Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4
Part 14
Partito che si fu Errico per Alemagna, Riccardo di Medania Conte della Cerra, cognato del morto Re Tancredi, volendo passar in Campagna di Roma per campar dalla crudeltà di lui, fu in cammino per tradimento d'un Frate fatto prigione da Diepoldo Alemanno, il quale, fattolo custodire strettamente nella Rocca d'Arce, attendeva il ritorno dell'Imperadore in Italia per darlo in poter del medesimo[159]. Aveva intanto Errico mandato nel Regno per suo Legato il Vescovo di Vormazia, il quale venuto in Napoli con l'Abate Roffredo, e con molti soldati regnicoli e tedeschi fece abbattere a terra le sue mura, ed il simigliante fece alla città di Capua, siccome scrive Riccardo da S. Germano. E ragunata poi Cesare una grande e poderosa oste in Alemagna di Svevi, Bavari e Franconi, e di altre Nazioni, di ben sessantamila soldati, sotto pretesto d'inviargli all'impresa d'oltre mare, ma in effetto, secondo che dice Arnoldo Lubecense, per isterminare tutti i Normanni, e particolarmente quelli, che avean favoreggiato contro di lui il Re Tancredi, se ne calò in Italia; e dimorato alcuni giorni a Ferentino, ne andò poi a Capua, dove essendo ragunati tutti i Baroni regnicoli per celebrare una generale Assemblea, gli fu dato in balìa da Diepoldo Alemanno il Conte Riccardo, il quale egli fece obbrobriosamente legare alla coda d'un cavallo, e strascinare per tutte le strade più fangose, ed alla fine impiccar per i piedi; nel qual tormento vivuto il Conte due giorni, gli fu per ordine dell'Imperadore da un suo buffon tedesco legato al collo una fune, da cui pendeva una grossa pietra, ed in cotal guisa fu iniquamente strangolato[160]. Celebrato poi il Parlamento, impose una taglia a tutti i Popoli del Reame, e creò Diepoldo Alemanno Conte della Cerra, ed inviò Oddo fratello di Diepoldo ad espugnar Roccasecca, ove si eran ricoverati Rinaldo e Landolfo due fratelli della famiglia Aquino per difendersi da così crudo nemico, ed egli se ne passò in Sicilia, ove fece aspramente morire con inaudite maniere di morte, non perdonando nè anche a' fanciulli di tenera età, tutti i Normanni, e que' particolarmente ch'eran di più stima, e di real sangue, ad alcuni de' quali, in vendetta, che avean fatto coronar Re Tancredi, fece porre una corona in testa, e conficcarla con chiodi di ferro acutissimi, privandogli in cotal guisa acerbamente di vita. Fece anche imprigionare Margaritone famoso Capitano, Duca di Durazzo, Principe di Taranto, e Grand'Ammiraglio, e gli fece cavar gli occhi, e tagliare i testicoli.
L'Imperadrice Costanza, veggendo le cattività barbare usato dal marito contro i suoi Normanni, ed il suo mal talento di voler estinguere il suo real legnaggio, non potendo più cotal malvagità soffrire, se gli rivolse contro[161]; e collegatasi co' Grandi del Regno, se n'andò a Palermo, e posto mano a' tesori reali ragunò soldati contro di lui, onde divenuti perciò più animosi i Baroni suoi partigiani, fatta scoverta rivoltura uccisero tutti i Tedeschi, che lor capitarono alle mani; e sarebbe stato anche l'Imperadore ucciso, se fuggendo non si fosse salvato in una forte Rocca. Ma volendo di là girsene in un luogo più sicuro, fu di maniera da tutti i lati cinto d'assedio da' Siciliani, che non potendo in guisa alcuna campare, gli convenne, per torsi da quel pericolo, ricever le condizioni, che sua moglie dar gli volle; che furono, che egli uscendo libero, posta dall'un de' lati la marital concordia, ne gisse via prestamente in Alemagna. Ma non volendo poi con la guerra intestina impedir l'imprese straniere, ch'egli intendea di fare, s'adoperò in guisa tale, che alla fine si racchetò con sua moglie e co' sollevati Baroni; onde imbarcato il suo grande esercito sopra molti navili per passar in Soria, pose grandissimo timore ad Alessio Angelo, il quale avendo tolta la Signoria ad Isaac, era divenuto Imperador di Costantinopoli; perciocchè fattogli dire da' suoi Ambasciatori, che voleva che gli desse tutte le terre, che avea già conquistate in Grecia il Re Guglielmo, che contenevano da Epidauro a Tessalonica, ovvero gli pagasse un tributo che gli voleva imporre, il Principe greco non osando rifiutar, per tema della sua potenza, la condizione offertagli, pregò solo moderarsegli la grossezza del pagamento chiestogli per ciascun anno; ed inviò per tutto il suo Imperio uomini sagacissimi per ragunare tutto l'oro, che aver potessero, togliendolo non solo da' particolari uomini, ma anche da vasi sacri delle chiese e da' sepolcri de' morti, ove secondo l'uso di que' tempi non piccola somma in onor di coloro che vi giacevano, si soleva riporre; e questo per mettere insieme sedici talenti, che tanti ne volea Errico per tributo.
