Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Part 19

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Ma non finirono qui le turbolenze; un'altra assai più pericolosa se ne scoverse in Amalfi. Il Duca Ruggiero, fidando troppo de' Longobardi per la considerazione di Sigelgaita sua madre ch'era di questa Nazione, come quella che fu sorella dell'ultimo Principe di Salerno, non faceva difficoltà di commettere il governo delle sue Piazze a' Longobardi stessi, a' quali egli e suo padre l'avean tolte: fra l'altre diedero Amalfi in guardia de' Comandanti longobardi, i quali vollero ben tosto profittare de' disordini accaduti poco prima in Cosenza; poichè applicati il Duca ed il Conte suo zio a reprimere la fellonia de' Cosentini, essi cacciarono da Amalfi tutti i partegiani del Duca, e trapassando ad aperta ribellione, ricusarono di ricevere lui medesimo. Il Duca fortemente irato di tanta fellonia, per ridurre la città, pensò allettar Boemondo suo fratello, pregandolo a prestargli soccorso, siccome questo Principe lo fece con tutta la sua milizia, che dalla Puglia e dalla Calabria teneva raccolta: invitò il Duca anche Ruggiero Conte di Sicilia a soccorrerlo; ed in fatti in quest'anno 1096 venne il Conte con ventimila Saraceni, e con infinita moltitudine di altre Nazioni a porre l'assedio ad Amalfi[341]. La Piazza fu investita da questi tre Principi con tutte le loro forze, e l'assedio fu così stretto, che se non fosse stata l'impresa attraversata da congiunture assai strane, certamente Amalfi si sarebbe resa.

Ciò che l'obbligò a scioglier l'assedio fu una nuova impresa che si offerse a Boemondo ed a' suoi soldati, i quali scordatisi dell'impegno nel quale erano, in un subito si voltarono altrove. Fu ciò la pubblicazione delle prime _Crociate_, l'invenzion delle quali devesi ad Urbano II primo lor autore[342]. Questi nell'anno 1095 avendo ragunato in Francia nella città di Chiaramonte un Concilio, animò tutti i Principi d'Europa all'impresa di Terrasanta, e fu tanto l'ardore di questi Principi, stimolati anche dal solitario Pietro, che posero, per accingersi a sì gloriosa impresa, in iscompiglio tutta l'Europa; ma sopra tutte le altre province, l'Italia e la Francia abbondò di gente, che anelavano di farsi crocesignare, e di prender l'armi per quest'espedizione. S'armarono il Grande Ugone fratello di Filippo I, Re di Francia, Roberto Duca di Normannia. Goffredo Buglione Duca di Lorena, ed i Conti di Fiandra e di Tolosa. Ma fra i nostri Principi normanni, Boemondo col suo nipote _Tancredi_ figliuolo del Duca Ruggiero natogli da Alberada sua prima moglie, come scrivono Pirri ed il Summonte (poichè Orderico Vitale[343], e l'Abate della Noce[344] portano Tancredi figliuolo d'una sorella di Boemondo) furono i più accesi per quest'impresa. Boemondo, sia stato vero zelo o dolore di non essere abbastanza distinto in Italia, ovvero per disegno di continuare le conquiste che avea cominciato con suo padre in Oriente, immantenente lasciato l'assedio d'Amalfi, si mise la Croce rossa sopra i suoi abiti, e fattosi recare dei mantelli di porpora, con gran apparecchio in minuti pezzi dividendogli, ne segnò anche i suoi soldati. Il suo esemplo, e la cura che si prendeva a promovere questa sua divozione, fece sì che a lui ed a Tancredi si unisse un gran numero di gente per seguirgli in quest'impresa. Furon seguiti sopra tutti gli altri da molti Pugliesi, Calabresi, Siciliani, e d'altre regioni d'Italia, tanto che tosto ne fu composta una grossa armata, e fecegli giurare con esso lui sul campo di non fare niuna guerra contra de' Cristiani infino, che non si fosse conquistato il paese degl'Infedeli. Il Duca Ruggiero, il quale si vide così ad un tratto abbandonato in Amalfi, e che la nuova Crociata gli avea tolta la più bella parte delle sue truppe, fu necessitato con gran rammarico e indignazione contra Boemondo, col quale non valsero rimproveri nè scongiuri, coprendosi sotto il manto della religione, e del zelo, a togliere l'assedio per avanzato che si fosse. Il Conte Ruggiero vedutosi ancora abbandonato da' suoi, non potendogli impedirgli per un'espedizione così speziosa, s'ebbe pazienza, e pien di mestizia tornossene in Sicilia[345]. All'incontro Boemondo e Tancredi messisi alla testa de' loro Pugliesi e Calabresi, e d'infinito numero d'altre Nazioni, imbarcatisi in Bari cominciarono a navigare verso Oriente. Il nostro incomparabile Torquato nel suo divino poema, valendosi di quella licenza a' Poeti concessa, fa Tancredi Capitano di ottocento uomini a cavallo, che finge aver seco condotti dalla Campagna felice presso Napoli; ma in questi tempi nè a Boemondo, nè a Tancredi ubbidiva questa regione; tanto è lontano che quindi avesse potuto raccorgli. La Campagna felice in gran sua parte allora era al Ducato napoletano sottoposta, che si reggeva da Sergio Duca e Console sotto l'Imperador Alessio Comneno. Solo Aversa nuova città era in potere de' Normanni, ma d'altro genere, come si è detto, non già della razza di Tancredi Conte d'Altavilla, di cui discendevano Boemondo e Ruggiero. E Capua in questo mentre trovavasi essersi già ribellata da' Principi normanni; poichè morto in Piperno nell'anno 1090 il Principe Giordano, ancorchè avesse lasciato Riccardo suo figliuolo di tenera età per successore al Principato[346], nulladimanco i Longobardi capuani, subito che furono avvisati della morte di Giordano, cospirarono contro Riccardo, e contro la Principessa sua madre; ed avendosi poste in mano le Fortezze della città, ne discacciarono tutti i Normanni; tanto che fu d'uopo a Riccardo, ed a sua madre per asilo ricovrarsi in Aversa, ove si trattennero insino che dal Duca di Puglia, e da Ruggiero Conte di Sicilia, non furono soccorsi, e restituiti in Capua.

