Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5
Part 13
E fu tanta sopra ciò la loro emulazione, che ciascuno guardava l'altro perchè non si valesse della sua insegna per tirar a se la gente, ovvero s'ingegnasse d'introdurne un'altra simile a quella: e sovente vennero a contrasti, e ad istituirne liti in Roma, insino se un Francescano tentava all'immagine di nostra Signora farvi dal dipintore aggiungerci un Rosario denotante nuova istituzione, sicchè per quella si scemasse il concorso a' Domenicani, e s'accrescesse agli emoli Francescani. _Frat'Ambrogio Salvio_ da Bagnuolo dell'Ordine de' Predicatori famoso Oratore e poi Vescovo di Nardò, cotanto per le sue prediche grato all'Imperador Carlo V ed al Pontefice Pio V, ed a cui i Napoletani eressero una statua di marmo nella Chiesa dello Spirito Santo, che fu zio del Dottor _Alessandro Salvio_, celebre ancor egli per lettere e per lo famoso trattato, che compilò del _Giuoco degli Scacchi_; perchè il _rosariare_ fosse solo de' Domenicani, e non potessero altri arrogarsi tal facoltà, ebbe nell'anno 1569 ricorso al Pontefice Pio V da cui ottenne Bolla[250], per la quale fu interdetto e vietato a tutti gli altri d'ergere Cappelle e Confraterie del Rosario; e che tal facoltà fosse solamente del Generale dell'Ordine di S. Domenico, o suoi Deputati, concedendola ancora per ispezial favore al medesimo Frat'Ambrogio.
Per l'occasione di queste particolari divozioni per maggiormente infiammar i devoti, s'inventavano molti finti miracoli, ed oltre di predicargli a voce, se ne compilavano libri, tantochè, siccome avvertì Bacon di Verulamio[251] per questa parte resero l'istoria ecclesiastica così impura, che vi bisogna ora molta critica, e gran travaglio per separare i finti miracoli dalli veri. Cotali furono i principj di questi nuovi acquisti in questo decimoterzo secolo, i quali ricevettero molto maggiore augumento per tutto il tempo, che fra noi regnarono gli _Angioini_, gli avvenimenti de' quali bisognerà riportare ne' seguenti libri di quest'Istoria.
FINE DEL LIBRO DECIMONONO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO VENTESIMO
I Franzesi al tempo della declinazione dell'Imperio romano abitarono quel paese volto al Settentrione che tra la Baviera e la Sassonia, si distende lungo le rive del Reno, e che sino al presente _Franconia_ dal nome di questa Nazione vien nominato. Indebolito l'Imperio, e cessato lo spavento della potenza romana, invitati dall'esempio degli altri Popoli vicini, deliberarono colla forza dell'armi procacciarsi più comodo vivere, e più larga e fertile abitazione; ed avendo eletto in loro Re _Faramondo_, uno de' figliuoli di _Marcomiro_, sotto la di lui condotta, passato il Reno, si volsero alla conquista delle Gallie intorno l'anno 419 lasciando il dominio della Franconia al vecchio Principe Marcomiro. _Clodione_ figliuolo di Faramondo distese le conquiste, e cominciò a signoreggiar quella parte delle Gallie, che più propinqua alle rive del Reno, _Belgica_ vien nomata. Successe a costui _Meroveo_, non si sa di certo, se fratello, o se figliuolo di lui, ma prossimo al sicuro e congiunto di sangue, il quale con valorosi progressi, dilatandosi nelle parti della Gallia _Celtica_ propagò l'imperio de' suoi Franzesi sino alla città di Parigi, e giudicando aver acquistato tanto, che bastasse a mantenere i suoi Popoli, ed a formare un giusto, e moderato governo fermò il corso delle sue conquiste, e rivoltato l'animo a' pensieri di pace, abbracciò ambedue le Nazioni sotto al medesimo nome, e con leggi moderate e con pacifico governo, fondò e stabilì nel possesso delle Gallie il Regno de' Franzesi.
