Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 31

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In questo nostro Reame si è ancor veduto quanto fosse grande il suo zelo in estirpargli; poichè oltre d'aver pubblicata quella celebre Costituzione _Inconsutilem_, avendo preinteso, che in queste nostre province, e particolarmente in Napoli, era penetrata l'eresia de' _Patareni_, mandò l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di Principato suo Maresciallo a carcerargli. Non istituì però (che che si facesse in Sicilia, di che alcuni anche ne dubitano, non essendovi Scrittor contemporaneo, che lo rapporti) per queste nostre Province particolar Tribunale d'_Inquisizione_ contro i medesimi. Solo comandò a' suoi Ufficiali, che contro di loro, ancorchè non accusati, procedessero _ex inquisitione_, siccome si costumava negli altri enormi e gravi delitti, e con molto più rigore di quello, che si praticava ne' delitti di lesa Maestà umana. Perciò stabilì, che gl'indiziati, ancorchè per leggieri sospetti, si dovessero portare ad esaminarsi avanti i Prelati e persone ecclesiastiche, come coloro, a' quali appartiene, ed è della lor perizia di conoscere se le opinioni deviano dalla fede cattolica in qualche articolo; i quali Prelati se evidentemente, e con manifeste e chiare pruove conosceranno essere i rei convinti d'eresia, era solamente della loro incumbenza di ammonirgli _pastorali more_, affinchè lasciassero gli errori, e l'insidie del Demonio; e se, così ammoniti, pertinacemente s'ostineranno ne' loro errori, e costantemente vorranno in quelli perseverare, era terminata la loro incumbenza[389]; e de' rei in cotal guisa convinti, prendevano cura i Magistrati secolari, i quali a tenore di quella sua Costituzione gli sentenziavano a morte, e ad esser bruciati vivi nel cospetto del Popolo. Stabilì ancora che nelle Corti generali, che due volte l'anno doveano tenersi nel Regno, i Prelati dovessero denunciar gli Eretici al suo Legato, ed agli Ufficiali, che componevano quella Corte[390], affinchè ne prendessero severo castigo. E quantunque presso di noi non istituisse particolar Tribunale, volendo, che que' medesimi suoi Ufficiali, a' quali era commessa la punizione di tutti gli altri delitti, procedessero anche in quello: i modi però, che prescrisse di procedere contro gli Eretici, e le pene, ed i mezzi per iscovrirgli, furono troppo diligenti e rigorosi. Egli fu il primo, che generalmente gli condennò a pena di morte: egli castigava severamente i loro recettatori, e coloro, dai quali erano ajutati: favoreggiò le pruove, e volle, che contro di quelli si procedesse anche _ex inquisitione_, come in tutti gli altri enormi delitti, e che a somiglianza di questi, per inquisirgli bastassero leggieri indizj: separò con ben fermi e chiari confini le conoscenze, che gli Ecclesiastici, ed il Magistrato secolare doveano avere intorno a questo delitto. La conoscenza del diritto, se tal opinione era eretica, o no, tutta intera la lasciò agli Ecclesiastici; e perciò volle, che gl'imputati d'eresia fossero esaminati da persone ecclesiastiche, perchè non altronde poteva conoscersi se l'errore era dannabile o no, se s'opponeva alla nostra Fede, ed a' suoi Dogmi, o non s'opponeva. Essi doveano ricercarli, essendo ciò della lor perizia, non altrimente che negli altri delitti, ne' quali accade richiedersi il giudicio de' periti. La conoscenza del fatto, e la condanna era del Magistrato secolare, non potendo la Chiesa, come altrove fu notato, in questi delitti, toltone di separargli dal consorzio de' Fedeli, condennar a morte, nè a mutilazion di membra, nè d'affliggere i rei con altre temporali pene.

A torto adunque vien lacerata la fama di Federico da' nostri Scrittori italiani, per lo più tutti Guelfi. E se egli fu crudele contro alcuni Prelati, e più contro i Frati e Monaci, ben nel corso di questo libro si sono vedute le cagioni di tanta severità, e delle occasioni dategli d'usarla. Nè deve riputarsi estraneo dalla potestà del Principe, quando si mova con giuste cagioni, e precisamente se lo faccia per ragion di Stato, d'esiliare i Vescovi, discacciargli dalle loro sedi, imprigionare i Frati, ed incrudelire contro di essi, quando sono perturbatori dello Stato, e della pubblica quiete. E molto meno deve parer cosa strana di taglieggiare i beni degli Ecclesiastici, quando il bisogno del Principe e della Repubblica lo richieda.

