor durino totalmente difformi da quelle di tutto il resto d'Italia. In Francia il Tesoriere della regal cappella di Parigi, secondo ne rende testimonianza Coppino[510], oltre d'esercitar giurisdizione sopra i Canonici di quella, conserva egli i vasi sacri e gli ornamenti, ed anche tutti gl'istrumenti, privilegi e concessioni riguardanti a' Feudi, ed altre robe donate a quella Chiesa. Parimente il Tesoriere di Bari ha egli il pensiero e la custodia di tutto ciò; e come questa città fu lungamente governata da' Greci, si ritengono insieme ancora molti usi grecanici, e nel Tesoriere istesso di questa Chiesa si veggono ancora uniti gli uffici di Cartolario e di Cartofilace; poichè siccome in Oriente due erano i Cartofilaci, uno conservava le carte e monumenti della chiesa, e presiedeva all'Archivio; l'altro alle rendite della chiesa, e teneva conto delle spese[511]; così in Bari il Tesoriere di questa chiesa ha di tutto ciò cura e pensiero. E poichè in alcuni luoghi era incombenza del Tesoriere non solo di custodire i privilegi e gli ornamenti della chiesa, ma anche il regio diadema[512]; così alcuni, avendo per vera quella favola, che i nostri Re solevansi coronare in Bari colla Corona di ferro, scrissero che il Tesoriere di questa Chiesa, tra gli ornamenti di quella, custodiva ancora questa Corona[513].

A questo Principe adunque devono i nostri Re quelle tante prerogative e preminenze acquistate non men per fondazione e dotazione, che per privilegi dei Sommi Pontefici, delle quali oggi sono essi in possesso, onde sono reputati capi e moderatori di questa chiesa, ch'è di Regia collazione; conferiscon essi il Priorato e l'altre dignità di quella, e vi stabiliscono un Giudice d'appellazione, il qual'è il Cappellano Maggiore, che riveda i processi del Priore e del Tesoriere, con totale independenza dall'Arcivescovo Ordinario di Bari.

Secondo l'antica disciplina della Chiesa, tutte le basiliche, che si costruivano nella diocesi del Vescovo, erano sotto la sua potestà[514]. Ma sin da' tempi di Carlo M. i Pontefici romani cominciarono per mezzo di loro privilegi ed esenzioni, a mutare l'antica polizia: e per invogliare maggiormente i Principi ad arricchire le Chiese di beni temporali, e rendersegli vie più devoti e soggetti, concedevano ad essi ed alle Chiese, che fondavano, ampi privilegi e prerogative, comunicandosi scambievolmente i loro poteri. Ma in ciò sempre i Principi vi perdevano, perchè arricchite e fondate, ch'essi aveano le Chiese, sorgevano delle grandi contese con gli Ordinarii, e non si disputava sopra i beni donati, acquistati già alla Chiesa, ma sopra i privilegi loro conceduti: i Pontefici che s'arrogano la potestà d'interpretargli, moderargli e sovente anche di rivocargli, eran sempre dalla parte degli Ordinarii; e quando ciò lor non riusciva, tiravano almeno il litigio in Roma, ed essi ne prendevan la conoscenza. Di che potranno esser bastanti prove le gravi ed ostinate contese insorte per ciò tra il Priore di questa chiesa e l'Arcivescovo di Bari, le quali, non ostante tanti privilegi ed esenzioni, per lo corso non meno che di ducento anni, non vi è stato modo di poterle affatto estinguere[515]. Siccome non furono minori per le stesse cagioni li contrasti nati fra l'Arciprete d'Altamura col Vescovo di Gravina, e per l'altre Chiese di regia collazione. Ciocchè dovrebbe essere documento non meno a' Principi, che a' privati, di lasciare alla Chiesa ed a' suoi Ministri ciò che a loro s'appartiene, e non intrigarsi in tali faccende, e nell'andar regolando Capitoli e confratanze, come se loro non restasse niente da fare attendendo a' loro proprii impieghi; perocchè la sperienza n'ha dimostrato, che tali cose se bene da principio s'intraprendono per impulsi di divozione, da poi riescono di vanità, dove non vi è niente dello spirito, e tutto del mondo e della carne. Ed all'incontro i Preti ed i Monaci da poi ch'essi avranno arricchite le chiese e le cappelle, vogliono amministrar le rendite, dimandarne conto, ed aver coloro, che voglion prenderne cura, per loro ligi e sudditi, con tirargli per l'orecchie dove la lor ambizione e la loro avarizia gli portano.

