Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 19

Chapter 193,652 wordsPublic domain

Appartenendo dunque al Magistrato secolare la cognizione del fatto, quindi fu, che gl'Imperadori stabiliron molte leggi prescrivendo alcuni mezzi, e ricerche per questo fine. Dichiararono l'eresia delitto pubblico, e perciò ammisero tutti ad accusargli, particolarmente quando il giudicio criminale era indirizzato contro i Manichei, i Frigj ed i Priscillianisti. Ammisero i delatori; ed in alcuni casi, per iscoprire gli Eretici occulti, ed i loro Dottori anche ordinarono gli _Inquisitori_. E Gotofredo[252] osserva, che l'istituto di dar in questo delitto _Inquisitori_ fu prima introdotto da Teodosio Magno imitato da poi da Arcadio ed Onorio; ma soggiugne questo Scrittore, che gl'_Inquisitori_ non erano dati comunemente contro tutti gli Eretici, ma ne' casi più gravi, e che meritavano maggior asprezza e rigore, come contro i Manichei, i Dottori, ed Autori delle Sette, contro gli _Eunomiani_, ed altri Cherici autori di esecrande superstizioni ed eresie. Per maggiormente favorir la pruova di questo delitto permisero a' servi accusare i loro padroni[253]; non si perdonò nè alle mogli, nè a' proprj figliuoli; ed in fine i processi erano dal Magistrato secolare fabbricati secondo il prescritto delle leggi degl'Imperadori; nè i Vescovi dopo aver dichiarato l'opinioni eretiche, e separati dalla Chiesa come scomunicati ed anatematizzati quelli, che tali opinioni tenevano, s'intrigavano più oltre, nè ardivano darne notizia a' Magistrati, temendo che fosse opera di non intera carità.

Ma alcuni altri vedendo, che il timor del Magistrato vinceva la pertinacia degli ostinati, ed operava ciò che non poteva far l'amore della verità, riputavano che fosse debito loro di denunciare a' Giudici secolari le persone degli Eretici, e le loro operazioni cattive, ed eccitargli ad eseguire le leggi imperiali. Ma poichè alle volte occorreva di doversi procedere contro qualche Dottore eretico, il quale per la sua perversa dottrina cagionava turbamenti e sedizioni, ovvero a procedersi in qualche altro consimil caso, ove la pena, per le gravi circostanze del delitto, poteva stendersi all'ultimo supplicio: gli Ecclesiastici in questi casi s'astenevano di comparire al Magistrato, anzi sempre facevano ufficj sinceri co' Giudici, che non usassero co' delinquenti pena di sangue. S. Martino, in Francia, scomunicò un Vescovo, perchè avea accusati certi Eretici a Massimo occupatore dell'Imperio, i quali da lui furono fatti morire: e S. Agostino ancorchè per zelo della mondezza della Chiesa facesse frequentissime, e molto sollecite istanze a' Proconsoli, Conti ed altri Ministri imperiali in Affrica, che eseguissero le leggi de' Principi, notificava loro i luoghi, dove gli Eretici facevano conventicoli e scopriva le persone; contuttociò sempre che vedeva alcun Giudice inclinato a procedere contro la vita, lo pregava efficacemente per la misericordia di Dio, per l'amor di Cristo, o con altri simili scongiuri, che desistesse dalla pena del sangue; ed in un'epistola a Donato Proconsole dell'Affrica gli dice apertamente, che se egli persevererà in castigar gli Eretici nella vita, li Vescovi desisteranno di denunciargli, e non essendo notificati da altri, resteranno impuniti, e le leggi imperiali senza esecuzione; ma procedendo con dolcezza, e senza pene di sangue, essi avrebbero vegliato a scoprirgli, e denunciargli per servizio divino, ed esecuzione delle leggi.

In questa maniera furono trattate nella Chiesa le cause d'eresia sotto l'Imperio romano sin all'anno della nostra salute ottocento; quando diviso l'occidentale Imperio dall'orientale, questa forma rimase nell'orientale sino al suo fine, com'è manifesto dal Codice di Giustiniano, e dalle Novelle degli altri Imperadori d'Oriente suoi successori.