I Principi, sempre che il bisogno de' loro Regni il richiedeva, sono stati soliti imporre alle Chiese e Monasterj certo tributo, che esigevano unitamente dalle città e Feudatarj; e come altrove fu notato, li _Patrimonj_ delle nostre Chiese pagavano il tributo agli Imperadori d'Oriente.

Carlo M., discacciato Desiderio, e resosi padrone del Regno d'Italia, lo impose alle Chiese e Monasterj d'Italia, come lo testimonia il Sigonio[391]. E coloro, che sotto il nome di Principi di Benevento ressero la maggior parte di queste province, che oggi compongono il nostro Regno, han sempre esatto questi tributi dalle Chiese e monasterj che si tassavan a proporzione, dal valore delle robe, che possedevano. Così quando nell'anno 851 sotto Lotario Imperadore, e Lodovico Re d'Italia suo figliuolo, fu diviso il Principato di Benevento, ed eretto in Principato di Salerno tra Radelchiso Principe di Benevento e Siconolfo Principe di Salerno, abbiamo, che fra l'altre cose, che furono accordate tra questi due Principi, fu che di tutte le robe de' Vescovadi e monasterj, ovvero _Xenodochii_, se ne prendesse conto, e secondo il valore delle medesime si tassasse il censo solito a contribuirsi al Principe: nel che furono solamente eccettuati i monasterj di Monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Vulturno, i quali perchè stavano sotto l'immediata protezione dell'Imperador Lotario, e del Re Lodovico, furono esentati per li privilegi e prerogative, che ne tenevano. Siccome ne furono anche eccettuate le robe degli Abati e d'altri Ecclesiastici, che servivano al Principe nel proprio palazzo[392]. Ma poi mutate le cose ed innalzato da' Papi l'Ordine ecclesiastico in più sublime stato, sottraendogli, così per ciò che riguarda le loro persone, come le loro robe, dalla potestà e giurisdizione del Principe; sembrava Federico empio e tiranno, il quale seguendo gli antichi esempj, si studiava restituire l'antiche ragioni, e preminenze sopra le loro persone e beni.

Del rimanente, tolte da lui queste false accuse, fu Federico un Principe, in cui di pari gareggiavano la giustizia, la magnificenza e la dottrina. Egli ci lasciò molte sagge ed utili leggi; ed a cui molto deve questo Regno, e Napoli più d'ogni altra città del medesimo. Egli amantissimo delle lettere vi fondò una famosa Accademia, ove chiamò gli scolari da tutti i suoi dominj. Egli ancora dottissimo in filosofia, ed in ogni altra scienza, pose in grande onoranza lo studio pubblico di Salerno per la medicina, e ne fondò un altro di nuovo in Padova, togliendolo da Bologna città sua inimica, ordinando, che in questi Studj non dovessero gire a studiare i cittadini delle città Guelfe sue nemiche di Lombardia, di Toscana e di Romagna.

E ciò che è da ammirare, in un secolo, nel quale, come dice l'Anonimo[393], _erant Literati pauci, vel nulli_, egli non solo fu amante delle buone lettere, ma come studiosissimo di filosofia e d'ogni altra scienza compose un libro _de Natura, et Cura Animalium_[394]. Egli spinse _Giordano Ruffo_ Maestro della sua Manescalchia reale a comporre un Trattato della cura e medicamenti de' cavalli, il quale nel fine del libro, che si conserva in S. Giovanni a Carbonara, fra i libri, che furono del Cardinal Seripando, dice, che egli di quanto avea scritto n'era stato istrutto da Federico suo Signore.

Fece dal Greco e dall'Arabico traslatare molti libri in linguaggio latino, come l'_Almagesto di Tolomeo_, l'opere di Aristotele, e molti altri di medicina, e di altre scienze, de' quali, siccome scrive Giovanni Pontano, inviò a donare con sua particolar lettera, che si legge nel terzo libro dell'epistole di Pietro delle Vigne, alcune opere d'Aristotele a' Maestri e Scolari dello Studio di Bologna, prima che divenissero suoi nemici.

