Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 25

Chapter 253,540 wordsPublic domain

Dopo tutto questo ritornarono di Roma, ove erano andati dopo l'Assemblea tenuta in S. Germano, tutti quei Prelati e Signori, che abbiam nominati nel trattato della pace, e con essi i Cardinali Legati, per assolvere l'Imperadore della scomunica, i quali commisero al Maestro de' Teutonici, che significasse all'Imperadore, che venisse a Capua, ove essi perciò l'averiano atteso con tutt'i Prelati, che per timor di lui s'eran fuggiti dal Reame; ma avendo poscia avuta contezza, che egli avea fatto abbattere le mura di Foggia, S. Severo e Casal nuovo, e che partitosi di Puglia veniva a Capua con intenzione, che tra gli articoli della pace s'accordasse ancora, che Gaeta e S. Agata ritornassero sotto il suo dominio, e non già rimanessero in balia della Chiesa, come pretendea il Pontefice: fecero ritornare tutti i Prelati regnicoli a Cepparano, ed essi se ne girono coll'Abate Adinolfo a Capua, nella qual città a' 30 maggio arrivò poscia Federico, con cui abboccatisi i Cardinali, disconvenendo nell'articolo di Gaeta e S. Agata passarono a Sessa, ed avendo trattato con quelli di Gaeta, fecero venire da loro Pietro delle Vigne, e Filippo di Citro Contestabile di Capua; ma non potendo effettuar la pace, per le nuove cagioni e difficoltà, che ogni giorno sopravvenivano, fu mestiere, che l'Arcivescovo di Reggio ed il Maestro de' Teutonici più volte andassero, e ritornassero da Roma a Cesare; onde alla fine, per l'opera d'un tal Fra Gualdo dell'Ordine dei Predicatori, essendo il Pontefice venuto al monastero di Grotta-Ferrata, e l'Imperadore a S. Germano, per esser più da presso, si conchiuse con comune letizia la pace, e se ne fecero dimostrazioni d'allegrezza in S. Germano, e ne' circonvicini luoghi, e per darvi compimento, vennero il nono giorno di luglio i Cardinali Legati nella maggior chiesa di S. Germano, ove parimente convennero il Patriarca d'Aquileja, l'Arcivescovo di Salisburg, il Vescovo di Ratisbona e quel di Reggio, i Duchi di Carintia e di Moravia, Principi dell'Alemagna; e del nostro Reame v'intervennero gli Arcivescovi di Palermo, quel di Reggio di Calabria, e quel di Bari, l'Abate di Monte Cassino, ed altri molti Prelati, ch'eran via fuggiti in Roma, Rinaldo Duca di Spoleto, Tommaso d'Aquino Conte della Corra, Errico di Morra Gran Giustiziero con altri Baroni e Ministri imperiali in gran numero, in presenza de' quali promise l'Imperadore di soddisfare alla Santa Romana Chiesa in tutte quelle cagioni per le quali era stato scomunicato, facendolo così giurare da Tommaso Conte della Cerra, e da tutti quei Prelati e Signori Alemani, i quali fecero la scrittura colle Capitolazioni dell'accordo, che vien inserita da Riccardo nella sua Cronaca, la qual contiene i seguenti Capitoli.

I. Che per quel che s'attiene alle città di Gaeta e S. Agata fra un anno s'abbia da trovar modo da comuni arbitri eliggendi, di dar compimento a questo articolo; e di trattar la forma, affinchè facciano ritorno all'ubbidienza dell'Imperadore Gaeta e S. Agata e tutti i Regnicoli, co' loro beni nel Regno; ed intanto l'Imperadore non offenderà le città predette, nè gli uomini di quelle; nè permetterà farle offendere dai suoi.

II. Che l'Imperadore rimetterà ogn'offesa a' Teutonici, Lombardi, a coloro della Toscana, e generalmente a tutti gli uomini de' Regni di Sicilia, ed ai Franzesi, i quali hanno aderito alla Chiesa romana contro di lui, nè permetterà che siano per detta cagione offesi da' suoi.

III. Il suddetto Imperadore rimetterà tutte le sentenze, costituzioni e bandi contro di loro promulgati coll'occasione della suddetta guerra.

IV. Promette ancora, che le terre della Chiesa nel Ducato di Spoleto e nella Marca, ed in altri luoghi del patrimonio della medesima, non saranno invase, nè devastate per se, o per altri.

