Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3
Part 28
Intanto erano pervenuti a notizia d'Innocenzio i progressi di Ruggiero, e vedendo lontano l'Imperadore, e che non vi era da fondar molta speranza nè nel Duca Rainulfo, nè ne' Capitani di Cesare, pensò di mandare al Re Bernardo Abate di Chiaravalle, al quale diede in incombenza di trattar la pace, e di ridurre in concordia il Re col Duca; ma riuscite vane le pratiche di Bernardo in que' tempi molto riguardevole e per la sua dottrina, e molto più per la santità della vita, vennero il Duca ed il Re alle mani, e pugnatosi vigorosamente, restò in questo incontro Ruggiero perdente; ma niente però importandogli tal perdita, ritirato in Salerno, rinvigorisce le sue truppe per di nuovo invadere la Puglia. Non lasciava però l'Abate di Chiaravalle di trattar continuamente col Re per ridurlo in pace col Pontefice; e finalmente ottenne da lui, che venissero tre Cardinali d'Innocenzio, e tre altri d'Anacleto innanzi a lui, perchè udite le ragioni d'amendue, avrebbe poi deliberato quel che gli fosse paruto più convenevole. In effetto Innocenzio gli mandò il Cardinale Aimerico Cancelliere di S. Chiesa, ed il Cardinale Gherardo uomini di molta autorità, insieme coll'Abate Bernardo; ed Anacleto gli mandò similmente tre altri suoi Cardinali, quali furono Matteo parimente suo Cancelliere, Gregorio, e Pietro Pisano uomo riputato in questi tempi di molta eloquenza e dottrina, e molto versato nella Sacra Scrittura[511]. Giunti in Salerno, volle il Re per più giorni sentirgli; indi ragunato tutto il Clero salernitano, e buona parte del suo Popolo coll'Arcivescovo Guglielmo, e gli Abati de' monasteri, postasi la cosa in deliberazione ed in iscrutinio, non si venne mai a conchiuder per opra di Ruggiero, il quale, secondo narra Falcone beneventano, proccurava tirar in lungo queste ragunanze per trattenere con questi trattati di pace Innocenzio ed il Duca Rainulfo, affinchè intanto potesse egli rifarsi de' danni patiti, ed unir nuovo esercito. L'Abate di Bonavalle ed il Cardinal Baronio narrano altrimenti il fatto di ciò che ne scrisse Falcone Autor contemporaneo: dicono aver solo Bernardo con Pietro Pisano trattato quest'accordo con Ruggiero, e che sebbene Pietro restasse convinto dalle ragioni di Bernardo, il Re però non volle unirsi mai con molta pertinacia ad Innocenzio, tanto che obbligò l'Abate di Chiaravalle a partirsi di Salerno, e di ritornare in Roma. Che che ne sia, Ruggiero senza conchiuder niente se ne partì ancora, e salendo su la sua armata andò in Sicilia, per ritornare in Puglia con eserciti più numerosi.
Ma ecco mentr'egli dimorava in Sicilia, in quest'anno 1138 a' 7 di gennaro accadde in Roma purtroppo opportunamente la morte d'Anacleto, la qual fece, che questo scisma, che per otto anni avea travagliata la Chiesa si spegnesse. I figliuoli di Pier Lione, e gli altri seguaci d'Anacleto tosto avvisarono al Re la morte del lor Pontefice, con dimandargli se e' reputava espediente, che se gli creasse successore. Ruggiero, a cui premeva di nudrire simili discordie, perchè il partito d'Innocenzio, al suo contrario, non molto s'avanzasse, rispose che tosto lo creassero: siccome in fatti i Cardinali del partito d'Anacleto unitisi insieme, elessero per successore Gregorio Romano Cardinale de' Santi Appostoli, a cui posero nome _Vittore IV_. Ma in questo incontro fu tale l'opera dell'Abate Bernardo, che alle sue persuasioni così Vittore, come i suoi Cardinali che l'elessero, si sottoposero ad Innocenzio, ed avendo deposto Vittore tutte le insegne del Papato a' suoi piedi, s'estinse del tutto lo scisma[512] laonde i Romani cotanto si lodarono di Bernardo, che per onorarlo gli diedero perciò il nome di Padre della lor patria; ma egli che faceva profession di Santo, avendo a noja gli onori di questo Mondo, partendosi di Roma, in Francia, al suo monastero di Chiaravalle, fece ritorno. Pietro Diacono[513] che appunto qui termina la sua Giunta alla Cronaca di Lione Ostiense narra in altra guisa il fatto: dice che Innocenzio per mezzo d'uno grosso sborso di denari che diede a' figliuoli di Pier Lione, ed a coloro che gli aderivano, gli trasse alla sua parte: onde i Cardinali, che aveano eletto Vittore, destituti d'ogni ajuto, per dura necessità si sottoposero ad Innocenzio. Vi è chi lo scusa, anche ammesso ciò per vero, dalle colpe di simonia, allegando altri consimili esempli, come fece l'Abate della Noce in questo luogo.
