Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4
Part 26
Ci diede ancora Federico altre leggi ne' seguenti anni per render più tranquilla la quiete di questi suoi Regni; e dopo avere nell'anno 1234 stabilite le _Fiere_ in alcune città delle sue province, delle quali si parlerà a suo luogo, per quanto noi possiamo raccorre da Riccardo, insino all'anno 1243 ove termina la sua Cronaca, troviamo essersi da lui varie altre Costituzioni pubblicate; e nel mese di settembre del suddetto anno abbiamo, che _in Grossetto quadam edidit Sanctiones, come dice Riccardo, contra judices, Advocatos, et Notarios, quas per totum Regnum publicari praecepit, et tenaciter observari, quarum initium tale est, nihil veterum authoritati detrahitur, etc._ che sono l'ultime sue Costituzioni, che ancor vediamo inserite nel nostro volume nel libro primo sotto il titolo _de Officio Magistri Justitiarii, et Judicum Magnae Curiae_, che perciò porta l'iscrizione di _Nova Constitutio_; e sotto il titolo _de Advocatis ordinandis_, co' due seguenti. Tutte queste Costituzioni, come riguardanti a' Regni di Puglia e di Sicilia, non bisogna confonderle, come altrove fu avvertito, colle _Augustali_ stabilite in Roma, ovvero con quelle pubblicate in Germania, come in Egra nell'anno 1213, in Francfort nell'anno 1234, in Magonza nell'anno 1235 ed altrove, delle quali Goldasto[349] ne fece raccolta, e si leggono ne' suoi volumi, le quali non furono per questi Regni stabilite, e perciò appresso di noi non ebbero forza, nè vigor alcuno di legge.
§. I. _Dell'uso ed autorità di queste Costituzioni durante il Regno de' Svevi; e de' loro Spositori._
Le Costituzioni di questo Principe nel tempo, che furono promulgate, e mentre durò il Regno nella sua persona, ed in quelli della Casa di Svevia, furono universalmente riputate savissime, giustissime e ricolme d'ogni prudenza, nè eccedenti la potestà d'un Principe. Non parve allora strano d'aver in questo volume fatte inserire quelle Costituzioni di Ruggiero e di Guglielmo I, delle quali si parlò ne' precedenti libri. Nè ch'egli ne avesse poi rifatte moltissime attenenti ai matrimonj, a' beni delle Chiese, proibendo gli acquisti degli stabili agli Ecclesiastici, come vietò per sua Costituzione, che leggiamo al libro terzo sotto il titolo _de Rebus stabilibus Ecclesiis non alienandis_, e cose simili. Ma da poi che per gli impegni de' romani Pontefici, nemicissimi della Casa di Svevia, il Regno passò a quella de' Duchi d'Angiò e Conti di Provenza, come diremo, ancorchè Carlo I comandasse, che fossero osservate nel Regno, ed il medesimo avesse ordinato Carlo II suo figliuolo[350]; nulladimanco i nostri Professori, che fiorirono sotto i Re angioini, per accomodarsi a' tempi, che allora correvano, tutti favorevoli a' romani Pontefici, da' quali questi Principi riconoscevano il Regno, cominciarono a malmenare alcune Costituzioni di questo savio Principe, riputandole, in quanto al lor credere, e secondo quelle massime, che allor correvano, che fossero contrarie a quelle della Corte romana; e però strane, inique, ingiuste, offensive dell'ecclesiastica immunità, della libertà de' matrimonj e cose simili; tanto che la Costituzione _de Rebus stabilibus Ecclesiis non alienandis_, non trovò chi volesse commentarla, come sacrilega, per la libertà ecclesiastica, che si credeva, che s'offendesse: e Matteo d'Afflitto, che brevemente l'espone, si protesta sul bel principio, con dire: _Haec Constitutio nihil valet, quia Imperator non potuit contra libertatem Ecclesiae, et personarum Ecclesiasticarum prohibere, quod non relinquantur res stabiles Ecclesiae inter vivos, vel in ultima voluntate_; quasi che Federico fosse stato il primo a stabilirla; e pure egli, come si dichiara in quella, non fece altro, che ristabilire ciò, che i suoi Predecessori avean fatto, e ciò che a tutti gli altri Principi fu permesso, e dovrà sempre permettersi ne' loro Reami e Signorie.