Fece parimente comporre da _Michele Scotto_ famoso Medico ed Astrologo di que' tempi, e suo carissimo famigliare molti libri di filosofia, di medicina, e di astrologia, come testifica l'istesso Michele in alcuni d'essi, che li dedica, e Corrado Gesnero nel suo Compendio; ond'è, che le cose filosofiche e le matematiche cominciarono ad aver vita: e per essersi queste opere d'Aristotele, e libri di Galeno, e degli altri Medici arabi lette nelle nostre Scuole, e favorite da Federico, quindi la filosofia d'Aristotele, e la medicina di Galeno, acquistarono appresso di noi, e fecero quei progressi nelle Scuole, che insino a' nostri tempi abbiam veduto.

Fece ancora ridurre in ordine quelle sue Costituzioni, donde furon prese molte Autentiche ed inserite nel Codice di che altrove abbiam ragionato; siccome i libri delle nostre _Costituzioni_ pur a lui li dobbiamo che fece compilare da Pietro delle Vigne celebre Giureconsulto di questi tempi. Compose ancora un libro della Caccia de' Falconi, della quale non s'avea allora notizia alcuna; e Manfredi suo figliuolo vi aggiunse poscia molte altre cose.

E se in sì gran Principe questo anche annoverar si dee, fu egli versatissimo in molte lingue, così nella latina, come nella greca, nella italiana, nella francese ed anche nella saracena, oltre della tedesca sua natia; e si dilettò di poesia italiana, e vagamente molti Sonetti e Canzoni compose, che insino ad ora si leggono unite con quelle di Pietro delle Vigne, di Enzio suo figliuolo e d'alcuni altri Poeti di que' tempi, quando la nostra lingua italiana surta dal mescuglio di tante altre lingue e dalla latina precisamente, cominciava a diffondersi, e che raffinata poi da valenti Scrittori, meritò d'esser paragonata alla latina, ed alla greca istessa, anzi contendere con quelle di maggioranza, ed al suo genio verso la poesia deve questo secolo tanto numero di Poeti antichi, de' quali Lione Allacci[395] tessè lungo catalogo; e fra noi l'_Abate di Napoli: Giacomo dell'Uva di Capua: Folco di Calabria: Guglielmo d'Otranto: Guezolo da Taranto: Ruggiero e Giacomo Pugliesi: Cola d'Alessandro_, e tanti altri antichi Rimatori nell'infanzia della lingua italiana.

Principe magnificentissimo, che ornò Italia e questo nostro Reame di molti nobili edifici, e particolarmente Capua e Napoli, avendo in questa ampliato e ridotto in miglior forma il castello Capuano; ed in quella rifatto con gran magnificenza l'antico ponte di Casilino sopra il fiume Vulturno con due fortissime torri, ove fece porre la sua statua di marmo, che ancora oggi ivi s'addita.

Fondò molte città in questi suoi Reami, le quali furono Alitea e Monte Lione in Calabria; Flagella in Terra di Lavoro a fronte di Cepparano e Dondona in Puglia, delle quali due oggi non vi è vestigio, essendo subito dopo il lor principio disfatte; Augusta ed Eraclea in Sicilia; e l'Aquila in Apruzzi a' confini del Regno per fronteggiare allo Stato della Chiesa.

Ma quello, di che questo nostro Reame è principalmente debitore a questo Principe, si è il vedere, che sotto di lui con miglior ordine e distinzione si videro divise queste nostre province: ciocchè bisogna minutamente notare, per lo rapporto, che si tiene ancora oggi di questa divisione.

CAPITOLO V.

_Disposizione e novero delle province, delle quali ora si compone il Regno._

La presente divisione delle nostre province in dodici, che ora compongono il Regno di Napoli, dal Surgente[396], dal Mazzella[397], e comunemente da tutti gli Scrittori s'attribuisce a Federico II Imperadore, le quali non con nome di province, ma di Giustizierati erano dinotate. Ma questa loro opinione non è in tutto vera, poichè nè Federico fu il primo a far cotal divisione, nè a' suoi tempi il lor numero arrivava a dodici ma era minore; onde non al solo Federico, ma a Carlo I d'Angiò, ad Alfonso I d'Aragona ed a Ferdinando il Cattolico, cioè a tutti insieme dee attribuirsi, siccome molto a proposito avvertì il Tassone[398].

