Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4
Part 16
Mandò per tanto Innocenzio per suo Legato in Sicilia Gregorio da Galgano Cardinal di S. Maria in Portico, acciocchè con Riccardo della Pagliata Vescovo di Troja, e Gran Cancelliero di quel Regno, con Caro Arcivescovo di Monreale, e con gli Arcivescovi di Capua e di Palermo, che dall'Imperadrice erano stati lasciati per famigliari del picciolo Re, avesse preso il Governo dell'isola; ed il Cardinale colà giunto prese da' famigliari suddetti il giuramento di fedeltà in nome d'Innocenzio. Ma ciò non molto piacendo al Gran Cancelliero Riccardo, ed agli altri del suo partito, i quali non volevano colà superiore alcuno, vennero tantosto a scoverta nemicizia col Legato, e trattando i proprj comodi, non l'utile del Re, furon cagione, che di là a poco il Cardinal Gregorio facesse ritorno in Roma, avendo prima inviato ordine per tutta la Sicilia e la Puglia, che ciascun riconoscesse il Pontefice per suo Governadore, e Balio del Re fanciullo.
Dall'altra parte Marcovaldo, che, come si disse, era stato da Costanza con tutti i suoi Tedeschi scacciato dal Reame, intesa la di lei morte, ragunò prestamente un numeroso esercito di suoi amici e partigiani, ed altri ch'egli assoldò; ed ajutato da alcuni Baroni regnicoli, e da Guglielmo Capparone, Federico, e Diopoldo Alemano, e da altri Tedeschi, a cui avea donato Errico Stati e Baronaggi in Puglia ed in Sicilia, entrò ostilmente nel Reame, ed in prima assalì il Contado di Molise (ove molte Rocche ancor per lui si guardavano) e senz'alcun contrasto se 'l pose sotto il suo dominio. Inviò poi a richiedere a Roffredo Abate di Monte Cassino, che si fosse con lui congiunto, riconoscendolo per Balio di Federico, secondo ch'era stato, com'egli diceva, lasciato dall'Imperador Errico; ma l'Abate scorgendo l'intendimento di Marcovaldo essere non di custodire, ma di rapire l'eredità del fanciullo, ributtò i suoi messi, nè volle far nulla di quel ch'egli chiese, iscusandosi, che avea già prestata ubbidienza al Pontefice ed accettatolo per Balio del Regno: il perchè sdegnato gli mosse aspra guerra, ed entrato ostilmente nelle terre della Badia in quest'anno 1199, prese in un subito e bruciò molti luoghi della medesima, ed indi venne a campeggiar S. Germano, alla cui difesa era accorso già l'Abate Roffredo[204]. Avea intanto Innocenzio inviato in Terra di Lavoro Giovanni Galloccia romano Cardinal di S. Stefano in Montecelio, e Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano con seicento soldati condotti da Landone da Montelongo Governador di Campagna di Roma, i quali avuta contezza, che Marcovaldo dovea assalir S. Germano, raccolsero altro buon numero di soldati da Capua, e dalle circonvicine castella per opporsegli; siccome uniti coll'Abate Roffredo, alla difesa di quella Terra furon tutti rivolti. Ma venuto non guari da poi Diopoldo con buon numero di Tedeschi in ajuto di Marcovaldo occupando il monte, che sovrasta alla città, obbligò i difensori ad abbandonar la difesa, ed a ritirarsi dentro il monastero di Monte Cassino; per la qual cosa Marcovaldo entrato nell'abbandonata città, incrudelì fieramente cogli abitatori, e bruciando la terra, e con varj tormenti barbaramente affliggendo gli uomini e le donne, scorse poi per gli altri luoghi di S. Benedetto, e quegli aspramente danneggiati, cinse d'assedio l'istesso monastero di Monte Cassino, ed il vallo, ove s'era fortificato Landone con gli abitatori, tentando a forza di prendergli con assalir le mura e lo trincee; ma invano, perchè fu più volte dall'uno, e dall'altro luogo con molto suo danno valorosamente ributtato da' difensori.