Promettendo i suddetti Principi d'Alemagna, essere mallevadori di quanto ne' suddetti articoli s'era convenuto.

Dopo la qual cosa l'Arcivescovo di Salisburg favellò lungamente del buon voler dell'Imperadore verso la Chiesa romana, con iscusarlo dalle passate discordie, a cui rispose con pari eloquenza il Cardinal di Santa Sabina. E nell'istesso giorno i Cardinali Legati in nome del Papa fecero giurare all'Imperadore di restituire ciò, ch'egli avea occupato, o fatto occupare da' suoi Capitani nella Marca, e nel Ducato di Spoleto, ed in ogni altra parte del patrimonio della Chiesa, e tutt'i territori e castelli de' monasteri, o Badie, e particolarmente del monastero di S. Chirico d'Introducco, e tutt'i beni de' Cavalieri del Tempio e dello Spedale, e di qualsivoglia altro Barone, e d'altri Nobili del Reame, che fossero stati aderenti e partigiani del Pontefice, e di rimettere parimente nelle loro sedi l'Arcivescovo di Taranto, e tutti gli altri Vescovi e Prelati, che avea scacciati dal Reame. E di vantaggio gli fecero giurare; _Ut de caetero nullus Clericus in civili, vel in criminali causa conveniatur, et quod nullas talleas, vel collectas imponat Ecclesiis, Monasteriis, Clericis, et viris Ecclesiasticis, seu rebus corum; et quod electiones, postulationes, et confirmationes Ecclesiarum, ac Monasteriorum libere fiant in Regno secundum statuta Concilii Generalis_[335].

Dopo questo, d'ordine del Papa fu tolto l'interdetto da Frate Gualdo, con dar libertà di celebrare i divini Ufficj alle Chiese di S. Germano, ed all'altre Terre della Badia di Monte Cassino, e di tutti gli altri luoghi, ove dal Cardinal Pelagio era stato posto, escludendo però di potere esser uditi come scomunicati dal Duca di Spoleto, e da tutti gli altri, che in sua compagnia avevano guerreggiato nella Marca. E l'Imperadore, per eseguire il concordato fatto, restituì indi a poco Trajetto e Suggio col Contado di Fondi a Ruggieri dell'Aquila, ed il monastero di Monte Cassino, e Rocca Janola all'abate Adinolfo, con patto sì bene, che detta Rocca dovesse esser custodita da Rinaldo Belenguino di Sant'Elia insinattanto, che fosse l'Imperadore assoluto dalle censure. E passato Federico alla Rocca d'Arce, fece restituire all'Abate Adinulfo da' Signori d'Aquino, a cui commessi gli avea, Ponte Corvo, Piedemonte, e Castel Nuovo, e di là passò a Cepparano con buon numero di suoi soldati, e quivi nella cappella di S. Giustina il dì di S. Agostino nel mese di agosto, fu Federico assoluto dalla scomunica dal Cardinal di Capua Vescovo Sabinense, e nell'ultimo del detto mese andò a trovar Gregorio, che in Alagna l'attendea, avendo nello stesso tempo inviato per lo Reame sue lettere favorevoli per la libertà de' monasteri e delle Chiese, delle persone Ecclesiastiche, e dei beni di quelle, ordinando a' Conti, Baroni, Giustizieri, Camerarj e Baglivi del Regno di Sicilia, che niuno _Monasteriis, Ecclesiis, personis Ecclesiasticis, aut rebus eorum talleas, vel collectas praesumat imponere, salvis illis servitiis, ad quae certae Ecclesiae, vel personae tenentur nobis specialiter obligatae_, come dal suo diploma trascritto da Riccardo nella sua Cronaca.

