Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3
Part 23
Ma infra gli altri, che resero illustre la Scuola salernitana, fu _Costantino affricano_. Questi oriondo di Cartagine, per le sue peregrinazioni in molte parti dell'Asia e dell'Affrica avea appreso da quelle Nazioni varie scienze; ma sopra tutto si diede alla medicina ed alla filosofia. Egli navigò in Babilonia ove apprese la grammatica, la dialettica, la geometria, l'aritmetica, la matematica, l'astronomia e la fisica de' Caldei, degli Arabi, de' Persi, de' Saraceni, degli Egizj e degl'Indi; e dopo aver nel corso di 39 anni quivi finiti questi studj, tornossene in Affrica. Ma gli Affricani che mal soffrivano d'esser da lui oscurati per l'eccesso di tanta dottrina, pensarono d'ammazzarlo. Il che avendo penetrato Costantino, imbarcatosi di notte tempo su d'una nave, in Salerno si portò: ove per qualche tempo in forma di mendico stette nascosto[424].
Era, come altre volte si è detto nel corso di quest'Istoria, la città di Salerno frequentata da' Popoli di queste Nazioni, onde non passò guari che vi capitasse il fratello del Re di Babilonia, tirato forse dalla curiosità di veder questa città, la quale da Roberto Guiscardo era stata innalzata a metropoli, ed ove avea trasferita la sua residenza, e la quale pel continuo traffico e commercio d'infinite Nazioni a quel Porto, erasi resa l'emporio d'Occidente. Da questo Principe fu Costantino scoverto, e celebrando al Duca Roberto le sue eccelse prerogative, fece sì che Guiscardo lo accogliesse con somma cortesia, e gli rendesse tutto quell'onore, che ad uomo di quella qualità si conveniva. Si trattenne perciò egli in Salerno, ove ebbe campo di maggiormente promovere gli studj di filosofia, e sopra tutto di medicina, nella quale sopra tutte le altre facoltà era eminente; dopo essersi per molti anni trattenuto in Salerno, ritirossi a Monte Cassino, ed ivi si fece Monaco; ed in tutto il tempo che dimorò in quel monastero, non attese ad altro, che a tradurre varj libri di diverse lingue, ed a comporre molti trattati di medicina, de' quali Pietro Diacono[425] tessè un lungo catalogo.
Crebbe perciò la fama della Scuola salernitana, la quale in gran parte la deve a' Monaci Cassinensi, i quali la promossero per gli studj assidui, che facevano sopra la medicina. Sin da' tempi di Papa Giovanni VIII questi Monaci eransi dati a tali studj; e Bassacio loro Abate, di medicina espertissimo, ne compose anche alcuni libri[426], dove dell'utilità ed uso di molti medicamenti trattava, non riputandosi a que' tempi, come si è detto, cosa disdicevole, che i Cherici ed i Monaci professassero medicina. Quindi presso di noi nella città di Salerno, ed altrove non si sdegnavano di professarla i più insigni e nobili personaggi. Alfano Arcivescovo di Salerno, narra Lione Ostiense[427], ch'era espertissimo in medicina, e che la sua maggior applicazione era di curare gl'infermi. Romualdo Guarna pur Arcivescovo di quella città, non isdegnava di professarla, siccome tutti i Nobili salernitani riputavano sommo lor pregio d'esserne instrutti, e di praticarla; e questo costume durò in Salerno per molti anni appresso: ond'è che alcuni non ben intesi di questa usanza, adattando i costumi presenti agli antichi, riputarono esser altri quel Giovanni di Procida, che fu celebre Medico, da quel famoso Giovanni Nobile salernitano autore della celebre congiura del vespro Siciliano, quasi che mal si convenisse ad un Nobile professar medicina.
