Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3
Part 27
_Ritrovamento delle Pandette in Amalfi; e rinovellamento della giurisprudenza romana, e de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia._
Fu in quest'incontro, che la città d'Amalfi ancorchè espugnata, si rese luminosa e chiara ne' secoli seguenti sopra tutte le altre città d'Europa: poichè alla sua gloria d'aver un suo cittadino trovata la bussola, s'accoppiò quella d'essersi con tal occasione trovato in questa città il volume delle Pandette di Giustiniano Imperadore da taluni creduto che fosse propriamente quello istesso, che questo Imperadore fece compilare. Gli esemplari di questo volume erano quasi che sepolti, per le molte Compilazioni seguite appresso de' Basilici, e per le molte altre cagioni, che si dissero nel settimo libro di quest'Istoria: solo per la Francia, come fu altrove notato, ne girava attorno qualcheduno, poichè osserviamo che Ivone Carnotense, che fiorì a' tempi di Pascale II verso l'anno 1099 nelle sue epistole allega sovente le leggi delle Pandette[482]. Ma in Italia n'era affatto perduta ogni memoria: solamente, come si disse, il Codice, le Istituzioni, e le sue Novelle erano conosciute, più per diligenza de' romani Pontefici, e per li Monaci, appresso i quali era allora la letteratura, che per altro.
In fatti molte leggi del _Codice_ vediamo noi da' Pontefici romani rapportate nelle loro decretali, come in quelle di Gregorio III e d'altri Pontefici[483]: delle _Istituzioni_, e delle _Novelle_ non era così rara la notizia, poichè abbiam veduto che il celebre Abate Desiderio nella sua Biblioteca Cassinense ne conservava gli esemplari; ma la più bella parte, ch'era quella delle Pandette, ed ove racchiudesi il candore e la pulitezza delle leggi Romane, era a noi molto più nascosta, e rara la notizia. In Ravenna non è ancor deciso il dubbio, se veramente se ne conservasse qualche parte. Guido Pancirolo[484] rapporta l'opinione di alcuni, che credevano nell'anno 1128 in Ravenna in un'antica Biblioteca essere state ritrovate le Pandette, le quali offerte a Lotario, avendole riconosciute per legittimo parto dell'Imperador Giustiniano, avesse ordinato, che pubblicamente si spiegassero nelle Scuole. Ma l'istesso Pancirolo riputa più vera l'opinione di coloro, che scrissero in Ravenna il _Codice_ di Giustiniano essersi ritrovato, non già le _Pandette_, le quali in Amalfi in quest'anno 1137 per l'occasione già detta furono scoverte. Alla città dunque di Amalfi non molto da Napoli lontana si dee questa Gloria; non già a Melfi di Puglia, come alcuni Oltramontani scrissero i quali non ben intesi de' luoghi particolari, e delle città di queste nostre Province, hanno sovente preso abbaglio in confonder l'una coll'altra città; siccome per contrario il Concilio celebrato in Puglia a Melfi nell'anno 1059 sotto Niccolò II, dissero che si fosse celebrato ad Amalfi. Alcuni altri, forse tratti dall'amore della gloria della loro patria, non si ritennero di dire che non in Amalfi, ma che in Napoli i Pisani mentre entrarono a soccorrerla, l'avessero trovate, e che toltele a' Napoletani in Pisa le trasportassero; della qual credenza ancorchè vana, e che non ha alcun appoggio, e ripugnante a tutta l'istoria, è gran maraviglia che avesse trovato chi ne restasse preso come fu il Summonte e Francesco de' Pietri, il quale fra gli altri suoi deliri, onde tessè la sua istoria, non tralasciò inserirvi anche questo. E novellamente un moderno Scrittore pugliese pur sognò che nè in Amalfi, nè in Napoli si fossero trovate le Pandette, ma in Molfetta, e non per altra ragione, se non per la somiglianza del nome, e se non perchè Molfetta era la patria dello Scrittore: così oggi (non altramente, che della patria d'Omero e del Tasso) contrastano molte città per appropriarsi la gloria di questo ritrovamento.
