Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Part 21

Chapter 213,685 wordsPublic domain

Resse Giordano il Principato di Capua senza disturbo ben sette anni, insino al 1127 nel qual anno morì. Sua moglie fu Gaitelgrima figliuola di Sergio Signor di Sorrento, la quale sin dall'anno 1111 erasi con lui sposata, e gli avea portato in dote Nocera con molti luoghi vicini sottoposti a quella città. Da questa sua moglie gli nacque Roberto II, che gli successe, e fu l'ultimo Principe di Capua della razza di Asclettino; poichè discacciato dal Principato da Ruggiero I, Re di Sicilia, ebbe la disgrazia di vedere dalla sua casa uscire questa grandezza, che i suoi maggiori per lo spazio di tanti anni s'avevano con tanta prudenza e valore mantenuta, come diremo nel Regno di Ruggiero.

Intanto Papa Calisto, sedate alquanto le discordie, attese a comporre in quella miglior forma, che potè lo stato della sua sede; e sopra tutto proccurò di conservar col Duca di Puglia Guglielmo quell'istessa corrispondenza ed amicizia che v'avea tenuto il suo predecessore. Nè Guglielmo mostrò sentimenti diversi, poichè volle da lui, siccome avean fatto i suoi predecessori con Gelasio e Pascale, ricevere l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria, facendosi uomo ligio della Sede Appostolica, e ricevendo con lo stendardo l'investitura; ed arrivato Calisto in Troja, egli lo ricevette in quella città con ogni segno di stima e di riverenza[384]; siccome fece nell'anno 1121 in Salerno, ove venuto, trovandosi ivi ancora il Conte di Sicilia Ruggiero, fu da questi Principi accolto con molto rispetto ed ossequio[385].

Tenne da poi nell'anno 1123 un Concilio in Laterano per dar rimedio a molti disordini, che nella sua Chiesa erano nati per le gare avute con Errico. Proccurò aver pace col medesimo, e dopo avere con molta prudenza quietate le cose della Sede Appostolica, finalmente nell'anno seguente 1124 finì in Roma i suoi giorni[386], lasciando di se gran desiderio e molta afflizione; e si vide ben tosto quanto fosse riuscita grave alla Chiesa romana tal perdita, poichè appena morto, divisi i Cardinali in fazioni elessero due Papi, alcuni Lamberto Vescovo d'Ostia, che Onorio II chiamossi, gli altri Teobaldo Cardinale di S. Anastasia, che Celestino II fu appellato. Ma questo scisma, che si temeva non dovesse lungamente perturbar la Chiesa, fu con istupore di tutti ben tosto represso; poichè cedendo il partito di Celestino, come più debole, a quello d'Onorio, i di lui partegiani s'unirono con costui, onde sedati i disordini, Onorio fu da tutti avuto e venerato per vero Pontefice.

CAPITOLO X.

_LOTARIO Duca di Sassonia succede nell'Imperio di Occidente per la morte d'ERRICO; ed unione di tutte queste nostre province nella persona di RUGGIERO Gran Conte di Sicilia, per la morte di GUGLIELMO Duca di Puglia._

Le discordie, che nell'anno 1125 accaddero in Germania per la morie di Errico IV, turbarono in gran parte lo stato delle cose d'Italia: per non aver lasciato questo Principe di se prole maschile, sursero tra i Principi della Germania grandi dissensioni per eleggere il successore: due sopra tutti gli altri aspiravano all'Imperio, e con maggior contenzione di animo; Corrado nipote d'Errico, e Lotario Duca di Sassonia[387]. I Principi dell'Imperio ragunati per togliere i disordini, che ne potevan nascere, furono risoluti di compromettere quest'elezione nell'arbitrio dell'Arcivescovo di Magonza, dichiarando che colui, il quale egli avesse stimato degno dell'Imperio romano, senza dubbio avrebbero tutti eletto. L'Arcivescovo che portava odio implacabile non pur ad Errico, ma a tutti della sua razza; senza molto deliberare ne escluse tosto Corrado, e proponendo Lotario come Capitano in guerra esercitatissimo, pio e prudente, lo prepose a tutti, giudicandolo il più degno ed idoneo, che all'imperiale seggio potesse innalzarsi: fu approvata l'elezione, e Lotario per Imperadore salutato. In cotal guisa per l'industria e destrezza di questo Prelato passò l'Imperio da' Tedeschi, che per tanti anni l'aveano tenuto, a' Sassoni nella persona di Lotario, che alcuni III, altri con più verità chiamarono II.

