Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3
Part 20
Non è del nostro istituto entrare in que' dibattimenti, che da poi sursero intorno a questo punto, e nelle cose che sono state scritte da' Spagnuoli, e da altri diversi Autori, come materia lontana dal nostro proposito. Ma non posso tralasciar di dire, che il Cardinal Baronio con molta importunità, e poca verità ardì d'impugnarla negli ultimi tempi, da poi che quel Regno n'era stato in possesso per tanti secoli. Stampò egli al principio dell'anno 1605 il suo tomo XI, degli annali ecclesiastici, e venendo di rapportar questo fatto, inserì nella sua Istoria un discorso lunghissimo contra la Monarchia di Sicilia, ove con isforzati, e lividi argomenti non trascurò di movere ogni macchina per abbatterla. Ma ciò che non deve condonarsi alla memoria di quell'uomo, si è d'aver pieno quel suo discorso di tanta maldicenza ed acerbità contra molti Re d'Aragona di celebre memoria, e spezialmente contro Ferdinando il Cattolico, riputandogli Tiranni, e che sotto questo nome di Monarchia abbiano voluto in quel Regno introdurre la tirannide, che capitato il libro in Napoli ed a Milano, fu da que' Ministri regi proibito, ed ordinato, che non si vendesse, nè tenesse, per rispetto del loro Principe Filippo III, che allora regnava, i cui progenitori paterni erano stati da quel Cardinale sì indegnamente trattati.
Ma mostrò il Baronio sì gran risentimento di questa proibizione del suo libro, che avendone avuto l'avviso quando per la morte di Clemente VIII, era la sede vacante, fece unir tosto il Collegio de' Cardinali, dai quali fece far un'invettiva contro que' Ministri, e non bastandogli aver offeso quel Principe in quella guisa, volle toccarlo in un altro punto non men geloso di sua regal giurisdizione; poichè in quella apertamente biasimavansi que' Ministri, come nel proibir il suo libro avessero posto mano nell'autorità ecclesiastica, quasi che a' Principi non fosse lecito per quiete dello Stato far simili proibizioni. E dopo creato il Pontefice Paolo V fece scrivere al Re Filippo sotto li 13 Giugno di quest'istesso anno una lunga lettera con grave doglianza, che in vilipendio dell'autorità ecclesiastica, li Ministri regj in Italia avessero proibito il suo libro, quando ciò al Papa solamente s'apparteneva. Però la prudenza di quel Re giudicò meglio di rispondere coi fatti, e lasciò correre la proibizione pubblicata da' suoi Ministri.
Ma il Cardinale non si potè contenere, che nel 1607 stampando il XII tomo non inserisse poco a proposito un discorso di quest'istessa materia, con molta acerbità e livore declamando contro i Principi, che voglionsi impacciare a proibir libri, non ritenendosi ancora di dire, che lo fanno perchè i libri riprendono le loro ingiustizie. Il Consiglio di Spagna con la solita tardanza e irrisoluzione vi procedè con lentezza; non si mosse nemmeno per questa terza offesa, ma lasciò scorrere altri tre anni, e nel 1610 il Re fece un editto, condennando, e proibendo quel libro con maniera così grave, che destramente tocca il Baronio, così bene com'egli avea toccato li Re suoi progenitori. E per dargli maggior riputazione e forza, fu l'editto fatto pubblicare in Sicilia, con decreto e sottoscrizione del Cardinal Doria, e mandato per lo Mondo in istampa. In Napoli fu mandato l'editto al conte di Lemos, che si trovava allora Vicerè, il quale a' 28 febbrajo dell'anno seguente 1611 fece pubblicar Banno con molta pubblicità, col quale si condennava il libro. La corte di Roma restò sbigottita tanto per l'editto, quanto per l'esecuzione fatta dal Cardinale, e del Banno pubblicato a suon di tromba in Napoli. Però in Spagna non si mossero punto, e l'editto resta oggi giorno nel suo vigore.
Fu questa contesa rinovata con modi assai più forti negli ultimi nostri tempi, quando Papa Clemente XI vedendo il Regno di Sicilia caduto in mano del Duca di Savoja, credette tempo opportuno di profittare sopra la debolezza di quel Principe; e ridusse la cosa in tale estremità, che nell'anno 1715 non si ritenne di pubblicar una Bolla, colla quale abolì la Monarchia, stabilendo in un'altra in quel Reame una nuova ecclesiastica Gerarchia; ma riuscirono vani tutti questi sforzi, poichè nè le Bolle ebbero alcun effetto, nè niuna mutazione o novità s'introdusse in quell'isola; e molto meno quando poi quel Regno fece ritorno sotto l'Augustissima Famiglia Austriaca.
