Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Part 22

Chapter 223,731 wordsPublic domain

Che che ne sia, egli è certo che questa seconda Raccolta divisa in tre libri, ancorchè mal fatta, senza ordine di tempo, e con grande confusione, ebbe miglior fortuna, che la prima più metodica, e dove secondo l'ordine de' tempi furono raccolti tutti gli editti de' Re longobardi, ed i capitolari degli altri Imperadori Re d'Italia. Questa non mai impressa giace ancor sepolta nell'Archivio della Cava; all'incontro quella, di cui fassene Autore Pietro Diacono, ebbe molte edizioni, alcune separate, altre unite al volume dell'Autentico; e Basilio Giovanni Eriold colle leggi Saliche, Alemanne, Sassone, Brittanne, e d'altre Nazioni, fecela ristampare in Basilea nell'anno 1557. Melchior Goldasto ne fece fare un'altra edizione, e Federico Lindenbrogio la fece di nuovo ristampare, e l'unì al Codice delle leggi antiche.

L'uso ed autorità, che diedero i nostri maggiori a questi libri fu tale, che secondo quelli eran decise le liti ne' Tribunali; perciò i più antichi nostri Professori v'impiegarono le loro fatiche in commentarli, e farvi delle note. Il primo che impiegasse i suoi talenti sopra questi libri, e che con ben lunghe chiose gl'illustrasse fu _Carlo di Tocco_. Questi nacque nella Terra di Tocco posta su'l Beneventano, donde, come era l'uso di que' tempi, prese il cognome; e seguendo l'esempio de' suoi maggiori, per esser nato, com'egli dice, di padre similmente Dottor di leggi, si portò giovanetto in Bologna per apprendervi ragion civile; ed ebbe la sorte d'avere per maestri Placentino[407], Giovanni[408], Ottone Papiense[409], e Bagarotto[410], discepoli che furono del famoso Irnerio. Ritornato poi nel Regno fu fatto Giudice in Salerno[411]; ed essendo ancor giovane, fu sotto il Re Guglielmo I, nell'anno 1162, creato Giudice della Gran Corte[412]. Fu riputato uno de' più insigni Giureconsulti de' suoi tempi, e fra noi estese la sua fama anche presso coloro, che gli successero.

L'occasione che fu data a questo Giureconsulto di impiegare i suoi talenti sopra le leggi longobarde, non fu altra se non quella, ch'ebbero Ermogeniano e Gregorio a compilare i loro Codici. Questi due Giureconsulti, vedendo che per le nuove leggi de' Principi cristiani, l'antica giurisprudenza de' Gentili romani ruinava, vollero per mezzo de' loro Codici, quanto più fosse possibile ripararla, perchè almeno si conservasse in quelli. Così ne' tempi di Guglielmo, essendosi già ritrovate le Pandette in Amalfi, ed essendosi cominciate ad insegnare nell'Accademie d'Italia, i Giureconsulti di que' tempi eran tratti dalla loro eleganza e gravità ad apprenderle, e con ciò cominciando a riputar barbare ed incolte quelle de' Longobardi, lo studio delle medesime era tralasciato. Era stato a suoi dì da Irnerio, Bulgaro, Martino, Giacomo, Ugone, Pileo, Ruggieri, e da altri chiosato tutto il corpo della ragion civile; ed al costoro esempio tutti gli altri abbandonavano lo studio delle longobarde, donde potea ricavarsi maggior utile nel Foro. A questo fine Carlo di Tocco per finire di toglierne il disprezzo, come già erasi cominciato, e per invogliarli ad apprenderle, avendo fatto sommo studio sulle Pandette, proccurò illustrar le longobarde, confermando, o illustrando ciò che disponevano colle leggi romane, come fece per mezzo delle sue Chiose, le quali per la maggior parte non contengono altro, che spesse citazioni delle leggi romane, acciò che per questo mezzo s'invogliassero i Professori a studiarle, perchè con più utilità potessero servirsene per uso del Foro, appo a quale le Pandette non facevano ne' suoi tempi alcuna autorità, come diremo a più opportuno luogo. Fu questa sua fatica cotanto utile e commendata dai posteri, che acquistò forza e vigore poco meno delle leggi stesse; ed Andrea d'Isernia parlando di questa Chiosa del Tocco fatta alle longobarde, dice che _plurimum in Regno approbatur_[413]. Colla medesima lode ne parlano Luca di Penna, Matteo d'Afflitto, ed altri nostri antichi Autori.