Rilusse perciò la Scuola di Salerno assai più per tanti insigni personaggi che professavano quivi la medicina, e riputossi a questi tempi la più dotta e la più culta di quante mai ne fiorissero in Europa. Quindi avvenne, che da Salerno si chiamavano i Medici, e che i più grandi personaggi caduti in gravi infermità si portavano ivi per curarsi, siccome fece il celebre Abate Desiderio, il quale come narra Lione, per guarirsi d'una sua malattia, alla quale le molte vigilie ed astinenze l'avean condotto, portossi in Salerno. E ne' tempi che seguirono, pur si narra, che Guglielmo il Malo, ammalatosi in Palermo, e crescendo tuttavia il male, fece venire Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno assai dotto in Medicina per curarsi, il quale benchè gli ordinasse molti rimedi valevoli al suo male, egli nondimeno non poneva in opera, se non quelli che a lui parevano, per la qual cosa s'accelerò la morte[428]. Quindi ancora si legge, che i migliori farmaci erano in Salerno fabbricati; onde si narra, che Sigelgaita da Salerno facesse venire i veleni per attossicare il figliastro ed il suo marito Roberto.
Ma quello, che diede maggior nome a questa Scuola fu l'opera, che compilò _Giovanni di Milano_, famoso Medico in Salerno, la quale ebbe l'approvazione di tutta la Scuola salernitana, e che sotto il nome della medesima al Re d'Inghilterra fu dedicata. Ciò che intorno a questi medesimi tempi, ne' quali siamo, accadde per un'occasione, che bisogna rapportare, affinchè non paja strano come i Medici salernitani per un Re cotanto lontano, e col quale essi non aveano alcun attacco, avessero voluto pigliarsi tanta pena d'unire in quel libro, dettato in versi lionini, i precetti donde potesse conservarsi in salute, ed a lui dedicarlo.
Ma cesserà ogni maraviglia se si terrà conto di quanto nel precedente libro di quest'Istoria fu narrato intorno alla venuta de' Normanni, e de' figliuoli di Tancredi in queste nostre parti: rampolli tutti di Roberto Duca di Normannia; e se riguarderassi, che negl'istessi tempi, che i nostri Normanni conquistarono la Puglia e la Calabria, ed indi il Principato di Salerno, gli altri Normanni che rimasero nella Neustria, sotto Guglielmo Duca di Normannia invasero l'Inghilterra, e dopo innumerabili vittorie finalmente intorno l'anno 1070 ridussero quel Regno sotto la dominazione del famoso Guglielmo, che perciò fu soprannomato il _Conquistatore_. Così regnando in Salerno, ed in Inghilterra Principi d'un istesso sangue, e tutti della razza di Rollone primo Duca della Neustria, fu cosa molto connaturale, che fra di loro, e' loro sudditi vi fosse amicizia e buon'alleanza.
Ma a qual Re d'Inghilterra i Medici di Salerno dedicassero in questi tempi quel libro, e con qual occasione è bene che si narri. Guglielmo Duca di Normannia dopo aver conquistato il Regno d'Inghilterra, lasciò di se tre figliuoli, Guglielmo Ruffo, Roberto, ed Errico. A Guglielmo primogenito fu ceduto il Regno d'Inghilterra: ma questi morì senza figliuoli nell'istesso tempo, che Goffredo Buglione insieme con Roberto si trovava nell'espedizione di Gerusalemme. Avea Roberto, cui il padre avea costituito Duca di Normannia, dopo aver ceduto il Regno d'Inghilterra a Guglielmo Ruffo, voluto seguitar, ad esempio degli altri Principi, Goffredo in quella spedizione, e dovendo passare in Palestina venne in Puglia per imbarcarsi con tutti gli altri; ma essendo quivi giunto nel rigor dell'inverno, passò tutta l'invernata dell'anno 1096 presso i Principi normanni della Puglia e di Calabria suoi parenti, da' quali con tutti i segni d'affetto fu ricevuto e accarezzato. Soppraggiunta da poi la primavera tragittò il mare, ed in Palestina col famoso Goffredo all'impresa di Gerusalemme s'accinse. Fu quella finalmente presa, ma nell'istesso tempo fu amareggiata a Roberto tal vittoria per la funesta novella della morte di Guglielmo suo fratello senza figliuoli, al quale egli dovea succedere. Gli fu offerto il Regno di Gerusalemme, ma egli rifiutollo, dovendo ritornare in Inghilterra a prender possesso di quel Reame, di cui egli era più vicino erede. Nel ritorno ebbe a passar di nuovo per queste parti, onde in Salerno fu da quel Principe suo congiunto con ogni stima ed onore accolto. E poichè nell'assedio di Gerusalemme avea ricevuta una ferita nel braccio destro, la quale essendosi mal curata era degenerata in fistola, consultò quivi i Medici di Salerno che dovesse fare per guarirsela. Que' Medici osservando, che quella ferita era proceduta da una freccia avvelenata, gli dissero che non vi era altro modo per guarirsene, se non si facesse succhiare da quella il veleno, che v'era. Non volle a ciò consentire il pietoso Principe per non porre in rischio colui che dovea succhiarla; ma la Principessa sua moglie con raro esempio d'amore, non curò ella esporsi al periglio, e mentre Roberto dormiva, senza che potesse accorgersene fece tanto, e sì spesse volte replicò il succhiare, che tutto trasse il veleno della ferita, e reselo sano.