Narra nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano[205] autor di veduta, che cangiatosi nel dì di S. Mauro l'aere di chiarissimo ch'era, in torbido e tempestoso, venne in un subito così gran tempesta di pioggia mista di gragnuola e folgori e tuoni spaventevoli, accompagnata da impetuoso vento, che inondando sopra i Tedeschi attendati fra quelle rupi alpestri del monte, e gittando a terra, e rompendo i lor padiglioni, gli costrinse a torsi via frettolosamente dall'assedio; ma Marcovaldo niente perciò deponendo del suo furore, nel discender giù del monte bruciò il Castel di Plumbarola e di S. Elia, e ritornando a S. Germano, vi fè abbatter le mura, le porte, e' migliori casamenti, ch'erano rimasi in piedi, con usar strage grandissima in tutti que' contorni, permettendo a' Tedeschi il sacco anche nelle chiese senza niuna riverenza, e timor di Dio e de' Santi, a cui eran dedicate.
Queste calamità afflissero sì fattamente il Pontefice Innocenzio, che per darvi alcun rimedio, scomunicò prima solennemente Marcovaldo con tutti i suoi seguaci[206], e scrisse poi agli Arcivescovi di Reggio, Capua, Montereale e Troja, che ragunassero esercito bastante per opporsi a Marcovaldo, ed impedire i mali, che commetteva, descrivendogli in queste sue lettere minutamente. E lo stesso scrisse al Clero, Baroni, Giudici, Cavalieri, ed al Popolo di Capua, dicendo loro di più, che avea inviati suoi Legati con molta moneta a Pietro Conte di Celano, del lignaggio dei Conti di Marsi, a Riccardo Conte di Teano, e ad altri Baroni regnicoli, ch'assembrasser soldati per tal cagione; e che se d'uopo ne fosse stato, avrebbe bandita la Crociata contro di lui, acciocchè tutti coloro, che gli prendean l'armi contro, avessero il general perdono de' lor peccati, come se gissero oltre mare a guerreggiare con Turchi; e lo stesso scrisse a' Vescovi, Abati e Priori di Calabria; ordinando ancora, che ciascheduna domenica ed altri giorni festivi, si maledicessero pubblicamente Marcovaldo, e i suoi seguaci e parimente a' Vescovi, e ad altri Prelati di Sicilia, ed a tutti gli altri Baroni, Conti e Popoli d'amendue i Reami.
Ma non finivano per questo i soldati di Marcovaldo di far continui danni a' luoghi di Monte Cassino, e di porre a saccomanno le chiese, e rubare gli ornamenti degli altari: il perchè l'Abate Roffredo, non parendogli dover più soffrire tante calamità, avendogli offerto una buona somma di moneta, alla fine concordossi con lui, il quale ricevuto denaro uscì dalle sue Terre senza dargli più noja, e n'andò a guerreggiare altrove.
Nell'istesso tempo Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, veggendo di non poter in altra guisa difendere il suo Stato, si concordò co' Tedeschi, non ostante quello, che gli avea in contrario di ciò scritto Innocenzio, dando per moglie una sua figliuola al fratello del Conte Diopoldo nomato Sigisfredo, a cui avea commesso Marcovaldo la guardia di Pontecorvo, S. Angelo e Castelnuovo, luoghi importanti a' confini del Reame. Ma non guari passò, che Diopoldo, mentre discorrea per lo Reame procacciando di accrescer partigiani a Marcovaldo con minor cura della sua persona, che conveniva, fu fatto prigione da Guglielmo S. Severino Conte di Caserta, il quale, così avendogliene scritto Innocenzio, non volle mentre visse, rimetterlo mai in libertà. Nondimeno venuto egli tra poco a morte, il di lui figliuolo nomato anch'esso Guglielmo, concordatosi co' suoi il trasse di prigione prendendo una sua figliuola per moglie: la qual cosa recò gravissimo danno agli affari del Regno per le malvagità, che poscia Diopoldo per lungo tempo commise.
Avea intanto Marcovaldo (secondo che si legge in una Cronaca d'incerto Autore, che si conserva nella libreria del Duomo della città di Fois in Francia, ridotta in istampa, ed unita col registro dell'Epistole d'Innocenzio) tentato di concordarsi col Papa per opera di Corrado Arcivescovo di Magonza, il quale nel ritorno di Terra Santa era capitato in Puglia, promettendo, pur che non l'avesse molestato nella conquista, ch'egli intendeva fare del Regno, ventimila once d'oro, col dovuto giuramento di fedeltà solito a farsi da' Re di Sicilia a' romani Pontefici, significandogli ancora, che non dovea essergli d'impedimento a far ciò l'aver preso sotto la sua protezione Federico; perciocchè gli avrebbe fatto veramente toccar con mani, che quel fanciullo era stato supposto, nè era altramente nato di Costanza e di Errico.