Ma nell'occidentale fu tutta variata, così perchè non fu bisogno, che i Principi facessero leggi, ovvero avessero molto pensiero a questa materia, atteso che per trecento anni, che passarono dall'800 sino al mille e cento, rari Eretici si trovarono in queste parti; come anche perchè, quando avveniva caso alcuno, i Vescovi vi mettevan mano; poich'essendosi la loro conoscenza nelle cause molto stesa per non curanza de' Principi, il delitto dell'eresia come Ecclesiastico se l'appropriarono, e siccome procedevano contro gli altri delitti ecclesiastici, come contra violatori di feste, trasgressori di digiuni, ed altri tali, giudicandogli, e castigandogli essi medesimi in que' luoghi dove da' Principi era loro concesso esercitar giurisdizione, e dove non l'aveano invocavano il braccio secolare, che gli castigasse: così ancora, e per le medesime vie, e forme ordinarie procedevano ne' delitti d'eresia contra gli Eretici.

Dopo il mille e cento, per le continue dissensioni e contrasti, che per cinquanta anni innanzi erano stati tra li Pontefici e gl'Imperadori, e per quelli che durarono tutto il secolo seguente sino al mille e ducento con frequenti guerre e scandali, e poco religiosa vita degli Ecclesiastici, nacquero innumerabili Eretici, l'eresie de' quali più comuni erano contro l'autorità ecclesiastica, chi attaccando i loro corrotti costumi, chi la potenza, e la loro ricchezza, sostenendo con gli _Arnaldisti_, che gli Ecclesiastici non poteano posseder niente di proprio; e chi anche penetrando più addentro, condennava il battesimo de' bambini, e ribattezzava gli adulti; faceva abbattere le chiese e gli altari, e spezzava le croci; e chi non approvava la celebrazion della messa, ed insegnava che le limosine, e le orazioni nulla servono a' morti. Eran perciò a questi tempi cresciuti, gli Eretici in gran numero, i quali o da' nomi de' loro Dottori, che furono autori dell'eresie, ovvero da' luoghi ove più fiorirono, o dai costumi che affettavano, presero varj e diversi nomi; ma nel secondo tutti convenivano nel Manicheismo. E siccome sotto l'Imperio romano, da Costantino Magno sino ai tempi di Valentiniano III ve ne furono innumerabili, denominati per i loro Autori sotto i nomi d'_Ariani_, di _Macedoniani_; _Pneumatomachi_, _Appollinariani_, _Novaziani_, ovvero _Sabaziani_, _Eunomiani_, _Valentiniani_, _Paulianisti_, _Papianisti_, _Montanisti_, _Marcianisti_, _Donatisti_, _Foziani_, e di tante altre Sette, che possono vedersi nel Codice di Teodosio[254]: così ancora a questi tempi si nominavano gli _Arnaldisti_ da Arnaldo da Brescia lor famoso Capo, i _Leonisti_, gl'_Insabbataiti_, i _Valdesi_, gli _Speronisti_, i _Pubblicani_, i _Circoncisi_, i _Gazari_, i _Patareni_, che disposti ad ogni oltraggio e patimento, affettando incredibile costanza, vollero esser chiamati _Patareni_, per opporsi a' Cattolici, i quali siccome quando per la religione patiscono stragi e morti son chiamati _Martiri_, così essi esponendosi per la loro credenza con egual costanza a simili pericoli, vollero esser nomati _Patareni_[255]. Ma i più considerabili in questi tempi erano gli Eretici _Albigensi_ denominati così da _Albi_, luogo dove essi si ritirarono, i quali per la protezione che aveano del Conte di Tolosa, aveano sparsa la lor dottrina in molte province della Francia.