E mentre tal cosa si trattava in Grecia partì da Messina l'armata imperiale verso Oriente, essendo suo General Capitano Corrado Vescovo d'Idelma, e Cancelliere dell'Imperio, il quale in assenza di Cesare avea governata la Sicilia; e con felice navigazione giunse in Palestina, e prese porto in Accone[162].
Nel medesimo tempo andò l'Imperadore a campeggiare Castel Giovanni, il quale con Guglielmo Monaco, che l'avea in governo, se gli era ribellato, e colà gravemente infermato si ritirò a Messina, ove se gli aggravò di modo il male, che poco stante, e propriamente a' 29 di settembre dell'anno 1197 passò di questa vita[163], liberando con la sua morte dal gravissimo timore, che s'aveva della sua crudeltà, non solamente l'Imperador di Costantinopoli, ma anche tutti i Popoli di Sicilia e di Puglia.
Morì _Errico VI_ nel 1197 non senza sospetto, che la Regina _Costanza_ sua moglie lo avesse fatto avvelenare, siccome narrano _Giovanni Vito Durano_ Chron. pag. 5 ed _Alberico_ ad An. 1197. Ma _Corrado Wespergense_ pagin. 318 ciò rifiuta, dicendo: _Quod tamen non est verisimile. Et qui cum ipso eo tempora erant familiarissimi hoc inficiabantur. Audivi ego idipsum a Domino Chunrado, qui postmodum fuit Abbas Praemonstratensis, et tunc in seculari constitutus, in camera Imperatoris extitit familiarissimus_. Vedasi _Struvio_[164]. In questo anno si rapporta da _Goldasto_[165] una Costituzione del medesimo tratta da _Giovanni_ Monaco, per la quale unì all'Imperio la Sicilia e la Puglia; ed ottenne da alcuni Principi assenso, che l'Imperio fosse ereditario, come la Sicilia e la Puglia, e si deferisse per successione; ma ripugnando i Principi della Sassonia, non ebbe tal Costituzione alcun effetto, talchè l'istesso Errico assolvè que' Principi, che gliene avean dato consenso, e gli sciolse dal giuramento, come rapporta _Gobelino Persona_ riferito da _Struvio_[166]. E _Lunig_ rapporta un Diploma de' Principi di Germania, dato in Francfort nell'anno 1220 col quale dichiarano, che il Regno di Sicilia non fu mai annesso all'Imperio: _Ita quod Imperium nihil cum dicto Regno habeat unionis, vel alicujus jurisdictionis in illo_: come sono le parole del Diploma, che si legge _Tom. 2 Cod. Ital. Diplom. pag. 814_.
Fu Errico, secondo che scrive Goffredo da Viterbo, di vago e signoril sembiante; ma per quel che dalle sue laide opere si vede, di costumi oltre modo biasmevoli e crudeli, spergiuro, e senza fede, ed avidissimo di moneta, e sopra tutto nemico de' romani Pontefici, da' quali scomunicato per la presura di Riccardo Re d'Inghilterra, e per la moneta tolta dal medesimo per riporlo in libertà, e per la presura di Niccolò d'Ajello Arcivescovo di Salerno, e morto perciò in contumacia della Chiesa, non si voleva dar sepoltura in terra sacra. Ma dal testamento che poi si trovò di lui, e dall'aver egli subito che cominciò ad ammalarsi inviato il Vescovo di Bettane al Re Riccardo a portargli la ricompensa de' denari, che gli aveva pagati[167], si rese da poi manifesto, ch'esso si pentisse de' passati misfatti.