Innocenzio veduti racchetati gli affari di Roma, e libero da tali discordie, rivolse tutti i suoi pensieri contro Ruggiero, ed alla guerra della Puglia; onde gitone ad Albano ragunò grosso esercito per unirsi col Duca Rainulfo: dall'altra parte il Re avendo parimente unite le sue truppe, passò dalla Sicilia a' confini della Puglia per riporre sotto il dominio le rimanenti città di quella provincia. Non mancò il Duca Rainulfo d'opporsi, ma invano, onde il Re all'impresa di Melfi voltò tutti i pensieri, ma non potendo espugnarla per la valida difesa, prese tutti i castelli d'intorno, e dopo ciò tornato a Salerno quindi partissi di nuovo per Sicilia.
Accadde in quest'istesso anno 1138 nella Valle di Trento la morte di Lotario Imperadore: Principe oltre al valor delle armi, dotato di molte virtù, e soprattutto amator delle lettere e del giusto: e merita esser sopra tutti gli altri rinomato, per essersi a' suoi dì restituito in Italia lo splendor delle leggi romane, e permesso che quelle si insegnassero nell'Accademie d'Italia. Cagione, che da poi col correr degli anni riacquistassero tanta autorità, e che si rendessero cotanto chiare e luminose, che oscurate le altre leggi delle altre Nazioni oggi sono la norma di tutte le Genti, e nell'Accademie meritamente tengono il primo luogo e per le quali la più illuminata parte del Mondo si governa. Ed è ben degno, che dagli amatori della legal disciplina sopra tutti gli altri venga d'immense lodi commendato.
Fra gli Elettori dell'Imperio occorsero gravi contese per rifar il successore. Aspiravano al soglio Corrado Duca di Suevia suo nepote, ed Errico di Baviera suo genero; ma finalmente escluso Errico fu Corrado innalzato a sì grande dignità, e fu salutato Imperadore da' Duchi, Principi, Marchesi e da tutti i Grandi dell'Imperio, non essendosi ancora ristretta quest'autorità a' soli sette, come si fece da poi[514].
Dall'altra parte Innocenzio, cui non altra cura premeva, che di abbattere il partito di Ruggiero, avendo nell'entrar dell'anno 1139 fatto convocare un Concilio in Roma, scomunicò ivi di nuovo Ruggiero, e tutti coloro, che avean seguite le parti d'Anacleto[515]. Ma fulmine assai più ruinoso sopravvenne ad Innocenzio non guari da poi; poichè nell'ultimo giorno d'aprile il Conte d'Avellino e Duca di Puglia, che con sì fiera e continua guerra avea travagliato il Re suo cognato, ammalandosi d'una grave malattia morì in Troja di Puglia, e fu dal suo Vescovo Guglielmo e da' suoi cittadini, dolorosissimi della sua morte con molte lagrime nel Duomo sepolto.
