Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 18

Chapter 183,732 wordsPublic domain

Quivi giunto, ragunò un'Assemblea di Baroni, giustizieri e Governadori delle città e castella: statuì con loro, che ciascuno badasse a soccorrere il Re Federico, inviando per tal effetto in Sicilia a loro spese 200 cavalli, i quali dovessero dimorar colà per un anno intero. Creò altresì maestri Giustizieri e Capitani nel nostro Regno Pietro Conte di Celano, e Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, commettendo al Conte di Celano la Puglia e Terra di Lavoro, ed al Conte di Fondi la città di Napoli, e l'altre parti di esso. Diede in oltre assetto agli affari della Giustizia, che per le continue guerre, e per la baldanza de' Tedeschi poco era conosciuta, con dar altri provvedimenti per lo suo buon governo, come raccontano Riccardo da S. Germano, e la Cronaca di Fois. Comandò, che tutti dovessero osservar fra di loro pace, e se alcuno sarà offeso, che ricorresse a' soprannominati Conti ad esporre le loro querele: impose gravi pene, e dichiarò che fosse tenuto per pubblico inimico colui, che avesse ardire di opporsi a quel che avea ordinato, e di turbar la quiete del Regno[223].

E terminata l'Assemblea, non contento di quanto in essa avea stabilito, scrisse parimente sopra di ciò a tutti i Conti, Baroni e Popoli di esso Reame, che non eran venuti al parlamento, esortandogli ad osservar quel che avea statuito, ed ubbidire a tutto quel, che loro avrebbe in suo nome imposto Gregorio Crescenzio romano Cardinal di S. Teodoro suo Legato in campagna di Roma, e Riccardo suo consobrino (al quale in guiderdone d'aver disfatto, e preso Corrado di Marlei, avea investito in quest'istesso anno 1208 del Contado di Sora, avendolo tolto a Corrado[224]) li quali sarebbero passati in Puglia per non potervi esso passare, stante il gran calore della stagione, come il tutto potrà vedersi nella sua lettera, che va tra l'altre epistole di questo Pontefice[225].

Ed avendo a questo modo ordinato il Governo di questo Reame, salì a Monte Cassino, e visitando quel sacro luogo, gli confermò tutti i privilegi concessigli da' Pontefici suoi predecessori, e glie ne concesse altri di nuovo. Ma mentre ancora quivi si tratteneva, ecco che gli viene avviso, come Filippo Re di Germania e zio del Re Federico da' suoi era stato ucciso; onde per soccorrere più da vicino a' bisogni dell'Imperio d'Occidente, per la via di Sora ed Atino partendo di Terra di Lavoro, con tutti i Cardinali ch'eran seco venuti, ritornò in Campagna di Roma[226].

Dopo la morte d'Errico Imperadore, ancorchè l'Imperio s'appartenesse al suo figliuolo Federico, tanto più che l'istesso Errico in vita avea proccurato, che quasi tutti li Principi della Germania lo eleggessero in Re e gli giurassero fedeltà, come dice l'Abate Uspergense[227], nulladimanco, morto Errico sursero due fazioni infra di lor contrarie per l'elezione del successore e la maggior parte degli Elettori elessero Filippo Duca di Svevia fratello del morto Imperadore, e dalla sua fazione fu coronato Re di Germania in Magonza nell'anno 1197: altri d'inferior numero elessero Ottone Duca di Sassonia e lo coronarono in Aquisgrana. Ma con tutto che Innocenzio III favoreggiasse il partito d'Ottone ed avesse confermata la sua elezione[228], nulladimanco prevalse il partito di Filippo, il quale per dieci anni tenne l'Imperio, ed al quale finalmente cedè l'istesso Ottone, con cui dopo una crudel guerra venne a concordia, e nel 1207 Filippo diede Beatrice sua figliuola per moglie ad Ottone, con patto che morto Filippo, al Regno di Germania egli vi succedesse. Tenendo adunque l'Imperio Filippo, in quest'anno 1208 fu ucciso a tradimento entro il proprio palagio nella città di Bamberga da Ottone Conte Palatino suo fiero inimico: onde Ottone Duca di Sassonia aspirò di nuovo all'Imperio, nel che ebbe anche questa seconda volta il favore d'Innocenzio, che nell'anno seguente, calato egli in Italia lo incoronò in Roma, ed Ottone IV fu nomato.