Ma oltre agli antichi Annali, non deve ciò parer cosa strana a coloro, i quali dal corso di quest'Istoria avranno appreso quanto gli Amalfitani fossero stati per le navigazioni celebri, e quanta fosse la frequenza de' traffichi e del commercio, che avean nelle parti d'Oriente e nella Grecia, ciocchè non l'ebbero quelle città, le quali ancor esse aspirano a questa gloria; onde fu cosa molto propria, che gli Amalfitani fra le altre cose che da Levante portarono nella loro città, v'avessero anche portate le Pandette, volume così raro, e nel quale era riposto il candore delle leggi romane; ed in fatti comunemente si narra[485], che per opera d'un Mercante paesano, navigando in Levante, l'avesse quivi comprate, e nel suo ritorno ne avesse fatto un dono alla patria. Nè può recarsi in dubbio, che i Pisani fra le altre prede, che fecero in Amalfi, fu questa delle Pandette, e questa sola, in premio delle loro fatiche sofferte in quell'impresa, cercarono ardentemente a Lotario Imperadore, il quale gliele concedette di buona voglia; onde trasportate da loro in Pisa, acquistarono perciò il nome di Pandette Pisane, che lo ritennero poco men di tre secoli insino all'anno 1416, nel quale surta guerra fra i Pisani e' Fiorentini, Guido Caponio Capitano de' Fiorentini avendo espugnata e presa la città di Pisa, come una gran parte del suo trionfo, trovate in quella le Pandette, le trasferì in Fiorenza, ove oggi giorno con venerazione, e come cosa di gran pregio si conservano nella Biblioteca de' Medici in due tomi divise: onde quando prima erano appellate _Pisane_ si dissero da poi _Fiorentine_, come oggi giorno ritengono il nome. Gli antichi Annali di Pisa appresso Plozio Grifo, Rainero Grachia Pisano antichissimo Istorico, che scrisse sono più di 300 anni _de Bello Tusco_ in cotal guisa narrano questo ritrovamento insieme e trasportamento da Pisa in Firenze, e Plozio presso Taurello afferma, aver tenuto egli in casa un antico istromento di questa donazione che Lotario fece a' Pisani delle Pandette Amalfitane. Così ancora lo rapportano il Sigonio[486], Raffael Volaterrano, Angelo Poliziano[487], Antonio Gatto[488], Francesco Taurello[489], Arturo Duck[490], e tutti gli altri Scrittori, insino a Burcardo Struvio[491], ch'è l'ultimo fra i moderni a confermarlo.
(Dopo tutti costoro, ultimamente _Errico Brenemanno nella_ sua _Historia Pandectarum_, impressa ad Utrecht l'anno 1722, esaminando questo punto d'istoria, tolse ogni dubbio, con far imprimere pag. 410 le parole della Cronica antica o siano Annali Pisani, che egli trascrisse da un antico Codice manuscritto, che si conserva nella Biblioteca de' Domenicani di Bologna: dove parlandosi della guerra, che Papa _Innocenzio_, e _Lotario_ coll'aiuto de' Pisani, mossero contro il Re _Ruggiero_ di Sicilia, si leggono queste parole: _Li Pisani pridie nonas Augusti armorono 46 Galee, et forono a la costa de' Malfi, et quello dì per forzia lo presero con septe Galee et doe Nave; in la quali ritrovarono le Pandette composte dalla Regia Maestà di Justiniano Imperatore, e dopoi quella brusorono etc_.)