Questo famoso Eroe dapoi che si levò dall'assedio di Amalfi, ritornato in Sicilia, non pensava ad altro, che di stabilire più fermo il dominio nella sua famiglia con illustri parentele. I più grandi Principi della Cristianità ricercavano a gara la sua amicizia e la sua alleanza. In fatti erano già quasi due anni, che la sua prima figliuola nell'anno 1093 era stata ricercata da Filippo I Re di Francia, e la seconda nell'anno 1094 fu sposata a Corrado figliuolo dell'Imperador Errico III. Questo Principe per le discordie di Errico suo padre con i romani Pontefici, fu da costoro stimolato a lasciare il partito di suo padre, e non bastandogli d'essersi attaccato al contrario, arrivò a tal estremità, che non fu punto difficile di movere apertamente contro il padre le armi; e portatosi in Italia, col favore del Pontefice, occupò molti luoghi, che dependevano dall'Imperio, e da lui sottratti ad Errico. Il Pontefice Urbano e la Contessa Matilda, non trovando miglior modo per mantenerlo, proccurarono farlo entrare nella famiglia del Conte di Sicilia, con fargli sposare la costui figliuola, perchè lo sostenesse contro gli sforzi di Errico[347].

Il Re d'Ungheria invidiandogli questa alleanza, due anni da poi mandò Ambasciadori al Conte a dimandargli un'altra figliuola per isposarla ad Alemanno suo figliuolo. Ruggiero non ricusò il partito, e con molta pompa e celebrità fu tosto nel 1097 condotta la Principessa al marito. Questa prosperità sì estraordinaria nella famiglia di Ruggiero, ed i successi tanto illustri del suo Regno gli meritarono il soprannome di _Gran Conte_, ed intorno a questo tempo cominciò ad usarlo ne' suoi titoli.

Agostino Inveges, oltre a queste ragioni, rapporta, che fu mosso Ruggiero a chiamarsi _Gran Conte_, perchè egli avea creato Simone suo figliuolo Conte di Butera; e cominciandosi già in Sicilia ad introdursi l'uso de' Feudi e de' Contadi; ed essere decorati di questi titoli i figli, i nepoti e' vassalli del Conte, per distinguersi da costoro, cominciasse a sottoscriversi con questo nuovo titolo _Magnus Comes Calabriae, et Siciliae_.