Pervenuta in Sicilia la novella della sua morte, quanto contento apportasse al Re Ruggiero non è da dimandare: egli allora tenne per finita la guerra; onde uniti prestamente i suoi soldati passò in Salerno[516]; ed ivi congregati tutti i Baroni, che seguivano la sua parte, andò a Benevento, indi avendo soggiogati molti luoghi del Conte d'Ariano, il quale fuggì a Troja, prese parimente in breve tempo tutte le città e castelli di Capitanata. Ebbe il Re, come dicemmo, tra gli altri suoi figliuoli natigli da Alberia sua prima moglie, Ruggiero primogenito, il qual perciò fu da lui creato Duca di Puglia: questi pareggiando il valor del suo padre, ch'era passato all'assedio di Troja, soggiogò da poi tutti gli altri luoghi della Puglia, tanto que' posti infra terra, quanto quegli ch'erano alla riviera del mare[517]: la sola città di Bari, ch'era allor valorosamente difesa dal Principe Giaquinto non potè avere in sua balìa; onde egli disperando della resa, prese consiglio d'andarsene al Re suo padre, che stava campeggiando la città di Troja. Era questa città difesa da Ruggieri Conte d'Ariano, che colà con grosso numero di soldati erasi rifugiato, difendendola egli con molta ostinazione, obbligò il Re a partirsi dall'assedio, il quale unitosi col figliuolo volse i suoi eserciti verso Ariano, facendo preparar molte macchine di legno per espugnarla.
Intanto Papa Innocenzio avendo intesa la rea novella della morte del Duca Rainulfo, ed i felici progressi del Re in Puglia, non volendo lasciar que' luoghi senza difesa, ragunate le sue truppe, e messosi alla testa delle medesime, uscì da Roma, e venne a S. Germano. Ruggiero che per questa spedizione di Innocenzio veniva frastornato nel meglio de' suoi progressi tentò, prima di venir con lui alle armi, se potesse riuscirgli di placarlo con dimandargli pace, inviò a questo fine suoi Messi offrendosi pronto ad ogni suo volere. I Messi furono ricevuti cortesemente da Innocenzio, il quale mandò altresì a Ruggiero due Cardinali ad invitarlo, ch'egli venisse a S. Germano per potere con effetto pacificarsi insieme. Il Re era allora tornato di nuovo all'assedio di Troja, ed avendo ricevuti onorevolmente i Cardinali, levatosi da quell'assedio insieme cui Duca suo figliuolo s'avviò prestamente a S. Germano: fu per otto giorni[518] maneggiato quest'affare; ma essendosi Innocenzio ostinato a pretendere la restituzione del Principato di Capua al Principe Roberto, e non volendo il Re a cotal fatto in modo alcuno consentire, fu disciolto ogni trattato, ed avendo ragunati i suoi soldati partì da S. Germano. Il Papa intesa la sua partita se ne andò colle sue genti al castello di Galluccio, cingendolo di stretto assedio: la qual cosa venuta incontanente a notizia del Re, ritornò velocemente indietro, e giunse improviso a S. Germano; per la cui presta venuta il Pontefice, ed il Principe Roberto ch'era con lui, fur percossi da subito spavento in guisa tale, che senza alcuno indugio si tolsero dall'assedio del castello di Galluccio per ritirarsi in luogo sicuro; ma il Re inviò subito il Duca di Puglia suo figliuolo con ben mille valorosi soldati, acciocchè tendendogli aguati assaltasse per lo cammino il Pontefice. La qual cosa mandata felicemente ad effetto, andò la bisogna in modo, che fur rotte e poste in fuga le genti papali, ed Innocenzio istesso non senza ingiurie e dispregi fu condotto prigioniero al Re insieme col Cancelliere Almerico, e con molti Cardinali, ed altri uomini di conto, ponendosi anche i vittoriosi soldati a rubar i ricchi arnesi del Pontefice, ove fu ritrovata grossa somma di moneta, salvandosi solo colla fuga Roberto Principe di Capua.
Ecco a qual fine infelice han sempre terminate le spedizioni de' Pontefici contro i nostri Principi, ed ecco il frutto che han sempre ritratto, quando deposto il proprio mestiere, han voluto a guisa de' Principi del Mondo alla testa d'eserciti armati coprirsi di elmo in vece di tiara, e vestir di corazza in vece di stola e di dalmatica.