(Alcuni stimano favoloso questo racconto del succhiamento del veleno. Ed intorno alla successione dei figliuoli di Guglielmo conquistatore del Regno d'Inghilterra, devono vedersi gli accurati Storici inglesi, a' quali dee in ciò prestarsi più fede, che a qualunque altro Scrittore straniere).
Volle da poi Roberto, che que' Medici gli prescrivessero una norma e ragion di vitto, perchè potesse conservarsi in quella salute, nella quale l'aveano restituito. Fu per ciò con tal occasione composto il libro, il quale se bene fosse stato composto da uno di que' Medici, porta però in fronte il nome di tutta la Scuola, non altrimente di ciò, che veggiamo essersi fatto dalla Scuola conimbricense in quella sua opera filosofica. Fu dedicato a Roberto, chiamandolo _Re d'Inghilterra_: non perchè questo Principe fosse stato da poi in realtà Re di quel Regno, ma perchè tornando dalla Palestina per prenderne il possesso, come a lui dovuto, non potevano aver difficoltà di chiamarlo Re di quel Regno a lui appartenente. Ma il suo fratello Errico, trovandosi egli in Inghilterra quando accadde la morte di Guglielmo Ruffo, valendosi dell'occasione per l'assenza di Roberto, invase il Regno, e per se occupollo, e se ben Roberto fosse giunto ivi con numeroso esercito per ricuperarlo, fu però da Errico disfatto e superato, onde restò escluso di quel Reame. Perchè fosse a quel Principe l'opera più gradita, e potesser meglio que' precetti ridursi a memoria, la composero in versi leonini, nella cui composizione in questa età consisteva tutto il pregio ed eccellenza de' Poeti; e perchè la dedicarono ad un Principe normanno, presso i quali questo genere di versi era il più giocondo e gradito; nè appresso di essi si faceva cosa memorabile, che non fosse dettata in questo metro. Tutti gli elogi, i marmi, e gli epitafi de' loro Principi, si componevano in questi versi; così fu dettato l'epitafio del loro primo Duca Rollone; e così ancora tutti gli altri de' nostri Principi normanni. Fu pubblicata quest'insigne opera nell'anno 1100 la quale divulgata per tutta Europa, è incredibile quanta gloria e fama apportasse a' Medici salernitani. Ebbe molti Chiosatori, e il più antico fu _Arnoldo di Villanova_ famoso Medico di Carlo II d'Angiò. I due Giacomi _Curio_, e _Crellio_ v'impiegarono pure le loro fatiche, ed ultimamente _Renato Moreau_, e _Zaccaria Silvio_ la illustrarono colle loro osservazioni. Quindi per molti secoli avvenne, che la Scuola di Salerno per l'eccellenza della medicina fu sopra tutte l'altre chiara e luminosa nell'Occidente.
Così la prima Scuola, che dopo la decadenza dell'Imperio romano, e lo scadimento dell'Accademia di Roma, fosse stata istituita in queste nostre province fu quella di Salerno: ma con tal differenza, che siccome in quella della medicina non si tenne molto conto, così in questa, trascurate l'altre professioni per l'ignoranza del secolo, la medicina che non potè andar disgiunta dalla filosofia fu il principal scopo e soggetto; poichè coloro che ve l'introdussero non d'altre scienze erano vaghi, nè altre professavano con maggior studio e fervore, che la medicina e la filosofia. E perchè dagli Arabi l'appresero, presso i quali solo i libri di Ippocrate, d'Aristotele e di Galeno erano tenuti in sommo pregio, quindi avvenne, che nelle scuole per la medicina Galeno, sopra tutti gli altri, era preposto per maestro, e per la filosofia Aristotele, il quale con fortunati successi ebbe fra noi per molti secoli il pregio d'essere riputato il principe di tutti gli altri Filosofi.