L'Imperatrice Costanza, morto suo marito, inviò subito l'Arcivescovo di Messina al Pontefice, a chiedergli, che avesse data licenza, che si fosse potuto sotterrare il suo cadavero in chiesa; e di più, che avesse fatto tor l'assedio d'attorno a Marcovaldo da Menuder tedesco, e Gran Giustiziero dell'Imperio, il quale era stato strettamente assediato da' Romani in una terra detta la Marca di Guarniero; e che avesse fatto parimente coronar il figliuolo Federico Re di Sicilia, con dimandargli la solita investitura[168]. Alla primiera delle quali domande rispose il Papa, che non fosse data sepoltura al corpo dell'Imperadore insino a tanto, che si fosse accomodato il tutto col Re d'Inghilterra. Alla seconda, rispose, che non potea far liberar Marcovaldo senza il voler de' Romani; ed alla terza, ch'egli avrebbe fatto coronar Federico Re di Sicilia, purchè i suoi fratelli Cardinali vi avesser parimente dato il lor consentimento; i quali non ripugnando, fu l'incoronazione accordata con pagar mille marche d'argento per servigio de' Cardinali; e volle di più il Pontefice, che giurasse Costanza sopra i Santi Evangelj, che Federico era nato di legittimo matrimonio contratto tra lei ed Errico.
Fece l'Imperadore prima del suo morire testamento, parte del quale pone ne' suoi Annali il Cardinal Baronio; il quale dice averlo cavato dalla vita di Papa Innocenzio inviatagli dal Cardinal Carlo de' Conti, da lui ritrovata nell'Archivio d'Avignone, mentr'era colà Legato, scritta da antichissimi tempi, nella quale scrittura si narra, che nella fuga di Marcovaldo, in una rotta che da' Romani gli fu data, non già nella Marca d'Ancona, ma in una battaglia, della quale avremo occasione di favellare nel libro che siegue, tra gli arredi suoi fu tal testamento trovato. È questo testamento molto pio; e' mostra pentirsi delle passate sue colpe, le quali non potendo ricompensar d'altra maniera in quell'estremo di sua vita, mostra volontà, che almeno fossero emendate dal suo erede. In virtù del qual testamento fu, dopo sua morte, restituita da sua moglie Costanza alla Chiesa, siccome scrive Ruggiero ne' suoi Annali d'Inghilterra, la maggior parte di Toscana, la quale egli, ed i passati Imperadori le avean tolta, cioè Acquapendente, Santa Crispina, Monte dei Falisci, Radicofano e S. Quirico con tutti i lor Contadi, e più altri luoghi appartenenti alla giurisdizione del Pontefice.
Narra ancora Matteo Paris, che Errico lasciò ai Frati del Monastero Cisterciense tremila marche d'argento de' denari pagati dal Re Riccardo per farsene incensieri del medesimo metallo per tutto il lor Ordine; ma che l'Abate di quel luogo rifiutasse tal dono, come di moneta acquistata con cattivo modo.
E finalmente avendo il Papa data licenza, per essersi composti gli affari d'Inghilterra, che si desse sepoltura al cadavere di lui, fu trasportato al Duomo di Palermo, ed ivi riposto in un ricco avello di porfido, il qual sinora si vede: e la sua gente, ch'era non guari prima del suo morire giunta in Soria sotto la condotta del Vescovo Corrado, avendo avuta contezza, ch'egli era morto, e ch'era giunto in Palestina contro di loro il figliuolo del Saladino, smarriti per sì cattive novelle, si posero tutti i Principi dell'oste vergognosamente in fuga, non ostante, che i lor soldati fosser disposti a valorosamente combattere, rimanendo soli fermi nel campo i Vescovi di Verdun e di Magonza; de' quali poscia quel di Magonza n'andò d'ordine del Pontefice a coronar il Re d'Armenia, che avea tal cosa instantemente richiesta.
Ma ecco, che dopo questi avvenimenti Papa Celestino, che sette anni avea governata la Chiesa, si morì in Roma l'ottavo giorno di gennajo dell'anno 1198, ed in suo luogo fu eletto Giovanni Lotario Cardinal di S. Sergio e Bacco, di nobilissima stirpe, giovane di non più che trenta anni, ma di grande avvedimento, ed il maggior Letterato, e Giureconsulto di que' tempi, che _Innocenzo III_ nomossi.