Ma l'accorto Pontefice conoscendo l'ingordigia di regnare, e la malvagità di Marcovaldo, non diede fede alcuna alle sue menzogne; il perchè Marcovaldo senza far più menzione di tal fatto, tentò con altri mezzi pacificarsi con Innocenzio, e d'esser assoluto dalla scomunica. Il Pontefice gl'inviò Ottaviano Cardinal d'Ostia, Guidone di Papa Romano Cardinal di S. Maria in Trastevere, ed Ugolino de' Conti suo Nipote Cardinal di S. Eustachio; acciocchè comandandogli prima in suo nome di ubbidire a tutto quel ch'egli avesse ordinato intorno a' capi, per i quali era stato scomunicato, e fattogli di ciò prestare il dovuto giuramento, l'avesse poscia assoluto dalle censure, ricevendolo in grazia di S. Chiesa; ma quel Tedesco, che avea altro in pensiero, tentò in varie guise di distorre con prieghi e con minaccie i Cardinali di ordinargli tal cosa, adoperandovi per mezzo Lione di Montelongo consobrino del Cardinal d'Ostia, ma invano; perciocchè il Cardinal Ugolino, pubblicamente gli comandò in nome del Pontefice, ch'egli più non molestasse i Regnicoli, nè tentasse intrigarsi nel lor governo, come Balio di Federico: che restituisse tutti i luoghi occupati in Puglia ed in Sicilia, e ricompensasse i danni avvenuti per opra di lui alla Chiesa romana ed all'Abate di Monte Cassino; e che più non travagliasse i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche. Alle quali cose rispose, che non potea far per allora sì fatto giuramento, ma che avrebbe di presenza nelle mani del Pontefice in Roma giurato di osservare il tutto; ed accomiatati onorevolmente i Cardinali, ritornò alle cattività primiere, procacciando per suoi Messi dare a divedere a' Regnicoli, ch'era convenuto col Pontefice, e ch'egli l'avea confermato per Balio del Regno.
Ma pervenuta ad Innocenzio tal novella, chiarì tosto per sue particolari lettere esser ciò bugia, e ritrovamenti di Marcovaldo; laonde veggendo essergli chiusa in Puglia ogni strada di recare il suo proponimento ad effetto, conchiuse di passare in Sicilia, ove giudicava poter più agevolmente, e con minor contrasto adoperare le sue malvagità. Ma prima di ciò fare, assediò Avellino, la qual città non potendo egli prender così presto per la valorosa difesa de' cittadini, pago della molta moneta, che gli diedero per uscir di tal molestia, si tolse via dall'assedio. Prese poscia a forza Vallata, e la diede a sacco a' soldati, e procedendo a far danni maggiori gli venne incontro Pietro Conte di Celano con buon numero di soldati da lui raccolto nel Contado di Marsi, co' quali non volendo Marcovaldo venire a battaglia, tornò nel Contado di Molise, ove per non poter difendere la città d'Isernia, che allora avea in suo potere, tolse tutti i lor beni a' cittadini, e passato sopra Teano per esercitar le sue forze contro quella città, ne fu ributtato. Alla fine per mantener in fede i suoi partigiani in Terra di Lavoro, ed in altri luoghi di Puglia, lasciato Diopoldo, Ottone e Sigisfredo suoi fratelli, Corrado di Marlei Signore di Sorella, Ottone di Laviano, e Federico di Malento, con buona mano di soldati tedeschi, passò a Salerno, che seguiva la sua parte, e quivi imbarcatosi su l'armata apprestata per tal effetto, navigò felicemente in Sicilia.
Significata intanto a' Governadori del Regno di Sicilia la navigazion di Marcovaldo, per reiterati Messi, chiesero soccorso di soldati al Pontefice, e persona di stima per potersegli opporre, il quale spedì a quella volta Cintio Cincio romano Cardinal di S. Lorenzo in Lucina, e Giacopo Consiliario suo consobrino e Maresciallo con 400 cavalli assoldati a sue spese, e con essi Anselmo Arcivescovo di Napoli, ed Angelo Arcivescovo di Taranto, uomini di molto avvedimento, acciocchè si valessero del lor consiglio. Costoro passati in Calabria ne scacciarono Federico tedesco, che quella provincia aspramente travagliava, e poi valicato il Faro ne girono a Messina città fedelissima a Federico, e che in que' tumulti di Marcovaldo seguitò sempre costantemente il suo nome.
