Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Part 12

Chapter 123,355 wordsPublic domain

Sieguono per ultimo dell'istesso Imperadore due Costituzioni _de Jure protimiseos_, il qual diritto al sentir di Cujacio (che che ne dica il nostro Reggente Marinis[124]) competendo non meno agli agnati, che a' padroni de' Feudi; perciò egli volle anche inserirle nel quinto libro de' Feudi; alle quali parimente aggiunse una Novella greca dell'Imperador d'Oriente Romano Lecapeno, che tratta del medesimo diritto, donde Federico prese ciò che si vede stabilito nella prima sua Costituzione attenente al _Jus protimiseos_. Nel che non possiamo tralasciar di notare, che questa Costituzione _Sancimus, de Jure protimiseos_, dai nostri Dottori con gravissimo errore è creduta, che fosse Costituzione di Federico II, e sopra tal supposizione disputano, se abbia a reputarsi come sua Costituzione _Augustale_, ovvero come una delle Costituzioni del nostro Regno, stabilita solo per li Regni di Sicilia e di Puglia; ed alcuni sostengono, che come tale abbia forza di legge nel nostro Regno. E l'errore è nato, perchè la veggono unita insieme coll'altre _Costituzioni_ e _Capitoli_ del nostro Regno[125]; ed anche perchè han veduto, che il nostro Matteo d'Afflitto, che commentò le nostre Costituzioni, fece anche sopra la detta Costituzione un particolar Commento, tratto nella sua maggior parte da un altro non impresso, che ne fece prima di lui _Antonio Caputo_ di Molfetta, dal quale, come dice Giovan-Antonio de Nigris[126], soppresso il nome, Afflitto prese tanto, sì che ne distese quel suo trattato; onde vedendola commentata da' nostri antichi Scrittori, la riputarono come una Costituzione del Regno nostro. L'errore è gravissimo ed indegno di scusa; onde non possiamo non maravigliarci esservi incorso anche il Cardinal di Luca[127], il quale da questa credenza, che tal Costituzione fosse di Federico II, fa nascere mille inutili quistioni, le quali cadono per se stesse, come appoggiate sopra un falso fondamento; poichè non Federico II, ma Federico I la promulgò, il quale niuna autorità avea di far leggi ne' Reami di Sicilia e di Puglia; onde non poteva obbligar con quella i sudditi di Guglielmo ad accettarla. Acquistò ella sì bene da poi presso di noi forza di legge, non già per autorità del Legislatore, ma per l'uso e consuetudine dei Popoli, i quali dopo lungo corso di tempo la ricevettero, non altrimente che fu fatto delle istesse Pandette, e degli altri libri di Giustiniano, e di questi libri ancora de' Feudi; ond'è, che oggi abbia tutto il suo vigore nel Regno, ma non già nella città di Napoli, ove intorno a ciò si vive con particolare e propria Consuetudine. Le altre leggi di Federico I, così le _Militari_, stabilite nel 1158 in Brescia nell'Assemblea de' Principi dell'Imperio, come le _Civili_; non appartenendo punto a' Feudi, nè a noi, volentieri tralasciamo, potendo ciascuno osservarle presso Goldasto[128], che le raccolse tutte ne' suoi volumi.

FINE DEL LIBRO DECIMOTERZO.

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMOQUARTO

Quanto la morte di Guglielmo il Malo, e l'innalzamento al trono del suo figliuolo, fece quietare i disordini e i mali, onde il Regno era involto, altrettanto l'acerba e dolorosa perdita di Guglielmo II, recò al medesimo molto maggiori e più fiere turbulenze. Non videro queste nostre regioni tempi più miserabili di quelli, che corsero dalla morte di questo buon Principe insino a Federico II, il quale colla sua virtù e grandezza d'animo seppe abbattere i perturbatori del Regno, e dar a quello una più tranquilla riposata pace.

