Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4
Part 10
Ugone Falcando, favellando due volte di Costanza, in un luogo parla di lei come educata e nudrita nel regal palagio, non già in alcun monastero: _Sic et Constantia primis a cunabulis in deliciarum tuarum affluentia diutius educata, tuisque instituta doctrinis, et moribus informata, tandem opibus suis barbaros ditatura ditescit_. E nell'altro luogo della sua istoria, narrando che i Messinesi credevano, quando si rivoltarono contro Odone Querello, e gli dieder morte, che i partiggiani del Cancelliere Parzio la volessero dare per moglie a Gaufrido Parzio fratello del Cancelliere, per dargli convenevol cagione di occupare il Reame, dice: _Et Constantiam Rogerii Regis filiam uxorem ducere, inde sibi dandam occasionem existimans, ut videretur Regnum justius occupare_; nè dice cos'alcuna del Monacato, del quale se fosse stato, era mestiere favellare in amendue i luoghi.
Arnaldo Abate Autor di que' tempi, che scrisse particolarmente la magnificenza, con che fur celebrate queste nozze in Milano, nemmeno ne fa parola. L'Arcivescovo Romualdo, il Neubricense, le Appendici all'Abate Uspergense, Papa Innocenzio nel 3 libro delle sue Epistole, ove più volte fa menzione di Costanza, di ciò non ne dicon parola; e pure come cosa sconvenevole, nè mai intesa, che una Monaca prendesse marito, era mestieri, che ne favellassero. Al quale fatto apertamente anche repugna il dire, che si facesse il matrimonio di voler del Pontefice, ritrovandosi tutto in contrario; perciocchè il Pontefice favoreggiò Tancredi all'acquisto del Regno; e non disapprovando il fatto de' Siciliani, che l'incoronarono Re, gliene diè tosto l'investitura, come innanzi vedremo.
Goffredo da Viterbo Autor di veduta, parlando di Costanza, per cagion della pace fatta tra Cesare ed i Lombardi, dice esser nata postuma del Re suo padre, ed essersi maritata di trenta anni con Errico: ecco i suoi versi:
_Fit Regis Siculi filia sponsa sibi._ _Sponsa fuit speciosa nimis, Costantia dicta._ _Posthuma post patrem materno ventre relicta,_ _Jamque tricennalis tempore virgo fuit._
E fatto il conto dall'anno, nel qual morì Ruggiero, che fu di Cristo il 1154 come scrive Roberto Abate ed il Fazzello, vedesi, ch'essendo ella nata dopo la morte del padre, quando prese marito, che fu in quest'anno 1186 non poteva avere, che trentuno anno in circa. E secondo il conto d'Inveges, che nell'anno 1185 dice esser conchiuse queste nozze, non avea più che trent'anni.
E finalmente Riccardo da S. Germano, la cui Cronaca non capitò alle mani del Baronio, parlando di tal maritaggio, dice chiaramente Costanza esser dimorata nel real palagio e non nel monastero di S. Salvatore, nè favella cos'alcuna del Monacato; e dice essere stata data ad Errico per opera dell'Arcivescovo Gualtieri, e non del Papa: ecco le sue parole: _Erat ipsi Regi amita quaedam in Palatio Panormitano, quam idem Rex, de consilio jam dicti Archiepiscopi, Henrico Alamannorum Regi filio Federici Romanorum Imperatoris in conjugem tradidit_. Il qual Autore aggiunge, che per consiglio dell'istesso Arcivescovo Gualtieri anche si stabilì la dote, che fu l'indubitata successione del Regno di Sicilia: _Quo etiam procurante factum est, ut ad Regis ipsius mandatum, omnes Regni Comites Sacramentum praestiterint, quod si Regem ipsum absque liberis mori contingeret, amodo de facto Regni tanquam fideles ipsi suae Amitae tenerentur, et dicto Regi Alemanniae viro ejus._ Onde il Re mandò Costanza da Palermo a Rieti, accompagnata con gran corteggio di Conti e Baroni, ove il Re Errico per suoi Ambasciadori pomposamente la ricevè, e condotta a Milano, fu ivi dall'Imperador Federico suo suocero ricevuta, e negli orti di S. Ambrogio con splendidissimo apparato fecero celebrare le nozze in quest'anno 1186.