Ma dopo la partenza del Papa da Terra di Lavoro, nacquero in questa provincia nuovi disordini, poichè Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi unitosi col Conte Diopoldo s'insignorì della città di Capua, chiamatovi dagli stessi Capuani, togliendola al Conte Pietro di Celano[229] sotto il cui governo si trovava, perciocchè suo figliuolo Riccardo, che vi era Arcivescovo, era fieramente odiato da que' cittadini.

Aveva intanto il Pontefice Innocenzio chiuso già il parentado tra il Re Federico e Costanza vedova di Alberico Re d'Ungheria figliuola d'Alfonso II Re di Aragona e di Sancia sua moglie. Narra il Zurita avveduto ed incorrotto Istorico negli Annali d'Aragona che la Reina Sancia, dopo la morte del Re suo marito, inviò in Roma un suo Secretario detto Colombo, offerendo ad Innocenzio, se tal matrimonio si conchiudesse, d'inviar 200 cavalli a sue spese in Sicilia in soccorso del genero; ovvero se così fosse paruto convenevole, di condurgliela ella stessa con 400 cavalli, purchè fosse assicurata che le sarebbero rifatte le spese, che farebbe guerreggiando in quel Regno, in caso che il parentado fosse impedito da' Siciliani, che tenevano in lor podere la persona del Re; chiedendo in oltre, che se Federico fosse morto prima di effettuare il matrimonio con Costanza, dovesse investire de' suoi Reami D. Ferdinando fratello di Costanza, che il padre avea dedicato alli sacri Ordini[230]. Innocenzio dopo tal imbasciata inviò suoi Ambasciadori in Aragona, e questi insieme con quelli, che parimente inviò Federico, dopo vari trattati conchiusero il parentado. Ma prima, che Costanza partisse da Aragona, morì la Regina Sancia; ed ella fu poi in Sicilia nel mese di febbraio del nuovo anno 1209 da D. Alfonso Conte di Provenza suo fratello su le galee de' Catalani accompagnata da grosso numero di Cavalieri spagnuoli e provenzali; ma queste nozze mentre con pompose feste si celebravano in Palermo, furono sturbate per la morte di D. Alfonso e di molti di que' Cavalieri, che seco avea portati; poichè attaccatosi per le malvagità dell'aria un contagioso male in Palermo, avea menati molti al sepolcro; tanto che costrinse il giovanetto Re, che non avea più che 14 anni, tra le allegrezze dello sponsalizio, e tra le lagrime del morto cognato ad uscir da Palermo, ed andar girando per molte città di quell'Isola.

Or mentre il contagioso male costringeva il Re Federico a far dimora fuori di Palermo, il Conte Pietro di Celano per opra dell'Arcivescovo suo figliuolo riebbe Capua; e nell'istesso tempo Ottone Re di Germania per la morte di Filippo suo socero, anelando all'Imperio d'Occidente venne in Italia con poderoso esercito, e giunto in Roma, ricevuto dal Pontefice Innocenzio gli fu nella chiesa di S. Pietro a' 7 settembre di quest'anno data la Corona imperiale; e narra Riccardo da S. Germano, che il coronò _praestito juramento de conservando Regalibus S. Petri, et de non offendendo Regem Siciliae Fridericum_. Ma dimorando in Roma Ottone col suo esercito, avvenne, che s'attaccò grave briga fra' suoi soldati ed i Romani, i quali, prese da per tutto le armi, uccisero gran quantità di Tedeschi: sdegnato di ciò Ottone partissi da Roma, e ne andò nella Marca ove per alcun tempo dimorò, danneggiando e prendendo a forza, non ostante il giuramento fatto, le terre e le città della Chiesa.

Intanto l'Abate Roffredo, avendo per molti anni governata la Badia di Monte Cassino, passò di questa vita l'ultimo giorno di maggio in S. Germano[231]; dopo la cui morte il Conte Diopoldo e Pietro Conte di Celano rappacificatisi insieme ed uno fatto Signor di Capua, e l'altro di Salerno ambedue persuasero Ottone, ch'era in Toscana, che venisse ad occupare il Reame con dargli in suo potere Diopoldo Salerno ed il Conte di Celano Capua, sicchè l'Imperadore, non ostante il giuramento fatto al Pontefice di non travagliar Federico, accettata lietamente l'impresa ed assembrato il suo esercito entrò per la via di Rieti e di Marsi in Appruzzi, donde passato in Terra di Lavoro, Pietro Abate di Monte Cassino, ch'era succeduto al morto Roffredo, temendo delle terre della sua Badia, contro il voler de' suoi Padri, gli inviò per suoi messi a chieder pace, e poco stante egli medesimo andò riverentemente ad incontrarlo, ponendosi in suo potere; per la qual cosa non furono i suoi luoghi, nè i beni del monastero in menoma parte da' Tedeschi danneggiati.