Continuò con ordinata successione la discendenza Reale in questa prima stirpe de' _Merovingi_, insino all'ultimo Re _Chilperico_. Pipino la trasferì poi nella famiglia de' _Carolini_; ma essendo questa seconda stirpe mancata, _Ugo Capeto_ diede principio alla terza, detta perciò de' _Capeti_: di cui nacquero i Filippi ed i Luigi per cui la Francia fu gran tempo governata; ed essendosi continuata per molti secoli la successione in questa stirpe, pervenne a questi tempi alla possessione del Regno il Re _Lodovico IX_ di questo nome, quegli il quale per l'innocenza della vita e per l'integrità de' costumi, meritò dopo la morte d'essere ascritto tra' Santi. Fratello di questo Re fu Carlo Conte di Provenza e d'_Angiò_, il quale per le cagioni nel precedente libro esposte, essendo stato invitato alla conquista del Regno, con prosperi avvenimenti ridusse l'impresa a compiuto fine, e stabilì in Puglia ed in Sicilia il Regno degli Angioini.
Nel narrare i successi ed i cambiamenti del governo civile accaduti nel Regno loro, serbarò, contro il costume degli altri Scrittori, maggior brevità di quel che sinora abbiam fatto. La dovizia istessa e copia grande delle loro memorie lasciateci, e 'l veder la maggior parte d'esse notate in molti volumi di nostri Autori, e d'essersene tessute più istorie, mi fa sperare, che rese ormai note e divulgate, di non mi si dovere imputare a difetto l'averle in parte taciute. De' fatti degli _Angioini_, e degli altri seguenti Re, molto da' nostri si trova scritto: de' predecessori nostri Principi molto poco, e tutto intrigato. Ciò nacque da più cagioni: principalmente per non avere i Principi normanni e gli svevi fermata la loro Sede regia in Napoli, o in altra città di queste nostre province, e d'esserci perciò mancati delle loro memorie pubblici Archivii. Le tante guerre poi, e revoluzioni accadute; gl'incendi, e' saccheggiamenti di quelle città, che avrebbero potuto conservargli, come di Capua, Benevento, Salerno e Melfi; e finalmente la barbarie e l'ignoranza de' Scrittori mal disposti a tesserne istoria, ne cancellarono quasi ogni memoria. Molto perciò dobbiamo a' monasterj della Regola di S. Benedetto, e sopra tutto a quello di Monte Cassino, in cui serbansi le memorie più vetuste anche de' Goti, essendo il più antico Archivio che abbiamo nel Regno; ed a' due altri della Trinità della Cava, e di Monte Vergine, dove sta raccolto quanto mai de' Normanni è a noi rimaso. Molto ancora dobbiamo a' loro Monaci; poichè qualche antica Cronaca, e qualche mal composta Istoria ad essi la dobbiamo. De' Re della illustre Casa di Svevia, per aver avuti costoro nemici i Pontefici romani, gli Scrittori italiani, che per lo più furono Guelfi, ne scrissero con molto strapazzo, con gran pregiudizio della verità; e se qualche straniero, o qualche Cronaca novellamente trovata, non vi rimediava, si sarebbe nella medesima ignoranza e pregiudicj.
Non così avvenne ne' tempi di questi Re della Casa d'Angiò; poichè avendo Carlo principiato adornar Napoli con magnifici tempj ed edifici, e dopo la separazione del Reame di Sicilia, avendola renduta regia sede, e capo e metropoli del Regno: quindi avvenne, che tennesi maggior conto de' regali diplomi, e delle altre lor memorie, e si diede miglior forma in Napoli a' regi Archivii. Carlo fu il primo, che ordinò in Napoli l'_Archivio della Zecca_, che prima era in potere de' Maestri Razionali, ed in miglior forma lo ridusse; ond'ebbe lunga durata, e ancor dura, ed è il più antico, che oggi abbiamo in questa città. Si conservano in quello 436 registri, cominciando dal Re Carlo I dall'anno 1267 che fu il secondo anno del suo Regno, insino alla Regina Giovanna II ove molte scritture, anche nella lor lingua franzese, sono dettate. Di Carlo I si trovano cinquantacinque registri, e più di Carlo II suo figliuolo, ch'ebbe più anni di Regno, insino al numero di 153. Di Roberto, 117. Di Carlo suo figliuolo, Vicario che fu del Regno, 62. Della Regina Giovanna I, 32. Di Carlo III della seconda razza d'Angiò non più che tre. Di Ladislao, diece, e della Regina Giovanna II sua sorella, quattro[252]. Per questo oggi giorno vediamo, che le scritture, che si conservano in quello Archivio non hanno maggior antichità, se non di quella de' tempi di Carlo I d'Angiò. Solamente quasi per miracolo vi è rimaso un registro dell'Imperador Federico II d'un solo anno, cioè del 1239. Ed è da credersi, che a ciò vi cooperasse Carlo per estinguere affatto la memoria de' Re svevi, a' quali egli era succeduto, non già per ragion ereditaria, ma per ragion di guerra, e di papali inviti[253]. Quindi avvenne, che i nostri Scrittori furono più copiosi ed abbondanti in registrar la memoria degli Angioini, che degli altri Re predecessori.