Così avendo Guglielmo conchiuse queste nozze con Errico, credette aver dato qualche sesto alle cose del suo Reame; ma d'altra più remota parte venner queste disturbate coll'infauste novelle de' progressi, che Saladino faceva nella Siria. Questi avendo ragunata un'immensa moltitudine di soldati prese a forza la città di Tiberiade; ed indi affrontandosi con l'esercito cristiano il ruppe e pose in fuga, e prese il santo legno della Croce. Fece prigioniero il Re di Gerusalemme con orribil uccisione di Cavalieri Templari, e dell'Ospedale, e di altri soldati minori, campando a gran fatica con la fuga Fr. Terrico Gran Maestro dei Templari, il Conte di Tripoli e Rinaldo da Sidone, con alcuni altri pochi soldati. Col favor della quale vittoria prese il Soldano Accone[93], Cesarea, Nazarette, Bettelemme e tutti gli altri circonvicini luoghi, ed assediò strettamente la città di Tiro; ed indi a poco diviso il suo esercito, n'andò con una parte di esso sopra la città santa di Gerusalemme e quella prese il secondo giorno d'ottobre dell'anno di Cristo 1187. Ed ecco come i giudizj del Signore sono inarrivabili: questa città, che da Goffredo Buglione, con altri illustri Capitani italiani, tedeschi e francesi erasi con tanta gloria sottratta dall'indegna servitù degl'Infedeli, ora dopo lo spazio d'ottanta sette anni, ritorna di nuovo in man de' Barbari, senza che abbiasi speranza mai più liberare dalla loro dura e crudele dominazione.
Nè terminarono qui i mali d'Oriente ma, per maggior danno de' Fedeli, si collegò Saladino con Isaac Angelo Imperadore di Costantinopoli, il quale ricevendo in dono da lui tutta la Terra di promissione, gli promise all'incontro d'aiutarlo nella guerra con cento galee armate, e di dare impedimento a tutti i Latini che passavano per guerreggiare in Siria: onde il Pontefice Urbano udita la rea novella della perdita del Sepolcro di Cristo e del santo legno della Croce, della presura del Re di Gerusalemme e della Lega del Soldano coll'Imperador di Costantinopoli, si afflisse sì gravemente, d'esser ciò avvenuto a' suoi tempi, che ne cadde perciò in una grave malattia, della quale in breve si morì in Ferrara il decimo sesto giorno di novembre[94], 44 giorni appunto dopo la perdita di Gerusalemme, e nel dì seguente fu tosto in suo luogo creato Papa Alberto Cardinal di S. Lorenzo in Lucina e Cancelliere di Santa Chiesa, nato in Benevento della famiglia Mora, che si volle nomare Gregorio VIII. Fu questi un uom santissimo, nè altro fece in quel breve tempo, che e' visse Papa, che sollecitare i Principi cristiani, che con grossa armata gissero in Palestina a soccorrere i Latini; e mentre era tutto rivolto a così lodevole opera si morì anche egli in Pisa, ove dimorava, avendo men di due mesi retto il Ponteficato; e venti giorni dopo la sua morte fu eletto Pontefice nella medesima città Paolino Scolari romano, nato d'umil condizione, Cardinal di Palestrina, che fu detto _Clemente III_.
Questo Pontefice, calcando le medesime orme dei suoi predecessori, s'adoperò efficacemente, che con effetto si gisse al soccorso di Terra Santa, confermando l'indulgenze, che per tal cagione concedute avea Papa Gregorio; laonde, e per la sua diligenza, e per quella di Guglielmo Arcivescovo di Tiro, che era andato in Francia, si ragunò un'Assemblea tra Gisorzio e Trie, ove convennero Filippo Re di Francia ed Errico Re d'Inghilterra co' Prelati e Baroni de' lor Regni, e Filippo Conte di Fiandra, i quali presa dalle mani dell'Arcivescovo Guglielmo la Croce, subito nell'anno 1188 s'incamminarono per così santa e lodevol impresa, e per conoscersi fra di loro con particolar segno, presero il Re Filippo ed i suoi Franzesi la Croce rossa, il Re Errico e gl'Inglesi la bianca, ed i Fiamenghi con Filippo lor Conte la preser verde. L'Imperador Federico, che non meno degli altri volle in quest'occasione mostrar la sua pietà, racchetatosi col Papa, col quale era stato in qualche discordia, prese anch'egli per mano d'Errico Cardinal di Albano la Croce, per passare in Palestina, e si apprestò al passaggio sì frettolosamente, che fu il primiero a girvi.
