Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 4

Chapter 43,530 wordsPublic domain

Ma vedi l'incostanza delle cose mondane: questa istessa grande sua felicità, prestamente si convertì in sua grave ruina; poichè gli Eunuchi del palazzo reale, ch'erano stati compagni di Majone nel congiurar contro il Re, insieme con la Regina, dispiacendogli grandemente tanta grandezza di Bonello, e temendo non alla fine contro a loro si convertisse, cominciarono in varie maniere a porlo in odio al Re, con fargli sospetta la potenza di lui; dicendogli che apertamente aspirava a farsi Signor di Sicilia, e che perciò l'amor de' Popoli e de' Baroni s'acquistava; nè ad altro fine esser stato da lui ucciso innocentemente l'Ammiraglio, che per torre di mezzo colui, che sempre vigilava per la sicurezza e grandezza del Re, essendo state manifeste falsità tutte le cose, che se gli erano apposte; e che il diadema e l'altre regie insegne, che s'erano ritrovate fra' suoi tesori, l'avea fatte fare il morto, per donarle a lui nel principio del prossimo mese di gennaio per offerta[40]. Era il Re, fra gli agi del real palazzo, ed il lungo ozio, venuto in tale infingardaggine e stupidezza, che toltone la cura, alla quale era dalla sua avarizia stimulato, di cumulare tesori, imponendo perciò gravezze intollerabili a' suoi vassalli, onde riportonne il titolo di Malo, era assai diverso da quel di prima divenuto; e già cominciava a sentir dello scemo, onde di poca levatura avea mestiere perchè fossero credute da lui tutte quelle cose che s'imputavano a Bonello, onde cominciò ad odiarlo, ed a credere, che non per altro avesse tolto di vita Majone, che per potere anche poi uccidere più liberamente lui. E benchè e' fosse facile ad incrudelire, pure soprastette in procedere contro Bonello, temendo dell'amor, che gli portava il Popolo di Palermo, il qual vedeva ancor tumultuante, e non bene racchetato. Incominciò sì bene a richiedere al Bonello grossa somma di denaro, del quale era per addietro debitore alla real Corona; ma come genero di Majone, non sapendolo il Re, non s'era riscosso. Il perchè il Bonello vedendosi chiedere improviso un debito vecchio, e già dimenticato, e di rado chiamare in Corte, e non esser colà ricevuto con le primiere accoglienze, cominciò a maravigliarsi, ed a gir ripensando onde sì fatta mutazione cagionar si potesse, accrescendogli il sospetto e 'l timore il veder molto favorito dal Re Adinolfo Cameriero già carissimo a Majone, e tanto costui, quanto gli altri suoi nemici mostrargli con molta audacia apertamente l'odio, che gli portavano. Ed essendo in que' giorni morto l'Arcivescovo Ugone per lo veleno datogli per opra dell'Ammiraglio, rimasto privo del suo consiglio e del suo aiuto, era più scovertamente perseguitato dagli emuli suoi; le quali cose giudicava esser segno assai chiaro, che l'animo del Re era cangiato verso di lui, e che perciò i suoi nemici avean presa audacia d'insidiargli anche la vita. Per la qual cosa si risolvè di significare il tutto a Matteo Santa Lucia suo consobrino, ed a molti altri Baroni siciliani, i quali chiamati per sue lettere eran venuti a Palermo, dando loro a vedere, che in vece d'esser largamente premiato, per aver con la morte data all'Ammiraglio salvata la vita al Re, veniva ora da costui, per aggradire alla Regina sua moglie, ed agli Eunuchi del palazzo, costretto a pagare i debiti vecchi, e in molte altre guise gravemente perseguitato e condotto a periglio di dover perderne la vita; onde gli pregava, che non l'avessero abbandonato in sì gravi travagli, perchè se fossero stati uniti strettamente insieme, non gli sarebbe mancato il modo da far generosamente difesa contro chiunque gli avesse voluto offendere. Queste parole di Bonello cagionarono negli animi di que' Baroni effetti molto più vantaggiosi di quel che s'avrebbe egli mai potuto promettere, perchè trovandogli molto disposti a' suoi desiderj, dopo vari discorsi alla fine conchiusero di tor via il Capo di tanti mali e congiurarono contro il Re, con intendimento d'ucciderlo, o di porlo