Corrado impaziente della repulsa, nè potendo soffrire, che altri che egli fosse stato surrogato in luogo di suo zio, avendo tirati al suo partito alcuni Principi della Germania, si fece da questi coronare per Re di Germania. Così cominciarono le discordie tra questi Principi, le quali a lungo andare cagionarono molti disordini e confusioni nell'Imperio; ma Lotario come eletto dalla maggior parte, e ciò che più importava, confermato da' Pontefici romani, fu riconosciuto per Imperadore per tutto Occidente.

Ma ecco che mentre Onorio reggeva la Sede Appostolica, e Lotario l'Imperio, mentre per la morte accaduta di Giordano, reggeva Capua Roberto suo figliuolo, e mentre Sergio ultimo Duca governava il Ducato di Napoli, accadde in Salerno in quest'anno 1127[388] la morte di Guglielmo Duca di Puglia, il quale dopo la morte di Ruggiero suo padre, avea retto queste province per lo spazio di sedici anni[389].

La morte di questo Principe cagionò alla fine, che interamente tutte queste nostre province s'unissero in una persona in forma di Regno, e che s'introducesse per conseguenza nuova politia, e più stabile e perfetta forma di governo. Poichè non avendo questo Principe lasciato di se figliuoli, s'estinse in lui e nel suo ramo la progenie di Roberto Guiscardo[390]. Non vi era altri, che avesse potuto succedere a' suoi Stati, che il Conte di Sicilia Ruggiero suo zio cugino, come quegli, che era figliuolo ed erede di Ruggiero, fratello del Guiscardo. Nè poteva ricercarsi allora altro Principe di forze più potente, di consanguinità cotanto stretto, espertissimo delle armi, accorto e prudente, quanto il Gran Conte di Sicilia, il quale portandogli la fortuna un retaggio sì grande, ne abbracciò avidamente l'occasione. In fatti, perchè non fosse impedito da altri, non tardò Ruggiero un momento a prendere il possesso di una tanta eredità. Egli tosto imbarcatosi in Messina sopra una armata venne improvvisamente in Salerno, ove secondo il costume e la solita cerimonia si fece dall'Arcivescovo di Capua consecrar Principe di Salerno[391]. Passò immantenente a Reggio, ove Duca di Puglia e di Calabria fu salutato; e scorrendo per queste province, fu da tutte le città ricevuto ed acclamato per loro Sovrano.

Il Pontefice Onorio subito ch'intese, che Ruggiero con tanta celerità, senza sua saputa e senza richiederne da lui investitura, erasi impossessato, oltre della Puglia e della Calabria, del Principato di Salerno, di Amalfi e di tutti questi Stati, se n'offese grandemente; e temendo che uniti colla Sicilia tanti dominj, la soverchia potenza di Ruggiero finalmente non terminasse in depressione della Chiesa di Roma, cominciò ad alienarsi da lui, ed a pensar modo di trattenere il corso di tanta felicità. Quindi i suoi successori, come si vedrà più innanzi, scorgendo che Ruggiero, ciò che i suoi predecessori Duchi di Puglia non poterono conseguire, avea gloriosamente unita nel suo capo la Corona di Puglia e di Sicilia, ebbero sempre per sospetta la sua potenza, e mutando stile, cominciarono ad essergli avversi, ed a frapporre mille impedimenti al suo ingrandimento. Ma questo Principe col suo valore e prudenza ruppe gli ostacoli, e condusse felicemente a fine i suoi disegni; poichè ancorchè i Principi di Capua fossero ligi a' Duchi di Puglia, amministrandosi però quel Principato con piena libertà e potere da Roberto II, Ruggiero dopo esserne stato investito da Anacleto, nell'anno 1135 ne discacciò Roberto, che fu l'ultimo Principe, ed a se appropriò sì gran Principato. Il Ducato napoletano ch'era l'ultimo rimaso a passar sotto la sua dominazione, e che per tanti secoli s'era mantenuto in libertà contro gli sforzi de' Longobardi e de' Normanni, finalmente nell'anno 1139 lo ridusse egli sotto il suo dominio. Tanto che niente restava in queste nostre province, che a Ruggiero non fosse sottoposto. Ed in cotal maniera, avendo unito nella sua persona tutte queste province, vedutosi in tanta sublimità, sdegnando i titoli di Conte e di Duca, volle prendere il titolo di Re; e poichè avea costituito per capo del Regno di Sicilia Palermo, ivi trasferì la sua regia sede. Ed avendo sotto la sua dominazione tutto il Ducato di Puglia e di Calabria (anche quelle terre ch'erano state lasciate al Principe Boemondo) tutto il Principato di Salerno e di Capua, il Ducato d'Amalfi, l'altro di Napoli e di Gaeta, ed il Principato di Bari, volle perciò ne' pubblici atti intitolarsi: _Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae_. Il qual titolo fu da' suoi successori lungamente serbato: sotto il nome di Re di _Puglia_, ovvero di Re d'_Italia_ tutte queste nostre province comprendendo.