Nè deve altrui recar maraviglia, se fra tanti Principi illustri, ch'erano esortati da' Pontefici a gire in Gerusalemme, non s'annovera mai il nostro Re Guglielmo[95], il quale per la ricchezza de' suoi Reami e per la vicinanza d'essi alla Grecia, donde si facea comunalmente il passaggio, e più per le sue poderose armate di mare, era sopra ogni altro atto a passarvi potentissimo; perciocchè (siccome disse di lui l'Arcivescovo Romualdo favellando in Vinegia a Cesare) attendeva egli continuamente a così lodevole opera, aiutando con sue galee i peregrini, che givano al Sepolcro, e porgendo soccorso a' Fedeli, che colà militavano; onde non era mestieri sollecitarlo a tal bisogna, alla quale egli continuamente badava.
Con tale occasione narrasi che Federico, prima di passare in Palestina, avesse scritto quella lettera minatoria al Saladino, ordinandogli con gravi e pesanti parole, che restituisse tosto i luoghi da lui ingiustamente occupati in Siria; e che all'incontro il Soldano con non disugual orgoglio gli avesse risposto, burlandosi di lui, e de' suoi Collegati, e de' suoi vanti e minacce, ond'era ripiena la sua lettera. Amendue queste epistole si leggono negli Annali d'Inghilterra di Ruggiero e di Matteo Paris; e furono anche inserite da Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni. Che che sia della lor verità, egli è costante che Cesare avendo ragunato un grande esercito, che giungeva a cento cinquantamila soldati con un armata di mare di cinquantacinque navi, s'avviò in Terra Santa nel seguente anno 1189, ma per le frodi dell'Imperador greco (che oltre alla Lega fatta col Soldano, temea, siccome gli era stato falsamente predetto da Dositeo Monaco, che Federico fingendo d'andare in Palestina, non poscia si volgesse sopra Costantinopoli, ed occupasse quella città) dimorò a giungervi un anno intero, avendo sofferto nel passar per le regioni de' Greci, secondo i lor costumi rapaci e senza fede, danni ed ostacoli gravissimi.
Ma ecco che nuovo ed inaspettato turbine pose in gravi sconvolgimenti e rivolture i Reami del Re Guglielmo. Questo Principe, che appena giunto a perfetta età avea con tanta prudenza e giustizia governato i suoi Regni, assalito in Palermo da grave malattia nel più bel fiore di sua età, non giungendo più che a trentasei anni, vien a noi rapito da troppo acerba ed immatura morte nel mese di novembre di quest'anno 1189[96] dopo ventitrè anni di Regno. Fu egli con nobil pompa sepolto nella chiesa di Monreale a piè della tomba del Re suo padre. Nè si può esprimere quanto fosse stato grande il dolore de' suoi vassalli, i quali per le molte e lodevoli virtù ch'erano in lui, aveano nel suo Regno goduto con rara felicità una ben tranquilla e lieta pace. A ciascuno fu lecito intender le cose come volle, e dirle come l'intese: nè eran gravati d'esorbitanti ed eccessive taglie, come in tempo del Re Guglielmo suo padre; tanto che non solo Federico II, ma, ne' tempi posteriori, Carlo II d'Angiò volendo dar tranquillità e pace al suo Regno, non seppe farlo in altra forma, se non di comandare, che si vivesse senza gravezze, siccome al tempo di questo buon Guglielmo. Egli trapassò per le sue egregie virtù non solo tutti gli altri Re, che allora furono, ma parimente Roberto Guiscardo e Ruggiero suoi Avoli, Principi di fama magnifica. Era, come scrive Riccardo da S. Germano, i! fiore de' Re, corona de' Principi, specchio de' Romani, onore dei Nobili, confidanza degli amici, terrore de' nemici, vita e virtù del Popolo, de' poveri e de' peregrini salute, e fortezza de' travagliati: il culto della legge e della giustizia nel suo tempo fioriva nel Regno, ognuno era della sua sorte contento, in ogni parte vi era pace e sicurtà, il viandante non temeva le insidie de' ladroni, nè il navigante i pericoli de' corsari. Ma assai più deplorabile e funesta sperimentarono i suoi Regni la di lui acerba morte, perchè mancando egli senza prole, si videro assorti da infinite calamità, che sotto il governo d'Errico Svevo soffrirono, onde tanto maggiormente apparve chiara, e si fece desiderabile la sua bontà. Non avendo egli generato prole alcuna da Giovanna figliuola d'Errico Re d'Inghilterra, lasciò che gli succedesse nella Signoria Costanza sua zia[97] la quale, da ch'egli era in vita, avea fatta giurare erede insieme col marito Errico in un'Assemblea tenuta per tal cagione a Troja di Puglia.