CAPITOLO II.
_L'Imperadrice COSTANZA prende il Governo del Regno. Sua morte; e fine del regal legnaggio de' Normanni._
Intanto l'Imperadrice Costanza, vedendo quanto erano odiati dai suoi vassalli i soldati tedeschi, ed il lor Capitano Marcovaldo, uomo di perduta vita, ed oltre modo crudele e rapace, volendo tener in pace il suo Regno, loro diede bando, con ordine che tantosto sgombrassero la Puglia e la Sicilia, nè ardissero d'entrarvi senza sua licenza[169]; onde tutti ne girono via, e Marcovaldo passato al Contado di Molise, che morto Mosca in Cervello, gli era stato donato da Errico, con lettere di salvo condotto dell'Imperadrice, acciocchè non fosse offeso dagli adirati Regnicoli, ed assicurate anche da Pietro Conte di Celano e da' Cardinali, che dimoravano in Regno, lasciati suoi Castellani nelle Rocche del suddetto Contado, se n'andò alla Marca d'Ancona, della quale era stato fatto Marchese da Errico, e colà dimorò fin che morì Costanza, ritornando poscia in Puglia, ove poi, come diremo, commise gravissime malvagità.
Innocenzio III tosto che fu coronato Pontefice, impegnossi con ogni suo potere, che si riponessero in libertà la Regina Sibilia, suo figliuol Guglielmo, e le figliuole, l'Arcivescovo Niccolò di Salerno, i suoi fratelli, e gli altri Baroni siciliani e regnicoli, che benchè fosse morto l'Imperadore, erano ancor sostenuti nelle prigioni d'Alemagna, e si leggono perciò tre sue epistole, la prima indrizzata agli Arcivescovi di Spira, d'Argentina e di Vormazia, ove dice loro, che debbiano scomunicare tutti coloro, che teneano in prigione l'Arcivescovo di Salerno, se nol rimettean di presente in libertà, inviandolo onorevolmente a Roma, ed anche tutta la provincia, ove egli fosse stato imprigionato; la seconda al Vescovo di Sutri, ed all'Abate di S. Anastagia, ordinando loro, che assolvessero Filippo Duca di Svevia, e fratello d'Errico, dalla scomunica, nella quale era incorso per aver assalito, ed occupato lo Stato della Chiesa, pur ch'egli procacciasse di riporre in libertà il Prelato suddetto; e la terza a' medesimi Vescovi ed Abati, imponendo loro, che se non fossero posti in libertà la Reina Sibilia, Guglielmo e le sorelle, e tutti gli altri prigioni, dovessero scomunicare tutti coloro, che gli avesser sostenuti ed interdire i loro Baronaggi[170]. Per la qual cosa il Duca Filippo, che avea per moglie Irene greca, vedova già del giovanetto Ruggiero Re di Sicilia, mosso a pietà di quelle donne illustri così acerbamente trattate dalla fortuna, e per obbedir parimente ad Innocenzio, essendo poco innanzi morto in prigione Guglielmo, le ripose in libertà e le inviò a Roma al Pontefice; ma di quel che poscia avvenne loro, ed al Duca Gualtieri di Brenna, che si ammogliò con una di quelle fanciulle, ed entrò ostilmente con grosso stuolo d'armati in Terra di Lavoro, scriveremo nel seguente libro di quest'Istoria. Furono ancora posti in libertà l'Arcivescovo Niccolò, il Conte Riccardo e Ruggiero suoi fratelli, che tornati in Salerno vissero poi lungamente.