Ciò che dovrebbe ancora condannare l'istituto pur troppo da un secolo in quà frequentato in questa città e Regno di tante Confraterie di secolari e d'artigiani, li quali invece d'attendere a' loro mestieri, ed adempiere le parti della giustizia in non fraudare con inganni il prossimo, si mostrano tutti ardenti di devozione nelle loro cappelle e Confraterie, e cotanto si compiaciono d'una processione, di portare stendardi, croci, turibuli e torchi, e di proccurar da Roma divise pei loro abiti, le quali molti se le procacciano di colori di porpora per mostrarsi nelle funzioni più vistosi, e tanto si gonfiano d'un titolo di Priore, di Primicerio o Assistente, che credono con ciò aver ben soddisfatto all'ufficio di buoni Cristiani. E la meraviglia è, che da poi che la domenica avranno nelle loro Congregazioni intonato bene l'ufficio, sentito il sermone del Padre, e girato attorno per la città con croci e stendardi; il lunedì la mattina tornando nelle loro botteghe, non perciò al primo, che vi capita, non cercano ingannarlo, e con frodi e menzogne circonvenirlo ne' prezzi delle robe o ne' lavori di mano.

Quindi i Preti ed i Frati, riputandogli non in tutto secolari, se accade lite per precedenza, per custodia de' vasi e d'ornamenti, per amministrazione, conti o altro, vogliono essi riconoscere di queste cause, e gli tirano al Foro ecclesiastico, tenendo erette per ciò particolari Congregazioni, onde si sentono tutto il giorno contrasti non meno ne' Tribunali ecclesiastici, che avanti il Delegato della regal giurisdizione, e quando dovrebbero attendere a' loro lavori, perdono le giornate intere dietro a queste frasche. Ciò che ben loro sta, perchè quando a ciò potrebbero essere sufficienti i loro Parochi, essi, come se vi fosse scarsezza di Preti e di Monaci, vogliono intrigarsi in tali funzioni, e non conoscono, che da poi che vi avranno consumato il tempo e le loro sostanze, niente profittano nello spirito, nè migliorano di costumi, anzi vivono in continue soggezioni ed in continui contrasti, che cagionano fra di loro odj e rancori, e sovente anco gravi inimicizie e disordini.

§. II. _Della chiesa di S. Maria di Lucera._

Dappoichè Re Carlo ebbe sconfitto Manfredi, e debellati i Saraceni, che teneva a' suoi stipendj, il misero avanzo di quelli ricovrossi in Lucera di Puglia, ed in quel castello si fortificarono; ed ancorchè il Regno si fosse per Manfredi interamente perduto, renduti che furono, ricevettero a buon patto da quel Re di poter quivi abitare colle loro famiglie; ma Carlo suo figliuolo come Principe pietoso e zelantissimo della fede cattolica, conoscendo, che per l'abitazione di questi Infedeli in quella città, il culto Divino era vilipeso, la chiesa cattedrale poco men che ruinata, e la religione in pessimo stato ridotta, si risolse discacciargli affatto, come fece, ed invitarvi nuovi abitatori Cristiani; ed affinchè la città tosto si popolasse, assegnò a' nuovi abitatori Cristiani molte terre, ripartendole secondo la qualità e condizione degli abitanti; ed affinchè la città in cotal maniera purgata, si reputasse tutta nuova, volle ancora, che non più si chiamasse col nome antico di _Lucera_, ma di _Santa Maria_, titolo della sua cattedral Chiesa. Perchè questa Chiesa era posta in luogo meno frequentato, e fuori della città, e minacciava ruina, ed avea così picciole facoltà, che il Vescovo di quella non poteva sostentarsi conforme ricercava la dignità Pastorale, e per la povertà dell'entrate pativa anche difetto di Ministri; Carlo II la trasferì dentro la città, costruendone una più magnifica, con ordinare nel 1303 al Castellano della vecchia Fortezza di quel castello, che dasse certo metallo rotto, che ivi era per farsene una campana[516]. La dotò d'ampie e ricche entrate; e nello stesso anno gli donò cento once d'oro l'anno sopra le rendite sue regali, che teneva in quella città, per sostentamento de' Canonici, che accrebbe sino al numero di venti, con obbligo di quivi risedere, ed assistere alli divini Uffici tanto di notte, quanto di giorno, da dividersi fra di loro le rendite, che assegnava, egualmente, in maniera che ciascuno avesse cinque once d'oro l'anno in _beneficio_, ovvero _prebenda_. Si riserbò per se e suoi successori nel Regno la collazione de' Canonicati suddetti per la metà, e la restante parte, che fosse del Vescovo, in modo che quello, che primo vacherà sia a collazione del Re, e quel che vacherà la seconda volta sia del Vescovo. Oltre a ciò instituì nella medesima Chiesa le dignità di Decano, Arcidiacono, Tesoriero e Cantore, assegnando per ciò trenta once di oro l'anno, e che fossero di regia sua collazione[517].