Lotario se bene avesse a' Pisani conceduta una cosa di tanto pregio, essendo egli un Principe dotto, e sopra a tutto riputato saggio facitor di leggi, non trascurò di osservarle, e scorto che in esse v'era il candor delle leggi romane, pensò non doversi trascurare 1'utile che poteva da quelle ritrarsi, e che non doveano, siccome prima, rimaner così tra le tenebre nascoste e sepolte. Evvi gran contrasto tra i Bolognesi e gli altri Scrittori, se Lotario avesse con suo editto stabilito che le Pandette pubblicamente si leggessero in Bologna, ovvero per privato studio d'Irnerio si fossero ivi insegnate insieme con gli altri libri di Giustiniano. Li Dottori bolognesi narrano, che Lotario diede ordine ad Irnerio, il quale in Bologna leggeva filosofia, che pubblicamente le dichiarasse, il che egli cominciò a fare nell'anno 1128 ciò che sarebbe accaduto prima, che le Pandette si fossero trovate in Amalfi. Corrado Uspergense dopo aver narrata l'istoria di Lotario, dice che Irnerio lo facesse a petizione della Contessa Matilda; e negli Argomenti dell'Istoria di Bologna, che s'attribuiscono a Carlo Sigonio, nell'anno 1102 si legge che la Contessa Matilda ad Irnerio che ivi leggeva filosofia, avesse imposto spiegarle, e che vi facesse le prime chiose. Ma Burcardo Struvio[492] stima favoloso ciò che Corrado narra della Contessa Matilda, che mentre imperava Lotario avesse ciò imposto ad Irnerio, essendo indubitato, che Matilda morì nell'anno 1115 prima dell'Imperio di Lotario, e l'istesso Sigonio riprova ancora ciò che Corrado dice, per questa istessa ragione[493]. Quindi Struvio crede, che quegli Argomenti, che si leggono dopo l'istoria di Bologna non han potuto esser mai opera del Sigonio, il quale manifestamente nella sua Istoria del Regno d'Italia dice il contrario, e riprende Corrado che l'avea scritto.
I più gravi Autori perciò condannano per favoloso questo racconto, e rapportano che Irnerio, nè per autorità della Contessa Matilda, nè per comando di Lotario avesse nella Scuola di Bologna interpretati i libri di Giustiniano, ma per privato studio, e per soddisfare la sua ambizione.
Irnerio a questi tempi, ne' quali la Giurisprudenza insieme colle altre discipline cominciavano a risorgere, fu riputato uno de' migliori Giureconsulti. Della sua patria contendono i Germani ed i Milanesi, ed i Fiorentini pur ne vogliono la lor parte: egli prima fu dato a' studj di Filosofia e delle Lettere umane secondo che comportava l'uso di que' tempi, e si crede che navigasse in Levante, ed in Costantinopoli le avesse apprese; indi a Ravenna tornato, avessele quivi insegnate, ed acquistasse gran fama d'uomo di lettere. Ma dismesso poi lo studio di Ravenna, fu da' Bolognesi chiamato nella loro città, dove si pose a leggere Filosofia. Erasi in Bologna stabilita una Scuola, ove s'insegnava anche giurisprudenza, ed eravi _Pepone_ che la professava; ed essendo tra' Professori insorta disputa sopra la parola _AS_ denotante le dodici oncie, Irnerio con tal occasione si diede a studiare i libri di Giustiniano, e divenne famoso Giurista, tal che oscurò la fama di Pepone. Fece sommo studio sopra il Codice, e sopra le Instituzioni e le Novelle di Giustiniano, accorciandole, ed adattandole poi alle leggi del Codice, perchè si conoscesse in che le Novelle discordavan da quelle; fece ancora le prime sue chiose a questi libri; ed egli fu il primo che nell'anno 1128 commentasse le leggi romane. Coloro che scrissero in Ravenna in quest'anno essersi trovato un altro esemplare de' Digesti, oltre di quello, che correva per la Francia, dicono che Irnerio prima che fossero in Amalfi trovate le Pandette (che Angelo Poliziano[494] credette essere quelle istesse che pubblicò Giustiniano, nel che discordano Andrea Alciato[495], ed Antonio Augustino[496], e dalle quali egli è almen certo, per essere antichissime, che furon tratti gli altri esemplari[497]) impiegasse i suoi talenti anche sopra i Digesti, e che insieme con gli altri libri di Giustiniano le insegnasse in Bologna, e vi facesse le prime sue chiose. Ma gli altri, che ciò niegano, e dicono che i primi esemplari delle Pandette fossero usciti in Italia da quelle d'Amalfi, sostengono che Irnerio spiegasse in quella Accademia i Digesti da poi che furono ritrovate in Amalfi, ma non già per autorità e comandamento che ne avesse avuto dall'Imperador Lotario: ma per privato suo studio, siccome prima in Bologna faceva sopra gli altri libri di Giustiniano, e sopra l'altre discipline, senza ordine dell'Imperadore. Nè quell'Accademia in questi tempi fu istituita da Lotario, nè per suo editto si legge, che avesse comandato, che quivi si dovessero spiegare, ed insegnare per sua autorità i libri di Giustiniano, siccome sostiene Federico Lindenbrogio[498]; soggiungendo Ermanno Conringio[499], che se Lotario avesse ciò ordinato, e gli fosse stato tanto a cuore la Scuola di Bologna, trovate che furono in Amalfi le Pandette, non a' Pisani, ma a' Professori bolognesi ne avrebbe fatto dono.