Giunto poscia a Capua creò Duca di Spoleto il Conte Diopoldo[232], il quale oltre all'avergli dato Salerno, s'era congiunto seco con tutti i suoi partigiani. Andarono indi amendue ad assediare Aquino, ma ne furono con lor notabil danno ributtati da Tommaso, Pandolfo e Ruberto Signori di quella Piazza. Napoli in onta degli Aversani si rese ad Ottone; il quale ad istanza de' Napoletani andò a porre l'assedio ad Aversa; ma gli Aversani con pagargli molta moneta, e raccorlo amichevolmente entro la lor città, sottoponendosi al suo dominio, non riceverono altro danno[233]. Passò poscia Ottone in Puglia, ove tra per lo timore e per la forza, buona parte ne occupò, e lo stesso fece nella Calabria, ponendo a sacco ed a ruina i luoghi, che gli facean resistenza.

Il Pontefice Innocenzio vedendo in cotal guisa perdute le più belle province di questo Reame, tentò prima con ogni suo potere di distorre Ottone dall'impresa: inviò per tanto ben cinque volte l'Abate Uspergense, com'e' narra, da Roma a Capua, a trattar con l'Imperadore tal concordia, ma invano; poichè Ottone, reputando che tutte queste province, siccome tutto il resto d'Italia s'appartenessero all'Imperio, non solo a patto alcuno non volle lasciar ciò che avea conquistato contro il Re di Sicilia, ma tentò di occupare tutto il rimanente d'Italia.

I Pontefici romani aveano già in questi tempi preso il costume, non pur di scomunicare gl'Imperadori, ma deporgli anche dall'Imperio, con assolvere i vassalli dal giuramento, e di vantaggio di deporgli non pur per cagion d'eresia, ma anche per cagioni meramente temporali, se essi tentassero d'occupare i beni della Chiesa, o di qualche altro Principe lor amico e federato. In fatti Innocenzio in questa occasione, conosciuta l'ostinazione d'Ottone di non voler lasciare ciò ch'avea occupato nella Marca delle terre della Chiesa, e ciò che avea conquistato contro il Re Federico lo scomunicò, e lo dichiarò nemico di S. Chiesa. Interdisse ancora la Chiesa di Capua, perchè que' ministri aveano avuto ardimento di celebrare i divini Uffici in sua presenza[234], e scomunicò ancora tutti i di lui fautori: e convocato un Concilio in Roma il privò dell'Imperio; ma perchè questi fulmini invano si lanciano, se non vengono accompagnati e sostenuti dai Principi Elettori, scrisse perciò Innocenzio in questo medesimo anno 1210 sue lettere a' Principi tedeschi, nelle quali esagerando i danni fatti da Ottone alla Chiesa contro il tenor dell'accordo e del giuramento da lui fatto, quando l'incoronò in Roma, gli esortava per ciò, ch'essendo egli spergiuro e scomunicato, e caduto dall'Imperio, ne creassero un altro in suo luogo. Il perchè mossi molti di loro a prendergli l'armi contro, si cagionò guerra e rivoltura in Alemagna, della qual cosa avuta contezza Ottone, prestamente di Puglia partitosi, ritornò in Germania; ma non fu perciò bastevole a frastornare l'elezione; poichè gli Arcivescovi di Magonza e di Treveri, il Re di Boemia, Ermanno Conte di Turingia, i Duchi di Austria, di Sassonia e di Raviera ed altri molti Signori tedeschi, i quali oltre all'esser suoi scoverti nemici, si ricordavano dell'elezione fatta di Federico in Re de' Romani, mentr'era ancor fanciullo in vita del padre e del giuramento datogli, crearono Imperadore il Re Federico, che in quest'anno non era più che di quindici anni.

CAPITOLO III.