L'esser Guglielmo mancato senza lasciar di se prole alcuna, pose molti nella pretensione di succedere al Reame. Ancorch'egli avesse dichiarata erede del Regno Costanza sua zia, ed in vita in un'Assemblea tenuta per tal cagione in Troja avesse fatto giurar da' suoi vassalli fedeltà a Costanza e ad Errico suo marito; nulladimanco abborrendo i Siciliani la dominazione d'Errico, come di Principe straniero, e ritrovandosi costui lontano in Alemagna colla sua moglie Costanza, cominciarono i Siciliani a pensare di sorrogar altri al soglio di quel Reame, ed a Tancredi Conte di Lecce erano gli occhi di tutti rivolti. I Baroni del Regno, ed i famigliari della Casa reale erano perciò entrati in grande discordia; perciocchè tutti coloro ch'erano del regal legnaggio, o che possedevano grossi Baronaggi, non volendo l'uno all'altro cedere, aspiravano alla Corona[129], e que' ch'erano in minore stato, aderendo a' più potenti, posero il tutto in rivolta e contrasto, dimenticandosi tosto del giuramento di fedeltà fatto a Costanza e ad Errico in Troja.

Vi è ancora chi scrive[130], che il Pontefice Clemente III, vedendo mancata la stirpe legittima dei Normanni, avesse preteso, che il Reame come suo Feudo fosse devoluto alla Chiesa romana, e che a questo fine avesse unite sue truppe per ridurvelo. Ma questa è una favola molto mal tessuta: non erano a questi tempi i Pontefici romani entrati ancora in simili pretensioni: essi a passi corti e lenti s'inoltravano, e per allora eran contenti dell'investiture, le quali in progresso di tempo, secondo le congiunture propizie, che si sarebbon offerte, ben conoscevano, che potevan lor recare maggiori vantaggi, come ben se ne seppero profittare da poi Innocenzio IV e Clemente IV. La situazione presente delle cose non permetteva di farlo, essendo i pretensori per forze formidabili, come Errico: gli animi de' Siciliani erano tutti rivolti a Tancredi, ed i principali Baroni tutti aspiravano per se stessi al Regno. Non v'era chi potesse somministrare al Papa aiuto, e per se medesimo era pur troppo debole, e di soldati, e di denari, in modo che avesse Clemente potuto imprender questa novità. Ed era ciò tanto lontano da' pensieri di Clemente, che subito ch'egli ebbe la notizia d'aver i Siciliani innalzato al trono ed incoronato Tancredi, tosto gli mandò la solita investitura: rendendo a lui miglior conto, che al Reame di Sicilia fosse acceduto Tancredi, che Errico Re di Germania.

Ma i Siciliani, e que' particolarmente, che seguivano il partito di Matteo Vice-Cancelliere contro l'Arcivescovo Gualtieri, liberi dal timore de' Ministri reali, cominciarono a gridar per loro Re Tancredi: ed essendosi ad essi unita la fazione del Vice-Cancelliere, per abbattere l'Arcivescovo Gualtieri e suoi seguaci, che favorivano Costanza, innalzarono al trono Tancredi, onde finalmente ottennero, che si chiamasse al Regno Tancredi Conte di Lecce, il qual venuto in Palermo, ne fu prestamente con pubbliche acclamazioni gridato Re, ed incoronato con solenne celebrità nel principio di quest'anno 1190[131]. Nè tutto ciò essendo bastato a' Siciliani, spedirono prestamente in Roma al Pontefice Clemente, il quale per maggiormente stabilirlo nel Trono, gli mandò la solita investitura: come per cosa indubitata scrissero il Neubrigense, Riccardo da S. Germano e la Cronaca, che si conserva in Monte Cassino: il perchè fu Matteo dal grato Re creato Gran Cancelliero del Regno, e 'l suo figliuolo Riccardo, Conte d'Ajello.