Ma quantunque sopra ciò non si leggesse particolar editto di Lotario, non è però, che questo Principe non favorisse questi studj, e che a' suoi tempi la Scuola di Bologna non fiorisse molto più che ne' passati, avendovi Irnerio sopra le leggi romane fatti progressi maravigliosi; onde avvenne che questi studj furon coltivati e promossi, e molti vi s'applicarono in guisa, che dalla Scuola d'Irnerio ne uscirono poi valenti Dottori, i quali o in voce, e per mezzo delle loro chiose in iscritto, illustrarono le leggi di Giustiniano, e diffusero il loro studio, non pure in Bologna, ma per tutte le Accademie d'Italia. Sursero quindi _Martino_ da Cremona: _Bulgaro_, che a' tempi di Federico Barbarossa fiorì cotanto in Bologna: _Ugone_, e Giacomo _Ugolino_, _Ruggieri_, _Ottone_ e _Placentino_, che si resero cotanto celebri nell'Accademia di Montpellier in Francia. Pileo discepolo di Bulgaro, che in Bologna ed in Modena si rese illustre per le sue _Quistioni Sabbetine_. _Alberico_ della Porta di Ravenna: ed il di lui discepolo Azone, il quale fra i Giureconsulti della sua età tenne il primo luogo, maestro del nostro _Roffredo Beneventano_, di _Balduino_ e di tanti altri.
Da questo risorgimento de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia, e dalla Scuola d'Irnerio comunemente si crede, che avessero origine le solennità da poi praticate in creare i Dottori, attribuendosi ad Irnerio, che per autorità di Lotario concedesse a' Professori di legge il grado del Dottorato, leggendosi, che avesse dichiarati Dottori Bulgaro, Ugolino, Martino e Pileo[500]. E narra Acerbo Morena[501], ch'essendo Irnerio nell'ultimo di sua vita, se gli accostarono i suoi scolari, e gli domandarono, chi voleva, che dopo la sua morte fosse il lor Dottore, ed egli lor nominò Bulgaro, Martino e Ugone, ma che tenessero Giacomo in suo luogo, onde questi fu costituito lor Dottore. Ma Itterio[502] e Conringio[503] reputano, che queste solennità in conferire i gradi di Dottore nell'Accademie, traesse origine da' Francesi, donde poi l'appresero gl'Italiani.
Credettero il Sigonio[504], Arturo Duck[505], ed altri, che Lotario, oltre d'aver comandato, che i libri di Giustiniano si leggessero per sua autorità nelle pubbliche Accademie, ordinò che anche ne' Tribunali si allegassero, e che tralasciate le leggi longobarde, quelli solamente i Giudici seguissero. Ma la costoro opinione non ha fondamento veruno d'istoria, non leggendosi, non pure editto alcuno di Lotario, come sarebbe stato necessario che ciò comandasse, ma nemmeno Istorico contemporaneo, che lo scrivesse; ond'è che i più gravi Scrittori[506], e lungamente Lindenbrogio[507] ripruovano il costoro errore. Quel che poi manifestamente convince il contrario, è il vedersi, che le leggi longobarde in Italia, e più in queste nostre province lungamente da poi si mantennero, e ne' Tribunali secondo quelle si decidevano i litigi, e la legge romana come per tradizione era mantenuta da' provinciali; nè a questi tempi da' libri di Giustiniano era allegata, i quali non aveano ancora acquistata nel Foro autorità alcuna, siccome tratto tratto l'acquistaron da poi per uso più, e per forza della ragione, che per legge di alcun Principe.