Federico attendatosi col suo esercito fuori delle mura d'Alagna, il primo giorno di settembre vi entrò, accolto, ed incontrato con ogni onore da' Cardinali, e da tutti gli altri Prelati e famigliari del Pontefice, dal quale fu invitato a mangiar seco, e per tre continui giorni dimorarono insieme favellando de' loro importanti affari in presenza solo del Maestro de' Teutonici. Accommiatato poscia caramente da Gregorio ritornò a' suoi alloggiamenti, ove dimorando diede a Gio. di Poli il Contado d'Albi in luogo del Contado di Fondi, che gli avea tolto, per restituirlo a Ruggieri dell'Aquila; ed allora l'Abate di S. Vincenzo, ed i Prelati, che si trovavano scomunicati per aver aderito all'Imperadore, furono a preghiere del medesimo dal Papa assoluti. Ed intanto i Vescovi di Tiano, d'Alife, di Venafro, e tutti gl'altri Prelati, ch'erano usciti del Regno, alle proprie sedi ritornarono, e li Prelati e Principi d'Alemagna ritornarono a' loro paesi. Aggiunge il Bzovio ne' suoi annali, che alcuni Autori tedeschi scrivono, che l'Imperadore per pacificarsi col Pontefice gli pagasse per gli danni, che con la guerra avea patiti, cento e ventimila oncie d'oro. Girolamo dalla Corte nell'istoria di Verona, dice non essere stati più che dodicimila ducati; ma Riccardo, che particolarmente scrive questo fatto, non favella in guisa alcuna di tal pagamento.

Conchiusa dunque in cotal maniera questa pace, l'Imperadore partito d'Alagna ritornò a S. Germano, e di là per la strada di Capua passò in Puglia, e nella città di Melfi fermossi, e disbrigato dagli affari di questa guerra, quietato il Regno, pensò poi nel seguente anno 1231 a ristabilirlo con varj provedimenti, e ad ordinar nuove leggi per la quiete e tranquillità del medesimo, e per ristorarlo da' passati danni.

(Nell'anno stesso 1230 fu questa pace confermata da' Principi di Germania, i quali n'entrarono mallevadori; e l'istromento della garantia è rapportato da Lunig[336]).

CAPITOLO VIII.

_Delle Costituzioni del Regno._

Niuna parte delle nostre patrie leggi è stata per l'ignoranza dell'istoria da' nostri Professori tanto confusamente trattata, e con minor diligenza, che quella che concerne la compilazione di queste nostre Costituzioni. Non è chi non sappia, che l'Imperador Federico l'avesse a Pietro delle Vigne commessa, e che per suo comandamento questi la facesse; ma come, ed in qual tempo si pubblicasse, di quali Costituzioni e di qual Principe; qual uso ed autorità presso di noi avesse, e come da poi a noi fossero le leggi, che contiene, state esposte e commentate da' nostri Scrittori, evvi un profondo silenzio. Molti perciò confusero le Costituzioni, e ciò ch'è d'un Principe, l'attribuiscono ad un altro, come si è osservato ne' precedenti libri di quest'Istoria, ove molte leggi di Ruggiero furono, o a' due Guglielmi, o a Federico attribuite; ed all'incontro molte Costituzioni di quest'Imperadore, o a' Guglielmi, o al riferito Ruggiero. Molti altri, non intendendo la lor forza, nè l'uso di que' tempi, stranamente a noi l'esposero, e fuvvi ancora chi riputasse alcune di esse empie e sacrileghe.

Federico adunque savissimo Principe, che non meno nell'armi, che nelle leggi volle imitare i più savj Re della terra, in quest'anno 1231 avendo conchiusa la pace col Pontefice Gregorio, e resi tranquilli i suoi Reami di Sicilia e di Puglia, rivolse i suoi pensieri alle leggi, per dar a' Popoli a se soggetti più stabile e fermo riposo. Non è però, che egli in questo solo anno promulgasse tutte quelle Costituzioni, che si leggono in questo volume diviso in tre libri. La compilazione si fece in quest'anno, ma le leggi si stabilirono, e prima, e da poi, essendosi molte altre Costituzioni aggiunte dopo la compilazione fatta in quest'anno 1231 ond'è, che quelle portino in fronte l'inscrizione,_ Nova constitutio_. Egli in questo Codice volle, che si inserissero le Costituzioni de' Re di Sicilia suoi predecessori, e tra quelle ne scelse molte di Ruggiero I Re suo avolo: alcune di Guglielmo I suo zio, e poche di Guglielmo II suo fratel cugino, delle quali a bastanza fu ragionato ne' precedenti libri. Non volle tener conto di ciò, che s'avessero fatto Tancredi e Guglielmo III come quelli, che furon riputati da lui per Re illegittimi ed intrusi, come si è altre volte notato. Oltre delle Costituzioni di questi Principi suoi predecessori, volle che s'inserissero le sue promulgate già in diversi tempi, in varie occasioni, ed in varie città de' suoi Reami di Sicilia e di Puglia, stabilendo che cassate ed annullate le antiche leggi e consuetudini, che a tali Costituzioni fossero contrarie, queste sole s'osservassero, e queste così ne' giudicj, come fuori, avessero tutt'il vigore ed autorità nel suo Regno di Sicilia, ch'egli chiama _credità preziosa_[337]. Ed egli è da notare, che per Regno di Sicilia comprende non meno quello, che propriamente è detto di Sicilia, ma oltre di quell'isola, anche questo nostro, che ora Regno di Puglia, ora di Sicilia di qua del Faro, ed ultimamente Regno di Napoli fu detto; onde siccome di gran lunga andarono errati coloro, che riputarono le presenti Costituzioni essersi solo ordinate per l'isola di Sicilia, così anche non merita scusa il _Ramondetta_, che scrisse, queste leggi non essere state stabilite per coloro di quell'isola, ma solo per quello di Napoli. Errore così manifesto, che non vi è Costituzione, che nol convinca per tale.