Ma le famose gesta di Ruggiero I, Re di Puglia e di Sicilia, com'egli colla sua prudenza e valore superasse i molti ostacoli, che i romani Pontefici, e Lotario Imperadore frapposero a questa sua grandezza, come con nuove leggi ed istituti stabilisse meglio questo Reame, e più perfetta forma gli desse, saranno ben ampio soggetto del libro seguente; ricercando intanto l'istituto di quest'opera, prima d'incominciarlo, che in breve diasi un saggio della forma e disposizione nella quale trovò Ruggiero queste nostre province quando ereditolle, non solo per ciò che concerne il numero de' suoi Baroni e la politia ecclesiastica, ma sopra tutto delle leggi e delle lettere che in questa età in quelle fiorivano.

CAPITOLO XI.

_Leggi longobarde e feudali ritenute da' Normanni. Le discipline risorgono nel Regno loro per gli Monaci Cassinensi; e per gli Arabi in Salerno._

I Normanni, ancorchè secondo le leggi della vittoria, conquistate che ebbero queste nostre province, avessero potuto impor quelle leggi a' vinti, ed introdurre ne' luoghi conquistati quella forma di governo, che lor fosse stato più a grado; nulladimanco lasciarono vivere i Provinciali con quelle stesse leggi ed istituti che aveano; anzi insino ad ora, nuove leggi da loro non furono introdotte, siccome fecero i Longobardi, ma ben paghi delle leggi longobarde e romane, a loro imitazione non solo lasciarono vivere i loro sudditi nelle proprie leggi, ma essi medesimi si adattarono a quelle. Il primo, che nuove leggi v'introdusse, fu Ruggiero I Re, come nel seguente libro diremo[392].

Portò ciò in conseguenza, che niente ancora mutossi intorno a' Feudi, le cui Consuetudini procedenti per la maggior parte dalle leggi longobarde, restarono così intatte com'erano, e le leggi degl'Imperadori sino ora su di quelli stabilite, furono da essi con non minor rispetto ricevute e fatte osservare. Anzi avendo discacciati dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia i Greci ed i Saraceni, che Feudi non conobbero: furono essi, che in queste province ed in quell'isola li introdussero, ad esempio dell'altre, che erano più lungamente durate sotto la dominazione de' Longobardi. Quindi multiplicossi il numero de' Baroni, ed oltre di coloro ch'erano ne' Principati di Benevento, di Salerno e di Capua, si sentirono anche da poi nella Puglia i Conti di Conversano, di Trani, di Lecce, di Monopoli, di Andria[393] e moltissimi altri; e nella Calabria que' di Catanzaro, di Sinopoli, di Squillace e di Cosenza, di Tarsia, di Bisignano, di Girace, di Melito, di Policastro, e molti altri.