Scrisse con questa nuova occasione a difesa della Monarchia il celebre Teologo di Parigi Lodovico Ellies Dupino, dove fece vedere quanto insussistente e vano sia ciò che il Baronio avea sostenuto in contrario, e quel che il Papa avea ordinato in quella sua Bolla. Uscì questo suo libro nell'anno 1716 dove si narrano minutamente l'origine ed i progressi di questa contesa, ed i successi di questa briga, con tanta diligenza e dottrina, che bisogna riportare il Lettore a quanto egli ne scrisse intorno a questo soggetto.
La Bolla di Urbano fu dirizzata al Conte Ruggiero, e suoi successori, e non comprendea che i suoi Stati che possedeva allora, cioè la Sicilia ed alcune Piazze che e' teneva in Calabria, onde perciò s'intitolava _M. Comes Calabriae, et Siciliae_.
Ma non meno del Conte era benemerito il Duca Ruggiero della Sede appostolica; ond'era di dovere, che Urbano al Duca di Puglia, ch'era presente, dispensasse suoi favori; ond'è da credere, che a questo tempo fosse a' Duchi di Puglia conceduto quel privilegio, di cui l'antica Glossa Canonica, e molti de' più vecchi Scrittori rapportano intorno alla collazione dei beneficj del Regno.
In questi tempi per togliere l'investitura da' Principi secolari eransi ragunati frequenti Concilj, e per ultimo nel Concilio romano celebrato da Urbano nell'anno 1099 poco prima di morire, erasi di nuovo sotto terribili anatemi vietato agli Abati, a' Propositi delle chiese, ed a tutti gli Ecclesiastici di ricevere beneficj dalle mani de' laici. Con tutto ciò pretesero sempre i Principi non dover essi reputarsi in ciò puramente laici, nè potersi loro togliere quelle prerogative, delle quali per lungo tempo n'erano stati in possesso. Che era ben di ragione, che avendo essi fondate le chiese ed arricchitele del loro patrimonio, essi ne dovessero aver le investiture; che siccome prima nell'elezione de' Ministri della chiesa v'avea parte il popolo, non dovea parere strano, se i Principi, a' quali fu trasferita ogni potestà, potessero ora farlo per se soli[363]. Che ciò facendo, niente davano agl'investiti di spiritualità, ma la lor concessione si restringeva alla temporalità, ancor che nell'investirgli si valessero, secondo era il costume, dell'anello e della verghetta. Ciò che con maggior ragione lo pretendevano i nostri Duchi di Puglia, i quali aveano in queste province molte chiese sin da' fondamenti erette, e dotate di molti loro beni per la lor somma pietà inverso il culto della Religion cristiana. Si aggiungeva ancora d'aver debellati gli infedeli Saraceni, e d'aver restituite tutte le chiese al Trono romano, che prima gli erano state tolte dal Patriarca di Costantinopoli.
I Pontefici romani per non contendere su questo punto co' Principi amici e ben affezionati, a' quali senza recarsi pregiudizio volevano gratificare, sovente usavano di conceder loro per privilegio ciò ch'essi pretendevano per giustizia: i Principi badando solo all'effetto, nè curandosi d'altro, l'accettavano. All'incontro i Papi credevano maggiormente così stabilire i loro diritti, acciocchè secondo che le congiunture portavano, potessero o rivocargli, o contrastargli. Quindi è che gli antichi Re di Sicilia investivano de' beneficj ecclesiastici in tutte le Chiese del Regno di Puglia, siccome ne rende a noi fedel testimonianza l'antica Chiesa Canonica[364], la quale se contro i canoni stabiliti in tanti Concilj osservò che i Duchi di Puglia davano l'investiture de' beneficj, disse che ciò lo facevano per privilegio del Papa, il quale poteva a' laici concedere questa preminenza; e lo testimoniano ancora tutti i nostri più antichi Scrittori del Regno, come Marino di Caramanico, Andrea d'Isernia, ed altri[365]. E per questo privilegio si difendeva Federico II quando se gl'imputava, che a suo modo dava le investiture delle chiese di queste province[366]: anzi egli si doleva che i Papi tentavano di diminuire le ragioni, che i Re di Sicilia aveano nell'elezione de' Prelati, non ostante il lor privilegio, il quale da Innocenzio III non poteva moderarsi, come fece con Costanza, quando egli era ancor fanciullo. Ma di ciò più opportunamente ci tornerà occasione di favellare quando della politia ecclesiastica tratteremo.
