Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Part 18

Chapter 183,562 wordsPublic domain

Nulla più avrebbe impedito d'andare a Roma, se non Giordano Principe di Capua. Questo Principe, avendo, come si disse, preso il partito d'Errico contro del Papa, signoreggiava la Campagna colle sue truppe, onde bisognava a Roberto, per passare in Roma, di toglier quest'ostacolo: ma questo valoroso Campione non solo fugò le nemiche truppe, ma portò l'assedio alla città d'Aversa per ridurla nelle sue mani. Giordano però difese la Piazza valorosamente; onde Roberto vedendo che non così presto poteva sperarsene la resa, sollecitando il Papa il soccorso, abbandonò l'assedio, ed in Roma portossi, ove trovò Gregorio strettamente assediato nel castello di S. Angelo, nell'istesso tempo che l'Imperadore e 'l suo Antipapa facevano tranquillo soggiorno nel Palagio di Laterano. Errico che si trovava in Roma con piccolo presidio, pensò uscir dalla città; Roberto all'incontro cinse Roma colla sua armata, e accostatosi sul bel mattino alla Porta di S. Lorenzo, che vide esser men guardata delle altre, fece appoggiar le scale alle mura, e montandovi sopra, aprì immantenente a tutta l'armata le porte. Ella passò senza difficoltà per le strade di Roma, e giunta al castel di S. Angelo, cavò fuori il Papa, e lo condusse onorevolmente al Palagio di Laterano[329].

I Romani del partito d'Errico restarono sorpresi d'una così valorosa azione; e quantunque da poi ripreso un poco di coraggio, avessero proccurato di ordire contro i Normanni una congiura, tosto Roberto v'accorse, e la ripresse in guisa, che i Romani costernati, risolvettero cercar pace al Papa, che loro la concedette.

Il famoso Guiscardo disbrigato da sì gloriosa impresa e sedati i tumulti, fece da poi uscir di Roma le sue truppe per ritornar in Puglia; ma Gregorio non fidandosi ancora de' Romani, e temendo d'esporsi un'altra volta a' loro insulti, risolvette di seguire l'armata de' Normanni ed il Duca Roberto. Partissi intanto egli da Roma seguitato da' Cardinali e da un gran numero di Vescovi, e fermatisi per alquanti giorni nel monastero di Monte Cassino, ove dall'Abate Desiderio furono splendidamente trattati, ritirossi in Salerno, senza voler giammai ritornar più in Roma, la cui fedeltà gli fu sempre sospetta.

I. _Investitura data da GREGORIO VII al Duca ROBERTO._

In questo viaggio, che fece il Papa col Duca Roberto, fu rinovata da Gregorio l'investitura, che questo Principe da Niccolò II, e da Alessandro suoi predecessori avea avuto del Ducato di Puglia e di Calabria e di Sicilia, la qual si legge nelle Epistole[330] decretali di questo Pontefice, e porta la data di Cepperano, luogo, che si rendè poi celebre, per lo tradimento, che quivi il Conte di Caserta fece al Re Manfredi. In questa investitura è da ammirare la fortezza dell'animo, e intrepidezza d'Ildebrando, il quale non ostante i così segnalati e recenti beneficj, che avea ricevuti da Roberto, non volle però acconsentire, con tutto che si trovasse in mezzo dell'esercito de' Normanni, di ampliare l'investitura al Principato di Salerno, al Ducato d'Amalfi, e parte della Marca Firmana, che avea Roberto conquistato dopo l'investitura di Papa Niccolò, e che allora possedeva; ma solamente volle investirlo di ciò che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro aveanlo investito, lasciando sospesa l'investitura per quest'altri luoghi.