Ma se mai di Lotario fossevi stata legge, che ciò comandasse, quella certamente nelle nostre province, ch'erano sotto la dominazione del Re Ruggiero suo inimico, non avrebbe avuto alcun vigore. Questo Principe, come qui a poco vedremo, ricuperò ben tosto tutte quelle province, che Lotario avea invase, e debellò tutti i suoi nemici, riunendole al suo Regno di Sicilia, che stabilito in forma di vera Monarchia non ubbidiva altre leggi, se non quelle, che i Longobardi v'introdussero, e quelle che egli stabilì da poi. E ciò non pur accadde imperando Lotario, e durante il Regno di Ruggiero, ma anche nel tempo de' Re normanni suoi successori, i quali continuando perpetua guerra con Corrado e Federico I che a Lotario successero, non permisero mai, che le costoro leggi fossero in queste province osservate, e che avessero alcuna forza ed autorità; ed in fatti come più innanzi vedrassi, non per le leggi romane contenute in questi libri, ma per le leggi longobarde, e per le romane, che come per tradizione erano ritenute da questi Popoli, si decidevano le liti. Nè appresso di noi vi fu anche occasione che questi libri si potessero leggere nelle nostre pubbliche Scuole; poichè insino a Federico II gran fautore delle lettere, che l'introdusse in Napoli, noi non avevamo Accademie; nè se non ne' tempi più bassi, essendo gli ultimi a seguitare l'esempio delle altre città d'Italia, cominciarono in queste province gli studj di questi libri, e ad allegarsi nel Foro più per forza di ragione, che di legge, come si vedrà nel corso di quest'Istoria.
CAPITOLO III.
_Il Re Ruggiero prosiegue la guerra con Innocenzio: morte d'Anacleto, seguita poco da poi da quella di Lotario Imperadore, e di Rainulfo Duca di Puglia: Ruggiero ricupera le città perdute; e tutte queste province col Ducato napoletano al suo Imperio si sottomettono. Innocenzio è fatto prigione, e pace indi seguita tra lui e 'l Re, al quale finalmente concede l'investitura del Regno._
Espugnata da' Pisani Amalfi, e gli altri luoghi di quel contorno, ordinò Lotario a' medesimi, che andassero ad oste a Salerno, alla quale impresa fece anche venir da Napoli il Duca Sergio, e da Capua il Principe Roberto, ed egli v'inviò il Duca Rainulfo con mille de' suoi Alemanni; dalle quali genti insieme unite, fu strettamente Salerno assediato.
Era questa città difesa da Roberto Cancelliero del Re Ruggiero, il quale non teneva altra milizia per difender quest'importante Piazza, che solo quattrocento soldati con alcuni Baroni de' circonvicini castelli; ma al picciol presidio suppliva la fede e l'amor de' Salernitani verso Ruggiero, i quali per essere stati lungo tempo sotto il dominio di quel Re, gli erano come a loro antico Signore fedelissimi. S'aggiungeva ancora la gratitudine per la quale erano tanto obbligati a questo Principe, da cui sopra tutti gli altri erano stimati, ed in gran pregio tenuti, avendo scelta tra tutte le città di questo Regno, Salerno per fede della sua regal Corte; e siccome nell'isola di Sicilia egli avea posta la sua residenza in Palermo, così quando era obbligato per gli affari di queste province di passare il Faro, non altrove, che in Salerno faceva dimora. Per le quali cagioni con molto valore si difendevano dagli insulti degli assalitori; tanto che i Pisani, sperimentata la loro fortezza, per vincer la loro costanza fecero comporre una macchina per isforzar le mura della città, della quale ebber tanto spavento i Salernitani, che cominciarono a disperar della difesa; onde essendo sopraggiunti all'assediata città il Pontefice e l'Imperadore, i Salernitani inviando a Cesare loro messaggi si sottoposero a lui, con condizione, che i soldati stranieri potessero girne ove lor meglio gradiva, onde alcuni d'essi partirono, ed altri insieme co' Baroni e Capitani, che colà erano, si ritirarono alla Rocca della città, valorosamente mantenendola sotto il dominio del lor Signore. I Pisani avendo saputo essersi i Salernitani resi all'Imperadore, ed essere stati da lui ricevuti senza dirne nulla a loro, sdegnati fieramente di tal dispregio, arsero tantosto le macchine, che avean composte per espugnar Salerno, ed apprestati lor legni volevan ritornare a Pisa; e l'avrebber posto ad esecuzione se il Pontefice, cui molto premea la loro alleanza, non gli avesse con molte preghiere, e con larghe promesse trattenuti; ma sì fatta discordia cagionò, che non s'espugnasse la Rocca, la quale perciò rimase alla divozione di Ruggiero.
