Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 20

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Allora fu, che Federico, per gratificare ad Onorio, promulgò in Roma dopo la celebrità della sua incoronazione quelle sue augustali Costituzioni, che leggiamo oggi nel libro secondo de' Feudi, secondo la volgare ed antica divisione, sotto il titolo _de statutis, et Consuetudinibus contra libertatem Ecclesiae, etc._ continenti più capitoli, rivocandosi nel primo tutti gli Statuti e Consuetudini introdotte contro la libertà ecclesiastica; stabilendosi nel secondo gravi pene contro i Gazari e Patareni ed altri Eretici; e negli altri dandosi alcuni provedimenti sopra l'ospitalità e testamenti de' peregrini, e sopra la sicurtà degli agricoltori; i quali si veggono confermati da Onorio. Nè dovrà dubitarsi, che in tal occasione, ed in quest'anno si siano promulgate queste Costituzioni in Roma da Federico; poichè oltre il testimonio di Riccardo da S. Germano[262], l'istesso Federico, nel proemio delle medesime, dice averle promulgate _in die qua de manu sacratissimi Patris nostri summi Pontificis_ (intendendo d'Onorio) _recipimus Imperii diadema_. Tre capitoli delle quali furono da poi inseriti nel Codice di Giustiniano sotto il titolo _de Haereticis_[263]; ed un altro sotto il titolo _de Sacr. Eccles._ dal quale se ne formò l'_Auth. Cassa, et irrita_. Ciò che abbiam voluto avvertire, affinchè queste Costituzioni augustali non si confondano coll'altre, che promulgò da poi Federico per li soli Regni di Sicilia e di Puglia, com'è quella che comincia _Inconsutilem_, e l'altre, che si leggono nelle nostre Costituzioni del Regno. Queste sono le Costituzioni regie, non augustali, ovvero imperiali, e furono promulgate da poi per questi Regni, quando i Patareni erano penetrati in queste nostre parti, ed in Napoli particolarmente, dove Federico nell'anno 1231 ne fece molti imprigionare e punire, come diremo più innanzi.

Ma non perchè Federico avesse con tanto suo svantaggio e diminuzione delle ragioni dell'Imperio e del Regno, proccurato soddisfar il Pontefice, fu ciò bastante per averlo amico; poichè, come scrive Orlando Malavolta nell'Istoria di Siena, dimorando ancora Federico in Roma, s'avvide, che gli ordini, ch'egli avea dati per mettere in assetto le cose di Lombardia, erano mal eseguiti dalle città Guelfe aderenti alla Chiesa, e ciò avveniva per opera di Onorio, che voleva che gli fosse resa così poca ubbidienza da' suoi partigiani, studiandosi di tener così irreconciliabili e divise queste fazioni, per tema, che non passando queste città nel partito di Federico, egli poi non fosse sopraffatto dalla sua potenza.

§. I. _Delle fazioni Guelfe e Ghibelline._

Qui bisogna per maggior chiarezza della istoria ricordare da capo il principio e la cagione di queste divisioni di Guelfi e Ghibellini, delle quali dovrà molto spesso favellarsene, per essersi in esse sovente intrigati i Re del nostro Reame.

(Delle varie opinioni intorno all'origine di queste fazioni, son da vedersi que' Scrittori, che raccolse _Struvio_[264]; dove rapporta la più vera, ch'è quella scritta da _Andrea_ Prete, nella Cronaca di Baviera pag. 25, di cui ne adduce le parole).