Ma all'incontro in questi medesimi tempi a favor della Chiesa romana sursero que' due gran lumi _Domenico_ e _Francesco_, i quali colla lor santità resisi chiari per tutto, fondarono le religioni de' _Predicatori_ e dei _Frati minori_, e furono piante così fruttifere, che i loro rampolli moltiplicarono in guisa, che in breve si vide piena Europa di tanti valorosi commilitoni, i quali non risparmiando nè fatica, nè travaglio esponendosi ad ogni periglio, combatterono valorosamente per li romani Pontefici. _Francesco_ imitando la severa e rigida povertà proccurò ad imitazion di Cristo ridurre la sua religione e gli uomini, che a quella s'ascriveano, alla antica disciplina ed a' suoi principj, e come fondata su l'umiltà e povertà pensò di riportarla indietro, e vestirla di quegli antichi abiti; ed in cotal maniera più coll'esemplarità della vita, che colle prediche e sermoni, toglier gli errori. Dall'altra parte _Domenico_ di nazione Spagnuola, della città di Calagorra, del chiaro, e nobil lignaggio de' Gusmani, in altra guisa si rivolse co' suoi Frati ad abbattere le nascenti eresie. I Vescovi non erano sufficienti ad estirparle, così per lo gran numero, come perchè tanto essi, quanto i loro Vicarj erano poco atti, e meno diligenti di ciò che li Pontefici Romani desideravano, e sarebbe stato necessario; perciò Innocenzio III scorgendo il zelo di questi nascenti commilitoni diede loro incumbenza che andassero a predicare agli Eretici la vera credenza per convertirli: esortassero i Principi ed i Popoli cattolici a perseguitare gli ostinati, e per informarsi in ciascun luogo del numero e qualità degli Eretici, del zelo dei Cattolici, e della diligenza dei Vescovi, e portar relazioni a Roma; dal che acquistarono nome d'_Inquisitori_. Domenico sopra gli altri si adoperò con tanto zelo contro gli Eretici _Albigensi_, che fu dichiarato dal Pontefice Innocenzio _Inquisitor_ generale contro di loro; il quale scorgendo non giovare con quegli ostinati le dispute e le concioni, stimò più opportuno mezzo per estirparli di ricorrere agli ajuti del Conte di Monforte, e di molti altri Signori spagnuoli, tedeschi e franzesi, i quali uniti insieme con grosso numero di Prelati, prendendo contro di loro la croce, nella provincia di Narbona, ed in altri luoghi gli vinsero e distrussero. Ma multiplicando essi sempre come idre, Domenico venne in Roma, e nel Concilio, che in quest'anno si teneva in Laterano, in più sessioni orò contro gli Albigensi, e fece condennar per eretica la lor dottrina. Si condennarono ancora in questo Concilio que' libri che l'Abate _Giovacchino_ avea scritti contro il _Maestro delle sentenze_ Pietro Lombardo, e s'approvò la dottrina del medesimo, che tenne intorno al mistero della Trinità. E furono parimente dati in quest'Assemblea molti provvedimenti intorno la riforma de' costumi degli Ecclesiastici, che per orrendi e sacrileghi venivano da' competitori eretici predicati, ed in cotal maniera terminossi il Concilio; onde datosi perciò maggior lena ai novelli _Inquisitori_ proseguirono con molta alacrità ed intrepidezza d'animo la loro incumbenza. Non aveano però a questi tempi Tribunale alcuno; ma ben alle volte eccitavano i Magistrati secolari a sbandire, o punire gli Eretici che trovavano: sovente eccitavano il Popolo mettendo una croce di panno sopra la veste a chi voleva dedicarsi a questo, ed unendogli insieme talora, gli conducevano all'estirpazione degli Eretici.

Fu da poi molto ajutata l'impresa di questi Padri _Inquisitori_ dal nostro Imperadore Federico II, il quale nel 1224 in Padova promulgò quattro editti sopra questa materia, ricevendo gl'_Inquisitori_ sotto la sua protezione, ed imponendo pena del fuoco agli Eretici ostinati, ed a' penitenti di perpetua prigione, commettendo la conoscenza agli Ecclesiastici, e la condennazione a' Giudici secolari. E questa fu la prima legge, che generalmente desse pena di morte agli eretici, di che altrove ci tornerà occasione di ragionare: ma ancorchè Federico avesse preso sotto la sua protezione gl'_Inquisitori_, non ebbero essi però Tribunale alcuno. L'ebbero poi nel Ponteficato d'Innocenzio IV, il quale rimasto per la morte dell'Imperador Federico quasi arbitro in Lombardia, ed in alcune altre parti d'Italia, applicò l'animo all'estirpazione dell'eresie, le quali avevano fatto gran progresso nelle turbazioni passate. E considerate l'opere, che per l'addietro aveano fatte in questo servizio i Frati di S. Domenico e di S. Francesco con la loro diligenza, e senza aver rispetto a persone ed a pericoli: ebbe per unico rimedio il valersi di loro, adoperandogli, non come prima, solo a predicare e congregare Crocesignati, e far esecuzioni estraordinarie, ma con dar loro autorità stabile, ed ergendo per essi un fermo Tribunale, il quale d'altra cosa non avesse cura. Ecco i principj del Tribunale dell'_Inquisizione;_ ma come poi ed in queste nostre province avesse esercitata la sua autorità, e come finalmente presso di noi fossesi reso cotanto odioso ed abborrito, sicchè non si soffra nemmeno sentirne il nome, sarà a più opportuno luogo lungamente narrato.