E perchè per quest'atto non s'inferisse pregiudicio alle pretensioni delle parti, ciascuna espressamente riserbossi le sue ragioni. Roberto nel giuramento di fedeltà, che diede a Gregorio, promettendo d'aiutare la Sede Appostolica, e di difendere la regalia e le terre di S. Pietro contro tutte le persone, nè invaderle, nè cercare d'acquistarle, ne eccettuò espressamente Salerno, Amalfi e parte della Marca Firmana, sopra le quali, com'e' dice, _adhuc facta non est diffinitio_. All'incontro Gregorio nell'investitura dichiarò solamente investirlo di ciò, che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro gli avean conceduto, soggiungendo, _de illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalphia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter substineo in confidentia Dei omnipotentis, et tuae bonitatis, ut tu postea exinde ad honorem Dei, et Sancti Petri, ita te habeas, sicut et te agere, et me suscipere decet, sine periculo animae tuae, et meae_. Ciò che mostra quanto fosse accorto questo Pontefice, il quale nell'istesso tempo, che lasciava in sospeso Roberto, volle tenerlo anche a freno, per lo bisogno nel quale lo lasciava di lui, e de' successori suoi per aver di questi luoghi l'investitura; e di vantaggio volle mostrare essere de' soli Pontefici romani dare e togliere gli Stati altrui, e di giustificare o riprovare le conquiste de' Principi secolari a lor voglia, riputandogli giusti o ingiusti a lor talento; trovando ancora un mezzo assai ingegnoso tra gli acquisti giusti ed ingiusti, cioè di sostenere gli ingiusti possessori _in confidentia Dei omnipotentis_, acciochè, siccome coloro si portavano colla Chiesa romana, così i Papi si regolassero di dichiarargli giusti o ingiusti Conquistatori.

E vedi intanto a ch'era giunta in questi tempi l'autorità de' romani Pontefici, e la stupidezza de' Principi del secolo, i quali per timore ch'essi aveano delle censure, per tema di non essere deposti, ed assoluti i loro vassalli da' giuramenti, non si curavano dipendere dal loro arbitrio, e riconoscere in essi tanta autorità, per non vedere in sedizioni e ruine sconvolti i loro Stati, atterriti dall'esempio pur troppo recente dell'Imperador Errico, che avea veduto ardere di crudel guerra la Germania, perch'ebbe poco amico Gregorio.

CAPITOLO VI.

_Conquiste del Duca ROBERTO in Oriente: sua morte, seguita poco da poi da quella di GREGORIO VII._

Mentre che Roberto impiegava con tanta utilità le sue armi in Italia in servigio della Sede Appostolica; veniva dall'altra parte ricompensato di molti successi felici, che l'illustre Boemondo suo figliuolo si proccurava in Oriente. Questo valoroso Campione nell'istesso tempo che suo padre ebbe la gloria di fugare in Roma l'Imperador d'Occidente, venendo a battaglia con Alessio Comneno, ebbe anche la gloria di fugare in Bulgaria l'Imperadore d'Oriente.

La novella ch'ebbe Roberto di questa vittoria riportata da Boemondo sopra l'Imperadore Alessio, l'invogliò a passare di bel nuovo in Oriente per compiere ciò che suo figliuolo, vi avea sì felicemente incominciato. Egli dopo aver dati providi ordini a' suoi Ufficiali per lo governo di questi Stati che lasciava in Italia, si mise in mare con una flotta considerabile, portando seco l'altro figliuolo Ruggiero, e molti altri Baroni principali; ed andò ad incontrare la flotta dei Greci, che era di forze non inferiore alla sua, essendosi unita a quella de' Veneziani infra l'isole di Corfù e di Cefalonia. Si combattè con tanto valore, che i Greci invece di stargli a fronte, si diedero alla fuga, e lasciarono la flotta de' Veneziani affatto sola: allora i Normanni mandate a fondo molte galere, dissiparono l'armata nemica, e facendovi più di duemila e cinquecento prigionieri, trionfarono questa seconda volta de' loro nemici in Oriente[331]. Ma per una grave corruzione d'aria accaduta in quell'orrido inverno, che obbligò far riposare le sue truppe, s'attaccò nell'armata un'infermità così contagiosa, che menò a morte più di diecimila persone, e la più bella parte di quella: Boemondo ne fu sì violentemente attaccato, che non si trovò altro rimedio, che di farlo ripassar in Italia per prendere un'aria migliore: e vi è chi scrisse[332], che questa malattia di Boemondo fosse stato effetto della malvagia volontà di Sigelgaita sua madrigna, la quale avea risoluto farlo morire, temendo che questo Principe non togliesse a Ruggiero suo proprio figliuolo, dopo la morte del Duca, i Stati di Puglia e di Calabria. Non si sono trattenuti ancora di dire, che Sigelgaita, essendosi scoverta tanta enormità dal Duca suo marito, per sospetto che avea, che il Duca se ne fosse vendicato, avesse disegnato ancora d'avvelenarlo, e che l'anno seguente avendolo eseguito, se ne fosse fuggita col suo figliuolo Ruggiero, e con gli altri Signori ch'erano del suo partito, per mettere in possesso Ruggiero degli Stati d'Italia in pregiudizio di Boemondo. Checchè ne sia (poichè gli Autori, che hanno scritto nel tempo, e nel paese stesso, ove regnavano i Normanni, rapportano cose affatto contrarie della Duchessa Sigelgaita) da poi che Boemondo fu partito, il Duca inviò il suo secondogenito Ruggiero ad assediar Cefalonia, ch'erasi poc'anzi da lui ribellata.