Queste famose fazioni non nacquero, come si diedero a credere alcuni, ne' tempi del nostro Federico, ovvero ch'egli ne fosse stato autore, come a torto ne l'imputa il Fazzello; ma sursero molto tempo prima; egli le trovò già introdotte in Italia, nella quale aveano messe profonde radici. Cominciarono in Alemagna sino dall'anno 1139 ne' tempi di Corrado III, Imperadore, e nel Regno di Ruggiero I, Re di Sicilia[265]. I _Ghibellini_, che furon sempre Imperiali, presero il nome da _Gibello_ città, ove nacque Errico figliuolo di Corrado. I _Guelfi_, che furon sempre Papalini, presero il nome da _Guelfo_ Duca di Baviera. Vennero da poi questi nomi da Alemagna in Italia, per un accidente sopravvenuto in Firenze, che propagò in Italia le divisioni; poich'essendo in quella città un gentiluomo, il cui nome fu Messer Buondelmonte de' _Buondelmonti_, giovane vago, e molto avvenente, costui avea promesso di torre per moglie una donzella degli _Amadei_, nobili anch'essi; ma cavalcando un giorno per Firenze passò avanti il palagio d'una gentil donna della famiglia Donati, la quale essendosi invaghita delle maniere avvenenti del giovane, avea proposto di dargli per moglie una sua figliuola, la quale, perchè unica era nata al padre, avea redato una buona e ricca dote. Costei adunque fattasi in su l'uscio della sua casa trovare, mentre di colà passava Messer Buondelmonte ed amichevolmente salutatolo, incominciò donnescamente a proverbiarlo della donna, che preso avea, dicendogli che non era meritevole di così degno giovane, com'egli era, con soggiungere: io vi avea serbata questa mia figliuola di voi assai più degna, che quella, che presa avete; le cui parole udendo Messer Buondelmonte, e veggendo la fanciulla di nobilissima presenza e di maravigliosa bellezza, di lei incontanente innamoratosi, rispose, che sarebbe stato troppo sciocco a rifiutar così cortese offerta, e tosto la prese e sposò. Significato tal fatto agli _Amadei_, gli accese di grandissima ira contro Messer Buondelmonte, che così schernendogli era lor venuto meno della promessa del pattuito parentado, e mentre insieme uniti trattavano di che guisa si dovessero di lui vendicare, se con batterlo, o con ferirlo, un Messer Moscadi _Lamberti_, uomo, che di poca levatura avea mestiere, disse che egli avrebbe trovato un miglior modo che tutti gli altri; e non guari da poi la mattina di Pasqua di Resurrezione incontrando a cavallo Messer Buondelmonte al Ponte vecchio dell'Arno, assalitolo con alcuni altri suoi congiunti di sangue, e con molte ferite atterratolo da cavallo l'uccise appunto a piedi del pilastro, che sosteneva la statua di Marte antico Idolo de' Fiorentini. Sì fiera novella sparsasi per la città, fu cagione, che si levasse tutta ad arme e a rumore, dividendosi i Nobili di essa in due fazioni, che si chiamarono poi _Guelfi_, e _Ghibellini_; dell'una delle quali parti furono in Firenze Capi i _Buondelmonti_, insieme con molti altri, e si nomarono _Guelfi_; e dell'altra, che si nomò de' _Ghibellini_ furono capi gli _Uberti_ collegati con gli _Amadei_, e con altre molte famiglie; la qual fiera pestilenza si sparse poscia in breve tempo per la maggior parte dell'altre città d'Italia con grande lor disfacimento e rovina. Poichè nelle discordie nate tra Pontefici e gl'Imperadori, quelli del partito, che seguirono l'Imperadore furon detti perciò _Ghibellini_, gli altri del contrario, che seguirono le parti del Papa si dissero _Guelfi_; ed i Papi proccuravano mantener le fazioni, per così deprimere, o almen bilanciare le forze imperiali. Questo istesso intendeva fare Onorio con Federico, non ostante d'esser stato così ben da lui corrisposto. Ma questo Principe ciò dissimulando, lasciato in Toscana Corrado Vescovo di Spira e Cancelliero imperiale d'Italia, acciocchè mantenesse in fede i vecchi amici, e ne gli acquistasse altri di nuovo, partitosi di Roma venne in Terra di Lavoro, richiamato anche per reprimere alcune novità, che alcuni Baroni macchinavano nel Regno, e giunto a S. Germano fu a grand'onor raccolto dall'Abate Stefano; indi tolse al Conte di Fondi Sessa, Teano e la Rocca di Mondragone, che ne' passati tumulti avea occupati.