Per questa cagione _Marino di Caramanico_, il più dotto Glossatore di queste Costituzioni, ancorchè fiorisse sotto Carlo I d'Angiò, perchè le chiose, che vi fece, le dettò poco da poi, che si fossero pubblicate, nel Regno de' Svevi[351], perciò fu più moderato di tutti gli altri. Fiorì egli nel principio del nuovo governo degli Angioini, e fu sotto Carlo I nell'anno 1269 Giudice presso il Capitano di Napoli[352]. Le sue chiose sono sobrie e dotte, tanto che presso i posteri s'acquistò il nome d'approvato glossatore, come lo qualifica Matteo d'Afflitto[353]. A costui le riferite Costituzioni di questo Principe non parvero cotanto strane ed esorbitanti, come agli altri, che successero. Egli non muove dubbio alcuno, se come promulgate da Federico, che fu deposto dal Regno e dall'Imperio, dovessero osservarsi, ed aver forza e vigor di legge; egli dice del sì; ed ancorchè si muova da leggier cagione, cioè perchè Federico le fece compilare e pubblicare, _antequam Imperio privaretur, et de Regno_[354]; nientedimeno parla della potestà de' nostri Principi, sebben non quanto si dovrebbe, almeno il meglio, che comportavano i suoi tempi, ne' quali bisognava andar a seconda de' Pontefici romani, da' quali si riconosceva il Regno. In tali o somiglianti termini si contennero due altri antichi Glossatori, che a Marino successero, i quali furono _Bartolommeo di Capua e Sebastiano Napodano_, e molto più fece _Andrea da Barletta_, che fu il primo a glossarle, come si raccoglie da Andrea d'Isernia[355], siccome quegli, che fiorì nell'età di Federico istesso loro Autore, e _Francesco Telese_ Avvocato fiscale nel 1282 che scrisse pure sopra le _Costituzioni del Regno_, e del quale non si dimenticarono Gesnero, ed il Toppi nelle loro Biblioteche.
Ma ne' tempi susseguenti mettendo più profonde radici le nuove massime della Corte di Roma, e succeduto _Andrea d'Isernia_, che volle prendersi la briga di commentarle; costui, come se fosse un capital nemico di Federico, non tralascia di dannar la memoria di questo Principe, quando gli vien fatto: biasima molte sue Costituzioni, ed infra l'altre quella stabilita per li matrimonj de' Baroni da non contraersi senza licenza del Re, e non si ritien di dire, che quella portasse _destructionem animae istius Federici prohibentis per obliquum matrimonia instituta a Deo in Paradiso._
Egli ingrandisce quanto può le pretensioni de' romani Pontefici, riputando questo Regno come vero Feudo della Chiesa[356], e nudrito colle massime degli Ecclesiastici empiè i suoi Commentarj d'errori pregiudizialissimi alle supreme regalie de' nostri Re, veri ed independenti Monarchi di questo Reame.
Più sobrj furono _Luca di Penna, Pietro di Monteforte, Diomede Mariconda, Biagio di Marcone, Pietro Arcamone, Giacopo e Niccolò Ruffo, Sergio Domini Ursonis, Argentino, Pamfilo Mollo, Niccolò Caposcrofa, Pietro Piccolo di Monforte, Lallo di Toscana, Giovanni Grillo, Cesare de Perinis_, il _Vescovo Giovanni Crispano_ e _Niccolò Superanzio_, ed alcuni altri, i quali si contentarono far alcune brevi chiose e piccole note alle Costituzioni suddette, insin che nel Regno degli Aragonesi non venisse voglia a _Matteo d'Afflitto_, mentr'era di età già cadente, ancorchè di vivacissimo spirito, nell'anno 1510 d'intraprendere di adornarle di più ampj e voluminosi Commentarj, ch'è gran meraviglia, come in tre soli anni, che vi pose, avesse potuto tirargli a fine.