Nacque Tancredi di illegittimo, come si disse, da Ruggiero Duca di Puglia figliuolo primogenito di Ruggiero il Vecchio, I Re di Sicilia, e da una figliuola di Roberto Conte di Lecce; perciocchè usando il Duca Ruggiero in casa del Conte Roberto, gli venne per avventura veduta la figliuola, bella ed avvenente giovane, della quelle s'innamorò focosamente, ed ella similmente di lui, nè guari di tempo passò, che al desiderato fine del loro amore pervennero; ed andò di modo la bisogna, che ingravidando colei due volte, ne partorì Tancredi e Guglielmo[132]. Ma continuando troppo Ruggiero negli amorosi diletti con l'amata sua donna, cadde per questo in una grave malattia: perlaqualcosa il padre il fece ritornare a lui, e risaputa la cagione del suo male, s'adirò grandemente contro il Conte, credendosi, che il tutto fosse stato sua opera; e poco da poi essendo Ruggiero morto, nel prese sì fattamente a perseguitare, che fu forzato il Conte a fuggirsene in Grecia, ritenendosi seco il Re Ruggiero, racchiusi nel suo Palagio a guisa di prigionieri, i due fanciulli, ove dimorarono finchè succedette la congiura del Bonello contro il primo Guglielmo, ed iti in Grecia, essendo quivi morto Guglielmo suo fratello, fu da poi Tancredi richiamato da Guglielmo II, e graziosamente accolto e rinvestito del Contado di Lecce, che fu di Roberto suo avolo materno.

Non è mancato chi scrisse[133], che il Duca Ruggiero avesse finalmente ottenuto dal Re suo padre licenza di sposarsi la sua amata donna, ma che prevenuto dalla morte non potè eseguirlo, e che niente altro vi mancasse per render legittimo questo congiungimento, che la celebrità della Chiesa essendovi già preceduto il vero e legittimo consenso; onde è che Tancredi dovesse reputarsi non bastardo, ma legittimo; e quindi esser avvenuto che da Guglielmo il Buono fosse stato rinvestito del Contado di Lecce, che fu del suo avolo, e che Clemente gli avesse perciò data la solita investitura del Regno. Ma questi racconti, come non appoggiati a verun fondamento, meritamente da' più gravi e diligenti Scrittori sono stati reputati favolosi; e Clemente per opporlo ad Errico fu mosso a concedergli l'investitura, non già che lo reputasse legittimo. Quindi è che Federico II reputasse sempre gli atti di questi Principi, cioè di Tancredi e di Guglielmo III, suo figliuolo, per nulli e illegittimi, e come di Principi intrusi ed invasori del Regno, che dopo la morte di Guglielmo II, a Costanza sua madre per successione e per volontà di Guglielmo II, si dovea.