Maggiori furono le discordie, che nacquero per questa stessa cagione tra l'Imperadore ed Innocenzio, pretendendo questi la città di Salerno appartenersi alla romana Chiesa, e sebbene finora non si sappia per qual particolar ragione, con tutto ciò si vede che Gregorio VII non volle in conto alcuno investirne Ruggiero, siccome nè tampoco gli altri suoi successori, per questo istesso che pretendevano quella città alla Sede Appostolica appartenersi; ma Lotario opponendosi fortemente a tal dimanda, fece che Innocenzio s'acchetasse[508], non volendo quest'accorto Pontefice romper con lui in vantaggio di Ruggiero, il quale da queste discordie avrebbe per se ritratto maggior profitto: non fu però che Innocenzio non sentisse di ciò grave dispiacere, e che non cominciassero perciò gli animi ad alienarsi da quella concordia, nella quale prima erano uniti.
Partirono alla fine (credendo aver terminata la loro spedizione) da queste nostre province Innocenzio e Lotario, il quale avendovi lasciato Rainulfo suo Capitano con molti altri Ufficiali perchè potesser opporsi a Ruggiero, e mantener gli acquisti fatti, se ne andò col Pontefice in Roma, e di là per la via di Toscana prese il cammino per Alemagna[509]. Ma Ruggiero, che infino ad ora cedendo all'impeto di tante procelle, aspettava tempo migliore per riacquistar in uno tratto il perduto, appena ebbe avviso, che Lotario erasi dalla Campagna partito, che ragunò in Sicilia una grossa armata; e come intese ch'egli era in Roma per passar in Alemagna, calò prestamente in Salerno colla sua armata[510]. Tosto si rese questa città al suo antico padrone, e di là gitone ad oste a Nocera, la ripose tantosto sotto il suo dominio, ed il somigliante fece di tutte le terre colà d'intorno, di cui era Signore il Duca Rainulfo. Indi andò sopra Capua, e fieramente sdegnato col Principe Roberto per essere stato il primiero istrumento della venuta di Lotario in Italia, quella prese a forza, e vi fece dare uno spaventevole sacco. Andò poscia col vincitore esercito in Avellino, e quello preso con tutti i circonvicini luoghi, verso Benevento avanzossi. I Beneventani sgomentati anch'essi per la felicità di Ruggiero mandarono parimente a sottoporsi a lui, e lasciando il partito d'Innocenzio, al quale poco anzi aveano giurata fedeltà, aderirono ad Anacleto per far cosa grata al Re, il quale venuto, passò poi a Montesarchio, che tantosto se gli rese: indi entrato nella Puglia cominciò con molto valore a sottoporsi molte città della medesima. Il Duca Rainulfo, come vide Ruggiero entrato nella Puglia, ragunò dalle città di Bari, Trani, Melfi, e da Troja 1500 valorosi soldati, e s'avviò contro Ruggiero, disposto di voler piuttosto morire combattendo, che cedere vilmente al nemico.