S'aggiunse ancora, che costoro regnarono in tempi, ne' quali la barbarie non era cotanta, e cominciavano pian piano in Italia, e presso di noi a risorgere le buone lettere, e ad aversi buon gusto dell'istoria. Aveva Fiorenza _Giovanni_, e _Matteo Villani_, che coetanei de' due Carli e di Roberto, non mancarono di mandar alla memoria de' posteri le loro gesta.
Successero poi uomini più illustri, come il _Petrarca_, e _Giovan Boccaccio_, i quali nelle loro opere de' Re angioini ci lasciaron non poche memorie, come da coloro ben careggiati, e tenuti in sommo pregio: e tra' nostri non mancarono ancora chi i fatti di questi Re notasse, come _Matteo di Giovenazzo_, che scrisse dalla morte di Federico II sin a' tempi di Carlo II ne' quali visse: l'_Autore de' giornali_ chiamati _del Duca di Montelione_, ne' quali furono annotate dì per dì le cose fatte dal tempo della Regina Giovanna I fin alla morte di Re Alfonso I e _Pietro degli Umili_ di Gaeta, che scrisse a pieno delle cose del Re Ladislao, il qual visse a quel tempo, e fu Ufficiale della Tesoreria di quel Re. Dalle memorie de' quali e da altri gravi Autori, confortato da quei due grandi uomini Giacomo Sannazaro e Francesco Poderico, compilò poi _Angelo di Costanzo_ quella sua grave e giudiziosa Istoria del Regno di Napoli, che siccome oscurò tutto ciò, che insin allora erasi scritto, così ancora per la sua gravità, prudenza civile ed eleganza, si lasciò indietro tutte le altre che furono compilate dopo lui dalla turba d'infiniti altri Scrittori. Per questa cagione l'Istoria di questo insigne Scrittore sarà da noi più di qualunque altra seguitata, nè ci terremo a vergogna se alle volte colle sue medesime parole, come che assai gravi e proprie, saranno narrati i loro avvenimenti.
Carlo adunque, dopo essersi con que' mezzi di sopra narrati stabilito ne' due Reami di Puglia e di Sicilia, dopo aversi reso benevoli molti Baroni del suo partito con profuse donazioni, e dopo, per maggiore sua sicurezza fatti fermare nel Regno molti Signori franzesi, a cui diede molti feudi, onde nuove famiglie in esso ci vennero, erasi reso formidabile per tutta Italia e riputato uno de' maggiori Re d'Europa; e stendendo le sue forze oltre i confini di questi Reami, aveasi ancora reso tributario il Regno di Tunisi, e come uomo ambiziosissimo ed avido di Signoria, aspirava all'Imperio di Costantinopoli, e tutto il suo studio era di cacciar da quella Sede _Paleologo_, che allora imperava in Oriente. E forse gli sarebbe riuscito, se in _Gregorio_ successore di Clemente avesse trovato quelle medesime inclinazioni ed affetti, che in costui furono.
Era stata la Sede Appostolica, per le discordie dei Cardinali, vacante poco men di tre anni dopo la morte di Clemente; nè vi bisognò meno, che la presenza del Re Filippo di Francia, e d'Errico, e d'Odoardo l'uno nipote e l'altro figlio del Re d'Inghilterra, per ridurre i Cardinali a rifar il successore; poichè questi Principi, che ritornavano d'Affrica, passati per Sicilia e Napoli, ritornando a' loro Stati, andarono a Viterbo per sollecitare i Cardinali per l'elezione, i quali finalmente mossi dalla presenza di que' Signori, non convenendo in niun di loro, finalmente nel dì 1 di settembre di quest'anno 1271 elessero persona fuor del Collegio, che fu Teobaldo di Piacenza della famiglia de' Visconti Arcidiacono di Liegi, che a quel tempo si trovava in Asia Legato appostolico nell'esercito cristiano contro Infedeli; che fattosi nel seguente anno coronare a Viterbo, fu chiamato _Gregorio X_, il quale ammaestrato da' precedenti disordini, fu il primo che fece la legge di chiudere dopo la morte del Papa i Cardinali in _Conclave_, e di tenervigli finchè avessero eletto il successore.