_Il Re FEDERICO vien eletto Imperadore da' Principi della Germania. Va in Alemagna, ed in Aquisgrana è coronato: ed INNOCENZIO intima un general Concilio in Laterano._

Fatta da' Principi della Germania l'elezione di Federico, prestamente inviarono due Legati, Anselmo ed Errico, a significargli cotal fatto e per condurlo in Alemagna; i quali arrivati in campagna sino a Verona, si rimase colà Errico per fare favorevoli al novello Cesare i Longobardi, e particolarmente i Veronesi[235]; ed Anselmo venne in Roma ove di consentimento del Pontefice fece opera, che da' Romani fosse ancor dato l'Imperio a Federico: indi passato in Sicilia, con difficoltà ottenne, che Federico passasse in Alemagna; perciocchè Costanza gelosa della salute del marito, con molti altri Baroni di Sicilia, temendo non fosse colà da' suoi nemici fatto fraudolentemente morire, con ogni lor potere glielo dissuaderono. Ma finalmente dispregiato ogni pericolo ed incoraggiato dai particolari messi d'Innocenzio, lasciata Costanza in Sicilia con un figliuolo, che di lei generato avea, in memoria del padre, nomato Errico, imbarcato su i vascelli de' Gaetani con felice viaggio arrivò a Gaeta; poscia di nuovo messosi in mare, in aprile di questo nuovo anno 1211 pervenne a Roma[236], ove dal Pontefice, dal Senato, e dal Popolo romano lietamente accolto, passò similmente per mare in Genova; e caramente ricevuto da' Genovesi, fu da loro, per tema che i Milanesi gran partigiani di Ottone non l'assalissero tra via, e cercassero d'impedirgli il cammino, accompagnato insino a Padua, e nella stessa guisa fu poi da' Paduani e Cremonesi insieme uniti, non per la diritta via, ma per la Valle di Trento e per luoghi asprissimi delle Alpi, temendo l'insidie di Ottone, per lo paese de' Grisoni condotto, e con ogni onor raccolto dal Vescovo e dall'Abate di S. Gallo, pervenne con essi a Costanza.

Ma Ottone, che intanto avea con asprissima guerra travagliato i partigiani di lui, intesa la sua venuta, prestamente di Turingia, ove dimorava, partitosi, venne ad Uberlingh presso Costanza per uccidere o far prigione Federico prima che prendesse maggior potere in Alemagna, ma abbandonato da molti de' suoi seguaci che al suo nemico passarono, non potè porre in effetto il suo intendimento. E Federico mentr'era in Costanza ebbe tosto in suo aiuto grosso numero de' suoi Svevi, oltre a molti altri Baroni tedeschi dai quali per la memoria del padre e dell'avolo era grandemente amato. Il perchè Ottone vedutosi ciascun giorno mancar di forze, il nuovo anno di Cristo 1212 ne andò a Brisac città di stima posta in riva del Reno, ed ivi tentò con ogni industria di accrescere il suo esercito; ma perchè da' suoi soldati erano gravemente afflitti i cittadini di quella città, coloro per torsi dattorno cotal noia, concordemente e con furia il cacciarono via dalla città, uccidendogli e ponendogli in rotta tutto l'esercito; onde gli convenne, per non avere altra strada al suo scampo, con poca compagnia ricovrarsi colla fuga in Sassonia. Sparsasi questa fama tra' Tedeschi, tosto ciascun concorse a favorir Federico; il quale, discendendo per le rive del Reno, fu amichevolmente da tutti raccolto nell'Annonia; ma alcuni di que' Popoli, come fedelissimi ad Ottone, chiuse le porte, cominciarono a contrastargli il passo; pure costretti fra pochi giorni a cedere, passò ad Aquisgrana, ove concorsa la maggior parte de' Principi di Alemagna, che contro il creder di Federico passarono lietamente dalla sua parte, fu coronato Imperadore per mano degli Arcivescovi di Magonza e di Treveri[237] l'anno di Cristo 1213, il ventesimo della sua età secondo l'Abate Uspergense, il Baronio e 'l Bzovio, ma secondo Inveges il decimottavo.

Così il deposto Ottone vedendosi abbandonato dai Signori dell'Imperio, rivolse l'armi contro Filippo Re di Francia, dal quale vinto e messo in fuga, il vittorioso Franzese, per più abbatterlo fece tregua coll'Imperador Federico[238], il quale non volendo perdere sì propizia occasione, con ogni prestezza assaltò le città imperiali, che favorivano ad Ottone ed in maniera le travagliò, _ut Urbes ad deditionem_, _et Othonem ad veniam petendam impulerit_, come dice Gordonio.