Nè questo numero fu sempre costante: poichè in alcun tempo per le novelle prammatiche[399] alcune province (per ciò che riguarda il lor governo ed amministrazione) furono unite, e da poi di nuovo divise in dodici e poste nello stato, nel quale oggi si trovano; nè in tutti i tempi ebbero le medesime città per loro metropoli e sedi de' Presidi.

Sortirono tal divisione tutta difforme dall'antica dei tempi d'Adriano, o di Costantino M. e degli altri Imperadori suoi successori; poichè mutata prima la vecchia descrizione da _Longino_, indi succeduti i Longobardi, avendo sotto il Ducato, e poi Principato di Benevento comprese parte intere, parte diminuite, la Campagna, la Puglia e la Calabria, la Lucania, e' Bruzi ed il Sannio; variarono in tutto l'antica divisione delle province d'Italia. Sortì ancora questa nostra cistiberina Italia altra divisione, quando di più Principati e Ducati ella si componeva: del Principato di Benevento, che fu poi diviso in altri due, in quello di Salerno, e nell'altro di Capua: indi del Principato di Bari e di quel di Taranto: de' Ducati di Napoli, di Sorrento, di Amalfi, di Gaeta, ed ultimamente di Puglia e di Calabria, siccome ne' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto osservare.

Ma la più immediata cagione ed origine di quella divisione che oggi abbiamo di queste nostre province non deve attribuirsi ad altro, che a' _Castaldati_ e _Contadi_, che v'introdussero i Longobardi; poichè avendo essi diviso il Ducato di Benevento in più _Castaldati_, come in province, siccome manifesto dal Capitolare del Principe Radelchi rapportato dal Pellegrino, quindi avvenne, che molti di quelli ne' tempi de' Normanni passaron in _Giustizierati_ e da poi in Province.

Quanto fosse il numero di questi Castaldati in tempo de' Longobardi, tutta la diligenza ed accuratezza di Camillo Pellegrino non bastò per diffinirlo; poichè dalla divisione fatta del Principato di Benevento da Radelchi con Siconolfo Principe di Salerno non può certamente sapersi se tanti fossero, quanti se ne veggon in quella nominati. L'accuratissimo Pellegrino[400] ne novera alcuni, de' quali i più insigni furono, quello di _Capua_, che verso Occidente si distendeva insino a Sora. L'altro di _Cosenza_, che si stendeva insino a S. Eufemia e Porto del Fico, che sono ancora oggi i confini della provincia di Calabria Citra, di cui tiene Cosenza anche ora il primato, ed è sede de' Presidi, e quello di _Cassano_. Il Castaldato di _Chieti_, che abbracciava molte città e terre, e che poi fu detto anche la _Marca Teatina_. Il Castaldato di _Bojano_, che co' luoghi adjacenti, posseduto prima da Alezeco Bulgaro sotto nome di Castaldo, passò poi dopo 200 anni a Guandelperto, di cui presso Erchemperto hassi memoria: la qual prerogativa da Bojano essendo passata a _Molise_, castello a Bojano vicino, sotto nome di Contado, quindi avvenne, che prima fosse detto _Contado di Molise_ e poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi ritiene.

Fuvvi ancora il Castaldato di Telese e di Sant'Agata: quello d'Avellino; e l'altro d'Acerenza. Fuvvi il Castaldato di _Bari_, assai celebre presso i Longobardi; onde avvenne, che a' tempi de' Normanni ottenne questa città il primato di tutta la Puglia e fosse riputata sua capo e metropoli. L'altro di _Lucera_ e di _Siponto_ città in _Capitanata_ assai illustri, sotto il di cui Castaldato comprendevansi tutte quelle città e terre, che erano tra il Castaldato di Bari e quello di Chieti. Fuvvi il Castaldato di Taranto, quello di Lucania, ovvero Pesto, e l'altro assai rinomato di _Salerno_. In questa forma o poco dissimile divisero i Longobardi il Ducato beneventano, che in que' tempi abbracciava nove intere province di quelle, che oggi compongono il Regno di Napoli, e che sortirono questi nomi, cioè di Terra di Lavoro, toltone alcune poche città marittime, come Napoli e Gaeta; del _Contado_ di _Molise_; di _Abruzzo-Citra_; _Capitanata_; _Terra di Bari_; _Basilicata_; _Calabria-Citra_; e l'uno e l'altro _Principato_; e parte ancora delle province di _Terra d'Otranto_, di _Calabria_ e d'_Abruzzo Ulteriore_. E se presso gli Scrittori di questi tempi, e forse anche nel sermon popolare furono ritenuti gli antichi nomi di _Campagna_; di _Calabria_ e di _Puglia_; di_ Lucania_ e _Bruzj_ e del _Sannio_, non è, che secondo questi nomi serbassero gli antichi confini e la distribuzione antica; ma chi per ostentar erudizione, chi per dinotare ove erano i Castaldati collocati, d'essi valevansi, non altrimenti che presso di noi ancor rimane l'antico nome di _Puglia_, ancorchè niuna delle dodici province del Regno si nomini di _Puglia_, ma di _Bari_, o di _Capitanata_.