Per quest'istessa cagione ne' tempi dell'Imperador Federico II innalzandosi assai più lo studio delle leggi romane, che traeva a se tutti i Professori, i quali scordatisi con poca loro utilità delle leggi longobarde, ch'erano quelle, per le quali potevano vincer le cause ne' Tribunali, erano tutti intesi alle romane, fu data occasione ad _Andrea Bonello da Barletta_ di far alcuni Commentarj sopra le longobarde, per li quali notò tutte le differenze, che v'erano tra l'une e l'altre leggi, affinchè nell'avvenire, com'egli dice, non si dasse occasione d'errare agli Avvocati, i quali mentre erano tutti intesi ad apparare le leggi romane, trascuravano le longobarde; onde sovente nelle cause era forza di soggiacere, e d'esser vinti da' Professori d'inferior grado e dottrina. Così egli narra esser accaduto una volta ad un grande Avvocato, il quale con ben grandi apparati difendendo una causa, avendo allegate a pro del suo Clientolo molte leggi romane: surse all'incontro certo Avvocatello suo oppositore, il quale portando nascosto sotto il mantello il libro delle leggi longobarde, dopo averlo fatto arringare a sua posta, cacciò fuori il libro, dal quale recitate alcune leggi, che decidevano a suo favore il caso, riportò la vittoria con grande scorno del suo Avversario, il quale pien di rossore vinto andò via.

Fu Andrea Avvocato fiscale sotto l'Imperador Federico II, ed avuto in molta stima da questo Principe, il quale per suo consiglio istituì la Curia Capuana. Fu un Giureconsulto molto rinomato nella sua età, e presso i suoi successori avuto in molta riputazione. Andrea d'Isernia[414] lo chiama _valente Dottore_, Matteo d'Afflitto[415] _gran Giurista_; ed altri non lo nominano, se non con grandi elogi. Compose, oltre a quest'opera utilissima, e necessaria per sapersi le differenze dell'une e dell'altre leggi, altri Commentarj sopra le leggi romane, sovente allegati da Napodano e da Afflitto; e poichè, oltre di questi Autori, non si ha riscontro che fossero allegati da altri, si crede che fossero da poi dispersi; siccome le sue Chiose sopra le nostre Costituzioni, furono per poca diligenza de' Copisti confuse con quelle di Marino di Caramanico, tal che ora mal si possono discernere.

_Biase da Marcone_, che visse a' tempi del Re Roberto, e fu suo Consigliere e familiare, pure sopra le leggi longobarde impiegò i suoi talenti, commentandole[416]. Ne compilò un grosso volume, che manuscritto si conservava appresso Marino Freccia, come egli dice nel libro de' Suffeudi. Francesco Vivio[417] lo chiama uomo di grand'autorità nel Regno, e specialmente pel suo trattato delle differenze del diritto dei Romani, e quello de' Longobardi: fu egli coetaneo ed amico di Luca di Penna, e discepolo di Benvenuto di Milo Vescovo di Caserta, cui professava grandi obblighi per averlo da niente ridotto a quello stato. _Niccolò Boerio_ pure impiegò le sue fatiche sopra queste leggi. E negli ultimi tempi sotto l'Imperador Carlo V, _Giambattista Nenna di Bari_ famoso Giureconsulto della sua età, compose un libro sopra queste leggi, con una spiega per alfabeto delle parole astruse de' Longobardi, che fece stampare in Venezia nell'anno 1537[418]. Ma in decorso di tempo scemandosi sempre più la forza e l'autorità presso noi di queste leggi, ed andate finalmente in disuso, finirono i nostri Professori d'impiegarvi più i loro studj, e rimangono ora affatto oscure ed abbandonate.