§. II. _Della Corte capuana._

Non guari da poi Federico, da S. Germano, passò a Capua, ove formatosi convocò un general Parlamento, nel quale diede molti provedimenti per la quiete e comun bene del nostro Reame. Allora fu, che per consiglio di Andrea Bonello da Barletta celebre Giureconsulto ed Avvocato fiscale della sua Corte si ristabilì in Capua un nuovo Tribunale, chiamato la _Corte capuana_[266], nella quale ordinò, che i Baroni ed i Comuni delle città e terre, ed ogni altra persona, dovessero presentare tutte le concessioni e privilegi delle lor castella, e di altre cose, che tenevano da lui e da' passati Re suoi predecessori (ad esclusion però di Tancredi e suoi figliuoli, che gli ebbe per intrusi) per riconoscergli se stavan bene, o fossero stati illegittimamente conceduti in tempo di turbolenze; ingiungendo, che coloro che non gli presentassero, si tenessero caduti dalle concessioni, che in essi si contenevano e s'applicassero alla sua Camera; rivocando altresì alcune di esse, ch'erano state fraudolentemente estorte. Di che oltre di quel che ne scrisse Riccardo di S. Germano[267], ne abbiamo anche nelle nostre _Costituzioni_ del Regno un intero titolo: _De privilegiis a Curia Capuana revocatis_. Ciò che abbiam voluto avvertire, perchè non si creda, che Federico questa Corte l'avesse istituita in Napoli, come si diedero a credere Camillo Salerno[268] e 'l Tutini[269], essendo stata quella eretta in Capua, e perciò chiamata _Capuana_. Napoli fu da poi da questo Principe innalzata sopra tutte le altre per l'Accademia degli Studi, che vi fondò, e per lo Tribunal della Gran Corte, di che più innanzi ci sarà data occasione di favellare.

Ma ne fu grandemente biasmato il Bonello nostro Giureconsulto autor di tal Corte; poichè quella apportò danno gravissimo a molti, a' quali, o i loro privilegi furon rivocati, o pure, perchè non presentati in tempo, non fu di essi poi tenuto conto; onde i nostri _Commentatori_ sopra quella Costituzione mal sentono di questa istituzione, e ne parlano con istrapazzo, come stabilita senza legge e senza ragione, e che sappia di tirannide; ma Marino da Caramanico antico Glossatore ben la difende contro tutti gli sforzi di costoro.

Ordinò ancora Federico in questo general Parlamento, che si abbattessero tutte le Rocche e Fortezze, che novellamente alcuni Baroni aveano edificate per lo Reame; di che l'istesso Federico in un'altra Costituzione, che abbiamo sotto il titolo _de novis aedificiis_, ne fece anche menzione[270]; e dopo aver dati altri provedimenti, che, come dice Riccardo da S. Germano, in venti capitoli erano contenuti, compita l'Assemblea, da Capua, essendo entrato l'anno 1221, se ne andò a Sessa, ove fece torre a Riccardo fratel del morto Pontefice Innocenzio il Contado di Sora, che in suo nome gli aveano donato i Governadori del Regno, mentre era egli ancor fanciullo, come si è di sopra narrato[271]. Comandò ancora a Ruggiero dell'Aquila, che assediasse il castello d'Arce difeso da Stefano Cardinal di S. Adriano, e l'ottenne; ed a preghiere de' Tedeschi sprigionò il Conte Diopoldo, che sin dall'anno 1218 avea fatto carcerare.

Nel medesimo tempo concedette il Contado della Cerra a Tommaso d'Aquino, e 'l creò Maestro Giustiziero di Puglia e di Terra di Lavoro[272]. Passò poi sopra Bojano con molti altri Baroni, ch'erano in sua compagnia, per reprimere la fellonia del Conte di Molise e d'alcuni altri Baroni; ed avendogli abbassati e posta in tranquillità quella provincia, discorse anche per la Calabria e per la Puglia, ancor tumultuanti; poichè molti Prelati e Baroni, che per la sua fanciullezza eran avvezzi a vivere a lor talento, non intendevano ubbidirlo, se non quando lor piaceva: a reprimer queste rivolture v'accorse immantenente; ed avendo discacciati alcuni Baroni, ed altri costringendogli alla fuga, questi si ricovrarono in Roma sotto il presidio del Pontefice Onorio; di che si doleva Federico, che Onorio accogliesse i suoi nemici e ribelli, e fomentasse con ciò le ribellioni ne' suoi Stati, istigando ancora molti Vescovi a far il medesimo; onde fu egli costretto per sicurezza dello Stato discacciarne alcuni dalla Puglia, e sustituire altri Vescovi in luogo loro; e, per sostenere il suo esercito, di taglieggiare indifferentemente così le Chiese come i Cherici per li suoi bisogni[273].

CAPITOLO I.