Succeduti a' Longobardi i Normanni, colla nuova Nazione presero nuovi nomi; e siccome presso i Longobardi, dal nome del Magistrato, al quale era commesso il governo di quelle regioni, ch'essi chiamarono _Castaldo_, acquistarono il nome di _Castaldati_: così parimente commettendo i Normanni il governo di quelle province a' loro Ufficiali; ch'essi chiamavano _Giustizieri_, presero parimente il nome di _Giustizierati_, onde sursero i nomi del Giustiziero, e _Giustizierato_ di Terra di Lavoro, d'Apruzzo, di Puglia, di Terra di Bari, e simili. E siccome i nomi di queste province furono variati, e da _Castaldati_, passarono in _Giustizierati_; così anche ciascheduna di loro, a riserba di alcune, prese nuovo nome, ed alcune altre anche nuova divisione, come si scorgerà chiaro noverandole una per una, secondo la disposizione ed ordine, che oggi tengono presso i nostri più moderni Autori.

§. I. _Terra di Lavoro._

Il Castaldato di Capua, non si disse _Glustizierato di Capua_, ma di Terra di Lavoro. Ma in qual tempo e donde questa provincia prendesse questo nuovo nome di _Terra di Lavoro_, e lasciasse quello di Campagna, o di Capua, non è di tutti conforme il sentimento. Alcuni credettero, che molto prima de' Normanni avesse questa provincia acquistato tal nome, ingannati dal passo d'una lettera di Martino Romano Pontefice scritta ad Elitterio, nella quale narrando egli ciò che patì nel viaggio, che nell'anno 650 per ordine di Costanzo Imperador greco gli convenne da Roma fare in Oriente, dice: _Pervenimus Kalendis Julii Misenam, in qua erat navis, id est carcer; non autem Misenae tantum, sed in Terra Laboris, et non tantum in Terra Laboris, quae subdita est magnae Urbi Romanorum_ (cioè a Costantinopoli) _sed et in pluribus Insularum, ec._ Ma siccome ben avvertì l'accuratissimo Camillo Pellegrino[401], chi non vede, che in quella epistola per imperizia de' librari, in vece di dirsi _Terra Liparis_, siasi con errore scritto _Terra Laboris_? Perchè secondo il viaggio, che il Pontefice da Roma intraprendeva per Oriente, da Miseno dovea passare in Lipari, siccome da Lipari nell'altre isole, di Nasso, ed altre per condursi in Oriente. Parimente se intendeva di Terra di Lavoro, non dovea separar Miseno da questa provincia, come fece, per esser quella città compresa in quella nè porla tra le altre isole; già che Terra di Lavoro non è isola, ma Terra continente, la quale non era allora tutta sottoposta all'Imperador greco di Costantinopoli.

Non dissimile fu l'error di Narcisso Medico[402], il quale presso Sebastiano Munstero, credette che Terra di Lavoro fosse stata un tempo chiamata anche _Terra Leporis_; quando gli antichi monumenti, ch'egli allega parlano non già della Campagna, oggi detta _Terra di Lavoro_, ma della Terra di Lipari: poichè prima così tutte l'isole di Lipari erano nomate: non altrimente che presso Erchemperto[403] si legge, _Barium Tellus_ ed altrove _Rhegium Tellus_; e noi anche diciamo perciò _Terra di Bari, Terra d'Otranto, Terra di Lavoro, ec._

Più sconci, e da non condonarsi furono gli errori presi su ciò dal Biondo, e dal suo seguace Leandro Alberto, e da' nostri moderni Scrittori, che il seguitarono. Credette il Biondo nella descrizione della Campania, che essendo Capua per l'antico odio dei Romani, e per le desolazioni patite, resa infame, i Popoli delle città e terre convicine, reputando il nome de _Campani_ ignominioso insieme e pericoloso, lasciarono di nomarsi più tali, e vollero esser chiamati non più Campani, ma _Leborini_: e che indi dalla loro ostinata perseveranza nacque, che tutta quella regione nella quale prima eran poste le città e luoghi della Campagna, si nomasse Terra di Lavoro.