in prigione, e crear Re il suo figliuolo, nomato Ruggieri, fanciullo ora di nove anni, il quale per la memoria dell'avolo, e per la virtù, che in quella tenera età dimostrava, stimavano dover riuscire ottimo Principe[41]; ma perchè non giudicavano convenevole porsi essi soli a così gran fatto, trassero parimente nella congiura Simone figliuol bastardo del Re Ruggieri, che odiava fieramente il fratello per avergli costui tolto il Principato di Taranto lasciatogli dal padre, e datogli in vece il Contado di Policastro. Vi trassero ancora Tancredi figliuolo di Ruggiero Duca di Puglia, uomo benchè alquanto cagionevole della persona, dotato nondimeno di grande avvedimento, e di sommo valore, il quale era d'ordine di Guglielmo tenuto a guisa di prigioniero dentro il palazzo reale; e Ruggieri dell'Aquila Conte d'Avellino parente anch'egli del Re per cagione dell'avola Adelasia; ed era il loro intendimento di crear Re il fanciullo Ruggieri, acciocchè si vedesse da' Popoli di Sicilia, che non volean torre il Regno alla schiatta di Guglielmo, ma torlo a lui, che con tirannide il reggea. Infatti avendo corrotto Gavarretto, che avea in suo potere le chiavi delle prigioni, e che sovente da Malgerio era lasciato in suo luogo alla guardia del castello, rimasero seco d'accordo, che in uno statuito giorno ponesse in libertà tutti i prigioni, che essi volevano che fosser nella congiura, e provedutigli d'arme, avesse lor significato, con un segno fra di loro ordinato, essere il fatto in ordine. Dopo la qual cosa Matteo Bonello ne andò a Mistretto suo castello non guari da Palermo lontano, per riporvi vittovaglie e munirlo di soldati insieme con alcuni altri suoi luoghi, acciocchè avesser potuto ricovrarsi in quello in ogni sinistro avvenimento, dicendo a suoi compagni, che sino al suo ritorno non avesser fatto nulla ed avessero il segreto con prudenza custodito, e se cosa alcuna importante fosse improvisamente avvenuta, l'avessero con lor lettere chiamato, che sarebbe di presente ritornato alla città con grosso stuolo d'armati. Or dimorando nelle sue terre il Bonello avvenne che un de' congiurati palesò il negozio ad un soldato suo amico, cercando di trarlo nella congiura, e 'l soldato avendo con molta diligenza raccolto il tutto gli rese grazie, e prese tempo a dargli risposta di quel, che avesse risoluto di fare insino al seguente giorno; indi se ne andò a ritrovar un altro suo amico, che era uno de' congiurati, al quale con indignazione comunicò tal fatto, con risoluzione di doverlo rivelare al Re per impedire tanta scelleraggine, che avrebbe portata grand'infamia a' Siciliani, dove in sì fatta guisa facessero mal menare il lor Signore. Questi dissimulando il fatto, e mostrando anch'egli sdegnarsi di tal cosa, tosto andò a ritrovar il Conte Simone, e gli altri Capi del trattato, e gli riferì tutto quel che per poca accortezza de' compagni era avvenuto, con dirgli che deliberato avessero quella notte di quello che a fare aveano, perchè la mattina senza fallo Guglielmo avrebbe avuto contezza di tutto. Il perchè smarriti del vicin pericolo, conchiusero di porre prestamente ad esecuzione il negozio, non essendovi tempo di fare venire il Bonello. Avvisato dunque il custode delle carceri, che nel seguente giorno, già che non si potea attendere il prefisso tempo, avesse posti in libertà i prigioni, ebber da lui risposta essere all'ordine per eseguire il tutto nella terza ora del dì, mentre il Re fuori delle sue stanze in un luogo particolare, ove solea dare audienza, sarebbe stato trattando con l'Ammiraglio Arcidiacono di Catania degli affari del Regno, ed ivi senza tumulto ed impedimento alcuno si potea, o uccidere, o far prigione, come meglio avesser voluto; laonde con la certezza di tal fatto dettogli così fedelmente dal Gavarretto, rinfrancarono i congiurati gli animi già in parte smarriti, sì per l'assenza di Bonello e degli altri, che n'erano seco giti a Mistretto, come ancora perchè bisognava far frettolosamente quel che con maturo consiglio e con opportuno tempo avean conchiuso di fare.