Questo memorando avvenimento succedette li ventuno di luglio di quest'anno 1139[519] come ben pruova l'avvedutissimo Pellegrino[520] contro quello che il Baronio, e D. Francesco Capecelatro scrissero, i quali non intendendo il luogo di Falcone, scrissero la prigionia d'Innocenzio esser succeduta a' dieci di questo mese. Nè lascerò qui di dire, conforme molto a proposito avvertì il medesimo Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni, ch'è tra le moderne la più accurata di quante mai narrano i successi di questi Re, esser manifesto l'errore di coloro, che questa rotta e prigionia d'Innocenzio scrissero esser avvenuta nel principio del suo Pontificato e tutta altrimente di quel, ch'ella avvenne, e che perciò si cagionasse lo scisma d'Anacleto; poichè gli Autori contemporanei, e quei che poco da poi mandarono alla memoria de' posteri questi successi, in quest'anno e nel modo che s'è narrato la rapportano, come la cronaca di Falcone antichissimo Scrittor beneventano, l'Anonimo Cassinense, le Istorie dell'Arcivescovo Romualdo e di Ottone Frisingense, e le molte lettere scritte sopra tal materia da S. Bernardo Abate di Chiaravalle: per l'autorità di sì gravi e vecchi Scrittori il Cardinal Baronio, il riferito Capecelatro, e l'incomparabile critico de' nostri fatti Camillo Pellegrino in tal guisa rapportano questi avvenimenti.
Ma non meno per questa prigionia d'Innocenzio, che per quella di Lione, rilusse la pietà de' Normanni verso la Sede Appostolica; ancorchè Ruggiero, secondo ciò che dettavano le leggi della vittoria, avesse potuto trattar Innocenzio come suo prigioniero, come si sarebbe fatto ad ogni altro Principe del Mondo; nulladimanco non sapendo egli distinguere differenti personaggi nel Pontefice, gli rese tutti quegli onori, che sono dovuti al Vicario di Cristo: gli mandò suoi Ambasciadori a chiedergli perdono, e a pregarlo che si fosse pacificato con lui. Innocenzio vinto più da questa generosità e grandezza d'animo di Ruggiero, che dalla sua forza, consentì volentieri alle sue dimande: e ben presto dopo quattro giorni[521] nel dì che si celebrava la festività di S. Giacomo fu presso Benevento la pace conchiusa. Per parte del Papa si tolsero tutte le scomuniche fulminate contro Ruggiero, e contro i suoi aderenti: onde il Re col suo figliuolo Ruggiero andarono a mettersi a' suoi piedi e a riconoscerlo per vero Pontefice; e gli giurarono perciò ambedue sopra i santi Evangeli fedeltà così a lui, come a tutti i Pontefici suoi successori legittimamente eletti, e gli si resero ligj, con promettergli il solito censo di 600 schifati l'anno e di restituirgli Benevento. All'incontro il Papa consegnandogli di sua mano lo stendardo, come allor si costumava, l'investì del Reame di Sicilia, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua, riconoscendolo per Re, e confermandogli tutti quegli onori e dignità che a' Re s'appartengono.
L'investitura spedita dal Pontefice sopra ciò, fu trasportata dai registri della libreria di S. Pietro di Roma dal Cardinal Baronio, e si legge ne' suoi annali[522]; nella quale occorrono più cose degne d'essere osservate. Primieramente dice Innocenzio, ch'egli calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, ed avendo avanti gli occhi i meriti di Roberto Guiscardo e di Ruggiero suo padre, i quali con tanti sudori e travagli aveano estirpato dalla Sicilia, e da queste province i Saraceni implacabili nemici del nome Cristiano, s'erano resi degni d'immortal fama; gli confermava perciò il Regno di Sicilia a lui dal suo antecessore Onorio investito, con la preminenza di Re, e con tutti gli onori e dignità Regali; aggiungendo ancora il motivo e la ragione per la quale doveasi Ruggiero possessore di quell'isola innalzare al titolo di Re, e la Sicilia in Regno, che è quell'istessa che rapporta l'Abate Telesino, perchè anticamente quell'isola ebbe le prerogative di Regno, e' propri suoi Re che la dominarono: _Regnum Siciliae_ (sono le sue parole) _quod utique, prout in antiquis refertur historiis, Regnum fuisse, non dubium est, tibi ab eodem antecessore nostro concessum cum integritate honoris Regii, et dignitate Regibus pertinente, Excellentiae tuae concedimus, et Apostolica authoritate firmamus_; reputando con ciò fra le altre potestà de' sommi Pontefici esser quella d'ergere, o restituire i Reami, e' Regi, e tanto maggiormente in quello di Sicilia, della quale i predecessori di Ruggiero dalla Sede Appostolica ne furono investiti.