Intanto Papa Innocenzio terminato il Concilio, essendo partito da Roma, e gito in Perugia, infermando quivi d'una grave malattia, dopo aver per 18 anni retto il Ponteficato, e nella fanciullezza di Federico questo nostro Reame, passò di questa vita nel dì 16 luglio di quest'anno 1216. Fu la sua morte, per le cose, che qui a poco si narreranno, alla Chiesa romana luttuosissima, e molto grave all'Imperadore Federico, il quale co' suoi successori ebbe pur troppo avversa fortuna. Pontefice a cui molto deve la Chiesa romana, perchè colla sua accortezza, e molto più per la sua dottrina, la ridusse nel più alto e sublime stato, e che avea saputo soggettarsi quasi tutti gli Stati, e Principi d'Europa, i quali da lui come oracolo dipendevano. E cotanta era la riverenza del suo nome, che ridusse Alfonso Re d'Arragona a rendergli tributario il suo Regno, e di farsi uomo ligio della Chiesa romana, e volle da lui essere in Roma incoronato, il che a sua imitazione fecero anche altri Principi. Egli come dottissimo in giurisprudenza chiamò in Roma i maggiori personaggi a comprometter a lui le lor differenze, ed a contentarsi, che dal suo giudicio fossero terminate: quindi le più gravi e rinomate controversie di Stati e di Prelature in Roma si riportavano. Quindi abbiamo tante sue epistole _Decretali_, delle quali sin da questi tempi ne fu fatta _Raccolta_, e data a leggere a' studenti in Bologna[256]; onde potè da poi Gregorio IX fondare più stabilmente la Monarchia Romana. Fu studiosissimo delle leggi romane, e particolarmente delle Pandette; e fu perciò riputato uno de' più grandi Giureconsulti di questi tempi, che fiorivano in molte città di Italia, e particolarmente in Bologna, resa sopra tutte le altre illustre per la famosa Accademia di leggi, e più per _Ugolino_ ed _Azone_, che in questi tempi vi fiorivano. Affettava però soverchio imitare i Giureconsulti antichi, e sovente, dalle leggi delle Pandette volendo fondare le sue epistole _Decretali_, prese de' grandi abbagli, molti de' quali ne furono da poi da Cujacio, da Ottomano e dagli altri eruditi ripresi. Ebbe idea altissima del Ponteficato, e riputava non altrimente di Gregorio VII, e di molti altri de' suoi predecessori, che fosse in sua balia deporre altri, o innalzare al Trono imperiale, come fece deponendo Ottone, ed innalzando Federico.

Governò nell'adolescenzia di questo Principe i Reami di Sicilia con assoluto imperio e dominio, più di quello comportavano le ragioni d'un Balio, come era stato lasciato nel testamento di Costanza; e per questa ragione si rapportano di lui nel registro del Vaticano alcune investiture fatte di Feudi nel nostro Reame, e quella del Contado di Sora per suo nepote; ancorchè l'Autor delle gesta d'Innocenzio scrivesse, che Federico l'investisse per mezzo di suoi Governadori che reggevano la sua Corte, e Casa regale in Sicilia. Per questa cagione ancora sovente Innocenzio nelle sue _Decretali_ parlando di Capua, di Reggio, e di alcune altre città del nostro Regno, dice esser di lui il governo delle medesime così nello spirituale come nel temporale; e quindi s'intende ciò, che i nostri per l'ignoranza dell'istoria non arrivarono a capir mai, come Innocenzio confermando l'elezione de' Vescovi fatta dal Clero delle città del nostro Regno, e dandovi il suo assenso, dice di farlo _Vice-regia;_ poichè quantunque, come altrove s'è narrato, il medesimo Pontefice avesse con Costanza alterato molto l'accordo fatto tra Adriano IV e Guglielmo I intorno all'elezione de' Vescovi; nientedimanco, che dovesse nell'elezione de' Prelati ricercarsi l'assenso del Re, non fu a questi tempi posto in disputa; e l'istesso Innocenzio essendo Balio del Regno l'osservò inviolabilmente; quindi è che scrivendo al Capitolo e Canonici di Capua, ch'eleggessero per quella Cattedra persona idonea, lor dice ancora, che dopo eletta mandassero da lui, perchè _Vice-regia_ potesse dargli l'assenso[257]. Il medesimo leggiamo, che fece quando si ebbe ad elegger il Vescovo di Penne e quello di Reggio[258].