CAPITOLO I.
_Spedizione di GUALTIERI Conte di Brena sopra il Reame di Sicilia per le pretensioni di sua moglie ALBINIA._
Ma non perchè Marcovaldo sgombrasse di questo nostro Reame, fu questo libero da altre calamità: surse nuovo pretendente, che con forze di genti straniere tentò parimente d'acquistarlo. Fu questi Gualtieri Conte di Brenna franzese, le cui pretensioni avean questo fondamento. La Regina Sibilia, che come si disse, per opra del Pontefice Innocenzio fu da Filippo di Svevia liberata dalla prigionia d'Alemagna, era passata con Albinia e Mandonia sue figliuole in Francia; ed ivi avea maritata Albinia sua primogenita con Gualtieri nato di chiaro e nobilissimo sangue, e di alto valore ed avvedimento. Questi verso la fine di quest'anno 1199 con la moglie già gravida e con la suocera se ne venne in Roma a piè d'Innocenzio, chiedendogli, che gli facesse ragione di quel che apparteneva ad Albinia nel Reame. Esagerò, esser noto a ciascuno, che l'Imperador Errico avea dato a Guglielmo, in vece della Corona di Sicilia e di Puglia, che rinunciato gli avea, il Contado di Lecce, ed il Principato di Taranto, i quali poscia glie li avea tolti senza cagione alcuna. Pose tal richiesta in gran dubbio e pensiere il Pontefice, il quale giudicò esser di gran pericolo il far entrare nel Reame il Conte, temendo, non l'ingiurie fatte alla suocera ed al cognato del morto Imperadore, volesse allora che agio glie ne dava la tenera età di Federico, nel figliuolo vindicare con porre sossopra il Regno; ed all'incontro parevagli, che se del tutto avesse chiusi gli orecchi alla dimanda, sdegnato il Conte, si sarebbe agevolmente congiunto co' nemici del Re, e gli avrebbe mossa aspra e crudel guerra: il perchè giudicò convenevole di fargli dare il Contado di Lecce e 'l Principato di Taranto, ricevendo in prima da lui in pubblico Concistoro giuramento di non molestare in altra cosa il Reame, nè dar noia alcuna a Federico; ma prima che tal cosa ponesse ad effetto, volle significarlo a' Governadori di Sicilia, che reggevano la tenera età del Re, e loro scrisse perciò quella lettera, che si legge nel registro delle sue epistole, ed è quella appunto, che comincia: _Nuper dilectus filius noster nobilis vir, etc._
Ma pervenuta cotal lettera alle mani di Gualtieri Arcivescovo di Palermo gli apportò gravissima noia, temendo del Conte più esso, che il Re Federico; perciocch'essendo stato egli con tutti i suoi congiunti aspro nemico di Tancredi e gran partigiano d'Errico nella conquista del Regno, giudicava, che se il Conte fosse entrato in esso, avrebbe procacciato aspramente contro di lui vendicarsi dell'antica offesa; perlaqualcosa biasimando apertamente il Pontefice, che da Balio e Tutore del Regno qual era, attentava di disponere de' Contadi e Principati di quello, come se ne fosse egli il Signore, a suo talento ed arbitrio, con gravissimo danno e diminuzione della Corona, avendo convocato il Popolo di Messina, cominciò con ogni suo potere a contraddire a tal fatto, biasimando Innocenzio, e concitando i Siciliani ad opporsi con tutte le lor forze a quest'attentati. La qual cosa risaputa dal Conte, e veggendo non poter far nulla col solo favore del Pontefice, ma esser mestieri di adoperar le armi, lasciata la suocera e la moglie in Roma, ritornò in Francia a raccor soldati per assalire il Reame.