Gli conferma l'investitura del Ducato di Puglia, che dal suo predecessore Onorio eragli stata data; e del Principato di Capua, vivente ancora il Principe Roberto, che ne fu spogliato; e quando prima avea usati tanti sforzi per farglielo restituire, ora ne dà l'investitura a Ruggiero, soggiungendo: _Et insuper Principatum Capuanum integre nihilominus nostri favoris robore communibus, tibique concedimus: ut ad amorem, atque obsequium B. Petri Apostolorum Principis, et nostrum, ac successorum nostrorum vehementer adstringaris_: pretendendo in cotal guisa giustificare per legittimo l'acquisto fatto di questo Principato da Ruggiero _Jure belli_; e non per altro fine, affinchè siano Ruggiero, e' suoi successori più riverenti ed ossequiosi alla Sede Appostolica, non altrimente di quello, che si dichiarò Gregorio VII nella sua investitura.
I. _Il Ducato napoletano, Bari, Brindisi, e tutte le altre città del Regno si sottomettono al Re RUGGIERO._
Merita ancora riflessione di non essersi in questa investitura fatta menzione alcuna del Principato di Salerno; poichè i Pontefici romani, ancorchè non si sapesse per qual particolar ragione, sempre pretesero questo Principato appartenersi alla Sede Appostolica, non altrimente, che Benevento. Non si vede nella medesima nè pur nominato il Ducato napoletano, onde vanno di gran lunga errati coloro, che scrissero Innocenzio avere investito Ruggiero anche di Napoli: nè possiamo non maravigliarci quando nell'Istoria Napoletana ultimamente data fuori dal P. Giannettasio[523] leggiamo, che da questo punto Napoli da libera Repubblica passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero; e l'Autore quasi dolendosi di questo fatto pel sentimento che mostra d'aver perduta la sua patria il pregio di essere libera, accagiona Innocenzio, come 'l permetesse, quando quella città apparteneva all'Imperio d'Oriente; quasi che anche se fosse stato vero il fatto, fosse cosa nuova de' Pontefici romani investire de' Stati, che loro non s'appartenevano; e se ciò parvegli novità, come non sorprendersene, quando vide da' Papi investire i Normanni della Puglia e della Calabria, province, che a' Greci s'involavano, e sopra le quali vi aveano non minori ragioni, che sopra il Ducato napoletano. Questo Ducato passò a' Normanni non già per investitura datagli da' romani Pontefici, ma per ragion di conquista, e per sommessione de' Napoletani, come qui a poco diremo. Solo nella Bolla d'Anacleto, dopo l'investitura del Principato di Capua si soggiunse: _Honorem quoque Neapolis, ejusque pertinentiarum_; che non denotava altro che l'onore d'esserne Duca, con restare la città con l'istessa forma e politia; e solamente Pietro Diacono[524] scrisse, che Anacleto, oltre al Principato di Capua investisse anche Ruggiero del Ducato di Napoli; ma ciò che fece Anacleto, non volle Ruggiero dopo la pace fatta con Innocenzio, che gli giovasse; e del Ducato di Napoli, siccome di quello d'Amalfi, di Gaeta, del Principato di Taranto e di Salerno, non volle altri che ve n'avesse parte se non la ragion della conquista, e la sommessione de' Popoli.
In effetto, ritornando là donde ci dipartimmo, avendo Ruggiero dopo questa pace, liberamente lasciata al Papa la città di Benevento, mentre quivi dimorava, vennero i Napoletani sgomentati anch'essi della felicità di Ruggiero a sottomettere la loro città al suo dominio, come già prima avea fatto Sergio lor Duca. Questo Duca, se dobbiamo prestar fede ad Alessandro Abate Telesino, molti anni prima avea sottomessa la città di Napoli a Ruggiero, ma da poi pentitosi del fatto s'unì col Principe Roberto e col Conte Rainulfo di lui nemici, e lungamente gli fece guerra: tornò poi al partito di Ruggiero, tanto che militando sotto le di lui insegne, nella battaglia che perdè Ruggiero presso Salerno, restò morto con altri Baroni dalle genti di Rainulfo.