_Prime origini delle discordie tra l'Imperadore FEDERICO II, con Papa ONORIO III._

Questi furono i primi fomenti dell'inimicizie tra Federico ed Onorio. Federico portava le doglianze contro Onorio, che oltre di mantenergli le città Guelfe avverse, ricovrava sotto il suo presidio i suoi nemici e ribelli, fomentando ancora molti Prelati del Regno a questo fine. All'incontro Onorio vedendo discacciati alcuni Vescovi, taglieggiate le Chiese, ed in lor luogo sustituiti altri da Federico, altamente si querelava di lui, che così violasse l'immunità e libertà della Chiesa, ch'egli medesimo dopo la sua coronazione avea giurato di conservare, e stabilite perciò più Costituzioni. Declamava ancora, come s'arrogasse tanta autorità d'investire i Prelati del Regno e discacciar quelli rifatti da lui; onde per questo inviò suoi Legati all'Imperadore, affinchè gli restituisse nelle loro Sedie.

Ma Federico costantemente gli rispose, che fu sempre in balìa de' Principi discacciar da' loro Stati i Prelati a se sospetti e diffidenti, e che sin da Carlo M. era stato lecito agl'Imperadori d'investire i Vescovadi ed altre dignità coll'anello e collo scettro, e che fu antica autorità, anche de' Re di Sicilia nella elezione de' Prelati dar l'investiture e gli assensi: che questo lor privilegio non poteva derogarsi da Innocenzio III, come fece con una donna, mentr'egli era ancor fanciullo; e che prima si lascerebbe torre la Corona, che derogar in un punto a questi suoi diritti[274].

Dall'altra parte il Papa scrisse una molto forte lettera, rapportata da Pirro[275], a tutti i Ministri regj di Sicilia, perchè non permettessero l'esazione de' tributi contro i Cherici ed altre persone ecclesiastiche, ma gli lasciassero immuni, come erano sotto Guglielmo II. Alcuni scrissero, che fra questi contrasti, Federico, prima di passare in Sicilia, avesse celebrato un altro Parlamento in Melfi, come nell'anno precedente avea fatto in Capua, e che quivi avesse fatto pubblicare il volume delle sue _Costituzioni_, compilato per suo ordine da Pietro delle Vigne. Ed in vero se dovesse attendersi la data, che quelle portano, dovrebbe dirsi, che in quest'anno 1221 quella compilazione seguisse, così leggendosi nelle vulgate: _Actum in solemni Consistorio Melfitensi, Anno Dominicae Incarnat. M.CC.XXI_. Ma perchè Riccardo di S. Germano non fa menzione di tal Parlamento in Melfi in quest'anno, ma ben nell'Anno M.CC.XXXI dice, che fu tenuto in quella città, ove si stabilirono queste Costituzioni, perciò noi differiamo a parlar di questa compilazione nel tempo posto da Riccardo, ove con manifesti argomenti dimostreremo non altrimenti in quest'anno, ma in quello essersi pubblicato quel volume; e che per isbaglio degl'impressori, che era facilissimo ad accadere, in vece del 1231 siasi impresso 1221.

Pubblicò egli è vero in questo medesimo anno alcune sue Costituzioni, ma non già nel Parlamento di Melfi ma in quello che tenne in Messina, quando composte le cose di Puglia passò in Sicilia, le quali da Pietro delle Vigne furono poi anche inserite in quel volume, insieme con quelle, che pubblicò in Capua, e con altre, che stabilì altrove per varie occasioni, come ben a lungo, quando di questa compilazione ci toccherà favellare, diremo.

Intanto Federico terminato questo Parlamento in Messina passò a Palermo, ove fece raccorre per tutti i suoi Regni una general taglia della ventesima parte delle rendite degli Ecclesiastici, e della decima de' Laici, non già per avarizia, come pure a torto ne fu incolpato, ma per soccorso della guerra di Terra Santa, e particolarmente per soccorrer Damiata, la quale era strettamente assediata dal Soldano d'Egitto. Inviò pertanto colà la raccolta moneta per Gualtieri della Pagliara Gran Cancelliero, e per Errico conte di Malta Grand'Ammiraglio di Sicilia; ma giunto costoro in Damiata fu per colpa del Cardinal Pelagio, e di tutti gli altri Principi, che colà militavano, perduta quella città, che con tanti travagli si era acquistata, restituendola vergognosamente al Soldano d'Egitto: di che fieramente sdegnato Federico contro il Gran Cancelliero ed il Grand'Ammiraglio, ch'eran con gli altri concorsi a così vergognosa resa, imprigionò il Conte, e lo spogliò di tutte le terre ed ufficj che possedea, ed il Cancelliero se ne fuggì a Vinegia, dove forse in esilio morì, non facendosi di lui più menzione alcuna nelle scritture di que' tempi. Morì in questo medesimo tempo in Bologna Domenico di Gusman, che fu poi chiamato Santo.