Ma in questi tempi non era questo studio, che semplice scuola, poichè non fu fondato da' Principi, nè per molto tempo ricevè leggi, o regolamenti da' medesimi, perchè potesse dirsi Collegio ed Accademia, ovvero Università. Da poi che l'ebbe, prese anche questi nomi, ed il primo fu Roggiero I Re di Sicilia, il quale essendo stato anche il primo tra' Normanni a darci molte leggi, infra l'altre che promulgò, fu quella[429], per la quale proibì che niuno potesse esercitar medicina, se prima da' Magistrati e da Giudici non sarà stato esaminato ed approvato. Ma più favore ricevè questa Scuola da Federico II, il quale ordinò che niun s'arrogasse titolo di Medico, o ardisse di professar medicina, se non fosse stato prima approvato da' Medici di Salerno o di Napoli, e non avesse da questi ottenuta la licenza di medicare. E ne' tempi meno a noi lontani, avendo gli altri nostri Re successori di Federico, e particolarmente il Re Roberto, la Regina Giovanna I, il Re Ladislao, Giovanna II ed il Re Ferdinando I conceduto a questa Scuola altri onori e privilegi, fu finalmente eretta in Accademia, ed innalzata a dar gradi di Dottore particolarmente per lo studio della medicina, nel quale fioriva, ancorchè si fosse poi in quella introdotto d'insegnarsi altre facoltà.
CAPITOLO XII.
_Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto l'undecimo secolo, insino a RUGGIERO I Re di Sicilia._
I Pontefici romani si videro in questo secolo in un maggior splendore, e la loro potenza grandemente cresciuta, così sopra il temporale, come sopra lo spirituale delle nostre Chiese; e si renderono molto più a' Popoli tremendi, ed a' Principi sospetti. La deposizione d'Errico Imperadore, le scomuniche che senza riguardo, anche sopra Principi coronati, erano frequentemente fulminate, le spedizioni per Terra Santa, l'introduzione delle Crociate, e 'l contrastare l'investiture a' Principi secolari, fece loro acquistare non minor ricchezza, che potenza sopra i maggiori Re della terra. Ed intorno a distendere la loro autorità spirituale sopra tutte le Chiese d'Occidente, non fu veduta la loro potenza più assoluta e maggiore che in questi tempi, particolarmente sotto il Ponteficato di Gregorio VII. Si mandavano Legati a _latere_ in tutte le province di Europa: si mandavano da Roma i Vicarj: si chiamavano i Vescovi a Roma per render conto di lor condotta: si confermavano, o riprovavano le loro elezioni: si ricevevano le appellazioni delle loro sentenze, ammettevano le querele de' loro diocesani, o decidendole in Roma, ovvero assegnando Giudici a tutti i luoghi. In breve entravano a conoscere nelle particolarità di quanto succedeva nelle loro diocesi. Trassero perciò una infinità di cause in Roma, ovvero destinando Commessarj ne' luoghi da essi nominati, gli facevan operare colla loro autorità.
Si proccurarono introdurre nuove massime ed idee del Ponteficato romano, e stabilire quasi per articolo di fede, che il romano Pontefice abbia autorità di deporre i Re ed i Principi de' loro Regni e Dominj, se non ubbidivano a' suoi comandamenti, e sciorre i loro vassalli dall'ubbidienza: che il Papa non meno dello spirituale, che del temporale fosse Principe e Monarca; e che tutto l'Ordine ecclesiastico sia affatto libero ed immune da ogni potestà e giurisdizione di Principi secolari, anche nelle cose civili e temporali, e ciò per diritto non umano, ma divino. E poichè a questi tempi i soli Ecclesiastici e' Monaci, ma sopra gli altri quelli della Regola di S. Benedetto, possedevano lettere, ed il Popolo era in una profonda ignoranza, perciò tutto quello, che lor veniva da' Monaci e Preti dato ad intendere, come oracolo era ricevuto; quindi come narra Giovan _Gersone_, riputavasi il Papa esser un Dio, e che teneva ogni potestà sopra il Cielo, e sopra la terra.