§. II. _Le discipline risorgono fra noi per opera de' Monaci Cassinensi._

Nel principio di questo secolo risvegliati gl'ingegni dal sonno, in cui erano stati nel precedente, si applicarono alle discipline; ed i contrasti che vi furono non meno fra gl'Imperadori d'Occidente ed i romani Pontefici, che fra i Greci ed i Latini, eccitarono gli animi a' studj, e diedero occasione a coloro, che si erano attaccati ad un de' partiti, che aveano qualche capacità, d'esercitare le penne, e di far comparire il lor sapere. Lo scisma, che in questi tempi teneva divisa la Chiesa greca dalla latina, e particolarmente la contenzione sopra il dogma della processione dello Spirito Santo, teneva ancora esercitati gl'ingegni, perchè più del solito s'applicassero a studj sacri e della teologia. Alcuni imitarono assai bene gli antichi, o nello stile, o nella maniera di scrivere, ma per la maggior parte essendo senza cognizione di lingue e d'istoria, sentirono della barbarie e della rozzezza del secolo precedente; ed alcuni cadettero nella maniera di scrivere secca e sterile de' Dialettici. Lo studio della teologia e delle altre scienze, che nel secolo precedente era stato posto in dimenticanza, fu tra di noi rinovato per opera de' Monaci, ma sopra ogni altro per quelli di Monte Cassino. Nel principio ognuno contentavasi di seguire l'antico metodo, e di riferire l'esplicazione de' Padri sopra la Scrittura Sacra; nè trattavano de' dogmi che di passaggio e per accidente. Ma sul fine di questo secolo si cominciarono a fare delle lezioni di teologia sopra i dogmi della religione, a proponere varie questioni sopra i nostri misterj, e a risolverle per via di ragionamenti, e secondo il metodo della dialettica. I libri d'Aristotele cominciavano a farsi sentire per gli Arabi che a noi li portarono; e credettero i nostri Teologi averne bisogno per le dispute contro gli Arabi stessi, onde l'accomodarono alla nostra religione, i cui dogmi e morale spiegarono secondo i principj di questo Filosofo, e trattarono la dottrina della Scrittura e de' Padri coll'ordine e con gli organi della dialettica, e della metafisica tratta da' suoi scritti. Questa fu l'origine della teologia _Scolastica_, che divenne poco da poi la principale, e quasi l'unica applicazione de' nostri Monaci e delle nostre Scuole.

I Monaci Cassinensi si distinsero fra noi in questo secolo sopra tutti gli altri: essi s'applicarono a questi studj; e mantennero presso di noi le Scuole sacre con molta cura, e dove il Catechismo era con molta diligenza spiegato da valenti Teologi, de' quali era in questi tempi il numero grande. Oltre il celebre Abate Desiderio cotanto noto nell'istoria, fuvvi _Alfano_, che da Monaco Cassinense passò poi alla Cattedra di Salerno, e compose molte opere delle quali Pietro Diacono e Giovanni Battista Maro tesserono lunghi Cataloghi[419]. Fuvvi _Albarico di Settefrati_ Terra posta nel Ducato d'Alvito, Monaco Cassinense, che parimente si segnalò e per la sua pietà, e per le molte opere, che scrisse[420]. _Oderisio_ de' Conti de Marsi, di cui Pietro Diacono e Maro rapportano le opere che compose. _Pandulfo Capuano_, che fiorì in Cassino sotto l'Abate Desiderio nell'anno 1060, e che si distinse sopra gli altri per la letteratura non meno sacra che profana, come si vede dal Catalogo delle sue opere, che ci lasciò Pietro Diacono[421]. Il Monaco _Amato, Giovanni Abate di Capua_, di cui il Diacono e 'l Marco lungamente ragionano. L'istesso _Pietro Diacono_, e tanti altri, che ci lasciarono per le loro opere, di loro non oscura memoria.

Ma non pure in questi studj, che per altro dovean essere loro proprj, i Monaci Cassinensi si segnalarono, ma si distinsero ancora per le buone lettere e varia erudizione; e quel poco che si sapeva presso di noi a questi tempi, in loro era ristretto, e qualche cognizione, che se n'avea, ad essi la doveano le nostre province. Così osserviamo nella Cronaca[422] di quel monastero, che Alberico compilò un libro _de Musica_, ed un altro _de Dialectica_. Pandulfo Capuano scrisse _de Calculatione_, e _de Luna_; altri sopra consimili soggetti, come può vedersi presso Pietro Diacono[423], dai Cataloghi delle loro opere, che tessè; ed altri impiegarono la loro industria a ricercar libri di varie erudizioni e scienze, e farli trascrivere, come fece Desiderio, che oltre i libri appartenenti alle cose sacre ed ecclesiastiche, fece trascrivere l'Istoria di Giornande de' Romani e de' Goti: l'Istoria de' Longobardi, Goti e Vandali: l'Istoria di Gregorio Turonense: quella di Giuseppe Ebreo _de Bello Judaico_: l'altra di Cornelio Tacito con Omero: l'Istoria d'Erchemperto: Cresconio _de Bellis Libicis_: Cicerone _de Natura Deorum_: Terenzio ed Orazio: i Fasti d'Ovidio: Seneca: Virgilio con l'Egloghe di Teocrito: Donato ed altri Autori. Nè minore poco da poi fu la cura e la diligenza di Pietro Diacono, il quale oltre alle sue opera raccolse l'astronomia da più antichi libri. Ci diede Vitruvio abbreviato _de Architectura_: un libro _de Generibus lapidum pretiosorum_, ed altri moltissimi, dei quali egli ne tessè un lungo catalogo.