Erano queste Costituzioni, ancorchè in gran parte rivocate, e molte andate in disusanza per li nuovi _Capitoli_ fatti da' Re angioini, ne' tempi degli Aragonesi nella lor fermezza e vigore; e Ferdinando I d'Aragona con sua particolar Costituzione data in Foggia a' 25 dicembre dell'anno 1472 stabilì doversi quelle osservare nel Regno suo[357]; perciò Matteo d'Afflitto reputò non dover impiegar invano le sue fatiche, adornandole d'un più pieno Commentario. Si mosse ancora, come e' ci testifica, che nel corso di 40 anni e più, da che furono commentate da Andrea d'Isernia insino a' suoi tempi, erano occorse, mentr'egli fu prima Giudice della Gran Corte della Vicaria, e poi Consigliere, nuove altre quistioni non trattate da Andrea.
Ma per vizio del secolo non seppe allontanarsi dai triti e comuni sentieri, ed empiè i suoi Commentarj di quistioni vane ed inutili, le quali oggi non hanno il loro uso. Egli fra le altre cose pose in disputa, se Federico, ancorchè avesse pubblicate queste Costituzioni prima della sua deposizione, avesse potuto dar loro forza e vigor di legge, in guisa che da' suoi sudditi dovessero osservarsi, giacchè era stato già scomunicato da Gregorio IX, e come leggi d'uno scomunicato non avrebbero dovuto aver vigore alcuno. Queste dispute sono all'intutto vane, non solo per la ragione, ch'e' rapporta dell'accettazione de' Popoli, ma perchè Federico quando le pubblicò nell'anno 1231 era stato già assoluto da Gregorio, ed era in pace colla Chiesa romana, come si è detto. Ma non bisogna ammettere nemmeno per vera questa ragione, perchè Federico fu scomunicato la seconda volta da Gregorio nell'anno 1239, e sebbene il volume delle sue Costituzioni si trovava già sin dall'anno 1231 pubblicato; nulladimanco, come si è di sopra narrato, egli dopo il suddetto anno 1239 ne pubblicò alcune altre, come nell'anno 1243 e negl'anni seguenti, le quali furono inserite in detto volume, nel tempo che si trovava già scomunicato da Gregorio questa seconda volta. Quindi è che i più sensati riputan esser improprio, ed affatto lontano, ed estraneo il vedere, se il Principe quando stabilisce le sue leggi si trovi scomunicato, perchè avessero vigore o no; e tralasciando il considerare, di qual sussistenza fossero state le censure scagliate da Gregorio IX a Federico; le scomuniche non han niente, che fare colla potestà, che tengono i Principi in istabilir le leggi, ch'è una delle loro supreme regalie inseparabilmente attaccata, ed annessa alla lor Corona, che non può torsi dalla scomunica, la quale non ha altra forza ed effetto, quando che sia legittimamente fulminata, che separare il Fedele dalla Comunione della Chiesa, rendendolo incapace de' Sacramenti, de' suffragi, delle orazioni, e di tutto ciò ch'ella può dare a' suoi Fedeli, non già di disumanar gli uomini, e torgli dalla società civile, e molto meno i Principi da' loro Reami, e di tutto ciò che riguarda la promulgazion delle leggi e l'amministrazione, ed il loro governo, come si ponderò altrove nel corso di quest'Istoria.
Ed i nostri Dottori, che trattano ancora della deposizione di Federico fatta da Innocenzio IV nel Concilio di Lione, con dire, che se queste Costituzioni si fossero da lui stabilite dopo questa sua deposizione, che seguì nell'anno 1246 non avrebbero avuto forza nè vigore alcuno, sono degni di scusa; poichè allora passava per indubitato, che potessero i Pontefici romani deponere gl'Imperadori, ed i Re dall'Imperio, e da' Regni loro, con assolvere i vassalli dal giuramento, secondo le massime, che allora aveano ingombrate le menti degli uomini; ma ora abbastanza da valenti Teologi e Giureconsulti si è posto in chiaro, che nè il Papa, nè la Chiesa istessa ha questa potestà di deporre i Principi da' loro Regni, e molto meno gli Imperadori dall'Imperio, ed assolvere i vassalli dal giuramento prestato, non essendo ciò della potestà della Chiesa, la quale è sola ristretta nelle cose spirituali, e di privare i Fedeli di quello, ch'ella può dare, non già degl'Imperj e de' Reami, i quali i Principi riconoscono non dalla Chiesa, nè dal Papa, ma da Iddio, unico e solo lor Signore; ciò che ben a lungo infra gli altri, fu dimostrato da quell'insigne Teologo di Parigi Dupino[358], e più innanzi da noi se ne discorrerà, quando della deposizione di Federico ci toccherà favellare.