§. I. _Concilio tenuto da Urbano in Bari, e sua morte, seguita poco da poi da quella del Conte RUGGIERO, e d'altri Principi._
Intanto Urbano dopo essersi in Salerno trattenuto con questi Principi, se ne passò in Bari, ove avea intimato un Concilio di Padri greci e latini per determinare il Dogma della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, nel che i Greci non convenivano[367]. Intervennero in questo Concilio 185. Vescovi, e volle assistervi anche S. Anselmo Arcivescovo di Cantorberì, che per affari della sua Chiesa si trovava allora in Italia. Vi furono perciò tra' Greci e Latini grandi dibattimenti; ma furono da S. Anselmo coloro convinti, e determinato secondo ciò che teneva la Chiesa latina; ma non per questo finì lo scisma, che sostenuto con ardore da ambe le fazioni per lungo tempo tenne divise queste due Chiese, che non valse umana diligenza per riunirle.
Spedito Urbano da questo Concilio portossi in Roma, ove dopo esser intervenuto al Concilio romano, del quale poc'anzi si disse, non passarono molti mesi, che in questo medesimo anno 1099 finì in quella città i giorni suoi. Meritò questo Pontefice essere annoverato tra i più grandi Papi ch'ebbe la Chiesa romana; egli tenendo questa Sede poco men che dodici anni, adoperò molte eroiche azioni, e si rese celebre al Mondo per la spedizione de' Crociati, essendone stato il primo autore, Egli sopra tutti gli altri Pontefici fu il più ben affezionato a' nostri Principi normanni, nè con essi ebbe occasion alcuna di disturbo, ma gli amò come padre i propri figliuoli, e per quanto s'apparteneva a lui, proccurò i loro maggiori vantaggi. Per la di lui morte fu eletto Papa l'Abate Rainerio di Toscana, che Pascale II appellossi; ed in questo medesimo anno i nostri presero Gerusalemme, e ne fu eletto Re il famoso Goffredo Buglione, al quale dopo la sua morte succedette Balduino suo fratello, avendo intanto Boemondo presa Antiochia, e fattosene Principe, che la trasmise a' suoi posteri.
La morte di Urbano fu non molto tempo da poi seguita da quella del Gran Conte Ruggiero: egli essendo già molto avanzato in età, trovandosi in Calabria, rese chiara al Mondo la città di Melito ove morì nel mese di Luglio dell'anno 1101[368]. E non a bastanza pianto da' suoi, fugli nella maggior chiesa di quella città edificata da lui, eretto un sepolcro, ove ancor oggi si conservano le sue gloriose ossa. Egli visse settanta anni, avendone regnato sedici dopo la morte di Guiscardo suo fratello. Ebbe più mogli, dalle quali avea avuti molti figliuoli, ma tre soli maschi a lui sopravvissero, nati dalla sua ultima sposa Adelasia, la quale prese il governo degli Stati immantenente dopo la morte del marito con Roberto di Borgogna suo genero[369]. Questi tre figliuoli furono Simone, che morto poco dopo il padre, non ebbe la sorte di succedergli nel Contado di Sicilia[370]. _Goffredo_ soprannominato di Ragusa, di cui l'istoria non ci somministra alcun riscontro: alcuni[371] credono che fosse nato dalla prima moglie Erimberga, e che insieme col fratello Giordano fosse al padre premorto. Ruggiero II fu quegli al quale lasciò i suoi Stati in una situazione così illustre e vantaggiosa, che poco da poi gli possedette con titolo e Corona di Re, e che la fortuna l'innalzò ad unire nel suo capo le due Corone di Puglia e di Sicilia, e che con titolo regio signoreggiò ancora queste nostre province, come qui a poco diremo. Lasciò ancora il Conte Ruggiero due figliuole, Matilda ed Emma: Matilda fu moglie di Rainulfo Conte d'Avellino. Per la qual cagione ne' disturbi che accaddero da poi tra il Re Ruggiero, con l'Imperador Lotario II ed il Papa Innocenzio II fu da Innocenzio, Rainulfo costituito duca di Puglia contro Ruggiero suo cognato nell'anno 1137. Fu questa Matilda quella che persuase ad Alessandro Abate Telesino di scrivere l'Istoria di Ruggiero suo fratello, com'e' testifica nel primo libro della medesima. Emma altra figliuola fu moglie di Rodolfo Maccabeo Conte di Montescaglioso[372]; non facendo allora questi Principi difficoltà di dare le loro figliuole, o sorelle per ispose a' loro Baroni, i quali per la maggior parte erano dell'illustre sangue normanno o longobardo, e potenti per molti ampi Stati, e ricche Signorie. Coloro che fanno Costanza moglie d'Errico Imperadore figliuola di questo Ruggiero, errano di gran lunga; fu ella nipote, non già figliuola del Gran Conte Ruggiero, come nata dal Re Ruggiero suo figliuolo, come diremo.