E se bene queste due province ritolte a' Longobardi da' Greci, avessero sperimentato per lungo tempo la loro dominazione, nulladimanco conquistate da' Normanni, furono ben tosto le leggi longobarde in esse introdotte, e tutte le città delle medesime secondo i lor dettami si reggevano; anzi Bari che fu la principal sede, prima degli Straticò, e da poi de' Catapani, più di tutte le altre, alle leggi longobarde s'attenne, e le consuetudini di questa città, non altronde derivano, se non dalle leggi longobarde; per la qual cosa Ruggiero I Re di Sicilia, dopo aver presa ed espugnata quella città, volendo riordinarla di buone leggi, fu da' Baresi richiesto, che lasciassegli vivere con le proprie loro consuetudini e particolari costituzioni, che tenevano, tratte dalle leggi longobarde, essendo stata lungo tempo la lor città sotto i Longobardi, come sotto Ajone, Melo, Meraldizo, Grimoaldo ed altri Principi di sangue longobardo: e Ruggiero avendole lette e commendate, ordinò che quelle s'osservassero, siccome lungamente da poi ebbero vigore, ed insino a' nostri tempi s'osservano[394].

L'avere i Normanni per lo spazio poco men d'un secolo, da che conquistarono la Puglia insino a Ruggiero I Re, tenuto tanto conto delle leggi longobarde, e l'averle preposte a tutte le altre, fece sì che passassero in queste province per legge comune; ed i nostri Professori non indrizzavano ad altro il loro studio, che a queste per appararle, come quelle, che poste in maggior uso ne' Tribunali aveano tutta autorità e vigore, e per quelle solamente le liti erano decise.

Le leggi romane erano, come più volte si è notato, solamente ritenute come una tradizione: e presso la plebe, ch'è l'ultima a deporre gli antichi istituti erano rimase come antica usanza, non già come legge scritta. La romana giurisprudenza, ed i libri di Giustiniano, ne' quali era contenuta (siccome tutte l'altre discipline) erano andati in dimenticanza, e d'essi rara era la notizia in questi tempi, ed in queste nostre parti, e molto meno lo studio e l'applicazione.

Ma non dobbiamo fraudar qui della meritata lode i Monaci Cassinensi, i quali furono i primi che cominciarono in mezzo di tanta oscurità a recar qualche lume a tutte le professioni in queste nostre province. La diligenza del famoso Desiderio Abate Cassinense, che innalzato al Ponteficato Vittore III fu detto, fece che si cominciasse ad aver notizia di qualche libro di quelli di Giustiniano, siccome degli altri d'altre facoltà. Questo celebre Abate dopo aver ingrandito quel monastero d'eccelse fabbriche, diedesi a ricercare molti libri per fornirlo d'una numerosa Biblioteca; e non essendo ancora in Italia introdotto l'uso della stampa, con grandissimo studio e molta spesa, avuti che gli ebbe, fecegli trascrivere in buona forma. Fra gli altri Codici furono le Istituzioni di Giustiniano e le sue Novelle[395]. Ma questi libri come cose rare si reputavano allora, nè giravano attorno per le mani d'ogni uno, come ora; ma si custodivano, come cosa di molto pregio in qualche illustre Biblioteca. Solo nella Chiesa romana era più frequente l'uso di quelli, ed anche presso alcuni Imperadori d'Occidente, i quali alle volte stabilendo qualche loro costituzione si riportavano a quelli. Del Codice di quest'Imperadore, ancor che in questi tempi per la Francia (come è chiaro dall'epistole d'Ivone Carnotense) e per l'Italia ancora (com'è manifesto da alcune leggi degl'Imperadori d'Occidente, particolarmente d'Errico II[396] e dalle decretali di alcuni Papi, che allegano alcune leggi del medesimo) ne girasse qualch'esemplare; nulladimanco a pochi era in uso, eziandio agli stessi Professori, i quali lo trascuravano per non aver quella forza e vigore nel Foro, che acquistò da poi.

Le Pandette non s'erano ancora scoverte in Amalfi, in modo che i nostri Professori n'avessero potuto aver notizia. Ve n'era bensì qualch'esemplare in Francia, siccome dimostrano l'epistole d'Ivone, nelle quali sovente s'allegano alcune leggi[397] de' Digesti, poichè in quella provincia, per le famose sue Biblioteche, non vi era cotanta ignoranza di questi libri; e del Codice Teodosiano, e del suo Breviario ne girava attorno ancora più d'un esemplare.

Presso di noi nella sola Biblioteca Cassinense potevan vedersi le Istituzioni e le Novelle di Giustiniano, tanto è lontano che l'uso delle medesime a questi tempi fosse così frequente ne' Tribunali delle città di queste nostre province, come ora.