§. I. _Leggi del Re GUGLIELMO II._
Poche leggi di questo Principe ci lasciò Pietro delle Vigne nella compilazione, che fece d'ordine di Federico delle nostre _Costituzioni_, ma tutte sagge e prudenti.
La prima è quella, che si legge nel libro primo sotto il titolo _de Usurariis puniendis_, ove si comanda, che tutto le quistioni attinenti a' contratti usurarj s'abbiano a diffinire secondo i decreti modernamente stabiliti in Roma dal Pontefice Alessandro nel Concilio, che tenne in Laterano; ond'è, che tal Costituzione non a Guglielmo I ma a lui ed alla sua pietà debba riferirsi, come abbiamo sopra notato trattando delle leggi di suo padre.
La seconda, che leggiamo nel medesimo libro sotto il titolo _Ubi Clericus in maleficiis debeat conveniri_, riconosce parimente questo Guglielmo per suo Autore. Fu quella, come si è detto, da Guglielmo stabilita a richiesta dell'Arcivescovo di Palermo, colla quale ordinò, che la cognizione de' delitti de' Cherici, per quanto s'appartiene alle lor persone, sia degli Ordinarj, i quali possano giudicargli secondo i canoni ed il diritto canonico, eccettuando i delitti di fellonia ed altri atroci, la cognizione de' quali fosse riserbata al Re ed alla sua Gran Corte.
La terza ed ultima, che abbiamo di questo Principe è quella che si legge nel libro terzo sotto il titolo _de Adulteriis coërcendis_. Fu questa insieme colla precedente ordinata da Guglielmo a richiesta parimente dell'Arcivescovo di Palermo. Si concedeva per quella la cognizione de' delitti d'adulterio, quando non vi era violenza, parimente agli Ordinarj de' luoghi; la quale ebbe per lungo tempo il suo vigore ed osservanza in ambedue i Reami di Sicilia; e nel Regno di Costanza abbiamo una carta della medesima rapportata dall'Ughello, nella quale s'ordina il medesimo. Ma in progresso di tempo con disusanza venne quella a mancare, ed oggi presso noi i delitti d'adulterio vengono indifferentemente, o vi sia violenza o non vi sia, conosciuti da' Giudici secolari, e nemmeno si concede agli Ecclesiastici di riputargli come di misto Foro, come più a lungo vedrassi, quando della politia ecclesiastica degli ultimi secoli parleremo.
Queste poche leggi sono a noi rimase di così saggio e buon Principe, nel Regno del quale nemmeno le leggi delle Pandette di Giustiniano ebber forza ed autorità di legge, ma duravano ancora nel lor vigore le leggi longobarde, a tenor delle quali nel Foro venivano le cause decise. Bella testimonianza, siccome altrove fu notato, ce ne somministrò a noi il diligentissimo Pellegrino, il quale tra le reliquie dell'antichità cavò fuori un istromento di sentenza, siccome allora praticavasi, profferita a' tempi di questo Guglielmo nell'anno 1171 sopra una controversia insorta tra i cittadini di Sessa, ed il Vescovo e cittadini di Teano per un corso d'acqua; la quale si decise a favor de' Suessani, secondo le leggi longobarde, le quali l'accuratissimo Pellegrino si prese la cura additare nella margine di quella.