Intanto Marcovaldo, che passato in Sicilia avea tirati prestamente dalla sua parte i Saraceni dell'isola, avea occupato col loro aiuto molte città e castella della medesima, e giunto a Palermo, quello strettamente assediò per ventidue giorni continui, onde convenne al Cardinal Legato, ed all'Arcivescovo Gualtieri, che dimorava a Messina, co' soldati già ragunati affrettarsi al soccorso di quella città, ed ivi giunti si attendarono nel giardino costrutto con molta magnificenza dal Re Guglielmo I, con pensiero di venire nel seguente giorno a battaglia con Marcovaldo, il quale conosciuto il loro intendimento, avvisò di disfargli con tenergli a bada senza arrischiarsi a combattere; e conoscendo patire i soldati papali mancamento di moneta e di vettovaglia, inviò Ranieri Manente a trattar di pace con molte parole a ciò convenevoli. Ma i soldati avvedutisi del suo ingannevol pensiero concordemente ributtarono il Messo. Pure ciò non ostante i famigliari del Re davano orecchie alle dimande di lui, ed inchinavano a concordarsi seco; ma Bartolommeo famigliare del Pontefice uomo accorto e zelante dell'onor del suo Signore, volendo sturbare così dannoso accordo, fattosi in mezzo a quella adunanza, presentò lettere del Papa, per le quali espressamente vietava e proibiva il far convenzione, e pace alcuna con Marcovaldo.
Laonde Gualtieri, l'Arcivescovo di Messina, Caro Arcivescovo di Monreale e l'Arcivescovo di Ceffalù, che con Ranieri Manente stavan per conchiuder la pace, quando udirono il voler del Pontefice, videro che i soldati dell'esercito, ed il Popolo palermitano non volevan la pace in guisa alcuna, anzi stavan per far tumulto e rivoltura contro di loro, posto da parte ogni trattato d'accordo, diedero libertà di venir a battaglia co' Tedeschi. Azzuffati adunque fra Palermo e Monreale ch'era stato già preso da Marcovaldo, e di soldati munito, si combattè con incredibil ferocia dalla terza insino alla nona ora del giorno: ma alla fine con morirvene grosso numero d'ambedue le parti, vinsero i soldati del Pontefice per lo valor particolarmente di Giacomo Maresciallo, il quale con avere rimessa due volte in piedi la battaglia, e ributtati gli Alemani ed i Saraceni, che avean poste in volta le prime squadre del suo esercito, adoperandosi non meno da valoroso soldato, che da avveduto Capitano, fu principal cagione della vittoria. Perirono grosso numero di soldati e de' più stimati del suo esercito, e fra essi il sopraddetto Ranieri Manente: presero ancora i nemici alloggiamenti, e vi fecero ricca e copiosa preda, indi assalirono Monreale e l'espugnarono in un subito, uccidendo la maggior parte de' difensori; e Marcovaldo, perduto ogni suo avere, fuggì in guisa tale, che per alcun tempo non s'udì novella alcuna de' suoi. Allora fu, che fra gli arredi suoi, si trovò il testamento dall'Imperador Errico bollato con Bolla d'oro, parte del quale vien trascritto dal Baronio nei suoi Annali. Significò tutto questo avvenimento al Pontefice per una sua particolar lettera Anselmo Arcivescovo di Napoli, che dimorava come abbiam detto nell'esercito; e volendo i famigliari del palagio reale, la cui dignità era in fatti l'esser Governadori del Regno e della persona del Re, rimunerare il valor di Giacomo Maresciallo, gli concedettero in nome di Federico il Contado d'Andria, il qual poi fu lungamente da lui posseduto: così costoro come Governadori del Reame credeano esser della loro autorità il poter investire, siccome dall'altra parte non trascurò far Innocenzio, del quale come Balio si leggono ancora alcune investiture, come del Contado di Sora in persona di suo fratello e di alcun'altre, delle quali non ci mancherà occasione di favellare in più opportuno luogo.
Ma i soldati papali cominciavano tra per lo calore della state, e per gli disagi della guerra ad infermare e morire in gran numero, onde convenne al Conte Giacomo di colà partirsi e ritornare in Puglia. Dopo la qual cosa essendo morto l'Arcivescovo di Palermo, Gualtieri della Pagliara Cancellier di Sicilia e Vescovo di Troja si adoperò di maniera, che si fece da' Canonici di quella città crear Arcivescovo (non facendosi a questi tempi difficoltà d'unire due Cattedre in una medesima persona) ed ammettere dal Cardinal Legato con tale elezione, prendendone l'insegne ed il possesso prima di riceverne il pallio e la confermazion del Pontefice; dal quale fu per tal atto acerbamente ripreso il Legato[207], onde sdegnato perciò maggiormente Gualtieri scrisse, e parlò più liberamente contro di lui nell'affare di Gualtieri Conte di Brenna, secondo che appresso diremo.