Ma ecco, mentre questo invitto Eroe era tutto intento a quell'impresa, assalito il Duca nel mese di luglio da una febbre ardente fu costretto per curarsene a ritirarsi in Casopoli, picciol castello posto nel promontorio dell'isola di Corfù. Vi accorse immantenente Sigelgaita, ma intanto l'ardore della febbre era divenuto sì violento, che ben tosto nell'età sua di 60 anni lo privò di vita.

Sarà quest'anno 1085 sempre al Mondo memorando per l'infelice e luttuosa morte di quest'Eroe, e di due altri gran personaggi d'Europa. Fu infausto per i Normanni per la grave perdita di Roberto Guiscardo. Fu luttuoso per la Chiesa di Roma per la morte del famoso Ildebrando. E fu deplorabile per la Gran Brettagna per la perdita del celebre Guglielmo il Conquistatore Duca di Normannia, e Re d'Inghilterra[333].

La morte di Roberto sparsa fra le truppe normanne in Oriente, pose in tale costernazione l'armata, che non s'attendeva ad altro che a piangerlo; onde Sigelgaita ed il suo figliuolo Ruggiero s'affrettarono a portar il corpo del Duca in Italia. Giunti in Otranto, s'accorsero, che già cominciava a putrefarsi, il che fece risolvergli a lasciar in quella città il cuore e l'interiora, e dopo aver di bel nuovo imbalsamato il resto del corpo, lo trasportarono in Venosa, luogo della sepoltura degli altri Principi normanni. La città di Venosa, secondo che rapporta Guglielmo Pugliese[334] (il quale qui termina i cinque libri del suo Poema latino) non meno per li natali d'Orazio, che per serbare le tombe di tanti illustri Capitani, deve andarne altiera e superba sopra tutte l'altre città della Puglia. Quivi ancora riposano oggi giorno le ceneri di questo Eroe, che meritamente lo possiamo soprannominare il _Conquistatore_. Egli non ha dovuto che al suo valore ed alla sua industria il vantaggio d'esser passato da semplice Gentiluomo al numero de' Sovrani e d'un Sovrano il più temuto d'Europa, capace non solo ad imprendere contro i Principi più potenti del Mondo del suo tempo, ma ancora di vincergli, e di dar loro legge. Le virtù sue e le sue perfezioni del corpo e dell'animo furono così ammirabili, che i suoi più grandi inimici, come fu la Principessa Anna Comnena, ancorchè secondo il solito fasto dei Greci parlasse con disprezzo de' suoi natali, non è però che non l'attribuisca tutte quelle eminenti qualità, che si richiedono por acquistare il titolo di _Conquistatore_. E quantunque queste sue grandi azioni andassero accompagnate da soverchia ambizione di dominare, che sovente l'obbligò ad usar crudeltà e dissimulazioni, questi son soliti difetti, da' quali niun Conquistatore al Mondo ne fu, o ne potè esser lontano. Del resto egli colla sua pietà verso la religion cristiana, colli considerabili ajuti che prestò alla Chiesa romana, colla munificenza che praticò con molte Chiese, e singolarmente col monastero Cassinense, seppe ben coprire appresso il volgo questi difetti, che per altra parte venivan difesi appresso gli uomini di Mondo colle massime dell'umana politica.