La Chiesa greca, che in ciò non conveniva colla latina, e che perciò riputava il Pontefice romano, non Vescovo, ma Imperadore, venne in una più aperta divisione, separandosi affatto dalla latina, e perchè l'erano state tolte da' Normanni tutte le Chiese, che prima erano sottoposte al Trono costantinopolitano, e restituite al romano, non ebbe più che impacciarsi colle nostre Chiese. Quindi non ci sarà data da qui innanzi occasione di favellare più del Patriarca di Costantinopoli, la cui autorità, non meno che il greco Imperio, andava alla giornata scadendo. I nostri valorosi Normanni avendo discacciati affatto dalla Sicilia, e da queste nostre province i Greci, restituirono al Pontefice romano tutte le nostre Chiese; e perchè maggiormente si manifestasse quanto fosse grande il beneficio, che i nostri Principi aveano perciò reso alla Chiesa romana, Nilo Doxopatrio, che si trovava allora Archimandrita in Sicilia, scrisse un trattato delle cinque Sedi patriarcali, che a questo fino dedicò a Ruggiero I Re di Sicilia, nel quale, come fu narrato nel sesto libro di quest'Istoria, noverò le Chiese che erano state restituite al Trono romano da' Normanni, e tolte al costantinopolitano.
Per queste cagioni, e per altri segnalati servigi prestati da' Normanni alla Chiesa romana, oltre alla Monarchia fondata in Sicilia, a' nostri Principi, nel Regno di Puglia, furono serbate intatte le ragioni delle investiture, e che nell'elezione de' Prelati, senza la lor permissione ed assenso, da poichè erano stati dal Clero e dal Popolo eletti, non potesse alcuno ordinarsi. Onde la Glosa Canonica[430] disse, che nel Regno di Puglia ciò costumavasi per facoltà, che n'aveano i Re dalla Sede Appostolica. Sia per questa ragione, sia per le molte altre rapportate da noi altrove ad altro proposito, egli è evidente, che nel Regno de' Normanni, nell'ordinazione di tutti i Vescovi e Prelati di queste nostre province, era riputato necessario l'assenso del Re, senza il quale era inutile ogni elezione. Così abbiam veduto, che il Duca Ruggiero, restituita la Chiesa di Rossano al Trono romano, e tolta al greco, nominò egli il Vescovo in luogo dell'ultimo, ch'era allora morto; ma perchè quegli era del rito latino, i Rossanesi, che erano assuefatti al rito greco, ripugnarono di rendersi al Duca, se prima non concedesse loro un Vescovo del rito greco, siccome gli compiacque. E nell'elezione d'Elia Arcivescovo di Bari seguita nell'anno 1089 questo medesimo Principe vi diede il suo assenso, dopo il quale fu consecrato in Bari da Papa Urbano II[431], siccome ancor fu praticato nell'elezione del Vescovo d'Avellino a tempo del Re Ruggiero, dandovi il suo assenso Roberto Gran Cancelliero di Sicilia in nome del Re[432]. E vi è chi scrisse[433], che il Re Ruggiero fra l'altre cagioni, onde si disgustò con Papa Innocenzio II, ed aderì ad Anacleto, una si fu, che Innocenzio s'era offeso di lui, perchè s'abusasse troppo, ed audacemente di questa parte, che avea nell'elezioni de' Vescovi ed Abati, impedendo la libertà di quelle; ed il Cardinal Baronio[434] rapporta ancora il mal uso, che faceva Ruggiero di questa potestà; e che una fiata a tre persone diverse avea per prezzo, secondo che gli veniva offerto, conceduta la Chiesa d'Avellino, e poi la diede al quarto, che non la pretendeva; ma il Baronio mal fu inteso di questo fatto, perchè non il Re, ma Roberto suo Gran Cancelliero fece escludere i tre come simoniaci, e volendo schernire la loro malvagità, pattuì con tutti e tre separatamente, e poi riscosso il denaro, gli deluse, e fece eleggere per Vescovo un povero Frate di buona e santa vita, e che punto a ciò non badava; come narra Giovanni di Salisburì Vescovo di Sciartres[435]. Non meno i nostri Re normanni, che i Svevi ritennero questa prerogativa; onde avvenne, che stando Federico II sotto il Baliato d'Innocenzio III in tutte l'elezioni, il Papa stesso dava l'assenso, ma vice _Regia_, come Balio ch'egli era del giovanetto Principe; come diremo ne' seguenti libri.