In quest'anno adunque 1139 sperimentando i Napoletani il valor di Ruggiero si sottoposero stabilmente al suo dominio: ed essendo rimasi per la morte di Sergio senza Duca, elessero col consentimento del Re in lor Duca Ruggiero suo figliuolo[525]. Inveges, pruova Ruggiero, non Anfuso essere stato eletto Duca. Il Pellegrino vuole, che fosse Anfuso. Che che ne sia, ancorchè questo Ducato passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero, non volle però egli che si alterasse la forma del suo governo e la sua politia, furono i medesimi Magistrati, e le medesime leggi ritenute, e confermò alla città tutte quelle prerogative e privilegi che avea, quando sotto gli ultimi Duchi, sottratta all'intutto dall'Imperio d'Oriente, avea presa forma di libera Repubblica; e per questa ragione osserviamo, che anche dopo Ruggiero insino all'anno 1190 come il Capaccio[526], o qual altro si fosse l'Autore della latina istoria napoletana, rapporta, vi siano stati altri Duchi di Napoli, come un altro _Sergio_, ed un tal _Alierno_, in tempo del quale fu conceduto a' negozianti d'Amalfi, dimoranti in Napoli, quel privilegio rapportato da Marino Freccia, e di cui fassi anche menzione nella riferita istoria. Non è però, come stimarono alcuni, che Ruggiero gli lasciasse l'intera libertà, a guisa d'uno Stato libero ed indipendente. Credettero così, perchè rapporta Falcone beneventano, che Ruggiero dopo la presa di Troja e di Bari nel seguente anno 1140 fece ritorno in Napoli, dove narra, che fu da' Napoletani lietamente e con molta festa accolto, e con tanta pompa e celebrità, che niuno Re, nè Imperadore fu giammai in essa con tanto onor ricevuto: che il seguente giorno cavalcando per la città, salito in barca passò poscia al castel di S. Salvatore posto sopra una isoletta dentro del mare non guari da Napoli lontana, che diciamo oggi il castel dell'Uovo per la sua figura, ed ivi essendo, avendo a se chiamati li cittadini napoletani, con quelli _de libertate Civitatis_, _et utilitate tractavit_, come sono le parole di Falcone, dalle quali ingannati credettero, che i Napoletani quivi trattassero con Ruggiero della libertà della loro città, quando, come ben dimostra l'avvedutissimo Pellegrino[527], di niente altro trattò il Re, se non dell'immunità e franchigia che pretendevano da lui i Napoletani, che fu loro tosto da Ruggiero accordata; ed avrebbe potuto togliersi da quest'errore il Capaccio per quell'istesso privilegio, ch'egli adduce, dove i Napoletani concedendo libertà a' Negozianti del Ducato d'Amalfi commoranti in Napoli, per libertà non intendono altro, che una tal sorte di franchigia ed immunità, come da quelle parole: _Ut sicut ista Civitas Neapolis privilegio libertatis praefulget, ita et vos negotiatores, campsores, sive apothecarii in perpetuum gaudeatis_; ma di qual libertà parlasi nel privilegio? _ut nulla condictio_, come siegue, _de personis, et rebus vestris, sive haeredum, et successorum vestrorum negotiatorum in Neapoli habitantium requiratur; sicut non requiritur de Civibus Neapolitanis_.
Non fu dunque che lasciò Ruggiero il Ducato napoletano all'intutto libero ed indipendente: lo lasciò bensì colle medesime leggi e Magistrati, e con quell'istessa forma di Repubblica; il che non denotava altro, se non la Comunità, non la dignità delle pubbliche cose, come nel primo libro di quest'Istoria fu notato; nell'istessa guisa appunto, che lasciolla Teodorico, quando ordinò, che godesse di quelle stesse prerogative, che avea; onde si ha che Ruggiero lasciasse la giurisdizione intorno all'annona a' Nobili ed al Popolo, che sotto nome d'Ordini di Eletti, o Decurioni, ovvero Consoli venivano designati; e la giurisdizione intorno alle cose della giustizia, il Re la volle per se, come appunto fece Teodorico, che mandava i _Comiti_ ad amministrarla, costituendovi ora Ruggiero il Capitanio col Giudice, siccome nell'altre città e castelli del Regno si praticava.