Dopo questi Commentarj di Matteo d'Afflitto, così ampj e voluminosi sopra le Costituzioni, gli altri nostri Professori, che a lui succedettero, si contentarono d'impiegare i loro talenti intorno alle medesime, con far solamente alcune piccole note ed alcune addizioni al Commento d'Andrea d'Isernia, come fecero il Consigliero _Giacopo-Anello de Bottis, Giovanni Angelo Pisanello, Fabio Giordano, Bartolommeo Marziale, Marco Antonio Pulverino_, ed alcuni altri. Ed essendo da poi agli Aragonesi succeduti gli Austriaci, li quali con nuove leggi e prammatiche, variarono in gran parte le Costituzioni suddette; si fece sì che i nostri Professori impiegassero altrove le loro fatiche, come si dirà a suo luogo; nè si attese più allo studio delle medesime, e restano così, come le lasciarono Matteo d'Afflitto, e quegli altri pochi, che a lui successero; ed oggi in quelle cose, che non sono state rivocate, o che per lungo disuso non si trovano antiquate, hanno presso di noi tutto il vigore, e tutta la forza di legge, a differenza delle longobarde, l'autorità delle quali è presso noi affatto estinta ed andata in dimenticanza.
FINE DEL LIBRO DECIMOSESTO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO DECIMOSETTIMO
La pace poc'anzi conchiusa col Pontefice Gregorio, siccome si previde, fu non guari da poi per nuove cagioni rotta e violata; e pochi anni appresso di bel nuovo si venne ad una più fiera ed ostinata guerra, che lungamente afflisse Italia, de' cui perniziosi effetti furono anche tocche queste nostre province, ancorchè non l'avessero veduta ardere nelle proprie regioni. Federico, se bene si fosse pacificato con Gregorio, vivea però con continui sospetti, che non gli movesse nuova guerra nel nostro Reame; ed a tal fine in quest'anno 1232 fece egli fortificare, e munire tutti i castelli a' confini di Campagna; e nell'entrar del nuovo anno 1233 fece con maggior numero di Saraceni munire e fortificar Lucera in Puglia, ed all'incontro fece abbattere le mura di Troja, città, che ne' passati tumulti s'era mostrata quanto amica del Pontefice, altrettanto poco a lui fedele[359]. Fece ancora fortificar i castelli di Trani, di Bari, di Napoli e di Brindisi; e nel seguente anno fece ampliar in Napoli il castel Capuano; ed in Capua mandò Niccolò Cicala a presedere alla nuova fabbrica del castello di quella città, ch'egli di sua mano avea designato farsi sopra il monte. Ed avendo ripressa la fellonia di Bertoldo fratello del Duca di Spoleto, con intendimento del quale s'era contro di lui afforzato in Introducco, discacciò ambedue dal Regno, e furon mandati in Alemagna. Riebbe ancora la città di Gaeta; la qual prestò così a lui, come a Corrado suo figliuolo, giuramento di fedeltà; ed avendovi mandato Ettore di Montefuscolo Giustiziero di Terra di Lavoro, questi per ordine di Federico vi istituì la dogana, e privò quella città del Consolato, che insino allora vi s'era mantenuto, e togliendole la potestà di crear i Consoli, vi mise egli gli Ufficiali, che la governassero in suo nome, e di trenta torri la fortificò.
Ma non perchè avesse egli con tanta previdenza munito il Regno, era fuor di timore che il Pontefice per altre vie non avesse potuto frastornare i disegni ch'e' nudriva di sottoporre alla sua ubbidienza Milano, e l'altre città Guelfe d'Italia a se ribellanti. Egli per lunga esperienza erasi accorto che tutt'i disegni de' romani Pontefici erano di tener divise queste città, e fomentar le fazioni Guelfe contro le Ghibelline, acciocchè agl'Imperadori, sottoponendosi tutta l'Italia, non loro venisse voglia sottoporsi ancora Roma, e lo Stato della Chiesa, sottratto dall'Imperio di Occidente. Ed ancorchè Gregorio in queste prime mosse di Federico contro le città rubelle di Lombardia, proccurasse per mezzo de' suoi Legati porle in concordia, e più volte si fosse affaticato mostrando zelo di pace, di quietarle; nulladimanco tutti questi maneggi non ebbero niun buon effetto; poichè il Papa nelle condizioni d'accordo tirava a vantaggiar sempre quelle, che potevan giovare alle città nemiche della casa di Svevia, onde non si potè mai conchiuder niente. Faceva di ciò gravissime querele Federico, che a ragione si doleva di lui, il quale mal corrispondea a ciò, ch'egli avea per lui operato, di rendergli benevoli i Romani, i quali più volte avendo tumultuato in Roma contro di lui, ed avendolo costretto ad uscire con poco suo onore da quella città, egli non solo avea proccurata la pace tra i Romani, e que' di Viterbo, ma avea ancora ridotti i Romani alla sua ubbidienza, e fattolo ricevere in Roma con tanti segni di stima e d'ossequio con tutti i Cardinali.