Il principio di questo duodecimo secolo, nel quale siamo, fu luttuosissimo non solo per la morte del Gran Conte Ruggiero, ma di molti altri Principi che lo seguirono. Morì poco da poi nel mese di gennaro dell'anno 1106. Riccardo II Principe di Capua dopo la cui morte non lasciando di se figliuoli, gli succedè al Principato Roberto suo fratello, che lo tenne insino al 1120 nel qual anno morì[373]. Nell'istesso anno 1106 nel mese d'agosto finì ancora i giorni suoi l'Imperador Errico III a cui succedette Errico IV suo figliuolo, il quale non meno che il padre, quasi ereditando co' Stati l'odio contro i Pontefici romani, fu assai più acerbo con Pascale II e co' suoi successori di ciò ch'era stato suo padre con Gregorio VII. Egli volendo sostenere con maggior vigore le ragioni delle investiture, minacciava di voler calare con potente armata in Italia contro Pascale. Questo Pontefice per occorrere ad un tanto periglio, venne a Capua per sollecitare il Principe Roberto, ed il Duca Ruggiero, perchè l'aiutassero contro gli sforzi d'Errico; ma Errico venuto in Italia con valido esercito, e giunto in Roma, ove il Papa era ritornato, ed eragli (credendo così reprimere il suo orgoglio) col Clero e 'l Popolo romano andato incontro per riceverlo, lo fece conducere con tutti i suoi dentro i suoi alloggiamenti, come prigioniero, ove per forza gli estorse le ragioni dell'investitura, e lo costrinse di vantaggio secondo il solito rito e cerimonie a farsi incoronare Imperadore[374]. Ma subito che Errico partì d'Italia, Pascale in un Concilio tenuto da poi in Laterano, annullò, e cassò tutti quegli atti, avendo intanto poco prima sollecitato il Duca di Calabria, ed il Principe di Capua con gli altri Normanni, e l'istesso Boemondo, perchè unite le loro armate soccorressero la Chiesa romana contra le persecuzioni, che, come diceva, sofferiva da Errico.
Ma la morte di questi due Principi Boemondo e Ruggiero accaduta l'una poco dopo l'altra, frastornò tutti i suoi disegni. Morì Boemondo in quest'anno 1110 in Antiochia, ed il suo cadavere trasportato in Italia, fu fatto seppellire a Canosa nella Chiesa di S. Sabino. Lasciò di se un figliuolo nomato pur Boemondo, che al Principato d'Antiochia, ed agli altri suoi Stati successe. Lasciò ancora un'altra sua figliuola, ed amendue raccomandò a Tancredi suo nipote.
Ma più deplorabile fu a queste nostre province la morte accaduta in Salerno nel mese di febbraio dell'anno 1111 del famoso Duca Ruggiero[375]. Fu egli con gran pompa, e molte lagrime sepolto nella maggior chiesa di Salerno, edificata dal Duca Guiscardo suo padre: nè lasciò di se altra stirpe virile, se non Guglielmo, natogli dalla Duchessa Ala sua seconda moglie, il quale, morto suo padre, al Ducato di Puglia ed agli altri suoi Stati succedette.