Intanto l'Imperadrice Costanza, dimorando ancora il suo figliuol Federico in poter di Corrado Duca di Spoleti, lo fece condurre dal Conte di Celano e da Bernardo Conte di Loreto nel Reame, ed indi in Sicilia; e non guari dapoi dimandò al Papa l'investitura, per se e per Federico, la quale gli fu molto contrastata, non volendo darla nella maniera, che Papa Adriano la diede a Guglielmo I, e con tutto che Costanza gli avesse offerte larghe ricompense, non fu possibile piegarlo, se non si cassassero quattro capitoli, de' quali parleremo appresso, accordati prima con Guglielmo, onde rivocati questi, ottenne dal Papa per lei, e per lo figliuolo l'investitura del Regno per mano del Cardinal d'Ostia, che andò a Palermo, Legato di Santa Chiesa a coronargli amendue, e riceverne il giuramento di fedeltà, e la promessa del censo annuo di 600 schifati per la Puglia e per la Calabria, e di 400 per la Marsia. L'investitura la rapporta il Baronio, ove si leggono le seguenti parole: _Quoniam Regnum Siciliae in Apostolicae Sedis fide adhuc permansit, et Rogerius quondam pater tuus, et Willelmus frater, et Willelmus nepos Reges Apostolicam Sedem, et praedecessores nostros summa constantia coluerunt, etc. concedimus Regnum Siciliae, Ducatum Apuliae, et Principatum Capuae, Neapolim, Salernum, Amalfim, Marsiam cum iis, quae ad horum singula pertinent._ Viene anche rapportata dal Chioccarelli[171], e da Rainaldo[172], e riferita dall'istesso Innocente III in una sua epistola[173]. Scrisse ancora Innocenzio all'Imperadrice una sua epistola, o sia Breve, prescrivendogli il modo, che osservar si dovea nell'elezione de' Vescovi in tutti i suoi Stati, restringendogli molto quell'autorità, che in vigore di antichissimi privilegi e de' concordati che passarono fra Guglielmo I ed il Pontefice Adriano, ebbero nell'elezione de' medesimi i Re di Sicilia; di che ci tornerà occasione di far parola più innanzi trattando della politia ecclesiastica; perlaqualcosa soleva dolersi Federico II, che Innocenzio trattando con una donna, mentr'egli era fanciullo, avea saputo ingannarla, ma che egli non avrebbe sofferto, che si fosser in minima cosa derogate l'antiche ragioni e privilegi de' Re di Sicilia; onde avvenne, che si rese odioso ai Pontefici romani, e che fosse ciò una delle cagioni delle tante discordie e guerre, che lungamente travagliarono l'Europa, come diremo, quando di tali avvenimenti ne' seguenti libri dovremo ragionare.
Ma ecco finalmente l'Imperadrice Costanza, ultima degli eredi legittimi del Re Ruggiero, ammalandosi gravemente in Palermo, passò di questa vita il quinto giorno di dicembre di quest'anno 1198. Fu sepolta nel Duomo della stessa città in un sepolcro di porfido a canto a quello del marito, le cui iscrizioni, secondo che scrive il Baronio[174], fatte novellamente scolpire da un tal Ruggiero Paruta Canonico palermitano poco inteso della verità di questi avvenimenti, contengono la favola del Monacato di Costanza, che sacrata e canuta divenisse moglie d'Errico.
Lasciò ella nel suo testamento, che fece due giorni prima della sua morte, il figliuol Federico, ed il suo Reame sotto la cura e baliato d'Innocenzio III[175] con pessimo e pernizioso consiglio, poichè questo fatto, oltre d'aver partoriti disordini gravissimi e d'essersi aperta ben larga strada a' Pontefici romani d'intraprendere molte cose sopra il Reame, come si vedrà nel seguente libro, fece nascere l'altra pretensione dei medesimi, in congiuntura di minorità, di dover essi assumere il governo e l'amministrazione del Regno, anche se nel testamento dell'ultimo defunto non fosse loro conferito il Baliato, pretendendo che di ragione, come diretti padroni, a loro si appartenga durante la minorità del Re, siccome in fatti Clemente IV ciò pose per ispezial patto nell'investitura, che diede a Carlo d'Angiò; e nel corso di quest'Istoria si leggeranno molti disordini, e contese accadute in questo nostro Regno per queste pretensioni.
Ecco come in Costanza ebbe fine il real legnaggio de' Normanni, i quali da che Ruggiero prese la Corona in Palermo nell'anno di Cristo 1130 avean sessantotto anni con titolo reale dominato gloriosamente il Regno di Puglia e di Sicilia: Principi per le lor degne e lodevoli azioni meritevoli di chiara ed immortal memoria, i quali in mezzo a due Imperi stabilirono in Italia il più possente e nobil Regno, che vi fosse in que' tempi in tutta Europa, e che sotto Ruggiero, e i due Guglielmi fece tremar non men l'Occidente, che l'ultime parti dell'Oriente. Ma non perciò s'estinse in queste nostre province il sangue normanno. Rimasero molti Baroni e Conti normanni, che per lunga serie d'anni trasmisero co' Contadi l'illustre lor sangue nei posteri; nè senza fondamento a' dì nostri vantano alcuni Baroni trarre la lor origine da sì illustre e generosa prosapia. E vedi intanto come sì nobil Reame da' _Normanni_ per diritto di successione non già per ragion di conquista, passasse a' _Svevi_ dopo la morte di Costanza ultima di quell'illustre legnaggio. Noi colla morte della medesima, dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questo secolo, daremo fine a questo libro, già che l'alte e generose gesta di Federico suo figliuolo richiamandoci a più nobili e magnifiche imprese, daranno ben ampio e luminoso soggetto a' libri seguenti di questa Istoria.