Ritennero ancora i nostri Principi normanni la _Regalia_ nelle nostre Chiese, non altramente che rimase in Francia; poichè dopo la morte de' Vescovi, fino che fosse creato il successore, essendo tutte le Chiese del Regno, e particolarmente quelle, che sono prive di Pastore, sotto la potestà regia, essi disponevano dell'entrate delle medesime, e perciò erasi introdotto costume che morto il Prelato, i Baglivi del Principe prendevano la cura e l'amministrazione dell'entrate delle medesime, insino che le Chiese fossero previste; siccome lo testifica l'istesso Re Ruggiero I in una sua Costituzione[436].
§. I. _Monaci, e beni temporali._
Non meno delle Chiese, che sopra i monasteri, che tuttavia andavansi di nuovo ergendo sotto altre Regole e nuove riforme, stendevano i nostri Principi normanni la loro potestà e protezione. La loro pietà e religione, siccome fu cagione che lo Stato monastico in questo secolo ricevesse grandi accrescimenti e ricchezze, così meritava, che avendone essi molti arricchiti, ed altri da' fondamenti eretti, che si conservassero sotto la loro cura e protezione. Le cotante ricchezze, ed il gran numero de' monasterj dell'Ordine di S. Benedetto, e le grandi facoltà, che furon a quelli date, introdussero nell'Ordine monastico un gran rilasciamento. I Monaci perderono assai della riputazione di santità, e si perdette affatto la disciplina ed osservanza regolare nei monasterj; poichè s'intromisero ne' negozi di Stato e di guerra, frequentavano le Corti, e s'intricavano grandemente nell'imprese de' Pontefici contro i Principi. Tanto rilasciamento spinse molti ad abbracciare una vita più austera, onde si diede principio allo stabilimento di nuovi Ordini, i quali tutti facevano professione di seguire la Regola di S. Benedetto, benchè avessero qualche usanza ed instituto particolare.
In Italia, nel principio di questo secolo, _Romualdo_ ritiratosi nelle solitudini si fermò, menando vita eremitica, nella campagna d'Arezzo, ove abitando in una casa d'un certo uomo chiamato _Maldo_, istituì una Congregazione di Monaci, che dal luogo ove prima abitarono, furono chiamati _Camaldolesi_[437]. Si multiplicarono da poi in gran numero i monasteri di questo Ordine in tutta Italia, e penetrarono ancora in queste nostre province. Pier Damiano istituì parimente una Congregazione di Romiti del medesimo genere; e Giovanni Gualberto di Firenze avendo lasciato il suo monastero per abbracciare una vita più austera e regolare, si ritirò in Vallombrosa, e vi gittò i fondamenti di una nuova Congregazione.
Ma furono maggiori i progressi appresso noi dell'Ordine de' _Certosini_ istituito da _S. Brunone_ nell'anno 1086. Brunone fu nativo di Colonia, e mentr'era Canonico di Rems, volle ritirarsi insieme con sei dei suoi compagni nella solitudine della _Certosa_, che lor fu assegnata da Ugone Vescovo di Grenoble. Nell'anno 1090 Urbano II lo chiamò in Italia, dove si ritirò in una solitudine della Calabria nominata la Torre. La fama della sua santità invogliò Ruggiero Gran Conte di Sicilia ad aver con lui stretta amicizia; ed essendosi sgravata la Contessa Adelaide sua moglie in Melito, e dato alla luce un figliuolo, lo fece battezzare per mano di Brunone: a sua intercessione ricevette dal Cielo Ruggiero maggiori favori, e segnalatissimo fu quello d'essere stato liberato da un tradimento, che il greco Sergio aveagli macchinato, perciò in Calabria si vide quest'Ordine essere stato presso noi prima stabilito, a cui i nostri Principi normanni concederono di grandi prerogative e ricchezze. I Re Angioini poi in Napoli arricchirono assai più un loro monastero fondato nel monte di S. Eramo sotto il nome di S. Martino, per una chiesetta, che eravi prima dedicata a questo Santo; ed in progresso di tempo crebbero le loro ricchezze in tanto eccesso, quanto ora si vede.