Il Pontefice Innocenzio vedendo depresso Ottone, e l'Italia e gli Stati de' Cristiani già pacificati e che le cose dell'Imperio d'Occidente pigliavan buona piega ed andavan a seconda del suo impiego, avendo ancora in questi medesimi tempi ricevuta la lieta novella della famosa vittoria ottenuta ne' campi di Toledo sopra il Re di Marocco e suoi Mori dal Re di Castiglia, da D. Pietro II Re d'Aragona fratello dell'Imperadrice Costanza e da Sancio Re di Navarra, rivolse l'animo a più gloriose imprese: e veggendo che non solo in Ispagna, ma che anche in Terra Santa i Turchi aspramente molestavano i Cristiani, prendendo ogni giorno colà possanza, rivolse l'animo alla ricuperazione di Terra Santa; onde con sue lettere invitò tutti i Principi cristiani che deponendo le loro particolari discordie prendessero la Croce, incorandogli alla guerra sacra, ed inviò due Cardinali Legati, che adunassero le genti per passare in Soria. Scrisse parimente al Saladino Soldan di Babilonia e di Damasco, che restituisse Gerusalemme a' Cristiani, con liberar tutti que' che avea prigioni in suo potere offerendogli all'incontro, che sarebbero anche liberati da' nostri i Turchi, ch'erano in nostro potere; ma ciò non servì per nulla, poichè quel Principe si curò poco de' messi e delle lettere del Pontefice. Intimò ancora Innocenzio un general Concilio da tenersi in Roma in S. Giovanni Laterano nell'anno seguente 1215, siccome in effetto nel primo di novembre di quest'anno si cominciò a celebrare, nel quale v'intervennero 70 Arcivescovi, 412 Vescovi e 800 Abati e Priori. Vi accorsero ancora gli Ambasciadori di tutti i Principi cristiani, ed in nome di Federico fuvvi Berardo Arcivescovo di Palermo[239]. I Milanesi, ch'eran ostinati partigiani d'Ottone, non tralasciarono ancora mandarvi un lor cittadino per difendere in quest'Assemblea le ragioni d'Ottone: furono dibattuti in questa radunanza molti punti, ed esaminati con molta contenzion d'animo.

Il principale fu l'espedizione di Terra Santa, e del modo da tenersi per ricuperar Soria, ch'era ricaduta in mano d'Infedeli, e di comporre perciò le discordie tra' Principi cristiani, nel che concorsero tutti gli Ambasciadori de' Principi a prometter in nome de' loro Signori ogni aiuto.

Fu ancora molto dibattuto sopra la deposizione di Ottone, ed incoronazione di Federico in Aquisgrana; ed il Legato milanese orò lungamente per Ottone, il quale fece nel Concilio proporre di voler tornare alla ubbidienza della Chiesa, e che perciò dovesse esser restituito nell'antica sua dignità imperiale, e cancellarsi ciò ch'erasi fatto per Federico. Ma surse dall'altra parte il Marchese di Monferrato per Federico, e declamando non doversi sentire alcuno che parlasse in nome di Ottone, recò in mezzo sei capitoli d'accuse contro il medesimo[240]. Primieramente, non dovea sentirsi, perchè Ottone ruppe, e violò i giuramenti fatti alla Chiesa romana di non invadere le sue Terre, e gli Stati del Re Federico. II Perchè non avea restituito quelle Terre, per le quali era stato scomunicato, ed avea giurato di restituire. III Perchè favoriva un Vescovo scomunicato. IV Perchè carcerò un Vescovo Legato della Sede Appostolica. V Perchè in disprezzo della Chiesa romana chiamava il Re Federico _Re dei Preti_[241]. VI Perchè distrusse un monastero di Monache, e 'l ridusse in Fortezza. Poi rivoltandosi contro i Milanesi, che ivi presenti, cominciò a declamar contro di loro, come nemici di Federico; ma questi di nulla atterriti, volendo dargli risposta, il Pontefice facendo cenno colla mano, si alzò dal trono, ed uscì dalla Chiesa lateranense. Fu questo gravissimo affare di Federico e di Ottone, come narra Riccardo, con grandissima contenzione combattuto nel Concilio dalla festività di S. Martino insino al giorno di S. Andrea; nel qual dì finalmente il Papa approvando l'elezione fatta dai Principi d'Alemagna in Aquisgrana, confermò Federico in Imperador romano, e fu deliberato di doversi invitare a prender la Corona in Roma, secondo il costume de' maggiori.