Solo le leggi longobarde eran le dominanti, e ciascun Tribunale secondo quelle diffiniva le sue cause, e secondo le medesime si regolavano le successioni, i testamenti, i contratti, la punizion de' delitti, le confiscazioni e tutti i giudicj. Sono fra monumenti delle nostre antichità ancor'a noi rimasi alcuni vestigi, che i Giudici appoggiavano le loro sentenze sopra queste leggi; e Lione Ostiense[398], il litigio insorto intorno l'anno 1017 tra il monastero di Monte Cassino con i Duchi di Gaeta, e' Conti di Trajetto, narra che fu deciso non meno per le leggi romane, che per le longobarde. Camillo Pellegrino[399] rapporta un diploma di Riccardo II Principe di Capua, per cui fu fatta donazione alla chiesa di S. Michele Arcangelo in _Formiis_ di molti beni, e fra gli altri d'alcuni, che a Riccardo suo avo erano pervenuti per alcune confiscazioni seguite _secundum Longobardorum legem_. E questo medesimo Scrittore[400] rapporta due sentenze profferite anche dopo questi tempi, una dell'anno 1149 sotto il Re Ruggiero, e l'altra nell'anno 1171 sotto il Re Guglielmo, nelle quali si vede per le leggi longobarde essere le cause decise.

Nè in questi tempi, nel decider le cause, ricercavano i Giudici tanto apparato e tanta pompa, come osserviamo a' tempi nostri. Essi credevano che quelle sole potessero bastare, e ciò anche procedeva perchè non si dava luogo a tante lunghezze, a tanti raggiri e sottigliezze. Ogni città teneva il suo Tribunale, ed i suoi Giudici: e le liti senza molto apparato presto eran terminate; quando accaddevano controversie intorno a' confini, o che in altra maniera vi si richiedesse l'ispezion oculare, si portavano sulla faccia del luogo, ed ivi presto la causa si finiva; nè eran dispendiati i litiganti di ricorrere a' Tribunali remoti, ma nella loro città avanti i loro Giudici le controversie eran tosto terminate.

§. I. _Prime raccolte delle leggi longobarde; e loro Chiosatori._

Avendo dunque, particolarmente in questi tempi, acquistata tanta forza in queste province le leggi longobarde, i nostri Professori tutti s'applicavano allo studio delle medesime; nè essendo stato fin qui, chi l'avesse in un sol volume raccolte, nel quale e le leggi de' Re longobardi, e quelle che dagl'Imperadori di Occidente, come Re d'Italia, erano state sinora promulgate, fossero state unite insieme per uso del Foro, e per maggior agio e comodità degli Avvocati e dei Giudici: finalmente intorno a questi tempi ne fu fatta la compilazione, per la quale in un sol volume furono tutte queste leggi raccolte.

La prima raccolta che noi possiamo mostrare di queste leggi, è quella che ancor si conserva nell'Archivio del monastero della Trinità della Cava, ove in un volume membranaceo scritto in lettere longobarde, si vedono inseriti tutti gli editti de' Re d'Italia, incominciando da Rotari, che fu il primo a dar leggi scritte a' Longobardi. Dopo l'editto di Rotari, siegue l'altro di Grimoaldo: indi sieguono le leggi di Luitprando: poi quelle di Rachi, e finalmente quelle d'Astolfo, che fu l'ultimo Re longobardo, che avesse stabilite leggi; poichè, come si disse, Desiderio suo successore ed ultimo de' Re longobardi, intricato in continue guerre, non potè pensare alle leggi. Ma poichè, non ostante che Carlo M. avesse discacciato Desiderio, ed il Regno d'Italia da' Longobardi fosse trasferito a' Franzesi, non cessò la dominazione de' Longobardi in queste nostre province sotto i Principi di Benevento, i quali ad esempio de' Re longobardi, stabilirono molte leggi, le quali lungamente nel Principato di Benevento, che in que' tempi abbracciava quasi tutto ciò che ora è Regno di Napoli, s'osservarono: perciò il Compilatore suddetto, che intraprese questa fatica per comodità de' nostri, in quel suo volume inserì ancora i Capitolari d'Arechi primo Principe di Benevento, e quel d'Adelchi suo successore; e dopo avere framezzate in quello alcune sue operette, fa una breve sposizione d'alquante leggi per uso de' Beneventani, e molto più per gli Capuani, per li quali mostra aver fatta quella fatica; tanto che per ciò, e per alcune altre conghietture, suspica Camillo Pellegrino[401], che l'Autore fosse stato capuano. In questa raccolta aggiunse egli ancora alcune sue operette legali sotto questi sconci e goffi titoli. _Quantas caussas debet esse judicata sine Sacramentum. Item quantas caussas fieri debet per pugna judicata. Memoratorium pro quibus caussis filii ab haereditate patris exeredati fieri debet_. Chiudono in fine il libro i _Capitolari_ di Carlo Magno, di Pipino, di Lodovico, e degli altri Imperadori, i quali discacciati i Longobardi per Carlo Magno furono Re d'Italia.