Nè faceva ostacolo a Costanza esser donna; poichè se bene in Italia prima di Federico II, le femmine, non altrimenti che i mutoli ed i sordi, venivan escluse dalla successione de' Feudi, ne' quali solamente i maschi succedevano, per quella ragione, acciocchè il Feudo dalla lancia non passasse al fuso; nondimeno nella succession de' Regni presso i Normanni (che che altrimenti avessero reputato i Longobardi) le femmine non si stimavano incapaci della Corona; tanto maggiormente perchè, regolandosi la successione secondo l'investiture de' Pontefici romani, nelle quali venivano compresi così i maschi, come le femmine, dandosi le investiture per gli eredi e successori indifferentemente: venivan perciò ammessi alla successione così i maschi, come le donne, in mancanza di quelli; e la prima investitura d'Innocenzio II, fatta a Ruggiero così fu conceputa: _Rogerio illustri, et glorioso Siciliae Regi, ejusque haeredibus in perpetuum_; ed in quella data da Adriano IV, a Guglielmo I, chiaramente si concede _haeredibus nostris, qui in Regnum pro voluntaria ordinatione nostra successerint_; siccome da poi seguirono tutte le altre. Tanto che perciò Federico II, soleva chiamar sempre il Regno di Sicilia ereditario, e che a lui era dovuto come ereditario per le ragioni di Costanza sua madre: nè la successione de' Regni si è giammai regolata colle massime e con quelle leggi, colle quali si regolano i Feudi, come ha bene provato l'incomparabile Francesco d'Andrea in quella sua dotta scrittura della successione del Brabante: e quindi è nato che a' Regni di Sicilia indifferentemente sian succeduti così i maschi, come le donne, e salvo che negli ultimi tempi del Re Alfonso e degli altri Re aragonesi, per li mali cagionati a questo Regno dalle due Regine Giovanna I e II, non si pensò a darvi rimedio, come al suo luogo noteremo. Fu questo costume non solo in Sicilia ed in Puglia da lunghissimo tempo introdotto; ma in quasi tutti gli altri Regni d'Europa, la quale perciò dagli Asiani e dalle altre Nazioni del Mondo vien chiamata _il Regno delle femmine_; non solo perchè alle medesime rendiamo quegli onori ed adorazioni, come se fossero nostri idoli, contro il costume degli Orientali, ma ancora perchè le veggono innalzate sopra i più alti sogli delle Monarchie e de' Reami. Anzi presso i Normanni, se bene le medesime erano escluse dalla successione dei Feudi, non era però, che sovente i Re non le investissero di Baronie e di Contadi, siccome presso Ugone Falcando abbiamo veduto di Clemenzia figliuola naturale di Ruggiero I, la quale fu investita del Contado di Catanzaro da suo padre.

Tancredi adunque non altro titolo più plausibile poteva allegar per se, se non la volontà de' Popoli, i quali l'aveano proclamato Re ed innalzato al trono di Sicilia; ma molti Baroni per opra dell'Arcivescovo Gualtieri gli negavano ubbidienza, e particolarmente quelli del nostro Regno di Puglia; onde bisognò a Tancredi usar tutte le arti per ridurgli alla sua parte. Teneva egli per moglie Sibilia, sorella di Riccardo Conte della Cerra[134]; onde mandò al medesimo grossa somma di denaro, acciocchè ragunasse gente armata per debellar chi gli avesse contrastato, e procacciasse insieme amichevolmente, e con preghiere, e con premi di trarre il maggior numero de' nostri Regnicoli dalla sua parte. Fu l'opera del Conte Riccardo così efficace, che in breve tempo, posto insieme grosso esercito, sottopose al Re quasi tutti i Baroni del Principato e di Terra di Lavoro, e pose a ruba ed a ruina i castelli del monastero di Monte Cassino, infinchè Roffredo Abate di quel luogo non gli giurasse fedeltà anch'egli. Ma ciò non ostante gli fecero resistenza le città di Capua e di Aversa. E Ruggiero Conte di Andria e Gran Contestabile (colui che da Guglielmo, come abbiam detto, fu mandato suo Ambasciador in Vinegia) non cedendo di nulla a Tancredi, e sdegnando, che gli fosse stato anteposto nella corona del Regno, con Riccardo Conte di Calvi, e con molti altri suoi partigiani, e con grosso stuolo d'armati ne andò a fronteggiar le genti del Conte Riccardo, acciocchè non avesse occupata la Puglia; e scrisse ad Errico in Alemagna, che venisse ad acquistarsi il Regno di Sicilia, che a sua moglie di ragion perveniva, togliendolo al Conte di Lecce, che l'avea ingiustamente occupato. Scrisse ancora ad Errico l'Arcivescovo Gualtieri dandogli parte di quanto era accaduto in Sicilia: ma soprastando Errico a venire ed a mandar gente, Tancredi tosto personalmente venne a queste nostre province, e felicemente soggiogò la maggior parte della Puglia, non ostante il contrasto fattogli dal Conte Ruggiero.