CAPITOLO I.
_ERRICO Re di Alemagna si ribella contro l'Imperadore FEDERICO suo padre: vinto, s'umilia; e FEDERICO move guerra a' Lombardi in Italia, al che s'oppone Papa GREGORIO, da chi finalmente ne fu di nuovo scomunicato._
Per queste procedure di Gregorio, pur troppo inclinate a favorir le città nemiche di Federico, diede egli sospetto, che essendosi in quest'anno 1234 rubellato Errico contro l'Imperador suo padre, fosse ciò proceduto per opera del Pontefice, e Berardino Corio seguitato da' moderni Scrittori lo narra come cosa indubitata, dicendo ch'Errico primogenito di Federico e di Costanza d'Aragona, che ancor fanciullo era stato per opera del padre creato Re de' Romani, e poi casato con Agnesa d'Austria figliuola del Duca Leopoldo; per opera di Gregorio si collegasse co' Milanesi, e con l'altre città della Lega di Lombardia contro suo padre, e che gli avesser promesso i Milanesi, giunto ch'e' fosse in Italia, di farlo coronare colla Corona di ferro.
Il Sigonio in altra guisa narra il fatto, e dice che la ribellione d'Errico non cominciasse in Italia, ma in Alemagna (nel che va d'accordo con Riccardo da S. Germano[360]) ove con alcuni Baroni congiurò contro l'Imperadore, e trasse dalla sua parte, tra per amore e per forza, molte città di quelle regioni, onde i Milanesi, e l'altre città collegate della Lombardia, volendo valersi di sì buona occasione, mandarono ad offerirgli la Corona di ferro, che avean negata al padre, e grosso ajuto di soldati e d'armi, se fosse venuto in persona a guerreggiar in Italia.
Il Campo nell'Istoria di Cremona aggiunge, che vennero in Italia il Maresciallo Anselmo Isticense, e Valcherio Tanvembro Arcidiacono d'Erbipoli per ricevere in nome d'Errico, come Re de' Romani, il giuramento di fedeltà; e che giunti in Milano a' 19 dicembre, convocarono un'Assemblea, ove convennero i Milanesi, il Marchese di Monferrato, e Bresciani, Bolognesi, Lodegiani, e Novaresi, e congiurarono tutti contro Federico, e contro Cremona, Padova, e l'altre città sue partigiane, lasciando da parte solamente di far dare il giuramento ad Errico Re de' Romani, e conchiusero, che sarebbero stati fedelissimi a lui. Ma nè il _Sigonio_, nè il _Campo_ adducono cagion alcuna di tal discordia tra Errico e l'Imperadore; ed essendo tutti questi Autori moderni, bisogna rinvenir la certezza di cotal fatto in più antico Scrittore. Riccardo da S. Germano, accennando solamente tal sedizione d'Errico, non rapporta nemmeno egli le cagioni, le quali però si leggono nella Cronaca del Monastero di S. Giustina di Padova fatta da un Frate di quel monastero, che visse a tempo di Federico, e scrisse con molto avvedimento le sue gesta, e gli avvenimenti d'Italia insino all'anno di Cristo 1270, la qual Cronaca si conserva nel detto monastero, e si vede impressa nel volume dell'Istorie dette _Rerum Germanicarum_. Narrasi in questa Cronaca, che la cagione, la qual mosse Errico a far tal rivoltura contro il padre, fu follia, e disdegno per invidia, che Federico amava Corrado suo secondo figliuolo partoritogli di Jole, più che lui, e con effetto negli scritti di Riccardo, ed in altri Autori di que' tempi si scorge, che Federico amasse teneramente Corrado, e facesse più stima di lui, che di tutti gli altri suoi figliuoli[361].