Il Duca Guglielmo, non meno che suo padre volle continuar col Papa l'istessa amicizia e corrispondenza, nè mancò di soccorrerlo nelle contese che con più ardore si proseguivano con Errico. Eransi a questi tempi cotanto esacerbate queste contenzioni, che l'Imperador Alessio Comneno pensò profittarne, scrivendo a Pascale II che se voleva riconoscer lui per Imperadore d'Occidente, l'avrebbe prestati contro Errico validi aiuti[376]. Ed intanto avendo Guglielmo stabilito in più perfetta forma lo Stato, non mancò di chiedere al Papa la conferma dell'investitura del Ducato di Puglia, e di Calabria, come i suoi predecessori aveano ricevuta. Nè Pascale mancò tosto di concedergliela, come fece nell'anno 1114 mentre era in Cepperano a celebrar un Concilio, ove Guglielmo portossi per riceverla[377]. Ma mentre questo Pontefice era tutto inteso per reprimere gli sforzi d'Errico oppresso da gravi, e noiose cure ammalossi in questo anno 1118 nel quale a' 12 gennaro finì di vivere[378].
Morì ancora nel mese d'agosto del medesimo anno Alessio Imperadore d'Oriente, a cui nell'Imperio successe Giovanni Porfirogenito suo figliuolo. Ben tosto ci libereremo dalla cura di tener conto degl'Imperadori d'Oriente; poich'essi avendo perduto tutto ciò, che possedevano in queste nostre province, con poca speranza di più riacquistarlo, non vi fu occasione di più pensare, ed intrigarsi negl'interessi di queste regioni. Niente più era loro rimaso che un'ombra di sovranità, che ancor ritenevano sopra il picciolo Ducato napoletano, il quale non guari si vedrà passare altresì sotto la dominazione del famoso Ruggiero I Re di Sicilia e di Puglia. Si governava ancora questo Ducato sotto forma di Repubblica per suoi Duchi e Consoli, ed in questi Tempi n'era Duca Giovanni, il quale morto non molto tempo da poi, mentre regnava in Oriente Porfirogenito, fece luogo a Sergio, ultimo Duca che fu de' Napoletani. Poichè passata da poi Napoli sotto Ruggiero, ancorchè non immutasse la forma del suo governo, vi creava egli nondimeno i Duchi a suo arbitrio e vi costituì Duca, Anfuso uno de' suoi figliuoli, come si dirà a più opportuno luogo.
CAPITOLO IX.
_Litigi, ch'ebbe l'Imperador ERRICO IV con Papa GELASIO II. Investiture date da questo Pontefice a' nostri Principi normanni; e scisma fra CALISTO II e GREGORIO VIII._
Intanto dopo la morte di Pascale, il Clero ed il Popolo romano elessero per suo successore Giovanni Gaetano Monaco Cassinense, che Gelasio II chiamossi[379]. Tosto che l'Imperador Errico seppe l'elezione calò in Italia, mandando intanto suoi Legati a Gelasio, con ambasciata, che se egli era disposto ad accordargli ciò che Pascale aveagli prima conceduto intorno alle investiture, egli era per riconoscerlo per Pontefice, in altro caso, avrebbe posto un altro Papa nella Chiesa. Ma repugnando Gelasio, e vedendo che l'Imperadore s'approssimava con potente armata a Roma, uscì da questa città, ed accompagnato da molti Vescovi e Cardinali, dal Prefetto di Roma e da molti Nobili di quella, in Gaeta sua patria ricovrossi: quivi ordinato Prete, essendo ancor Diacono, fu da quei Vescovi e Cardinali che seco avea, e dagli Arcivescovi di Capua, di Benevento, di Salerno e di Napoli, in presenza di molti Principi ed Abati, consecrato Pontefice romano.
I nostri Principi normanni, e sopra gli altri Guglielmo Duca di Puglia, Roberto Principe di Capua, Riccardo dell'Aquila, e moltissimi altri Baroni di queste Province, accorsero tutti a Gaeta offerendogli ogni lor aiuto[380]. Guglielmo, ed il Principe di Capua prestarono i giuramenti di fedeltà come ligi della Sede appostolica ch'erano, ricevendo essi la conferma dell'investiture in quella guisa che i loro predecessori aveanle ricevute dagli altri Pontefici. Ed è da notare che i Principi di Capua in questi tempi prestavan l'omagio al Papa, nell'istesso tempo, ch'erano ligi al Duca di Puglia.