Fatta l'elezione del nuovo Pontefice, Re Filippo se n'andò in Francia, e Re Carlo ritornò in Napoli: questi considerando, che _Filippo_ suo figliuolo secondogenito era morto, un altro chiamato _Roberto_ terzogenito era pur morto sin nel 1265 e che _Carlo_ suo primogenito (investito da lui del Principato di Salerno colla corona o cerchio d'oro, del Contado di Lesina con lo stendardo, e dell'Onore di Monte S. Angelo coll'anello[254]) non avea ancor figliuoli maschi, egli nel nuovo anno 1272 tolse la seconda moglie, figliuola (secondo il Costanzo) di Balduino di Fiandra, ultimo Imperador di Costantinopoli, per via della quale sperava acquistar parte dell'Imperio di Oriente: ancorchè il Sigonio dica, che fu figliuola non già di Balduino, ma del Duca di Borgogna. Furono perciò in Napoli fatte gran feste e giostre, ed armati da lui molti gentiluomini con cingolo militare e fatti Cavalieri. Fu anche quest'anno assai lieto al Re, perchè nella fine del medesimo al Principe di Salerno successore del Regno, che non avea altro che figliuole femmine, nacque un figliuolo chiamato _Carlo Martello_, che fu poi Re d'Ungheria, del che si fece festa non solo in Napoli, ma in tutte l'altre città del Regno.
Ma poi che Carlo ebbe novella, che tornava da Soria il nuovo eletto Pontefice, e veniva a dismontare in Puglia, cavalcò, ed andò subito in Manfredonia ad aspettarlo e lo ricevè con molta stima ed onore, e volle accompagnarlo per Capitanata e per Abbruzzo fin a Campagna di Roma, lusingandosi con queste carezze tirar Gregorio a dar mano all'impresa, ch'ei meditava di Costantinopoli; ma il novello Pontefice, che stato lungamente in Soria, teneva grande affezione a quella guerra, coronato che fu, nel primo Concistoro fece nota a tutto il Collegio l'intenzion sua, che era d'impiegare tutte le forze del Ponteficato all'impresa di Soria contra Infedeli; la qual cosa, subito che fu scritta al Re Carlo, s'accorse quanto avea perduto con la morte dell'altro Papa suo predecessore.
Era a quel tempo venuto di Grecia Filippo figliuolo dell'ultimo Balduino, genero e cognato di Re Carlo, per sollecitarlo che venisse all'impresa di Costantinopoli, e 'l Re gli consigliò che andasse al Papa: e mandò con lui per Ambasciador suo il Vescovo d'Avignone, i quali trattando insieme col Papa, che volesse contribuire al soccorso, come si conveniva, per far unire la Chiesa greca colla latina, lo ritrovarono molto alieno da tal pensiero; perchè il _Paleologo_, che avea occupato l'Imperio, in quel medesimo tempo avea mandati Ambasciadori al Papa, offerendogli di ridurre la Chiesa greca all'ubbidienza della romana; onde Gregorio, che stimava più il bene universale de' Cristiani che il particolare dell'Imperador Balduino, e che voleva più tosto l'amicizia di colui, che possedeva l'Imperio e poteva sovvenire all'esercito cristiano nel riacquisto di Terra Santa, che divertirsi dall'aiuto dei Cristiani per rimettere nello Stato Balduino; si mosse da Orvieto, escludendolo da questa speranza, e se ne andò in Francia a celebrare il Concilio in Lione, per invitare il Re di Francia e d'Inghilterra, e gli altri Principi oltramontani alla medesima impresa. Il _Paleologo_, ch'avea inteso, che Balduino era andato in persona al Papa, per gelosia ch'ebbe, che non fosse di più efficacia la presenza di lui, che l'intelligenza degli Ambasciadori suoi, si mosse da Costantinopoli e condusse seco il Patriarca e gli altri Prelati del suo dominio a dare ubbidienza al Papa, dal quale fu accolto con grandissimo onore, ed ottenne quanto volle, e se ne tornò subito in Grecia, confermato Imperadore dalla Sede Appostolica[255]. Si adoperò ancora Gregorio, che _Ridolfo Conte d'Ausburg_ fosse eletto Imperador d'Occidente, essendo vacato l'Imperio molti anni, affine d'unire questi Principi al riacquisto di Terra Santa.