Federico intanto, essendo entrato il nuovo anno 1235, avuta contezza della ribellion del figliuolo, e come tentava di movergli guerra in Italia, s'inviò verso Alemagna, e giunto a' confini di quella fu incontrato da alcuni Signori tedeschi, e ragunato un competente esercito, ebbe grave guerra col figliuolo, il quale era da molti Baroni e città seguito; ma abbandonato poscia da quelli, e quasi che solo rimasto, gitone agli alloggiamenti del padre, piangendo a' piedi di lui si gittò, chiedendogli mercede. Federico lo ricevè, ma fatto accorto per gli passati successi del suo feroce ingegno, il condusse seco prigione in Vormazia[362], ove, o che con effetto tentasse ciò fare, o oppostogli, che avesse voluto avvelenar Federico, fu in più stretta prigione dal padre sostenuto, dandolo prima in custodia al Duca di Baviera, e poscia, volendo affatto torlo da que' paesi, al Marchese Lancia di Lombardia, che con Margherita sua moglie, e co' suoi figliuoli d'ordine di lui il condusse in Puglia, e nella Rocca di S. Felice il racchiuse[363], la cui disavventurata morte a suo luogo racconteremo.
Dopo la qual cosa l'Imperadore prese per moglie Isabella figliuola del Re d'Inghilterra, colla quale, condottala in Vormazia, a' 13 agosto magnificamente si sposò: ciò che avvenne sett'anni appunto dopo la morte di Jole. Ben è vero, che Giovanni Cuspiniano, Autor tedesco di molta stima, nel suo libro _de Caesaribus, atque Imperatoribus Romanorum_, dice che Federico ebbe sei mogli legittime, riponendo fra Jole, e questa Isabella, Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiatasi maritò con Udalrico Duca di Carintia; _Rutina_ figliuola d'Ottone Conte di Wolhertzhausen in Baviera; ed _Isabella_ figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre, dice, aver generato figliuoli.
Ma che si fosse di ciò, fece imporre Federico, dopo questo suo matrimonio, una general colletta nel Reame, e fatto creare, e coronare in Colonia Re de' Romani Corrado suo secondogenito in luogo del deposto Errico, e lasciato in Alemagna l'Imperadrice, calò col Re Corrado in Italia, ed andatone a Rieti dove era il Pontefice, volle Federico, ch'il figliuolo alla sua presenza giurasse al Papa d'esser sempre fedele ed ubbidiente a Santa Chiesa; e premendo col Pontefice, che l'ajutasse contro i Lombardi suoi fieri nemici, contro i quali era disposto a mover guerra; Gregorio, che non gli volea domati, lo dissuadea, dandogli grandissime speranze, che l'avrebbe egli accordati, e postigli sotto la sua ubbidienza; ed essendo già scorsi otto anni della tregua, che Federico avea conchiusa col Soldano per dieci anni, Gregorio, che voleva rinovar questa guerra, e con ciò distornar Federico da quella contro i Lombardi, rinovò gli ordini, comandando, che ciascuno dovesse prender la croce per così santa impresa di là a due anni, con significarlo per sue lettere particolari de' 9 settembre a tutt'i Principi e città del Cristianesimo. Ma Federico bramoso di guerreggiare in tutti i modi in Lombardia, appena giunto nel Reame, ritornò di nuovo in Alemagna all'esercito per tosto ricondursi in Lombardia, come scrive il Sigonio. Riccardo di S. Germano senza far menzione di cotal andata dell'Imperadore a Rieti, dice, che in quest'anno 1236 Federico lasciato il figliuolo e la moglie in Alemagna, con convenevole esercito, valicate l'Alpi, venisse a Verona, il che parimente fu vero; ma Riccardo scrivendo con particolar diligenza gli avvenimenti di Federico nel Reame, va solo accennando gli stranieri; onde per questi, è mestieri seguire il Sigonio[364], il quale raccolse cotai notizie da più altri antichi Scrittori, e particolarmente da Pietro Girardo padovano, Autor di veduta nella vita di Ezelino.