Questa è la più antica raccolta, che noi abbiamo delle leggi longobarde fatta da un Capuano, il cui nome è a noi ignoto, la quale non mai impressa, si conserva nell'Archivio cavense. Il tempo nel quale fu fatta, suspica il Pellegrino essere nel principio di questo undecimo secolo intorno all'anno 1001 o poco da poi; poichè l'Autore v'inserisce un Catalogo dei Duchi e Principi di Benevento, e de' Conti di Capua, e lo tira sino al detto anno, sino al Principe di Capua Adimaro. Mostra divantaggio aver conosciuto Pandolfo _Capodiferro_ Principe di Capua, il quale morì nell'anno 981. E questo è ancora il primo ed il più antico Autore, che noi possiamo mostrare avere scritte opere legali adattate a questi tempi, ne quali tutta la cura ed applicazione de' nostri Professori era intorno alle leggi longobarde.

Chi fosse l'Autore di quell'altra vulgata compilazione divisa in tre libri, e distinta in più titoli che ora si legge inserita nel volume dell'autentico, non è di tutti conforme il sentimento. Che fosse ella antica, si dimostra da' libri feudali[402], dove si allegano molte leggi longobarde, che ella racchiude. Alcuni[403] credono, che fosse fatta ne' tempi di Lotario III ovvero II Imperadore da Pietro Diacono Monaco Cassinense, ancorchè per privato studio, ma con impulso però dello stesso Imperador Lotario, non potendosi dubitare, che Pietro fosse stato suo Logoteta in Italia, e costituito da lui Cartulario e Cappellano nell'Imperio[404]. Lo argomentano dal vedersi, che dopo Lotario non si leggono in questa compilazione altre Costituzioni d'Imperadori posteriori; poichè se bene nelle ultime edizioni di Lindenbrogio e nelle vulgate si legga una costituzione di Carlo IV si vede chiaro, che quella vi fu aggiunta da poi, non leggendosi nella raccolta di Melchior Goldasto, ch'è più antica dell'edizione di Lindenbrogio; nè quella si appartiene punto al Regno d'Italia. Struvio[405] aggiunge un'altra conghiettura dal vedersi, che alcuni esemplari portano anche il nome di Pietro Diacono.

Altri per contrarj argomenti di ciò non s'assicurano, ed il suo Autore dicono esser incerto. Dubitano esserne stato Pietro Diacono, poichè questi nella Cronaca Cassinense[406] noverando minutamente tutte le sue opere che compilò dopo essersi fatto Monaco, e facendo di esse minuto catalogo, sino a porvi i proemj che fece ad alcuni libri non suoi, ed a riferire due inni che compose a Santa Giusta, ed alcuni sermoni, ed altre minuzzerie: di questa compilazione non ne favella affatto; quando, se egli ne fosse stato Autore, non avrebbe mancato di farne pompa, parlando egli delle sue cose, ancorchè di picciolo rilievo, con estraordinario compiacimento. Si aggiunge, che Carlo di Tocco, antichissimo nostro Giureconsulto, nel proemio delle Chiose che fece a questi libri, parlando dei Compilatori, dice che per la loro antichità, non avea potuto saperne i nomi; e pure Carlo di Tocco fu molto vicino a' tempi di Lotario, poichè visse nel Regno di Guglielmo Re di Sicilia, ed avrebbe potuto sapere se ne fosse stato Autore Pietro Diacono.