Tutte queste cose molto dispiacquero al Re Carlo; e avendo Gregorio nel 1274 aperto già il Concilio in Lione, ed invitato Fra Bonaventura, soprannomato il _Dottor Serafico_, che era stato creato Cardinale, e Fra Tommaso d'Aquino, il _Dottor Angelico_, perchè dovendosi trattare dell'unione della Chiesa greca e latina, potessero questi due insigni Teologi confutar gli errori de' Greci; Carlo temendo che Tommaso, il qual partiva di Napoli, dove in quest'università leggeva teologia, ed al quale erano note le sue crudeltà, nel Concilio non maggiormente esacerbasse l'animo del Pontefice, passando egli per Fossanova, luogo non molto lontano da Terracina, lo fece avvelenare, onde ivi nel monastero de' Monaci Cisterciensi trapassò nel dì 7 marzo dello stesso anno, in età di 50 anni. Ciò che Dante[256] noverò tra le altre fierezze e crudeltà di questo Principe, dicendo:
_Carlo venne in Italia, e per ammenda_ _Vittima fè di Corradino; e poi_ _Ripinse al Ciel Tommaso per ammenda._
Scorgendo per tanto Re Carlo l'animo del Pontefice non esser niente disposto a secondare i suoi desiderj, differì i suoi disegni; e mentre Gregorio visse, non si travagliò molto per le cose d'Italia, nè fuori di quella: ma _fermato_ in Napoli, attese a magnificarla, ed a dar nuovo sistema alle cose di questo Regno, cominciando da lui queste nostre province a riconoscer Napoli per loro capo e metropoli.
CAPITOLO I.
_Cagioni onde Napoli divenisse capo del Regno, e Sede regia._
I primi fondamenti della magnificenza e grandezza di questa città, onde con prosperi avvenimenti surse poi a quello stato in cui oggi si vede, furono gettati da Federico II Imperadore. Primieramente lo studio generale, che questo Principe vi fondò, tirò a quella gli scolari non pur di questo Reame, ma anche di Sicilia e d'altre più remote parti. Il non essersi da poi Federico fermato in Palermo, come gli altri Re normanni suoi predecessori, ma avere scorso più città di queste nostre province, ed essersi spesso fermato in Napoli colla sua Gran Corte e con gli altri Ufficiali del Regno, servì anche per scala a tanta altezza; e l'aver ancora in magnifica forma ridotto il Castello capuano, e quel dell'Uovo vi conferì molto.
L'altra cagione di tanta elevatezza furono _Innocenzio IV_ e 'l suo successore _Alessandro_, i quali in Napoli lungamente colla loro Corte dimorarono; ma coloro, che vi diedero l'ultima mano furono i novelli Re angioini, Carlo I e II, e più la separazione della Sicilia per quel famoso vespero siciliano: donde sursero due Reggie e due Re, cioè l'antico di Sicilia, e 'l nuovo di Napoli. Palermo antica Reggia restò per gli _Aragonesi_ in Sicilia. Napoli nuova Reggia restò per li _Franzesi_ in Puglia e Calabria.
§. I. _Edificj._
Cominciò prima Carlo ad ampliarla con magnifici e superbi edificj: non ben soddisfatto del Castel capuano fatto alla tedesca, appena sconfitto Manfredi, ed entrato con trionfi e plausi in questa città, che fece edificar il _Castel Nuovo_, dove è oggi, al modello franzese, per farlo abile a ricever soccorso per mare, ed a difendere il porto, riputato allora una delle opere più notabili d'Italia, ingrandito poi e reso più forte ed inespugnabile dagli altri Re suoi successori. Narrasi ancora, che nell'antico Molo di questa città per maggior sicurtà de' vascelli e per maggior difesa di questo castello vi avesse fatta edificare quella _Torre_, che ancora oggi ritiene il nome _di S. Vincenzo_, per Chiesetta, che in questo luogo v'era dedicata a quel Santo.