§. III. _Della Scuola di Salerno famosa a questi tempi per lo studio della filosofia e della medicina introdotte quivi dagli Arabi._

Gli Arabi, non già perch'eran Maomettani, è da dire, che abbiano fatta sempre professione d'ignoranza, come comunemente si crede: fuvvi tra loro un gran numero d'uomini insigni pel loro sapere, gli scritti de' quali riempirebbero grandissime librerie. Prima di questo undecimo secolo, erano più di trecento anni, che studiavano con applicazione; ed i loro studj non furono mai tanto forti, quanto allora, che presso di noi furono più deboli, cioè nel nono e decimo secolo. In qualunque paese dove per tante conquiste si stabilivano, essi coltivavano due sorte di studio: l'una lor propria riguardante la lor religione, ch'è quanto dire l'Alcoirano, e le tradizioni che attribuivano a Maometto, ed a' primi suoi discepoli ed espositori, onde ne uscirono le quattro Sette da noi nel libro sesto rammentate; l'altra riguardava gli studj, ch'essi avean presi dai Greci, e questi eran più nuovi, rispetto a quelli dei Musulmani, i quali erano tanto antichi, quanto era la lor religione.

Questi Popoli, come altrove fu narrato, avendo soggiogate molte regioni del romano Imperio, e depredate molte province dell'Asia, infra le prede ed i bottini fatti in Grecia, avendovi per avventura trovati alcuni libri, si diedero con fervore non ordinario agli studj delle lettere; e se ne invogliarono in guisa, che verso l'anno 820 fecero da Califo Almanon dimandare all'Imperadore di Costantinopoli i migliori libri greci, ed avuti, gli fecero tradurre tutti in Arabico. Ma di questi libri, di quelli della poesia non facevano alcun uso, perchè oltre d'essere dettati in una lingua straniera, e d'un gusto tutto differente dal loro, vi era ancora il rispetto della propria religione, la qual facevagli abborrire l'Idolatria, onde giudicavano non esser loro permesso di leggerli, e contaminarsi per tanti nomi di falsi Dei, e per tante favole, onde erano ripieni. La medesima superstizione gli fece ancora abborrire i libri dell'Istorie, sprezzandosi da loro ciò ch'era più antico del loro Profeta Maometto. Dei libri politici non potevan certamente averne uso, perchè la forma del loro governo era tutta altra delle Repubbliche più libere: essi viveano sotto un Imperio assolutamente dispotico, ove non bisognava aprir bocca se non per adulare il lor Principe; e di non ricercare altri mezzi, che d'ubbidire al volere del lor Sovrano.

Non trovarono adunque altri libri accomodati al loro uso, che quelli de' Matematici e de' Medici e de' Filosofi. Ma come non cercavano nè politica, nè eloquenza: così la lezione di Platone non era lor convenevole; tanto più, che per bene intenderlo era necessaria la cognizione de' Poeti, che trattano la religione e l'Istoria de' Greci. Abbattutisi perciò nell'opere di Aristotele, d'Ippocrate e di Galeno, si diedero con fervore a studiarle. Piacque lor molto più Aristotele colla sua dialettica e colla metafisica, studiandolo con tutto il fervore, e con incredibile assiduità. Si applicarono anche alla sua fisica, principalmente agli otto libri, che non contengono quella se non in generale; imperciocchè la fisica particolare, che ha bisogno d'esperienze e di osservazioni, non la riputavano tanto necessaria.