Ma ciò che maggiormente fece rilucere la potenza di Ruggiero G. Conte di Sicilia, fu l'impresa di Capua. Riccardo figliuolo di Giordano, che discacciato da Capua, erasi ritirato in Aversa, non potendo per se solo ricuperar Capua, lo richiese di soccorso, e della sua protezione: promettendogli, in riconoscenza di questo importante aiuto, di farsi suo uom ligio, e fargli omaggio de' suoi Stati[348].

Ed aggiunge Malaterra[349], che Riccardo oltre la promessa fatta di prestargli omaggio, in ricompensa gli avesse anche offerta Napoli, la qual città dovea ancora conquistarsi. E molto a proposito avverte Inveges, che non si sa donde nascesse a Riccardo questa ragione di così disporre di Napoli, che in questi tempi si governava da' suoi propri Duchi in forma di Repubblica. Il Conte non fu insensibile a queste offerte; poichè tosto unendo una sua armata, venne verso Capua, ove il Duca di Puglia suo nipote, e Riccardo eransi già uniti per assediarla: egli prima di cominciar l'assedio fece predare tutta la vicina Campagna: da poi strinse la città minacciando agli abitanti la lor ruina se non si rendessero[350]. In questo, avendo Urbano II inteso il pericolo de' Capuani, venne tosto al campo ov'erano questi Principi per ottenere da essi la pace, ed impedire la rovina di quella città. Egli fu ricevuto magnificamente da que' Principi, i quali consentirono di rimettere i loro interessi nelle sue mani, purchè i ribelli volessero far il medesimo, del che fu avvertito il Papa, che non farebbero punto. Con tutto ciò volle Urbano tentare di ridurgli, ed entrato nella città, ancorchè gli dessero parola di volerlo fare, quando si venne all'effetto, rifiutarono di voler rendere la città a chi si sia. Il Papa pentitosi d'essersi mosso per loro cagione, se ne ritornò indietro, niente curandosi di ciò avrebbe potuto di male accadergli. L'assedio si strinse per ciò più fortemente, ed Iddio in questo punto fece al Conte di Sicilia segnalatissimi favori; poichè la Contessa Adelaide sua sposa, che in quell'impresa avealo seguitato, vi divenne gravida. Si sgravò del parto in Melito di Calabria in decembre di quest'anno 1097, ovvero, come altri rapportano, in febbraio dell'anno seguente, e diè alla luce un figliuolo, il quale fu battezzato per mano di S. Brunone fondatore dell'Ordine de' Certosini, col quale il Conte, per la gran fama che teneva di santità, avea strettissima amicizia, ed egli fu il primo, che stabilì nella Calabria quell'Ordine nascente, di cui si mostrò sempre protettore.

Al fanciullo fu posto nome Ruggiero: quegli che per le famose sue gesta fu il I Re di Sicilia. Errano perciò il Fazello, che scrisse questo Eroe esser nato in Salerno; e Pirri, che anticipando due anni questa nascita, nel 1095 lo dice nato in Sicilia. Il secondo favore, che Ruggiero ricevette dal Cielo per l'intercessione di S. Brunone fu l'essere stato liberato d'un tradimento, che un Greco appellato Sergio, aveagli macchinato; ma l'aver il Conte ripressa questa congiura col sangue de' congiurati, intimorì in guisa gli assediati, che tosto la Piazza fu resa, e restituita al Principe Riccardo: usò gran clemenza co' medesimi secondo il consiglio che glie ne diede il Conte, talmente che si contentò d'eleggere il suo soggiorno in una delle torri più alte della cittadella, ove entrò trionfante; onde ristabilito nel Principato di Capua, riconoscendo quest'importante conquista da' due Ruggieri, fece loro in segno di gratitudine ogni onore, e come uomo ligio giurò loro omaggio.

Questi due Principi spediti da quest'impresa si ritirarono unitamente in Salerno ove si trattennero insieme per qualche tempo. Meditava il Duca di Puglia, sopra le altre città de' suoi dominj in Italia, trasciegliere Salerno per sua sede regia, siccome avea pensato anche Roberto Guiscardo, conquistata che l'ebbe, di costituirla città metropoli, non altramente, che per quello riguarda la politia ecclesiastica, avea fatto il Pontefice Giovanni XIII. Perciò la sua più lunga residenza la faceva in Salerno[351]; il di cui esempio seguirono da poi i suoi successori. Quivi ospiziò il suo zio colla Contessa e col picciolo figliuolo poc'anzi natogli, il quale gli fu successore ne' suoi dominj.