Nel nuovo anno 1222, mentre Federico teneva Corte in Catania, giunse in queste nostre parti, e propriamente nel mese di febbrajo, la nuova al Papa della caduta di Damiata; onde questi da Roma portatosi in Anagnia, cominciò, secondo il suo costume, ad aspramente dolersi di Federico, che ponendo le mani nelle ragioni della Chiesa taglieggiava i Frati ed i Preti: che avea scacciato dalla Chiesa di Aversa il Vescovo legittimamente eletto per porvene un altro di sua testa, ed il medesimo avea fatto in Salerno, ed in Capua: che dal mandar in lungo l'espedizione da lui solennemente in voto promessa di passare in Terra Santa, i Cristiani aveano perduta Damiata, imputandogli che se fosse colà andato, non si sarebbe perduta quella città con tanto danno e vergogna. Federico volendosi purgar di queste accuse, partì da Sicilia, ed andò a ritrovar il Pontefice, ch'era passato in Veruli, ed ivi abboccatisi insieme, dimoraron colà quindici giorni continui, e pacificatisi ora a cagion de' gravi bisogni di Terra Santa, statuirono, che s'avesse a convocar una general Corte di tutti i Principi in Verona per trattare d'andare a soccorrere i Cristiani di Soria, promettendo di nuovo Federico di passarvi senz'altra dimora fra certo prefisso tempo con potente esercito.

Composte in cotal guisa le cose del Papa, passò Federico in Puglia, ove dato assetto a quella provincia, bisognò, che ritornasse subito in Sicilia, a cagion che i Saraceni gli avean mossa ribellione; e mentre egli valorosamente gli combattè, ecco che l'Imperadrice Costanza si muore nella città di Catania, avendogli partorito Errico, ed un altro figliuolo chiamato Giordano, che se ne morì fanciullo[276].

Era a questo tempo l'Imperador Federico non più che d'anni 25, e vedendosi nella sua giovanezza privo di moglie, e con il solo figliuolo Errico ch'era in Germania, proccurò dopo la morte dell'Imperadrice farlo dichiarar suo successore, e lo fece coronar Re di Germania in Aquisgrana; ed aggiunge Bzovio, che Federico affrettò tal coronazione, poichè perduta Damiata, il Papa il sollecitava alla navigazione di Terra Santa: e perciò affrettò anche le nozze del fanciullo con Margherita figliuola di Leopoldo Arciduca d'Austria.

Dopo aver Federico trionfato de' Saraceni, e di Mirabetto lor Capo, fece ritorno in Puglia, ove ebbe nuovi disgusti col Papa, per cagion che gli Ufficiali regj esigevan indifferentemente le collette dalle Chiese, e dagli Ecclesiastici: di che offeso Onorio, spedì all'Imperadore il Priore di S. Maria la nuova, perchè glie lo proibisse: onde Federico mosso dalle dimande del Papa, mentr'era in Veruli subito scrisse a' suoi Ufficiali, che non più taglieggiassero le Chiese e gli Ecclesiastici.

CAPITOLO II.

_Unione della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia._

Fra gli altri pregi onde Federico ornò il Regno di Sicilia, sotto il qual nome in questi tempi venivan comprese queste province e l'isola di Sicilia, fu quello della Corona di Gerusalemme; onde da lui i successori Re di questo Regno riconoscono questo spezioso titolo, e godono i patronati e le preminenze nel tempio di quella città, e nel sepolcro di Cristo: unico e misero avanzo di ciò che ci è rimaso oggi, da poi che quel Regno passò sotto la dominazione de' Turchi. E poichè da' nostri Scrittori questo soggetto non vien trattato con quella dignità e chiarezza che merita, fa di mestieri che partitamente se ne ragioni.

Due unioni della Corona di Gerusalemme a quella di Sicilia vengono da' nostri Scrittori rapportate. La prima avvenne in quest'anno 1222 nella persona dell'Imperadore Federico II Re di Sicilia, per le ragioni di _Jole_ sua seconda moglie; ed è la più ben fondata, e della quale ora favelleremo. L'altra nel 1272 nella persona di Carlo I d'Angiò per la cessione di Maria figliuola del Principe d'Antiochia, la quale, come diremo a suo luogo, tenendo un principio alquanto torbido, non è molto riguardata.