Il Pontefice Benedetto XI lodando la pietà e munificenza del Re, per mezzo d'una sua Bolla spedita a' 28 novembre dello stesso anno 1303 approvò e confermò l'istituzione, concedendo al Re Carlo e suoi eredi e successori di presentare al Vescovo le persone, ch'egli volea innalzare al Decanato, Archidiaconato e Cantoria, le quali dovesse il Vescovo istituire e confermare. Gli concedè ancora di poter in luogo del Papa conferire la metà delle prebende di sopra accennate quando vacherebbono, con poter anche conferire le altre dignità. Di vantaggio, se occorresse crear altre prebende, che potesse egli farlo, con riserbarne l'altra metà al Vescovo e suoi successori, quando vacheranno. Ed in fine, per ispezial favore, ancorchè per le convenzioni passate con Carlo suo Padre si fosse tolto l'assenso, che prima era necessario nell'elezioni dei Vescovi; gli concedè, che occorrendo eleggersi il Vescovo di questa città, debbia il Capitolo, prima di domandare la confermazione di quello, ricercare l'assenso dei Re e suoi successori, e non si possa l'Eletto confermare, se prima non sarà ricercato detto _assenso_; come si legge nella Bolla trascritta dal Chioccarelli, della quale non si dimenticò Tommasino[518], con rapportarne anche le parole. Ciò che si vede essersi praticato anche a tempo del Re Alfonso I come per due carte di questo Re, una scritta al Vicario di Napoli nel 1450, e l'altra al Pontefice, rapportate dal Chioccarelli[519].

Non soddisfatto questo Principe di ciò, nel seguente anno 1304 volle maggiormente arricchire questa Chiesa da lui fondata, donando a Stefano Vescovo di quella città e suoi successori le terre dell'Apricena, Palazzuolo e Guardiola poste nella provincia di Capitanata, e glie le concedè in feudo nobile, contento solo del giuramento di fedeltà, senz'altro servizio personale o reale, eccetto che ogni anno il Vescovo e suoi successori fossero tenuti dare al Re un bacile d'argento con 25 libbre di cera, cioè in un anno nella festività del Natale di N. S., ed un altro nel dì della Pentecoste; il qual bacile anche solevasi restituire al Vescovo per doverlo convertire in vasi d'argento per divin culto della Chiesa suddetta. Stabilisce inoltre, che vi siano in detta Chiesa il Decano, l'Arcidiacono, il Tesoriero, il Cantore, ed oltre i Canonici, otto Cherici: che il Decano abbia ogni anno quindici once di oro, l'Arcidiacono altrettante, il Tesoriero dodici once, il Cantore altrettante, e gli otto Cherici ciascheduno d'essi quattro once; ed il Tesoriero abbia anche quattro once pei lumi. Comanda che queste somme se gli paghino dalla Bagliva e da altri diritti ed entrate regali, che la regia Corte possiede in detta città; e vuole, che le dignità di Decano, Arcidiacono, Tesoriero e Cantore quando vacaranno, si conferiscano dal Re e suoi successori; però la metà de' Canonicati si conferisca dal Re, e la restante metà dal Vescovo alternativamente nella maniera detta di sopra: che gli altri Cherici s'ordinino dal Vescovo; che il Decano abbia da dare al Re e suoi successori ogni anno per se e Capitolo dodici libbre di cera; e che le persone, che avranno dette dignità e _Personati_, debbano insieme colli Canonici eleggere il Vescovo, con doverne presentare al Re l'elezione, e ricercare il suo assenso. Il qual privilegio nel seguente anno fu confermato da Carlo stesso, e nel 1332 da Roberto suo figliuolo[520].