Ma non è qui da tralasciare ancora, che Guglielmo non bastandogli aver avuta l'investitura da Pascale, la volle anche da Gelasio, dal quale non potè ottener altro, che una conferma ristretta sempre al Ducato di Puglia e di Calabria, guardandosi bene di stenderla al Principato di Salerno ed Amalfi, ed a tutti quegli altri Stati, ch'erano già passati sotto la dominazione de' Duchi di Puglia. Così leggiamo nella formola di questa investitura rapportata dall'Abate della Noce[381], che Gelasio la diede a Guglielmo: _Quemadmodum Gregorius Papa tradidit illam Roberto Guiscardo Avo tuo; et sicut Urbanus Papa eam Rogerio Patri tuo prius, et postea tibi tradidit; sic et ego trado tibi eandem Terram cum honore Ducatus per illud idem donum, et consensum_. Ma è da notare l'errore occorso in questa formola, e mancare in essa dopo la parola _postea_ il nome di _Pascalis_; poichè Guglielmo non mai da Urbano ricevè investitura, come quegli che premorì a Ruggiero suo padre, e Guglielmo succedè al padre nel Ponteficato di Pascale, dal quale, e non da Urbano la ricevette, come rapporta Pietro Diacono.
Intanto s'esacerbarono le contese tra il Papa e l'Imperadore: questi tosto che seppe essersi Gelasio partito da Roma, fece elegger Maurizio Arcivescovo di Braga, che si fece chiamare Gregorio VIII. Dall'altra parte Gelasio venuto a Capua scomunicò l'Imperadore, l'Antipapa, e tutti i complici ed operò che Roberto Principe di Capua ragunasse le sue truppe per opporle ad Errico, affinchè introducesse lui in Roma. Roberto, unita una considerabile armata, prende il cammino verso il monastero Cassinense, per quindi passar in Roma insieme col Papa, come aveagli promesso; ma avendo inteso che l'Imperadore non era molto lontano con forze superiori, non volle partirsi da Cassino, ed avendo quivi ricevuti gli Ambasciadori d'Errico, che lo consigliavano a ritirarsi, egli abbandonando l'impresa a Capua tornossene. Quindi Gelasio, dopo varie vicende di fortuna, abbandonato dai Normanni, finalmente non potendo resistere a tante forze, pensò andarsene con alquanti Vescovi e Cardinali in Francia, e giunto nel monastero di Clugnì, stanco finalmente per tante cure moleste e per tanti incomodi sofferti in quel penoso viaggio, quivi infermatosi finì la sua vita il dì 29 di gennaio dell'anno 1119 dopo aver non più che un'anno e cinque giorni con tanti travagli, e patimenti tenuta quella sede.
Tosto i Cardinali, vedendosi privi d'un tanto Pontefice, e che mal potevano opporsi a Gregorio, se immantenente non provvedessero al successore, elessero in quel medesimo monastero Guido Cardinale Arcivescovo di Vienna nato di regal stirpe, come quegli ch'era figliuolo del Conte di Borgogna a' Re di Francia per sangue cotanto vicino, e Calisto II chiamossi, il quale subito portossi in Roma, ove dal Clero, dal Senato e Popolo romano con segni di molta stima fu ricevuto. Il falso Papa Gregorio lasciando Roma si fortificò a Sutrio, castello per sito ben forte, ove co' suoi ritirossi[382].
Intanto Calisto, per toglier dalle radici questo scisma, pensò non esservi altro rimedio, che il ricorrere agli aiuti de' nostri Principi normanni, venne perciò a Benevento, ove fu visitato dal Duca Guglielmo, da Roberto e da tutti i Baroni di quel contorno, i quali offerendogli le loro truppe, tutti stimarono doversi Sutrio stringere di stretto assedio. In fatti non passò molto che fu questo Castello strettamente assediato, tanto che finalmente bisognò rendersi: Maurizio venne nelle mani di Papa Calisto, il quale lo fece strettamente custodire in una forte Rocca come suo prigioniero. E qui finì questo scisma di travagliare di vantaggio la Chiesa romana, nella quale cominciò a godersi qualche pace.
Ma fu questa pace interrotta dalla morte accaduta in quest'anno 1120 di Roberto Principe di Capua, dal quale Calisto avea ricevuti sì importanti servigi. Non lasciò questo Principe, che un solo figliuolo chiamato Riccardo III, il quale al suo padre nel Principato successe. Ma questo Principe non più che pochi giorni tenne il Principato: poichè appena consecrato secondo il solito costume de' Principi di Capua normanni, che solevan ungersi col sacro olio per mano dell'Arcivescovo, finì tosto i giorni suoi in Capua; nè lasciando di se progenie alcuna, gli succedè Giordano II, suo zio, fratello di Roberto suo padre[383].