Molte Costituzioni prima di quest'anno 1231 avea Federico per lo governo di questi Reami già stabilite[338]; e fin da' primi anni del suo Regno, dopo il Baliato d'Innocenzio III cominciò in varj Parlamenti tenuti in Puglia, o in altre città del Regno a stabilirne. Oltre di quelle fatte in Roma dopo la sua incoronazione per mano d'Onorio, delle quali si è discorso nel libro precedente, e che non han che far con le nostre, nell'anno 1220 essendosi dopo la sua incoronazione, da Roma portato nel nostro Regno e passato a Capua, quivi resse un Parlamento generale per bene del Regno, e promulgò suoi ordinamenti contenuti in venti capitoli, come narra Riccardo da S. Germano[339]: _Et se recto tramite Capuam conferens, et regens ibi Curiam generalem pro bono Statu Regni suas assisias_ (cioè regolamenti, che nelle Corti generali per pubblico bene, e comodo de' vassalli solevansi stabilire[340]) _promulgavit, quae sub viginti capitulis continentur_.

Vi è chi scrive, che nel seguente anno 1221 anche in Melfi avendo ragunata una general Assemblea, avesse promulgate altre sue Costituzioni; ma non facendone menzione alcuna Riccardo, non ci assicuriamo di dirlo; coloro, che lo scrissero, furono ingannati dalla data, che porta questa compilazione, nella quale, nelle vulgate edizioni, in cambio di notarsi l'anno 1231 si trova con error manifesto impresso 1221. Ne furono sì bene in quest'anno non in Melfi, ma in Messina promulgate dell'altre, le quali oggi pur veggiamo inserite in questo volume, come ce ne rende testimonianza l'istesso Riccardo: _Imperator per Apuliam, et Calabriam iter habens, feliciter in Siciliam transfretat, et Messanae regens Curiam generalem, quasdam ibi statuit assisias observandas contra lusores_ etc., le quali ora pur leggiamo in questa compilazione nel libro terzo sotto i titoli; _de his qui ludunt ad dados, etc. de Blasphemantibus Deum, etc._

Nell'anno 1222 narra l'istesso Riccardo, che Federico _sua Statuta per Regnum dirigit in singulis Civitatibus et Villis_; e nell'anno 1224 molte leggi furono da lui pubblicate intorno allo stabilimento dello studio generale eretto in Napoli, come altrove abbiam notato; e nella Costituzione _nihil veterum_[341] si parla della spedizione fatta da Federico in Lombardia per frenare la ribellione de' Lombardi, e del suo presto ritorno in Puglia, ciocchè, siccome scrissero Riccardo[342], ed Errico Sterone[343], amendue Scrittori di quel tempo, avvenne nell'anno 1226, e così di mano in mano anche dopo il ritorno fatto da Soria nell'anno 1229 altre ne promulgò in varie occorrenze[344]; e nel principio di quest'istesso anno 1231 nel mese di gennajo narra Riccardo[345], che mandasse Federico a Stefano di Anglone suo Giustiziero di Terra di Lavoro suoi ordinamenti riguardanti le concessioni e privilegi fatti da lui, e da Rinaldo Duca di Spoleti dopo il suo passaggio in Soria, comandando, che dovessero quelli presentarsi alla sua imperial Corte fra certo tempo: altrimenti, che d'essi non dovesse tenersi alcun conto, nè tenessero fermezza alcuna, ciò che pur lo vediamo inserito in questo Codice sotto il titolo _de privilegiis_ al libro 2.