Or venuto il nuovo dì il Gavarretto nell'ora destinata eseguì con molta accortezza la bisogna a lui commessa, cavando di prigione Guglielmo Conte di Principato con tutti gli altri uomini nobili che colà erano, i quali avea prima proveduti d'armi, e gli condusse nel luogo ove introdotti avea di fuora i lor compagni, li quali postisi appresso al Conte Simone, ch'era lor guida, che per essere allevato colà dentro sapea tutte le vie dell'Ostello, giunsero ove il Re Guglielmo stava ragionando con Errico Aristippo. Ma il Re veggendo venire il Conte Simone suo fratello e Tancredi suo nipote, si sdegnò, che senza sua licenza gli venissero innanzi, maravigliandosi come le guardie gli avesser lasciati entrare; pure come s'avvide ch'eran seguiti da grossa schiera d'armati, immaginandosi quel che veniano per fare, spaventato dal timor della morte si volle porre in fuga, ma sovraggiunto prestamente da molti di essi, rimase preso, e mentre gli era da loro con acerbe parole rimproverata la sua tirannide, vedendo venirsi sopra con le spade sfoderate Guglielmo Conte di Lesina, e Roberto Bovense uomini feroci e crudeli, pregò coloro che lo tenevano, che non l'avessero fatto uccidere, ch'egli avrebbe incontanente lasciato il Regno; tenendo per sicuro, che i congiurati gli volesser torre la vita; la qual cosa gli sarebbe agevolmente avvenuta, se Riccardo Mandra ponendosi in mezzo non gli avesse raffrenati, rimanendo per sua opera in vita il Re, il quale fu posto strettamente in prigione; ad avendo fatta anche in una camera guardare onestamente la Reina ed i figliuoli, si posero a ricercare i luoghi più riposti del palagio, ponendo il tutto a ruba, e predando le più pregiate gemme e le più preziose suppellettili che v'erano, non risparmiando nè anche l'onore delle vaghe damigelle della Regina[42]. Uccisero parimente tutti gli Eunuchi, che loro alle mani capitarono, ed usciti poscia nella città saccheggiarono molte ricche merci de' Saraceni, che teneano nelle lor botteghe o nella real dogana. Dopo i quali avvenimenti il Conte Simone, ed i suoi seguaci presero Ruggiero Duca di Puglia primogenito di Guglielmo, e cavandolo fuori del palagio il ferono cavalcar per Palermo sopra un bianco destriere, e mostrandolo al Popolo, il gridarono con allegre voci Re, essendo lietamente ricevuto da tutti per la memoria dell'avolo Ruggiero, e sovrastettero a coronarlo solennemente, sin che giungesse il Bonello, che a momenti s'aspettava. Gualtieri Arcidiacono di Ceffalù maestro del fanciullo, biasimando in questo mentre la crudeltà e le altre malvagità di Guglielmo pubblicamente, e convocando le brigate dicea loro, che giurassero d'ubbidire al Principe Simone, che così esso il chiamava, il quale avrebbe retto e governato il Regno insino che il fanciullo Re fosse giunto all'età idonea; per opera del qual Gualtieri fecero molti tal giuramento, ed altri negarono costantemente di farlo, benchè niuno avesse ardimento d'opporsi a' congiurati; perciocchè de' Vescovi, ch'erano allora nella città, ed avean molta autorità nel governo del Reame, alcuni lodavano tai cose apertamente, ed altri l'approvavano col tacere, stando cheta la plebe per intendere, che il tutto era avvenuto per opra del Bonello. Ma tardando esso a venire, si partirono di Palermo Guglielmo Conte di Principato, e Tancredi Conte di Lecce, e ne girono a Mistretto per condurlo nella città con suoi soldati armati, temendo non alla fine, come appunto avvenne, cominciasse il Popolo palermitano a favoreggiare il Re, e lo riponesse in libertà.