CAPITOLO VIII.

_URBANO II fa suo Legato il Conte RUGGIERO, onde ebbe origine la Monarchia di Sicilia._

Urbano II per congratularsi con questi Principi del buon successo della loro spedizione di Capua, venne a trovargli in Salerno, e volendo in ricompensa di tanti benefizi prestati alla Sede Appostolica, mostrarsi loro grato, creò Ruggiero suo Legato in Sicilia. In quest'anno 1098, ed in questo Congresso fu istromentata quella Bolla, di cui non vi è memoria che sia stata conceduta ad alcun altro Principe della Cristianità, per cui vanta la Sicilia la sua Monarchia, e per cui s'è preteso, che i successori del G. Conte Ruggiero fossero padroni ne' loro Stati, così dello spirituale, come del temporale.

Erasi introdotto costume da' Pontefici romani di spedir loro Legati appostolici in varie province dell'Orbe cristiano; e n'ebbero di varie sorte. Alcuni che erano i più eminenti, ed a' quali era conceduta più ampia e particolar giurisdizione, eran chiamati Legati a _latere_, poichè dal Concistoro e Collegio de' Cardinali, che sedevano a lato del Pontefice, erano prescelti, e perciò _Laterali_ chiamogli Ivone Carnotense in una lettera[352] ch'e' scrisse a Pascale II. Altri erano o Vescovi, o Diaconi della Chiesa romana, i quali erano destinati dal Pontefice per Legati presso gl'Imperadori o Regi, i quali non aveano altra incumbenza, se non nella Corte di que' Principi di proccurar i negozi della Sede Appostolica, ed invigilare per gl'interessi della medesima, e questi presso gli antichi si dissero _Apocrisiarii_, ovvero _Responsales_. Ma fu ancora da poi introdotta un'altra sorta di Legati, che si chiamavano Provinciali. Questi per lo più erano Vescovi o Arcivescovi delle province istesse ove reggevano le loro Cattedre, ai quali come Legati della Sede Appostolica veniva data molta autorità e giurisdizione, e conceduti vari privilegi da potersene valere co' loro provinciali, e sovente la Legazione si dava alla Cattedra, non alla persona. Così l'Arcivescovo d'Arles era Primate e Legato delle Gallie in vigore d'un antichissimo privilegio conceduto a quella sede, e confermato da poi da Ormisda e da Gregorio I, e dagli altri romani Pontefici[353]. Così ancora l'Arcivescovo di Cantorberì era Primate e Legato d'Inghilterra per un privilegio, che Innocenzo II concedè a Teobaldo Arcivescovo di quella città, ed a' suoi successori; onde è che in Inghilterra questi erano appellati Legati nati, come ci testimonia Polidoro Virgilio[354], poichè non alla persona, ma alla Cattedra fu tal privilegio conceduto. Siccome il Vescovo di Pisa, ed i suoi successori, da Gregorio VII furono dichiarati Legati della Santa Sede nell'isola di Corsica.

Si davano ancora queste Legazioni in alcune province dell'Orbe cristiano, non già alle Cattedre, ma alle persone, destinando i Sommi Pontefici certe persone per Legati in vari luoghi. Così Lione il Grande costituì Anastasio Vescovo di Tessalonica Vicario della Sede Appostolica per l'Oriente, e nelle regioni dell'Affrica. Gelasio I, per l'Egitto elesse Acacio. Ormisda per la Betica, e per la Lusitania Salustio Vescovo di Siviglia; e per le Gallie l'istesso Pontefice costituì suo Vicario Remigio di Rems, senza derogare al privilegio dell'Arcivescovo d'Arles: Ormisda istesso elesse il Vescovo Giovanni per tutta la Spagna. Vigilio creò per l'Illirico, il Vescovo di Locrida, siccome fece anche Gregorio I. Martino I costituì Giovanni Vescovo di Filadelfo per Legato nell'Oriente contro i Monoteliti. E sopra tutte le altre province la Francia ebbe molti di questi Legati ne' tempi di Carlo Martello, di Carlo il Calvo, e più ne' tempi ne' quali siamo, sotto Gregorio VII ed Urbano II, tanto che per la frequenza di questi Legati s'estinsero in gran parte le ragioni e preminenze di Legato e di Primate nell'Arcivescovo d'Arles; e non solo i romani Pontefici vi mandavano Legati perchè presiedessero a tutta la Gallia; ma ancora a certe province vi mandavano particolari Legati, come nell'Aquitania, de' quali Alteserra[355] ne rapporta un numero ben grande.