La medicina fu sopra ogni altro da essi tenuta in pregio, e la studiavano sopra i libri d'Ippocrate e di Galeno; ma la fondavano principalmente sopra generali discorsi delle quattro qualità del temperamento de' quattro umori, e sopra le tradizioni de' rimedi, senza farne alcun esame, ma mischiandoli con infinite superstizioni; e perciò non coltivavano l'anotomia ricevuta da' Greci molto imperfetta. Ma non così fecero della chimica, la quale se non è stata da essi inventata, ricevette al certo da essi molto ingrandimento; ma vi frammischiarono anche tanti vizj che sino ad oggi è sommamente difficile di separarli: tante vanità di promesse, tanta stranezza di discorsi, tanta superstizione di operazioni, e tutto ciò che poscia generò i ciarlatani e gl'impostori. Passavano quindi agevolmente dagli studj della chimica a quelli della magia, e di ogni sorta di divinazione, alli quali gli uomini naturalmente s'arrendono, quando non sanno la fisica, la storia e la religione. Ciò che lor diede molto aiuto in queste illusioni, fu l'astrologia, ch'era il fine principale de' loro studj di matematica. Infatti coltivarono questa pretesa scienza sotto l'Imperio de' Musulmani con tanto fervore, ch'ella era ormai divenuta la delizia de' Principi, regolando su tal fondamento le imprese loro più grandi. Lo stesso Califo Almanon prese a calcolare le tavole astronomiche, che furono tanto celebri; e bisogna confessare, che hanno molto servito per le sue osservazioni, e per le altre utili parti della matematica, come per la geometria e l'aritmetica. Lor deesi l'algebra e lo zero per moltiplicare per dieci; il che poi rendette le operazioni degli Aritmetici tanto facili. Quanto all'astronomia aveano il vantaggio medesimo, che avea stimolato gli antichi Egizj e Caldei a bene applicarvisi, perchè abitavano i medesimi paesi, ed avevano di più tutte le osservazioni degli antichi, e tutte quelle aggiunte da' Greci.

Questi Popoli adunque inondando le province di Europa ne' tempi più barbari ed incolti, e nel colmo dell'ignoranza e stupidezza: ne' paesi ove arrivavano si conciliavano, o col nome de' loro famosi Maestri, sotto i quali aveano studiato, o per li gran viaggi da essi fatti, o per la singolarità delle loro opinioni una stima ed un credito grande. Si sforzavano di rendersi distinti con qualche nuova sottigliezza di logica o di metafisica, e non s'applicavano, che al più maraviglioso, al più raro, al più malagevole a spese del gradimento, del comodo e dell'utile ancora. Furono perciò in Europa ammirati, ed i loro savi tenuti in gran pregio. I libri di Mesue, d'Avicenna, d'Averroe (che il Commento fece, del famoso Rasi) e di tanti altri, furono avuti appo noi in somma stima e riputazione. E Carlo M. fece i loro libri Arabici tradurre in latino insieme con alcuni Autori greci, ch'erano stati da essi in Arabico tradotti, affinchè la loro dottrina si diffondesse per tutte le province del suo Imperio. Quindi avvenne, che i Francesi e gli altri Cristiani latini appresero degli Arabi quello, che gli Arabi stessi aveano appreso da' Greci, cioè la filosofia d'Aristotile, la medicina, e le matematiche, sprezzando la lor lingua, la loro istoria e poesia, siccome gli Arabi sprezzate aveano quelle de' Greci. E siccome gli Arabi aveano contaminate quelle discipline, così da noi furon ricevute tutte imbrattate: la filosofia tutta vana ed inutile, perchè lontana dalla fisica particolare che avea bisogno di sperienze e di osservazioni; l'astrologia piena d'illusioni e di vane divinazioni; ma sopra tutto la medicina piena di spropositi e di superstizioni.