Ma esser tutti questi sogni, appieno l'ha dimostrato il non mai a bastanza lodato Pellegrino nella sua _Campania_[404], il quale ci ha data la vera origine di tal nome, il suo Autore, ed il tempo quando fu a questa provincia imposto. E' narra, che non prima acquistasse tal nome, se non intorno l'anno di Cristo 1091, e non da altri prima il ricevesse, che dal Principe di Capua Riccardo II e da' suoi Normanni in quell'anno, i quali da' Capuani longobardi discacciati da Capua nell'entrar di quest'anno 1091, come abbiam narrato nel nono libro di quest'Istoria, furono i primi, che disusarono nel parlare il nome del _Capuano Principato_, ed introdussero in suo cambio quello di _Terra di Lavoro_, preso dalla dolcezza del terreno atto ad ogni travaglio, e lavorio; il qual nome fu da essi ritenuto, benchè di Capua avesser poi di nuovo fatto acquisto nel 1098, sicchè quel primo sol rimase in bocca di pochi, e nelle pubbliche scritture; non in altra maniera, ch'oggi con la stessa varietà, ancor questo Regno ritiene due nomi.

Così questa provincia, che dall'oriente ha per confine il fiume Silari, dall'occaso il Garigliano, già detto Liri, da settentrione il Monte Appennino, e da mezzogiorno il mar Tirreno, acquistò non meno questo nome, che sì ampia estensione, ed oggi infra l'altre tiene nel Regno il primo luogo, non meno per le tante città che l'adornano, e per l'ubertà ed abbondanza de' suoi campi, quanto per Napoli capo già e metropoli del Regno. Ne' tempi, ne' quali siamo di Federico II questa provincia era anche per una annoverata, detta _Terra Laboris_, come si legge presso Riccardo di S. Germano; e ne' tempi de' Re così normanni, come svevi fu governata dal suo Giustiziero che risedeva ora in Capua, ora in Napoli, ora in altre città di quella, presso di cui erano i Giudici, e gli altri Ufficiali di Giustizia coll'Avvocato fiscale. Egli amministrava l'intera provincia, ancorchè ciascuna delle città avesse suoi particolari Capitani, da cui immediatamente eran rette, dalle determinazioni dei quali per via d'appellazione si ricorreva al Giustiziero della provincia. Anche Napoli, non dico Pozzuoli, e l'altre città, ebbe in questi tempi il suo Capitano, il quale co' suoi Giudici amministrava giustizia in Napoli, e suoi borghi[405]. E poichè ne' tempi di Federico cominciava ad ingrandirsi, volle questo Imperadore, che a pari di Capua, e di Messina, il suo Giustiziero, o sia Capitano potesse presso di se tener tre Giudici, e più Notai; ciò che non era permesso all'altre città minori. E narrasi, che Giudice appresso questo Capitano nell'anno 1269 fosse stato Marino di Caramanico valente Dottore di que' tempi[406].

§. II. _Principato citra_. §. III. _Principato ultra_.

L'altra provincia ovvero _Giustizierato_ fu detta, ed ancora oggi ritiene il nome di _Principato_. Donde prendesse tal nome è assai chiaro; ed in ciò tutti i Scrittori concordano. Arechi quando, come si è narrato nel sesto libro di quest'Istoria, da Duca ch'era di Benevento, volle incoronarsi Principe, fece, che quello che prima era detto Ducato di Benevento prendesse nome di Principato; ed abbracciando allora il Ducato di Benevento, prima della divisione fatta da Radelchi con Siconolfo, anche Salerno, fatta che fu tal divisione, sursero due Principati, e quindi avvenne, che il nome di _Principato_ convenisse ad ambedue, e questa provincia abbracciasse tante immense e spaziose regioni; in maniera che da poi per la sua estensione bisognò dividerla in due; onde surse il nome di Principato _citra_ (l'Appenino) detta ancora Picentina, con parte della Lucania; e Principato _ultra_ (l'Appennino) ovvero il Sannio degl'Irpini.