Questi Legati per lunga esperienza si conobbe, che recavano alle Province, ov'erano dirizzati, danni, e molestie insopportabili[356], poichè oltre di scemarsi con ciò l'autorità e la giurisdizione de' Vescovi e de' Metropolitani, traendo a se tutte le cause, e sovente inquirendo e conoscendo delle cause e delitti de' medesimi Prelati, per la loro avarizia e fasto tenevano depressi i Vescovi e tutto l'Ordine ecclesiastico, onde vennero in tanta abbominazione a' provinciali, che ricorsero a' loro Re, perchè vi dessero riparo. Per la qual cosa i Principi d'Europa proccuravano o di non ricevergli affatto, ovvero di non ricevere se non quelli ch'essi volevano. In Inghilterra perciò fu fatta convenzione fra Urbano II col Re Guglielmo, per la quale fu stabilito, che niun Legato si ricevesse in quell'isola, se non colui che voleva il Re[357]. In Francia i loro eccessi furon tali, che finalmente si risolvettero i Vescovi di supplicare il Papa, che gli togliesse affatto per ristoro delle loro diocesi; siccome in fatti ottennero, che non più si mandassero, onde risorse la potestà de' Metropolitani e de' Primati in quella provincia, e si pose quiete in quel Regno. L'Imperador Federico in Alemagna con suo editto ordinò, che non si ricevessero affatto. Nella Scozia vi è legge stabilita nel 1188 approvata da' Pontefici Clemente III, Innocenzio III ed Onorio III che proibisce poter alcuno ivi esercitare il diritto di Legazione, se non fosse Scozzese; ed il simile si legge per le Spagne.

Nell'isola di Sicilia pur i Papi aveano in usanza crear questi Legati; e si legge[358] che sin da' tempi di Gregorio I avesse questo Pontefice creato Massimiano Vescovo di Siracusa Legato di Sicilia, concedendo questa prerogativa alla sua persona, non già alla Cattedra[359]. Nemmeno ne furono esenti quest'istesse nostre province, ancorchè tanto a Roma vicine; poichè nella Cronaca di Lione Ostiense[360] si legge, che Niccolò II, dopo aver fatto Cardinale Desiderio celebre Abate Cassinense, lo creò ancora suo Legato in tutta la Campagna, nel Principato, nella Puglia e nella Calabria, se bene la sua autorità fossegli stata ristretta sopra tutti i monasteri e Monaci di quelle province come si scorge dalle parole del privilegio, che rapporta ivi l'Abate della Noce.

Urbano II adunque, volendo in questi tempi, ciò che i suoi predecessori avean prima fatto, rinovar l'usanza di crear in Sicilia un Legato, vi nominò il Vescovo di Traina. Non ben s'intese da' Siciliani questo fatto, e molto più se n'era offeso il Conte Ruggiero, il quale essendosi così ben distinto per tanti segnalati servigi prestati alla Santa Sede, con aver discacciati i Saraceni infedeli da quell'isola, tolte tutte le Chiese al Trono costantinopolitano, con restituirle al romano, e soccorsa la Chiesa nelle maggiori sue calamità, riputava non dover meritare questa ricompensa. In questo Congresso tenuto in Salerno se ne dolse col Papa, e fecegli comprendere assai liberamente quanto ciò eragli dispiaciuto, e ch'egli era determinato a non punto soffrirlo.

Ma Urbano che si sentiva cotanto obbligato a questo Principe, e dal quale si prometteva maggiori ajuti per la Sede Appostolica, riputandolo il più abile istromento in questi tempi, ove potesse appoggiare tutte le sue speranze contro gl'Imperadori d'Occidente, non tralasciò sì bella occasione per maggiormente obbligarselo. Non solamente su questo punto gli diede tutta la soddisfazione, annullando in quell'istante la Legazione, che avea data al Vescovo di Traina, ma con raro esempio trasferì al G. Conte medesimo tutta quella autorità che come suo Legato avea data a quel Vescovo, creando lui ed i suoi legittimi eredi e successori Legati nati della Sede Appostolica in quell'isola, promettendogli di non mettervi giammai alcun altro contra suo grado, e che tutto ciò ch'egli era per fare per un Legato, fosse fatto per lui, e suoi successori. Ne fu tosto spedito in Salerno per mano di Giovanni Diacono della Chiesa romana il privilegio, nel mese di luglio, il settimo dell'Indizione, e l'undecimo del Ponteficato di Papa Urbano II.