Essendo intanto passati tre giorni in cotai pratiche, e che il Re dimorava in prigione, non comparendo altrimenti il Bonello, cominciarono Romualdo Arcivescovo di Salerno, Roberto Arcivescovo di Messina, Riccardo Eletto di Siracusa e Giustino Vescovo di Mazzara a persuadere a' Parlamenti, che facessero sprigionar il Re, dicendo ch'era laida e sconvenevol cosa a soffrire, che il lor Signore fosse così obbrobriosamente tenuto in prigione, e che i tesori acquistati con molta fatica per la diligenza d'ottimo Re, e bisognevoli per la difesa del Reame fossero in sì fatta guisa rubati e ridotti a nulla[43]. Queste parole dette, ed ascoltate primieramente fra pochi, si sparsero poscia tantosto fra tutto il volgo; onde come fossero stati a ciò chiamati da divino oracolo, o se seguitassero un fortissimo capitano, armatisi tutti, assediarono il palagio, richiedendo con fiere voci a coloro ch'eran colà entro, che avessero prestamente liberato il Re. I congiurati attoniti e smarriti per sì subita mutazione, cominciarono da prima valorosamente a difendersi, ma conoscendo tutto esser vano, non essendo bastevole il lor numero a difendersi contro moltitudine sì adirata, costretti da dura necessità ne girono al Re, e trattolo di prigione patteggiarono con lui, che gli avesse lasciati gir via liberi, ed indi il condussero ad un verone a vista di tutti. Ma veduto i Palermitani in tale stato il loro Re, vennero in maggior rabbia, volendo in tutti i modi gittar le porte a terra, ed entrar a prender vendetta de' congiurati, i quali vi sarebbero senza fallo mal capitati, se Guglielmo facendo lor cenno con mano, non gli avesse racchetati, dicendogli aver bastevolmente fatto conoscere la lor fedeltà, con averlo fatto porre in libertà, e che riponessero l'armi, e ne lasciassero gir via liberi coloro, che l'avean preso, avendo così loro promesso: alle cui parole ubbidendo, tutti andarono via, lasciando libera l'uscita del castello, ed i congiurati uscendo di là, tantosto si partirono da Palermo, e ritiraronsi a Cacabo.

CAPITOLO III.

_Il Re GUGLIELMO posto in libertà ripiglia il governo del Regno: morte di Ruggiero suo primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed in Puglia, che finalmente si quietano per la morte del Bonello e degli altri congiurati._

Apportò questo avvenimento in breve tempo asprissime calamità alla Sicilia; perciocchè non solo molti nobilissimi Baroni per tal cagione mal capitarono, e ne andarono a male buona parte de' tesori reali, ma ne morì parimente il Duca Ruggieri, che sin d'allora dava chiari segni d'aver a riuscir ottimo Principe, il quale mentre nel tumulto fatto dal Popolo con poco avvedimento sporgendo il capo in fuori d'una finestra guardava coloro, che assediavano il palazzo, fu ferito d'una saetta tirata, siccome fu allora costante fama, da Dario portiero del Re; la ferita però non sarebbe stata bastevole a farlo morire, se il padre Guglielmo veggendoselo gir lieto dinanzi dopo esser stato posto in libertà, sdegnato, che l'avesser anteposto a lui, non badando, che il figliuolo non vi aveva colpa alcuna, non l'avesse sconciamente nel petto d'un fiero calcio percosso; onde raccontando Ruggiero quel che gli era col Re avvenuto alla Regina sua madre, non guari da poi uscì di vita.