Il Regno di Gerusalemme dopo la morte di Balduino fratello del famoso _Goffredo_ Buglione, che ne fu eletto prima Re, pervenne nel 1118 a _Balduino II_ suo fratel cugino, il quale non avendo figliuoli maschi, per assicurare la successione in quel Regno alla sua primogenita Melisinda, la diede in matrimonio a Folco Conte d'Angiò, ch'ebbe il titolo di Re di Gerusalemme l'anno 1131.

_Balduino_ III suo figliuolo gli succedette, e poi suo fratello Amorico. Quest'ultimo lasciò un figliuolo nominato _Balduino_ IV in età di tredici anni, il quale regnò dodici anni sotto la reggenza di Raimondo Conte di Tripoli.

Questo Balduino non lasciò di se alcuna prole, ma solo due sorelle, figliuole d'_Amorico_. La prima fu chiamata _Sibilla_, la seconda _Isabella_. _Sibilla_ era stata data in moglie a Guglielmo Marchese di Monferrato, dalle quali nozze era nato un figliuolo chiamato _Balduino_; e morto Guglielmo, rimasa Sibilla vedova, Balduino IV suo fratello Re di Gerusalemme, la diede in Matrimonio a _Guido di Lusignano_, destinandolo parimente per suo successore; ma poi usando giustizia a suo nipote, mutò sentimento, e fece coronare Re _Balduino_ V suo Nipote, e gli diede il Conte di Tripoli per Tutore.

Dopo la morte di Balduino IV e di Balduino V suo nipote, che non lasciando prole lo seguì poco da poi, il Conte di Tripoli, e Guido di Lusignano contesero fra loro la Corona. Sibilla però la fece dare al suo marito _Guido_: di che mal soddisfatto il Conte, ebbe dell'intelligenze secrete con Saladino Califa di Egitto, il quale colle sue conquiste essendosi reso Signore dell'Egitto, dell'Affrica, dell'Assiria e di tutta l'Affrica, ed avendo dichiarata la guerra a' Cristiani della Siria, venne tosto ad assediar Tiberiade. _Guido_ Re di Gerusalemme venne in soccorso; ma la necessità avendo costretti i Cristiani alla battaglia, avendogli abbandonati il Conte di Tripoli, restarono perditori. Il Re di Gerusalemme fu fatto prigione, e l'esercito cristiano interamente disfatto. La rotta fu seguita dalla perdita di quasi tutto il Regno di Gerusalemme: Tiberiade, e l'altre città vicine furono prese: Acra, Berito ed Ascalona furono rese con condizione, che il Re Guido fosse posto in libertà. Saladino in fine assediò la città di Gerusalemme, e la prese a composizione, di modo che non restò altro a' Cristiani in Asia, che tre Piazze, cioè Antiochia, Tripoli e Tiro. Tutte queste disavventure successero a' Cristiani l'anno 1187.

Intanto Corrado Marchese di Monferrato, morta Sibilla senza lasciar di se prole, si sposò Isabella sua sorella, per le cui ragioni pretendeva egli il Regno di Gerusalemme già perduto, onde con vigore si pose a difender la città di Tiro; poichè si era Tripoli data a Balduino Principe di Antiochia dopo la morte del Conte, il qual poco sopravvisse al suo tradimento, essendo morto d'afflizione, perchè Saladino non gli aveva mantenuta la parola, che gli avea data di farlo Re di Gerusalemme.

Vedendo il Papa ed i Principi d'Europa lo stato deplorabile, nel quale erano ridotti i Cristiani d'Oriente, s'accinsero alcuni di essi ad andare in Oriente in lor soccorso; e risoluta nell'anno 1188 la Crociata, vi si trovarono pronti i Re di Francia e d'Inghilterra, i quali partirono co' loro eserciti nell'anno 1190, e giunsero felicemente in Palestina, e combatterono con Saladino, a cui tolsero la città d'Acra. Ma il Re di Francia venendo molto incomodato da una grave infermità, risolvette di ripassare il mare, lasciando una parte delle sue truppe in Palestina; e prima di partire compose col Re d'Inghilterra le contese, che trovarono insorte con pregiudicio de' Cristiani tra _Guido di Lusignano_, e 'l _Marchese di Monferrato_ per lo Regno di Gerusalemme. Fu secondo alcuni deciso, che _Guido_ riterrebbe in tutto il corso di sua vita il titolo di _Re di Gerusalemme_, e dopo la sua morte il Marchese di Monferrato, ovvero i di lui figliuoli avrebbero la Corona. Fu parimente deciso, che le città di Tito, di Sidone e di Berito restassero al Marchese.