Questo avvenimento in cotal guisa lo narra Malaterra, il quale insieme porta la Bolla d'Urbano, Scrittore gravissimo, e di que' tempi, il quale qui termina i quattro libri della sua Latina Istoria; e di cui Orderico Vitale[361] antico Scrittore delle cose normanne scrive: _De quorum (idest Ducis Roberti Guiscardi, et Comitis Rogerii) probis actibus, et strenuis eventibus Gotifredus Monachus cognomento Malaterra, hortatu Rogerii Comitis Siciliae elegantem libellam nuper edidit_.

Questa scrittura sì notabile meritava, che si fosse rapportata tutta intera; ma riguardando la politia di quel Reame, non del nostro, ci siamo contentati d'averne recato con nettezza ciò che contiene, tanto più, che non mancano Scrittori[362], che la rapportano intera, e ben negl'istessi Annali del Baronio potrà leggersi.

Questo è il fondamento della cotanto famosa Monarchia di Sicilia, per cui i successori di Ruggiero, e sopra tutti i Re d'Aragona, che signoreggiarono da poi quel Reame con lunga serie d'anni, si sono mantenuti nel possesso di questa sì nobile ed illustre prerogativa contro tutti i sforzi, e' dibattimenti surti sopra questo punto in processo di tempo. Non riputandosi cosa impropria, e strana d'essersi potuto a' Principi concedere tal facoltà di Legato della Sede appostolica, quando i Papi stessi reputarono queste persone, come sacrate, essendosi già introdotto il costume di ungersi col sacro olio, e non come all'intutto laici, ma partecipi ancora del Sacerdozio gli riputarono; e se non stimarono incompatibile alle loro persone di creargli Canonici di S. Pietro, con ammettergli coi sacri abiti al Coro, e rendergli consorti in tutte le altre funzioni, e celebrità sacre; non dovrà parere strano che possano ancora ritener queste prerogative, che finalmente si raggirano intorno alla ecclesiastica giurisdizione, non già intorno all'ordine.

Secondo le massime del dritto Canonico, e la pratica della Corte di Roma si è in più occasioni veduto, che nel diritto la potenza della giurisdizione è distinta dalla potenza dell'ordine, e che quest'ultima è attaccata all'ordine medesimo, e non può essere comunicata a quelli, che non l'hanno per loro carattere. Non si può commettere ad un Prete per far l'ordinazione; nè ad un Diacono per consecrare, o per assolvere; poichè la facoltà dell'ordinare è attaccata al carattere episcopale, ed il potere di consecrare e d'assolvere all'ordine presbiterale: ma per ciò, che riguarda la potenza della giurisdizione, ella può essere comunicata a persone, che non sono negli ordini, ancorchè s'eserciti sopra quelli, che vi sono, o anche negli ordini più elevati, che non sono quelli a chi si è accordata questa giurisdizione. Li Papi non hanno fatto difficoltà di praticarla in più occasioni, nominando Legati, i quali erano semplici Diaconi per giudicare materie di fede, e cause di Vescovi, anche per tenere il loro luogo ne' Concilj, e dando privilegi ad Abati e Monaci per esercitar la giurisdizione episcopale; e ciò ch'è più stonante, anche alle Badesse, che danno dimissorie, hanno Archidiaconi, ed altri Officiali, ed esercitano tutto ciò, che appartiene alla giurisdizione episcopale; ed in quest'istesso nostro Regno oggi giorno veggiamo, che la Badessa del Monastero di Conversano esercita sopra i suoi Preti giurisdizione, ed ha privilegio di valersi di Mitra, e di Pastorale, come i Vescovi fanno. E Carlo II d'Angiò nella Chiesa di S. Nicolò di Bari ebbe luogo in quel Coro sopra gli altri Canonici, e fu riputato come di lor corpo, ed ebbe giurisdizione sopra que' Preti, come diremo al suo luogo.