Non ebbe questo Pontefice, adulto che fu Federico, se non che leggieri contese con lui, anzi proccurò sempre, per opporlo ad Ottone, i maggiori suoi avanzi, ed all'incontro Federico fu di lui, e della Chiesa romana così ossequioso e riverente, che Ottone suo emolo soleva perciò chiamarlo il _Re de' Preti_. Ecco come durante il Ponteficato d'Innocenzio era creduto e riputato Federico; ma questa fortuna non ebbe dapoi co' Pontefici suoi successori, co' quali passò sì strane e varie vicende, che partorirono avvenimenti tanto portentosi, che bisognerà per la loro grandezza riportargli a' due seguenti libri di questa Istoria.

FINE DEL LIBRO DECIMOQUINTO.

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOSESTO

Morto in Perugia il Pontefice Innocenzio, tosto in questa medesima città unitosi il Collegio de' Cardinali, crearono per successore Cincio Savello Cardinal di San Giovanni e Paolo ch'era stato prima Cancellier di S. Chiesa, ed il quale nella fanciullezza di Federico per quattro anni era stato in Palermo suo Ajo, che _Onorio III_ nomossi. Fu osservazione de' più diligenti investigatori de' costumi e delle azioni umane, appoggiata sopra antichi e moderni esempj, che i Pontefici maggiori nemici, che hanno avuti i Principi, sono stati quelli, che in tempo della lor privata fortuna furono di lor famigliari, e domestici: Innocenzio IV essendo Cardinale fu grand'amico di Federico: ma questi quando intese la sua elezione se ne accorò, e previde quanto accadde a lui di male. Il Re Alfonso d'Aragona sperimentò lo stesso con Calisto III ed a Carlo V Imperadore pur intervenne il medesimo. Non altramente accadde al nostro Federico; poichè Onorio nuovo Pontefice non guari dopo la sua elezione tornato a Roma, e con sommo onore, come lor cittadino, da' romani accolto, la prima cosa, che pensasse, fu di significare a Federico per sue lettere, senza molta consolazion di parole, che lasciasse la possession de' Regni di Sicilia e di Puglia a sua disposizione, perciocchè non voleva, ch'essendo Imperadore, e Re di que' Regni si giudicasse, che andasser uniti con la Imperial dignità, e non fosser Feudi della Chiesa, tanto maggiormente, che gli Imperadori d'Occidente, e fra gli altri ultimamente Ottone IV, aveano questa pretensione, che almeno il Regno di Puglia fosse dipendente dall'Imperio d'Occidente.

Federico a tal dimanda rispose col maggior rispetto e riverenza; che per ubbidirlo, se così gli fosse piaciuto, avrebbe emancipato il suo figlio Errico, e cedutigli i Reami di Sicilia e di Puglia, ed in cotal maniera sarebbero cessati tutti i sospetti; e mandò suoi Ambasciadori in Roma per tale affare, e per dargli ubbidienza. Onorio raccolsegli onorevolmente, e non potendo non accettar la giustificata, e ragionevol offerta di Federico, gli rispose, che avrebbe destinato un Legato in Sicilia, acciocchè avesse dato compimento a tal negozio, e che in questo mentre, come doveva, fosse stato fedele, ed ubbidiente al romano Pontefice.

Intanto Ottone dopo la vittoria, che riportò di lui il Re Filippo di Francia, fuggendo col misero avanzo de' suoi in Sassonia, uscito già di ogni speranza di ritornar nella perduta grandezza, s'ammalò in Brunsuich, ove in quest'anno 1218 fu da mortifera febbre tolto a' mortali. Federico vedendosi libero, e senz'alcuno ostacolo in Alemagna, fece convocare in Magonza una Assemblea di tutti i Principi e Prelati dell'Imperio, e racchetate del tutto quelle regioni, cominciò a maneggiar con Onorio la sua coronazione in Roma. Ma il Pontefice non così volentieri venne ad accordargliela, volendone esiger da lui pur troppe gravi e pesanti ricompense, siccome in fatti assai caro costò a Federico questa cerimonia; poichè siccome narra il Fazzello[259], non volle concedergli, che venisse a Roma per riceverla, se prima non gli promettesse il Contado di Fondi; e fattosi ciò promettere, si contentò, che venisse a prenderla; onde Federico ricevuto tal avviso cominciò ad apparecchiarsi, ed unire un conveniente esercito per passare in Italia; e scrisse intanto a Giacomo Conte di S. Severino, che carcerasse Diopoldo ch'era suo suocero, il qual venuto nel Reame cagionava nuove rivolture e rumori, siccome colui eseguì, tenendolo custodito in stretta prigione. Inviò ancora lettere in Sicilia all'Imperadrice Costanza sua moglie, che venisse in Alemagna, la quale partendosi da quell'isola passò per mare a Gaeta, e di là in Lombardia ed in Verona, ed in altre Città amiche, con sommo onor ricevuta, e giunse in questo nuovo anno 1219 in Germania, ov'era suo marito.