Non minori furono le discussioni intorno a' Sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, e sopra tutto intorno alla condannagione dell'eresia degli _Albigensi_, i quali favoreggiati dal Conte di Tolosa, e da altre persone di stima avean preso molto potere in Francia.

CAPITOLO IV.

_Origine dell'Inquisizione contra gli Eretici; e morte di Papa INNOCENZIO III._

Il particolar uffizio dell'Inquisizione contra gli Eretici ebbe a questi tempi il suo principio. Prima gli Appostoli per rimedio di questo male non adoperavano altro, che d'ammonire una, e due volte l'eretico; il quale se perseverava nell'ostinazione, era scomunicato, e s'imponeva a' Cattolici, che si separassero dal suo consorzio. Nè si passò più oltre, sino ai tempi, che Costantino Magno abbracciò la religione cristiana. Allora tra le altre cose furono da' Padri della Chiesa, Costantino e suoi successori ammaestrati, che portando essi due qualità, l'una di Cristiani, l'altra di Principi, con ambedue erano obbligati a servir Iddio. In quanto Cristiani, osservando i precetti divini, come ogni altro privato; ma come Principi, servendo S. D. M. con ordinar bene le leggi, indirizzando bene i sudditi alla pietà, onestà e giustizia, castigando tutti gli trasgressori de' precetti divini e del decalogo massimamente. Ma essendo quelli, che peccano contra la prima Tavola, che riguarda l'onor divino, assai peggiori di quelli, che peccano contra la seconda, la qual ha rispetto alla giustizia tra gli uomini: perciò erano più obbligati i Principi a punir le bestemmie, l'eresie e gli spergiuri, che gli omicidj e i furti. Per questa cagione stabilirono diverse leggi contro gli Eretici, e con maggior severità contro i loro Dottori, e contro coloro, i quali eccitano perciò turbe e sedizioni nella Repubblica. _Costantino Magno_ ne fece due[242]. _Costanzo_ suo figliuolo non ne stabilì, perch'egli fu eretico. _Valentiniano il vecchio_ una[243]. _Valente_ non ne fece, perchè ancor egli era eretico. _Graziano_ ne promulgò due[244]. _Teodosio Magno_ quindici[245]. _Valentiniano il giovane_ tre[246]. _Arcadio_ dodici[247]. _Onorio_ diciotto[248]. _Teodosio il giovane_ dieci[249], e _Valentiniano III_ tre[250].

Le pene, che contro coloro stabilirono non furono uguali, ma secondo le circostanze, ora il rigore era cresciuto, ora mitigato; nè vi fu legge, che punisse di pena di morte tutti generalmente. I _Manichei_, i _Priscillianisti_, i loro Dottori, ch'eccitavano turbe, erano più aspramente puniti. Le più comuni ed usate erano d'essere sbanditi, esiliati, dichiarati infami, privati della milizia, e di tutti gli onori e dignità. Essere dichiarati _intestabili_, proibiti di donare, di vendere e di far altri contratti. D'essere multati, e confiscate le loro robe, o in tutto o in parte secondo le circostanze de' loro delitti; la pena dell'ultimo supplicio in alcuni casi singolari era solamente dagl'Imperadori minacciata, come contro i _Manichei_, i concitatori di sedizioni e di turbe, e contro altri Eretici, secondo la gravità delle circostanze, e loro protervia ne' casi rapportati nel Codice Teodosiano[251], e noverati da Giacomo Gotofredo ne' suoi Paratitli in quel titolo.

Ma poichè in ogni giudicio criminale sono considerate tre parti, che lo compongono: la cognizione della ragione del delitto; la cognizione del fatto; e la sentenza; perciò nel giudicio dell'eresia, la cognizione del diritto, cioè se tal opinione sia eretica o no, fu riputata sempre ecclesiastica, nè per alcun rispetto apparteneva al Magistrato secolare; onde a que' tempi quando nasceva difficoltà sopra qualche opinione, gli Imperadori ricercavano il giudicio de' Vescovi, e se bisognava, congregavano Concilj. Ma la cognizione del fatto, se la persona imputata era innocente o colpevole, per darle le pene ordinate dalle leggi, siccome la sentenza d'assoluzione o condannazione, tutta apparteneva al Magistrato secolare.