Avea in questo mentre, essendo già entrato il nuovo anno di Cristo 1200, Diopoldo commesse infinite malvagità nel Reame; perciocchè quantunque collegatosi con l'Abate Roffredo gli avesse promesso in Venafro con giuramento sopra i Santi Vangeli di non molestar niuno degli abitatori delle terre della Badia: nondimeno una notte assalì improviso que' di S. Germano, e presa la Terra senz'alcun contrasto, la pose a sacco ed a ruina, e l'Abate Roffredo e Gregorio suo fratello, che colà dimoravano fuggirono in Atino, donde passati poscia nel Contado de' Marsi chiesero soccorso a Pietro Conte di Celano, che loro il negò; ma Sinibaldo e Rinaldo ch'eran del medesimo legnaggio de' Conti de' Marsi, che ora si dice di Sangro, loro inviarono tutto il vasellamento d'argento e danaro, che in pronto aveano; co' quali assoldò l'Abate alcuni soldati, e se n'entrò chetamente con essi di notte tempo in Monte Cassino. Del cui arrivo avuta contezza Diopoldo, temendo non avesse condotto maggior numero di persone, prestamente si partì via, lasciando affatto voto di Popolo S. Germano, nella qual città rientrato l'Abate, la fornì di nuove mura e di torri. E Diopoldo, non guari da poi che partì venne a battaglia presso Venafro col Conte di Celano, e 'l ruppe e fugò, facendo prigioniero Berardo suo figliuolo, che con gli altri prigionieri di S. Germano nella Rocca d'Arce rinchiuse.
Venuto poscia l'anno di Cristo 1201 Gualtieri Conte di Brenna, che era ito in Francia a raccor soldati, ritornò in Roma, conducendone seco picciol numero, ma di provato valore; co' quali volendo entrar nel Reame, fu da molti giudicato matto e arrogante, perchè con sì picciola compagnia volesse porsi a così grande impresa. Ed il Conte Diopoldo avuta contezza del suo venire, convocò numeroso esercito di Tedeschi e di altri suoi partigiani per farsegli all'incontro, e scacciarlo dal Regno. Il Pontefice temendo non mal capitasse Gualtieri, con accrescersi ardimento a' Tedeschi, diede al medesimo cinquecento oncie d'oro, perchè potesse ragunar più soldati[208], e parimente scrisse molte sue lettere dirette a' Conti, Baroni e Popoli del Reame, acciocchè il ricevessero nelle lor città e castella, e 'l favoreggiassero contro Diopoldo. Con tali aiuti il Conte menando seco Albinia sua moglie entrò valorosamente in Terra di Lavoro, e congiuntosi con l'Abate Roffredo, che con buon numero di gente venne in suo aiuto, assediò Teano, e prestamente il prese; ed indi per lo favor di Riccardo Arcivescovo di Capua, ch'era figliuol di Pietro Conte di Celano, ebbe anche il castello della città di Capua; presso del qual dimorando, gli venne all'incontro Diopoldo con numeroso esercito, e venuti a battaglia, divisando Diopoldo di porlo subito in rotta per esser assai più potente di lui, gli avvenne tutto il contrario; perciocchè combattendo Gualtieri ed i suoi soldati con insolita fortezza, urtarono sì fattamente ne' Tedeschi, che con farne grandissima strage gli posero in rotta ed in fuga, e saccheggiarono dopo la vittoria le lor ricche tende, insieme co' Capuani, che uscirono anch'essi a partecipar della preda. Unitosi poscia con Gualtieri il Conte di Celano, girono con l'Abate e con l'Arcivescovo Riccardo ad assediar Venafro, che subito presero ed abbruciarono; e fatti altri maggiori progressi, si vide Gualtieri in brevissimo tempo aver presa la maggior parte de' luoghi del Contado di Molise, e l'Abate Roffredo ricuperò anch'egli dalle mani di Diopoldo, Pontecorvo, Castelnuovo e Frattura, luoghi della sua Badia.
Intimoriti perciò i Tedeschi, si racchiusero nella lor Fortezza; onde entrato il nuovo anno 1202 girono il Conte Gualtieri, il Conte di Celano e l'Abate Roffredo, che insieme col Cardinal Galloccia facea l'uffizio di Legato in Puglia, a conquistar il Principato di Taranto e 'l Contado di Lecce; i quali Stati insieme con Brindisi ed altri luoghi di quel Principato tosto loro si resero, e lo stesso fecero di là a poco Lecce col suo castello, Melfi e Montepiloso: assediando Monopoli e Taranto, che non s'eran voluti rendere.