Nel medesimo tempo proibì a' Baroni, che nelle lor terre e castelli potessero far nuovi edificj di muri e torri, come narra Riccardo, ciò che anche leggiamo nel libro terzo sotto il titolo _de novis Aedificiis_: diede parimente altri provedimenti intorno alle sovvenzioni, che dovean prestare i Conti, Baroni e Prelati, che tenevan Feudi, de' quali ci restano ancora i vestigi nei tre libri di queste Costituzioni. E forti argomenti abbiam di credere, che quella cotanto famosa e rinomata Costituzione _Inconsutilem_, piena di tanto rigore ed asprezza contro i _Patareni_ e gli altri Eretici di questi tempi, nel mese di febbrajo di quest'istesso anno 1231 avesse Federico promulgata, per accorrere a' mali, che il numero de' medesimi, il qual tuttavia andava crescendo, potevano apportare a questi Regni. Narra Riccardo essere in Italia cresciuto tanto il numero de' _Patareni_, che ne fu anche Roma, sede della religione, contaminata ed infetta, bisognando per estirpargli usar molto rigore; in guisa che molti, i quali ostinati non vollero lasciare i loro errori, furono fatti ardere nelle fiamme, e gli altri più docili, furono mandati a carcere nel monastero di Monte Cassino, ed a quello della Cava per dovervi stare insino che abjurassero, e facessero penitenza de' loro falli. E crebbe il lor numero in guisa che, oltrepassando Roma, cominciarono anche a contaminare le città di questo nostro Reame, ed in Napoli particolarmente multiplicavano assai più, tanto che Federico per estirpargli mandò quivi l'Arcivescovo di Reggio, e Riccardo di Principato suo Maresciallo, perchè severamente gli punissero, siccome in fatti molti ne furono trovati e posti in carcere: e questa fu l'occasione che mosse Federico a punir questi Eretici, ed i loro recettatori e fautori con pene sì terribili e severe, come appunto e' dice in quella sua Costituzione[346]: _Et tanto ipsos persequamur instantius, quanto in evidentiorem iujuriam fidei Christianae, prope Romanam Ecclesiam, quae caput aliarum Ecclesiarum omnium judicatur, superstitionis suae scelera latius exercere noscuntur. Adeo quod ab Italiae finibus, et praesertim a partibus Lombardiae, in quibus pro certo perpendimus ipsorum nequitiam, amplius abundare, jam usque ad Regnum nostrum Siciliae, suae perfidiae rivulos derivarunt. Quod acerbissimum reputantes, statuimus, etc._ Narra ancora Riccardo, che nel mese di giugno di quest'istesso anno si fossero nuove altre Costituzioni da Federico stabilite in Melfi: _Constitutiones novae, quae Augustales dicuntur, apud Melfiam, Augusto mandante, conduntur_. Siccome nell'istesso tempo fu fatta inquisizione _de campangiis, falsariis, aleatoribus, tabernariis, homicidis, vitam sumptuosam ducentibus, prohibita arma portantibus, et de violentiis mulierum_; e puniti i rei secondo quelle pene, che furono da lui stabilite in varie sue Costituzioni, che oggi sotto questi titoli leggiamo in questo Codice.

Da tutte queste Costituzioni sinora da lui stabilite ne' precedenti anni in varie occasioni, e da quelle dei Re di Sicilia suoi predecessori fu in quest'anno da Pietro delle Vigne compilato questo nuovo volume delle nostre Costituzioni, che oggi diciamo _del Regno_; e terminata tal compilazione, nel mese d'agosto del suddetto anno 1231 nel solenne Concistoro tenuto in Melfi furono, tutte unite insieme, pubblicate a' Popoli, perchè cassate l'antiche, queste dovessero osservare. Ecco come Federico ne favella: _Accipite gratanter, o Populi, Constitutiones istas, tam in judiciis, quam extra judicia potituri. Quas per Magistrum Petrum de Vineis Capuanum Magnae Curiae nostrae Judicem, et fidelem nostrum mandavimus compilari_[347].