Ravveduto Guglielmo della vergogna del misfatto, e degli altri mali che patiti avea, dimenticatosi d'esser Principe, e deposta la veste reale vilmente piangendo traea dolorosi guai, ed uscito quasi di se stesso non faceva, che dolersi amaramente, e con le porte aperte a chiunque entrar volesse, raccontava la sua sciagura; onde traeva lagrime eziandio da' suoi nemici medesimi. Ma alla fine avvertito da' famigliari e da' molti Prelati, ch'eran venuti a consolarlo, fece un giorno convocar il Popolo nella Corte del suo palazzo ove egli disceso, rese primieramente lor grazia della fedeltà dimostrata: indi gli esortò a durar nella medesima fede, e riputando essergli tutto ciò accaduto da giusto castigo, che gli dava meritamente Iddio, sarebbe da indi innanzi altrimenti vivuto; nè potendo, impedito dal dolore e dalle lagrime, dir più oltre; Riccardo Eletto di Siracusa, uomo di somma dottrina e di maravigliosa eloquenza, manifestò a quelle turbe più apertamente quanto il Re avea detto, e per testimonianza del suo buon volere concedette allora a' Palermitani molti privilegi e franchigie; la qual cosa tanto più fu lor gratissima, quanto che ottenuta in tempo, che men se 'l pensavano.

Avea intanto il Bonello intesa la novella della liberazion del Re, e se bene simulando il contrario mostrasse al medesimo il suo dispiacere, e che egli non vi avea tenuto parte, ed il Re parimente accomodandosi al tempo, lo dissimulasse; pure l'unione scoverta a Cacabo di molti Baroni insieme con lui, non potè più dissimularsi, poichè il Conte Simone, Tancredi Conte di Lecce, Guglielmo Conte di Lesina, Alessandro Conte di Conversano, Ruggieri Sclavo, e tutti gli altri che avean posto il Re in prigione, si erano uniti a Cacabo con Bonello, ed avean con loro grosso numero di gente armata: il perchè Guglielmo inviò messi al Bonello a dimandare che volea dinotar quell'unione e que' soldati, e se egli non s'era mischiato co' consigli de' congiurati, come poi gli avea albergati nel suo castello: alla qual ambasciata egli rispose, che sarebbe stata gran crudeltà la sua a scacciar tanti Grandi del Regno, ch'erano ricorsi da lui per non esporsi alla sua indignazione, e che non poteva lasciare di dirgli, che se ben esaminasse i fatti suoi si sarebbe maravigliato, come potessero tanti uomini illustri soffrire il giogo di tante leggi gravose, che avea imposte, per opprimere la loro libertà: e fra l'altre, come potessero soffrire vedersi le loro figliuole in tutto il tempo della lor vita rimanere nelle loro case con perpetua virginità, non dando loro il permesso di poterle maritare, se non quando fossero senza speranza di prole, acciocchè i feudi ricadessero a lui: laonde se voleva ch'egli insieme con li congiurati vivessero seco in pace, che togliesse via le tante leggi, che nuovamente avea fatte per opprimere la loro libertà e restituisse le lodevoli costumanze, che furono nel Regno introdotte dagli avoli suoi Ruggiero Conte di Sicilia e dal famoso Roberto Guiscardo, e quelle osservasse, perchè altrimenti essi avrebbero procacciato di fargliele osservare per forza d'armi[44]. Dispiacque al Re sì ardita risposta, facendo loro incontanente significare, ch'egli prima si sarebbe contentato perdere il Reame e la vita appresso, che per tema di loro avesse a far cos'alcuna di quel che chiedevano; ma se deposte le armi, e rimessisi al suo arbitrio, dimandassero cose ragionevoli, egli agevolmente glie le avrebbe accordate. Al che non volendo essi in modo alcuno consentire, s'avviarono armati verso Palermo, ponendo que' cittadini in grandissimo terrore per la tema, ch'aveano