Fu la morte di Guglielmo non guari da poi seguita da quella dell'Imperador Federico, il quale dopo aver superati i tanti ostacoli frappostigli da' Greci, e dopo aver più volte felicemente combattuti i Turchi, e notabilmente sconfittigli, prese per forza d'arme, e diede a ruba la città d'Iconio; ma pervenuto poi nella minore Armenia, ed albergato un sabato da sera in un luogo detto Jaradino, s'avviò poi verso il fiume Calep, ove a gran disagio per asprissimi monti giunse la vegnente domenica nel quarto giorno di giugno; ed avendo desinato in riva del fiume, dove trovò una piacevole valle, fastidito dalla noja delle continue battaglie e del viaggio, che per un mese intero patito avea, volle ristorarsi alquanto con bagnarsi nuotando; il perchè entrato ignudo nel fiume, che rapido e profondo correva, miseramente vi s'affogò; ed il suo corpo raccolto dall'acque, fu in processo di tempo condotto da' suoi in Alemagna, ed ivi onorevolmente sepolto. Ma l'Arcivescovo di Tiro, seguitato dal Sansovino[98], rapporta in una maniera più verisimile questa morte; che volendo Federico passare quel fiume, inciampò il cavallo, ed essendo egli vecchio, cadde giù con tanta ruina, che fu portato in braccio da' suoi, ed indi a poco morì, e fu sepolto in Tiro; non avendo niente del verisimile, che un Imperadore così grave d'anni, deposto il suo decoro, si spogliasse, ed andasse a nuotare nel fiume per rinfrescarsi, e s'affogasse.
(Le varie relazioni degli Scrittori intorno a questa morte di Federico, possono leggersi presso Struvio[99]).
Ecco come muore questo glorioso Principe: muore per maggior danno de' Cristiani di Palestina, e della nostra religione in quelle parti; e vedi intanto quanto siano incomprensibili i divini giudizj. Egli con felicissimo corso di vittoria, siccome avea già incominciato, avrebbe agevolmente ricuperati dalle mani del Saladino tutti que' santi luoghi, che novellamente avea presi, ed avrebbe fatto correr la Croce di Cristo in più remote regioni ove non era adorata; all'incontro quando favoreggiava lo scisma contro Alessandro III e perseguitava gli altri romani Pontefici, visse per incomodo della Chiesa di Dio, ed ora, ch'era rivolto a così pietoso passaggio, e così giovevole al Cristianesimo, per morte pur troppo acerba ed immatura venne a' Fedeli involato.
Fu Federico (toltane quella boria, nella quale l'avean posto i nostri Giureconsulti, d'essere Signore del Mondo, non altrimente che vantavano essere gli antichi Imperadori romani, ciò che fece parer gravoso e duro il suo Imperio alle città di Lombardia, ed a' Pontefici romani) un grande e valorosissimo Principe, e sopra tutto amator delle lettere e degli uomini letterati di que' tempi. Quindi fu, che col suo favore s'accrebbe in Italia lo studio della giurisprudenza, e sursero quei tanti Giureconsulti, che cominciarono, tratti dalla novità ed eleganza delle Pandette e degli altri libri di Giustiniano, ad esporle nelle loro Accademie; e scrive Ulrico Uber[100] che Federico Barbarossa fosse stato il primo, che all'Accademie, oltre la _nozione_, avesse conceduto anche la _giurisdizione_, ed imperio ne' suoi[101]. E furono da lui i Giureconsulti favoreggiati in guisa, che ad esempio degli antichi Imperadori romani, erano fatti partecipi delle maggiori deliberazioni ed assunti al suo Consiglio, e sovente preposti al Governo e Consolati di molte città d'Italia.
CAPITOLO III.
_Della compilazione de' libri feudali; e loro Commentatori._
In questi tempi si fece da' Giureconsulti di Milano quella compilazione de' libri feudali, che con progresso di tempo acquistò in Europa, ed in tutte l'Accademie e Tribunali del Mondo cristiano tanta autorità e vigore, che fu riputata, come una delle parti della ragion civile; essendo stati aggiunti i libri de' Feudi alle leggi romane, i quali dopo le Novelle di Giustiniano, costituiscono oggi la _decima Collazione_: non che veramente i libri feudali fossero del corpo della ragion civile, e perciò se ne fosse formata la decima collazione, come reputarono Giasone e Bartolo, ed altri nostri Dottori, ripresi perciò da Molineo[102]; ma perchè la loro autorità fu tanta, che meritarono essere uguagliati a' libri delle leggi civili de' Romani.