CAPITOLO III.
_Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il duodecimo secolo, insino al Regno de' Svevi._
Lo Stato ecclesiastico si vide in questo secolo in un maggior splendore e floridezza. I Pontefici romani innalzati sopra tutti i Re della terra stendevano la lor mano in ogni Regno e provincia: ed i Re istessi rendevansi a sommo favore dichiararsi loro ligi, e rendere i loro Regni tributari alla Sede Appostolica. Stabilirono in questo secolo la loro sovranità in Roma, e la lor independenza dall'Imperadore; e fecero valere la lor pretensione di concedere la Corona imperiale. Roma erasi renduta la Reggia universale, dove si riportavano non solo tutti gli affari delle Chiese di Europa, ma ancora i più rilevanti interessi delle Corone di quella, dipendendo i Principi con gran sommessione da' cenni de' romani Pontefici; e sotto Innocenzio III il Ponteficato si vide nella sua maggior grandezza. I Concilj per la maggior parte erano convocati da essi, ovvero da' loro Legati, dove vi stabilivano regolamenti, che giudicavano più confacenti per la loro grandezza; ed a' Vescovi niente altro era rimaso, che di prestarvi il loro consenso. Le appellazioni di tutte le sorte di cause e d'ogni sorta di persone erano divenute tanto frequenti, che non v'era affare alcuno, che subito non fosse portato a Roma. I Papi s'aveano appropriata gran parte nel conferire i Vescovadi, perch'erano Giudici della validità dell'elezioni, ancorchè queste si fossero lasciate al clero, e le ordinazioni ai Metropolitani. A questo fine si proccurò innalzare la dignità de' Cardinali, elevandogli a tal grado, che furono considerati, non solo superiori a' Vescovi, ma eziandio a' Patriarchi ed a' Primati; e sopra tutto ristringendo ad essi il potere d'eleggere il Papa. Per mostrare maggiormente la loro sterminata potenza, e ricavarne insieme profitto, non vi era cosa, che ricorrendosi in Roma, con facilità non si dispensasse, onde la disciplina ecclesiastica venne ad indebolirsi; ciocchè mosse S. Bernardo a declamare contro l'abuso di queste dispense, come uno de' gran disordini introdotti nella Chiesa.
Ma quello che sopra ogni altro rendè il Ponteficato sublime, si fu perchè non accadeva contesa fra' Principi d'Europa, nè controversia d'ampj Stati e di grandi preminenze, che non si ricorreva a Roma, con sottoporsi i litiganti alla decisione del Pontefice, di che ne possono essere ben chiari documenti le tante epistole, e le tante decretali d'Innocenzio III. I Re di Inghilterra, que' di Francia e di Spagna rispettavano quella Sede con profondo ossequio: ed i nostri Re normanni sopra tutti gli altri erano loro ossequiosissimi. Gli affari più grandi de' loro Stati si maneggiavano da' Prelati. Si è veduto che ne' Reami di Puglia e di Sicilia, gli Arcivescovi di Palermo, di Salerno, di Messina, di Catania, e tante altre persone ecclesiastiche trattavano i maggiori, e più rilevanti interessi della Corona. L'ambascerie più cospicue ad essi erano appoggiate; e la Casa regale si reggeva da loro. Essi erano del Consiglio regale, e nelle deliberazioni più serie e gravi si ricercavano i loro pareri.
Le maggiori loro occupazioni non erano perciò più per lo governo spirituale delle loro Chiese, ma tutti i loro pensieri erano negli affari di Stato, ed indirizzati ad ingrandire le loro Chiese di giurisdizione, di prerogative e d'onori, e sopra tutto di beni temporali.