non impedissero il venire delle vettovaglie nella città. All'incontro il Re ragunati molti soldati, deluse ogni loro sforzo; pure volendo ad ogni modo racchetar tal rivoltura, inviò di nuovo al Bonello Roberto da S. Giovanni Canonico di Palermo, uomo di chiaro nome e d'incorrotta fede, il quale colla sua efficacia e destrezza, pose il tutto in concordia, perdonando il Re a coloro, e dando loro galee armate, con le quali potessero liberamente uscir fuori del Regno, onde alcuni d'essi, ed il Conte Simone ne girono in Grecia, ed altri oltre mare in Gerusalemme. Ricevè in sua grazia Bonello: perdonò altresì a Ruggiero dell'Aquila Conte d'Avellino, sì per essere assai giovanetto, e per ciò più meritevole di perdono, sì anche per li prieghi, e per le lagrime dell'avola Adelasia consobrina del Re, la quale, non essendole rimasto altro erede di questo Conte, teneramente l'amava; e Riccardo Mandra che lo campò da morte, volle tenerlo presso di se, creandolo Gran Contestabile di Sicilia[45]. Ma non per ciò i mali della Sicilia ebbero fine, poichè Ruggiero Selavo figliuolo del Conte Simone, e Tancredi Conte di Lecce, con molti altri lor partigiani, i quali non aveano voluto concordarsi col Re, cominciarono ad occupare molte terre, ed a far danni gravissimi ne' vicini territori di Siracusa e di Catania. La novella del qual fatto capitata a Palermo, empiè tantosto di nuovo terror la Corte, onde persuaso il Re, che non senza intendimento del Bonello tutti questi travagli accadevano, lo fece porre in prigione; ed ancorchè da prima il Popolo palermitano per tal prigionia tumultuasse, e cercasse di liberarlo; nulladimanco tantosto, come è la natura del volgo varia ed incostante, cominciò a perdersi d'animo, ed a non curar più di lui, temendo l'ira del Re, il quale fatto porre Bonello in una oscurissima prigione sotterra, lo fece da poi abbacinare, e tagliatigli i nervi sopra i talloni, fu condannato a perpetua carcere, ove non guari da poi, piangendo invano la sua sventura, tutto dolente se ne morì. Debellò anche il Re gli altri congiurati, ed in breve rassettò non meno le cose di Palermo, che di tutta quell'isola.

Ma restava ancora a Guglielmo di sedare le revoluzioni della Puglia mosse per opra d'alcuni Baroni partigiani, che furono dell'ammiraglio Majone, e sopra tutti da Roberto di Bassavilla conte di Loritello, il quale unitosi col Conte Giliberto, e 'l Conte Boemondo, cominciò ad occupare in Puglia molte terre del Re sino ad Oriolo, castello posto tra i confini di Puglia e di Calabria. Passò poi in terra di Lavoro, dove tentò d'occupar Salerno; ma non essendogli riuscito il suo disegno passò a Benevento, che tantosto se gli diede; ed indi ritornato in Puglia prese Taranto. Travagliavasi parimente in Calabria, ove tutti i più potenti Baroni erano aperti nemici del Re, ed aderivano al Conte Roberto, fra quali Clemenzia Contessa di Catanzaro avea afforzato Taverna di grosso presidio per far contro l'armi del Re lunga e gagliarda difesa. Ma intendendo Guglielmo tutte le province del Regno di Puglia in tale stato esser ridotte, pensò non altrimenti poter racchetare queste turbolenze, che unendo numerosa armata di presente in persona passarvi, e porsi alla testa di quella: e prima del suo partire, per torsi dinanzi un grande ostacolo, fece venir a se, sotto altro pretesto, Ruggiero Sanseverino detto di Martorano Barone di molta stima in Calabria, il quale egli tenea per suo fiero inimico, per aver grandemente aderito al Bonello ne' passati tumulti, e senza altra pruova di fellonia il fece prestamente porre in prigione e cecare.