I primi libri adunque, che sopra queste facoltà si cominciarono a studiare, furono quelli degli Arabi, e per la medicina fra gli altri quelli di Mesue, e di Avicenna; ed i primi che gli studiassero furono i Chierici ed i Monaci, perchè la letteratura fra questi era ristretta; perciò a questi tempi essi soli erano i Filosofi, essi soli i Medici. Quindi leggiamo, che in Francia Fulberto Vescovo di Chartres, ed il Maestro delle sentenze, erano Medici: Obize Religioso di San Vittore era Medico di Luigi il Grosso: Riccardo Monaco di S. Dionigi, che scrisse la vita di Filippo Augusto, lo era parimente. Ed in queste nostre Province i migliori Medici erano i maggiori Prelati, ed i più celebri Monaci Cassinensi, come vedremo; ed erasi nell'Ordine ecclesiastico cotanto radicata questa professione, che un Concilio di Laterano tenuto sotto Innocenzo II nell'anno 1139 considera come un abuso di già invecchiato, che i Monaci ed i Canonici Regolari, per procacciarsi ricchezze facessero professione d'Avvocati e di Medici: e perchè il Concilio non parlava che di Religiosi professi, la medicina non lasciò d'esser esercitata da' Chierici per lo spazio ancora di trecento altri anni.

Quante occasioni si fossero date a' nostri provinciali di comunicare con questi Arabi, donde poterono apprendere queste scienze, ben si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, e dalle varie abitazioni, che ebbero i Saraceni in queste nostre regioni, nel Garigliano, nella Puglia, nel Monte Gargano, in Bari, in Salerno, in Pozzuoli, ed in tanti altri luoghi; in guisa che ancora oggi a noi nella comune favella ci rimangono molti loro vocaboli, come altrove fu notato; ed in Pozzuoli si serbano ancora quattro marmi con iscrizioni in rilievo di caratteri orientali saracineschi. Si aggiunse ancora a questi tempi maggior comunicazione con gli Arabi per la vicinanza della Spagna, di cui aveano essi più d'una metà; ed il continuo commercio per li viaggi in questi tempi frequentissimi in Oriente, per cagion delle Crociate.

Ma come presso di noi nella città di Salerno la loro dottrina, e specialmente la medicina, fossesi così ben radicata, sì che questa città, sopra tutte le altre delle nostre province, n'andasse altiera per la famosa Scuola quivi fondata, non è stato, per quanto io mi sappia, fra tanti nostri Scrittori fin qui investigato. Coloro, che credettero la Scuola salernitana essersi da Carlo M. istituita insieme colla Scuola di Parigi e di Bologna, vanno di gran lunga errati, essendosi altrove in quest'Istoria mostrato, non aver potuto Carlo in questa città fondare Accademie, come quella che non fu mai sotto la sua dominazione; anzi in que' tempi, che si narra la fondazione delle Scuole di Parigi e di Bologna, tra Carlo M. ed il Principe Arechi furono guerre cotanto ostinate, che non fu possibile ridurlo; ed Arechi avea così ben fortificato Salerno, che fu riputato il più sicuro asilo de' Principi longobardi contro gli sforzi di Carlo e de' suoi figliuoli.

In tempi adunque meno lontani bisogna riportar l'origine di questa Scuola, la quale ne' suoi principj non fu istituita per legge di qualche Principe, e perciò non acquistò nome d'Accademia, o di Collegio, ovvero d'Università, ma di semplice Scuola. Cominciò a stabilirsi in Salerno, perchè in questa città, come marittima, vi erano spesse occasioni di sbarco di gente Orientali ed Affricani. I Saraceni in tempo degli ultimi Principi longobardi la visitavano spesso, onde gli Arabi ebbero occasione di farvi lunghe e spesse dimore. Si è veduto nel precedente libro, che i Saraceni ora dall'Affrica, e spesso dalla vicina Sicilia sopra navi giungendo alla spiaggia di quella città mettevano terrore a' Salernitani, i quali per liberarsi da' saccheggiamenti e da' danni, che inferivano ne' loro campi e castelli vicini, non avendo forze bastanti per poterli discacciare, pattuivan con essi tregua, ed accordavano la somma per comperarsi la quiete: per unire il denaro vi voleva tempo, onde i Saraceni calavano dalle navi in terra, e nella città, ed aspettavano, sin che dagli Ufficiali destinati dal Principe a far contribuire da' suoi vassalli le somme richieste, non si fosse unito il riscatto. Queste invasioni erano molto spesse, tanto che i Salernitani vi si ci erano accomodati; nè se non a' tempi di Guaimaro il Maggiore ne furono, come si disse, da' valorosi Normanni liberati. Or con queste occasioni conversando spesso i Salernitani con gli Arabi, appresero da essi la filosofia, ma sopra ogni altro si diedero agli studj della medicina, nella quale riuscirono eminenti.