L'adornò anche di magnifiche chiese e monasterj, ed una chiesa de' Frati di S. Francesco, che era in quel luogo ove edificò il Castel Nuovo, la trasferì, come si disse, dove è oggi _Santa Maria della Nuova_ in forma più magnifica, e vi fece un comodo monastero capace di molti Frati Minori, il di cui numero ne' seguenti anni fu notabilmente accresciuto. L'antico palazzo della napoletana Repubblica, ove solevano convenire per pubblici affari il Popolo e la Nobiltà, per tenergli divisi, proccurò che si disfacesse, e fecevi edificare quella magnifica chiesa che ritiene ancora il nome di _S. Lorenzo_, (che poi Carlo II suo figliuolo ridusse in più ampia forma) a cui unì un ben grande convento di S. Francesco.
L'antico Duomo di Napoli, che prima era la chiesa di S. Restituta, lo cominciò in altra più grande e magnifica forma a ristorare, ciò che non potendo perfezionare, Carlo II poi lo fece riedificare nella forma che oggi si vede, benchè nell'anno 1456 per un gran tremuoto cadde, e fu in quella guisa che stava prima ristorato dal Re Ferrante I d'Aragona e da molti altri signori del Regno, che tolsero ognuno da per se una parte a ristorare, de' quali si vedono oggi l'insegne sopra i pilastri.
L'esempio del Principe mosse anche i suoi famigliari e domestici a far il medesimo, i quali d'altre Chiese l'adornarono; ma sopra tutti si distinsero tre Franzesi che si crede fossero stati tre cuochi del Re Carlo, i quali ottenuto dal medesimo nell'anno 1270 per donazione quel luogo, v'edificarono un ben grande Ospidale e una chiesa dedicata a tre Santi Vescovi Eligio, Martino e Dionigi: che in decorso di tempo si è resa una delle opere più notabili della pietà cristiana.
Fece ancora delle pietre quadrate, ch'erano per le ruine della via Appia, lastricare in bella forma le strade della città, e rifare le mura della medesima in miglior modo di prima. E per renderla più abbondante di viveri e di traffichi, fece quel gran mercato, che oggi si vede, in luogo più ampio e capace, poichè allora era fuori della città[257]; onde Napoli ebbe due mercati, questo nuovo fatto da Carlo, ove fu decapitato l'infelice Corradino, ed il mercato vecchio che era prima vicino alla chiesa di S. Lorenzo.
§. II. _Ristoramento degli Studj._
Imitando questo Principe le vestigia di Federico II per render più rinomata ed illustre questa città, ampliò lo Studio generale da Federico fondato, e l'arricchì di molte altre prerogative e privilegi. Re Roberto suo nipote tra' suoi _Capitoli_, che aggiunse a quelli fatti dall'avo e dal padre, rapporta un ampio privilegio a quest'Accademia conceduto da Carlo nel primo anno del suo Regno 1266 che fu istromentato da Roberto da Bari suo Protonotario in Nocera, nel quale mostra essergli stato sommamente a cuore la grandezza e decoro di questa Accademia[258]. Perciocchè per maggiormente privilegiare i Dottori e gli scolari di quello, costituisce loro un proprio e particolare Giustiziero, avanti di cui ordina, che tutte le loro cause civili o criminali, attori o rei che fossero, debbano agitarsi; nè che possano esser tirati a piatire altrove avanti altro Giudice o Tribunale, se non se volessero a loro arbitrio per via di compromesso andare avanti l'Arcivescovo della città, ovvero ad un Dottore dell'istessa Accademia, affinchè determinassero le loro cause. Stabilì per ciò al Giustiziero, se sarà napoletano, 20 once d'oro l'anno per sua provisione, e se sarà forastiero 30. Ed il Summonte da' libri dell'Archivio dell'anno 1269 rapporta, che fu da Carlo costituito in quell'anno per Giustiziero Landolfo Caracciolo con 20 once d'oro l'anno per suo salario. Statuì a questo Giustiziero per la retta amministrazione della giustizia tre assessori: uno oltramontano da eleggersi dagli scolari oltramontani, che venivano quivi a studiare; l'altro Italiano, che doveasi eleggere per gli scolari d'Italia; ed il terzo Regnicolo, la di cui elezione apparteneva ai scolari del Regno; li quali dovevano da tre in tre mesi successivamente mutarsi.