Intanto Errico avea spedito per Italia con numeroso esercito Errico Testa Maresciallo dell'Imperio, il quale giunto in Italia dopo i progressi fatti da Tancredi in Puglia, per lo cammino dell'Aquila entrò in Terra di Lavoro con abbruciare, dar a saccomanno tutti i luoghi, ch'e' prese; e congiuntosi col Conte Ruggiero passò prestamente in Puglia, ove disfecero altresì molti castelli, tra' quali abbatterono sino dai fondamenti Corneto, luogo sottoposto all'Abate di Venosa, in dispetto di costui, perchè avea aderito a Tancredi. Intanto l'esercito del Re non volendo arrischiarsi a far giornata in campagna con i soldati tedeschi, s'afforzò entro la città d'Ariano, ed in alcuni altri castelli circonvicini, ed avvedutamente temporeggiando, vide in breve disfarsi l'oste nemica; perciocchè Errico Testa, assediato per alcun tempo Ariano, essendo il maggior fervor della State, tra per la noia del caldo, e per lo mancamento delle cose da vivere, infermando e morendo i suoi soldati, fu costretto alla fine dal timor di non rimaner del tutto disfatto a partirsi di là, e senza aver fatto alcun progresso notabile a ritornarsene indietro in Alemagna.

Ma Ruggiero Conte d'Andria, troppo nelle sue forze confidando, volle mantener la guerra; onde munita la Rocca di S. Agata, si ritrasse in Ascoli per difendersi colà entro dal Conte della Cerra; il quale, ripreso ardire per la partita de' Tedeschi, gli era andato addosso, e cintolo d'uno stretto assedio, nè potendolo recare al suo volere, nè con preghiere, nè per forza, si rivolse agl'inganni; onde chiamatolo sotto la sua fede un giorno a parlamento fuori della Terra, ove tese gli avea l'insidie, il fece prigione, e poco stante il privò crudelmente di vita. Dopo la qual cosa andò a campeggiar Capua; i cui cittadini, smarriti per la morte del Conte Ruggiero, se gli resero con troppo precipitoso consiglio, perciocchè Errico Re d'Alemagna, le cui parti seguivano, era già con grande e potente esercito entrato in Italia per l'acquisto del Reame.

Erano in questo mentre, essendo morto Errico suo padre, Riccardo Re d'Inghilterra e Filippo Re di Francia con grossa armata partiti da' loro Stati per andare in Palestina; e giunti, benchè per diverso cammino amendue a Messina su la fine del mese di settembre, sopraggiunti ivi dal verno, fu di mestiere, che v'albergassero sino alla vegnente primavera per potere proseguire la navigazione. Il Re Riccardo vi si trattenne ancora per dar sesto ad alcune differenze, che eran nate fra la Reina Giovanna sua sorella vedova del Re Guglielmo, e Tancredi Re di Sicilia, ed avendole composte, Tancredi promise di dar per moglie ad Arturo Duca di Brettagna nipote del Re inglese e successor nel Reame, per non aver Riccardo prole alcuna, una sua figliuola ancor fanciulla, venuta che fosse all'età convenevole al maritaggio, con ventimila oncie d'oro di dote[135].

(Le differenze eran insorte per lo Dotario della vedova Regina, e per alcuni tumulti accaduti in Messina fra gl'Inglesi ed i Messinesi, mentre _Riccardo_ fu di passaggio a Messina; e l'istromento di questa pace stipulato nell'anno 1190 è rapportato da _Lunig_[136]; dove si leggono pattuiti gli sponsali tra _Arturo_ e la figliuola di _Tancredi_, e costituita la Dote di ventimila oncie d'oro).