In questo mentre, avutisi nuovi avvisi della necessità che vi era in Soria di soccorso, scrisse Onorio a Federico ed a tutti gli altri Principi e Popoli crocesignati, che s'apparecchiassero tantosto al passaggio di Terra Santa. Federico ricevute queste lettere confermò il giuramento fatto d'andar in Soria, e scrisse al Pontefice, che seguita la sua coronazione in Roma, avrebbe intrapreso quel viaggio. Il perchè Onorio mandò a richiedere ad Errico Conte di Brunsuich, ed al Duca di Sassonia (li quali col pretesto che Federico non fosse stato legittimamente incoronato, ritenevano tuttavia la corona, la lancia, e l'altre insegne imperiali) che subito sotto pena di censure gliele restituissero. Federico, lasciato in Alemagna il suo figliuol Errico sotto la cura di Corrado suo Coppiero, essendo ancor fanciullo di undici anni, calò coll'Imperadrice Costanza sua moglie in Italia, e richiesti invano i Milanesi, antichi nemici della Casa di Svevia, e gran partigiani del morto Ottone, di poter esser coronato in Monza della Corona di ferro, secondo il costume degli antichi Imperadori, proseguì il viaggio, e giunto a Mantova fu incontrato dal Legato del Pontefice, il quale prima di farlo passare innanzi, non parendogli di perdere sì opportuna occasione, per mezzo di questo Legato volle esiger da lui quanto potette; prima gli fece giurare di difender la giurisdizione della Chiesa romana, d'ubbidire a quella, ed a' suoi Ministri, e di cedere i Reami di Puglia e di Sicilia al figliuol Errico.

(La promessa di questa cessione fatta da Federico, si legge presso Lunig[260]).

Da poi proccurò che annullasse tutte le Costituzioni, e consuetudini contro la libertà ecclesiastica introdotte: indi gli fece restituire il Ducato di Spoleto, le Terre della Contessa Matilda, Ferrara, Villamediana, Monte Fiascone, e le città di Toscana appartenenti al Patrimonio. Fecegli far ordini rigorosissimi, che si prendessero gli Spoletani, e i Narniesi ribelli della Chiesa; e volle, che con effetto gli donasse il Contado di Fondi, che nell'anno 1218 s'avea fallo promettere.

(La pretensione del Papa sopra il Contado di Fondi nasceva dal testamento di Riccardo Conte di Fondi, il quale in gennaro dell'anno 1211 ne avea disposto per suo testamento in beneficio della Chiesa romana; ed in aprile del seguente anno 1212 il Papa ne avea proccurato anche assenso da Federico. Così il testamento di Riccardo, come l'assenso di Federico si leggono presso Lunig[261]).

Da Mantova passato da poi in Modena, accompagnato dagli Ambasciadori di quasi tutte le città, entrò coll'Imperadrice sua moglie in Roma, ed a' 22 novembre di quest'anno 1220 nella Chiesa di S. Pietro fu da Onorio con magnifica pompa insieme colla moglie incoronato Imperadore, e nell'istessa messa papale in mano del Pontefice giurò di difender la giurisdizione e Stato della Chiesa, e di passare con potente armata in Soria alla conquista di Terra Santa; e nell'istesso punto per mano d'Ugolino Cardinal e Vescovo d'Ostia, che fatto poi nell'anno 1227 Pontefice, fu detto Gregorio IX, fu segnato colla Croce. Intervennero in questa incoronazione molti Prelati e Baroni del nostro Reame, Stefano Abate di Monte Cassino, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi, Giacomo Conte di S. Severino, e Riccardo Conte di Celano, ed altri Baroni noverati da Riccardo di S. Germano.