Ma poichè da' nostri Scrittori questa parte non fu trattata con tutta quella diligenza e dignità che si conveniva, tanto che infinite controversie sono perciò in fra di loro poscia nate; perchè non bene han saputo distinguere i tempi, ne' quali questi libri acquistarono vigor di legge in queste nostre province; perciò, essendo ciò particolar nostro istituto, sarà bene, che qui se ne ragioni con tutta quella maggior esattezza, che possono promettere le nostre deboli forze, con l'avvertenza, che per non tornar di nuovo a favellar dell'uso e della varia fortuna di questi libri, qui si porrà insieme tutto ciò, che anche ne' tempi posteriori avvenne de' medesimi.
Da' precedenti libri di quest'Istoria ha ciascuno potuto comprendere, che introdotti in Italia i Feudi, non vi fu per essi, prima di Corrado il Salico, alcuna legge scritta, che regolasse le loro successioni, la lor naturalezza, e tutto ciò che ad essi s'apparteneva. Essi secondo gli usi e costumi introdotti nella città, così si regolavano; e poichè, siccome nell'altre cose, i costumi delle città sono varj e diversi, così ancora avvenne de' Feudi, che in una città d'Italia si regolavano d'una maniera; ed in un'altra, di un altro modo. Così in Cremona, Pavia e Milano il vassallo senza la volontà del Signore poteva alienare il Feudo, ma in Mantua, in Verona, ed in alcuni altri luoghi non poteva farlo senza il consenso del padrone[103].
In Piacenza colui, che investiva alcuno d'un Feudo con questa legge, che passasse al successore, non poteva, essendo vivo il vassallo, senza la sua volontà di quel medesimo Feudo investirne un altro; ma in Milano, ed in Cremona si praticava altrimenti.
Ne' Regni di Sicilia e di Puglia, aveano pure i nostri Re particolari Consuetudini intorno a' Feudi differenti da' costumi dell'altre città di Lombardia. Erano queste Consuetudini notate in certi libri, che chiamavansi con corrotto vocabolo _Defetarj_; ed erano conservati dal Re nel suo regal palagio; e quando a' tempi di Guglielmo I tumultuò Palermo, e fu dato a ruba il regal palazzo, fra l'altre perdite, che deplorava il Re Guglielmo, fu quella che si era fatta di questi libri: e perchè Matteo Notajo era di essi espertissimo, e quasi gli avea in memoria, fra l'altre cagioni, per le quali fu egli tratto di prigione, fu questa, ch'essendo pratico degli affari della Corte e della Camera del Re, poteva con facilità rifar que' libri, ne' quali, come dice Falcando, _Terrarum, Feudorumque distinctiones, ritus, et instituta Curiae continebantur_: siccome in fatti si rifecero. Ed Inveges[104] per l'autorità dello stesso Falcando rapporta, che i famigliari del Re Guglielmo I che trattavano gli affari della sua Corte, li quali erano allora Riccardo Eletto Vescovo di Siracusa, Silvestro Conte di Marsi, ed Errico Aristippo Arcidiacono di Catania, non avendo cognizione della distinzione delle Terre e de' Feudi, de' riti, ed istituti della Corte, nè de' libri delle Consuetudini feudali, che appellavano _Defetarios_, essendosi tutte queste scritture e libri smarriti dopo il sacco del palazzo, persuasero al Re, che Matteo Notajo fosse scarcerato e reintegrato nel primo Ufficio; poich'essendo egli antico Notajo, ed avendo sempre assistito al fianco di Majone, avea gran perizia delle _Consuetudini_ del Regno; e che poteva comporre _novos Defetarios_.
Ed in questa maniera insino a questi tempi di Federico I si era vivuto nelle città di Lombardia, e nei Regni di Sicilia e di Puglia. A queste costumanze furono aggiunte da Corrado il Salico, e da altri Imperadori alcune loro Costituzioni appartenenti a' Feudi, come abbiamo di sopra notato, le quali non ancora erano state raccolte in certo volume. Venne dunque in pensiero a' tempi di Federico ad alcuni Giureconsulti di Milano, con privato studio di ridurre insieme queste Consuetudini e Costituzioni, e così unite, alla memoria de' posteri tramandarle; e raccogliendo, ancorchè alla rinfusa e con molta confusione, gli usi di varie città di Lombardia, ne formarono in prima due libri a' quali, secondo che quelle costumanze venivano o approvate o ampliate o moderate dalle Costituzioni imperiali, promulgate insino a' loro tempi intorno ai Feudi, così essi vi aggiunsero le sentenze, o il contenuto di quelle colle loro interpretazioni, non già le intere Costituzioni.