Che tal pubblicazione si fosse fatta in agosto di quest'anno 1231 ce lo testifica Riccardo nella sua Cronaca a tal mese, ed anno: _Constitutiones Imperiales Melfiae pubblicantur_. Ed a quel che ne scrive Riccardo, sono concordi l'edizioni antiche e corretta, che portano questa data: _Actum in solenni Consistorio Melfiensi, anno dominicae incarnationis M.CC.XXXI. mense Augusti, indictionis quartae_. Ed in tal guisa ancora leggevasi nell'antica edizione, della quale si valse il nostro Matteo d'Afflitto, quando a quelle fece il suo gran Commento, non ponendosi allora in dubbio, che in quest'anno fossero state pubblicate, come scrisse quest'Autore[348]: _Ex quo istae Constitutiones editae fuerunt mandante dicto Imperatore per doctissimum virum Petrum de Vinea in anno Domini_ 1231. Onde si scorge con evidenza, che nell'edizioni nuove e vulgate, che oggi vanno attorno, vi sia errore manifesto, portando altra data, cioè dell'anno 1221.

Egli è da notare ancora, che dopo questa pubblicazione, furono negli anni seguenti da Federico in varj tempi fatte altre Costituzioni, le quali da Taddeo di Sessa, da Roffredo Beneventano, ed ultimamente da Andrea e Bartolommeo di Capua furon sotto i loro dovuti titoli fatte inserire in questo Codice, ond'è, che si appellino _Novae Constitutiones_. Così Federico nel mese di febbrajo del seguente anno 1232 fece pubblicar in S. Germano le sue Costituzioni _de Mercatoribus, Artificibus, Medicis, Alcatoribus, Damnis, Militibus, Notariis_, etc., come si legge nella Cronaca di Riccardo, ov'è d'avvertire, che Ferdinando Ughello, il qual nel terzo volume della sua _Italia Sacra_ fece imprimere questa Cronaca, mal fece inserire, dopo queste parole: _Post mundi machinam providentia Divina firmatam, etc. quest'altre: Harum aliquot Richardus Author historiae ponit, sed nos remittimus lectorem ad librum Constitutionum Regni Siciliae_; dalle quali parole si conosce, che questa fu una postilla fatta da qualche studioso alla Cronaca di Riccardo; onde non meritava, che si confondesse col testo della Cronaca. Queste Costituzioni pubblicate a S. Germano le vediamo ancora inserite nel volume delle nostre Costituzioni, come sotto il titolo _de Mercatoribus_, sotto il titolo _de Fide Mercatorum_, sotto il titolo _de Medicis_, sotto il titolo _de Alcatoribus_ ovvero de _his, qui ludunt ad dados_, ed altre, che si leggono nel libro terzo. E nel mese d'ottobre del medesimo anno nell'istesso luogo di S. Germano ne pubblicò altre attenenti all'annona, a' pesi e misure, ed altre che si leggono nella citata Cronaca, e delle quali ne restano ancora a noi i vestigj ne' libri delle nostre Costituzioni: _Mense Octobri in S. Germano hujusmodi sunt Imperiales Assisiae publicatae_. Ed essendo l'Imperador Federico nel seguente anno 1233 passato in Sicilia, tenendo nel fine di quest'anno in Siracusa un general Parlamento, stabilì quella famosa Costituzione: _Ut nulli_, come dice Riccardo, _liceat de filiis, et filiabus Regni matrimonia cum externis, et adventitiis, vel qui non sint de Regno, absque ipsius speciali requisitione, mandato, seu consensu Curiae suae contrahere, videlicet, ut nec aliquae de Regno nubere alienigenis audeant, nec aliqui alienigenarum filias ducere in uxores, poena apposita omnium rerum suarum amissione_. Costituzione che noi leggiamo sotto il titolo _de uxore non ducenda sine permissione Regis_, dopo quella, che comincia _Honorem nostri diadematis_, nella quale si leggono quasi le medesime parole di Riccardo, e per essere promulgata in questo anno dopo la pubblicazione fatta in Melfi, perciò porta in fronte: _Nova constitutio_. Fu la medesima da Federico stabilita non senza forte ragione, poichè avendo invitate le femmine alla successione de' Feudi, perchè queste maritandosi non trasferissero i Feudi alle famiglie a se ignote, e forse non a se fedeli, volle perciò, che senza consenso della sua Corte non potessero casarsi; della qual Costituzione abbastanza fu da noi scritto, quando ci toccò favellare delle leggi di Ruggiero, riprovando l'error d'Andrea d'Isernia, che la reputò restrittiva della libertà de' matrimonj. La quale durata per lungo tempo, fu poi da Carlo II d'Angiò riformata in questo Regno, ed in Sicilia abolita affatto dal Re Giacomo.