Era in questi tempi disseminata per tutta Europa la fama di Giovacchino Calabrese Monaco Cisterciense, ed Abate di Curacio, riputato comunemente per Profeta, onde venne curiosità al Re Riccardo di favellargli, il quale dalle sue parole s'avvide incontanente, ch'era un cianciatore, e quello ch'egli disse dovere fra pochi anni avvenire in Terra Santa, succedette tutto al contrario. Fu egli però di uno spirito molto vivace, accorto e scaltro, e sopra tutti que' della sua età, intendentissimo delle sacre scritture, e dalla somma perizia, che avea delle medesime col suo gran cervello pronto e vivace, imposturava la gente facendosi tenere per Profeta. Dagl'infiniti libri che compose tutti con titoli speziosi e stravaganti, ben si conosce, che sopra i Teologi di que' tempi fu riputato d'alto e di sottile accorgimento e dottrina[137]. Se la prese con _Pietro Lombardo_, uomo anch'egli rinomato in questi tempi, detto il _Maestro delle Sentenze_, trattandolo con molta acerbità, nè ebbe riparo di chiamarlo in un suo libro, che gli scrisse contro, eretico e pazzo; ma perchè la dottrina di Pietro era tutta cattolica, che non meritava tali rimproveri dal Calabrese, Innocenzio III, nel Concilio che celebrò in Laterano, condannò il libro dell'Abate, e trattò come eretici coloro, che ardiranno di difendere la sua dottrina in questa parte contro il Lombardo.

Non è però, che per la sua grande perspicacia e talento, non fosse stato anche da uomini dotti riputato saggio e dotato di spirito, se non di profezia, almeno d'intelligenza, come scrisse di lui Guglielmo parisiense Vescovo di Parigi, che fiorì intorno all'anno 1240. Ed il nostro Dante non ebbe difficoltà di metterlo nel Paradiso e di celebrarlo ancora per Profeta:

_Raban è quivi, e lucemi da lato,_ _Il Calabrese Abate Giovacchino_ _Di spirito profetico dotato_[138].

Siccome la Cronaca di Matteo Palmieri, Sisto Sanese, Errico Cornelio Agrippa, il Paleotto e moltissimi altri riportati dall'Autor della Giunta alla Biblioteca del Toppi.

Intanto Errico Re d'Alemagna, essendogli in questo mentre arrivata la novella della morte di Federico Barbarossa suo padre, che, come si disse, morì nella minore Armenia, volendo acquistarsi il buon volere de' Tedeschi, restituì ad Errico Duca di Sassonia, ed a ciascun altro, ciò che l'Imperadore suo padre gli avea tolto; e racchetati in cotal guisa gli affari di Alemagna, inviò suoi Ambasciadori in Roma al Pontefice Clemente ed a' Senatori della città, dando loro avviso, che egli era per calare in Italia a torre la Corona imperiale nella prossima Pasqua; ed entrato l'anno di Cristo 1191, mentre si stava attendendo la sua venuta, morì Papa Clemente, il quarto giorno di aprile, e sopraggiunto intanto il Re Errico in Roma, fu creato suo successore Giacinto Bubone romano nato di nobil sangue e vecchio di 85 anni, il quale si nomò _Celestino_ III. Con questo nuovo Pontefice fu accordata l'incoronazione d'Errico, il quale nella chiesa di S. Pietro con la solita pompa insieme con la moglie Costanza fu coronato Imperadore[139].

Il Re Tancredi era da Palermo passato di nuovo in Puglia, ove ragunato un Parlamento di suoi Baroni a Termoli, e dato sesto a molti affari del Regno, se n'andò poi in Apruzzi; e debellato il Conte Rainaldo il costrinse venire alla sua ubbidienza. Indi passato a Brindisi conchiuse il maritaggio tra Ruggiero suo figliuolo primogenito, ed _Ircoe_, detta ancora talvolta _Urania_, figliuola d'Isaac Imperador greco[140]; e poco stante, venuta da Costantinopoli a Brindisi, si celebrarono nella medesima città pomposamente le nozze. Fece ancora Tancredi coronar quivi Ruggiero Re di Sicilia; onde riflette Inveges[141], che questo fu il primo Re coronato fuori di Palermo; e fatta l'incoronazione se ne tornò Tancredi lietamente a Palermo, avendo conceduto prima del suo partire a Roffredo Abate di Montecassino la Rocca di Evandro e la rocca di Guglielmo.