Regnò Roberto sotto il nome di Conte di Puglia e di Calabria quattro anni; sotto quello di Duca dodici; e quattordici sotto nome di Duca di Puglia, Calabria, di Sicilia, e di Signor di Palermo. Visse in Italia dal 1047 insino al 1085 anni trentanove; e lasciò da due mogli due figliuoli maschi. Alcuni rapportano, che perchè tra' suoi figliuoli non si disputasse della successione de' Stati che lasciava, avesse nel suo testamento lasciata la Sicilia a Ruggiero suo fratello, della quale già in vita ne l'avea investito con titolo di Conte. A Boemondo suo primogenito tutto ciò che avea conquistato nell'Oriente. Ed al secondogenito Ruggiero natogli da Sigelgaita il Ducato di Calabria, il Principato di Salerno, e tutto ciò che possedeva in Italia. Rapportano ancora, che intanto avesse trattato meglio il secondo figliuolo del primo, così perchè nel far questo suo testamento si trovò presente Sigelgaita, che proccurò gli avanzi di suo figliuolo, posponendo il figliastro, come perch'essendo nato Boemondo dalla prima moglie, ch'egli suppose non esser legittima, per esser sua parente, riputava esser meglio nato Ruggiero, che Boemondo, e perciò antepose questi a quello. Ma, o che non avesse egli fatto testamento, come alcuni ne dubitano, o che questi suoi figliuoli non fossero contenti di quello; Ruggiero e Boemondo pretendevano ugualmente di succedere, ed ebbe ciascuno considerabili fazioni. Ma l'accortezza di Sigelgaita, impegnando a favor del proprio figliuolo Ruggiero Conte di Sicilia suo zio, fece che il partito di costui restasse il più forte; onde succeduto al Ducato di Puglia e di Calabria, ed a tutti gli altri Stati d'Italia conquistati da Guiscardo, cominciò egli ad amministrare queste province[335]. Ed avendo in oltre Ruggiero Conte di Sicilia mantenuto con esso lui più strette alleanze, che con Boemondo, per affezionarselo di vantaggio, gli cedette ancora molte Piazze della Calabria, che il Duca Guiscardo avea al Conte di Sicilia riserbate. Così dichiaratosi manifestamente il Conte del partito di Ruggiero, in tutte le occasioni s'affaticò di sostenerlo contro gli sforzi di Boemondo, il quale spesse volte, ma sempre inutilmente, tentò di sturbare i suoi Stati.

Fu memorabile ancora quest'anno 1085 per la morte accaduta in Salerno del famoso Ildebrando: morte per la Chiesa romana pur troppo luttuosa e deplorabile. Ella perdette un Papa il più forte ed intrepido di quanti mai ne fiorirono in tutti i secoli: egli non si curava punto d'esporsi a' più evidenti pericoli, ove vi correva il rischio della sua stima, e sovente della libertà, per difendere contro i maggiori Re della Terra, e Monarchi del Mondo quelle prerogative e preminenze ch'e' riputava appartenersi alla Sede Appostolica; e persuaso che tutto ciò, ch'intraprendeva fosse appoggiato a fondamenti giustissimi, rendevasi per ciò più animoso e forte sopra i Principi stessi. Egli fu che alzando il suo pastorale sopra scettri e Corone, come se l'esser Capo della Chiesa universale, portasse ancora con se esser Monarca del Mondo, e Re de' Re, ed Imperadore degl'Imperadori, trattava i Principi e gl'Imperadori stessi con tanto strapazzo ed alterigia, che non si ritenne di scomunicargli, di deporgli da' loro Stati, trasferirgli in altre Nazioni, e sciorre i vassalli dalla loro ubbidienza.

E mostrando esser persuaso di poterlo fare, nè moversi se non per zelo di giustizia, e per difesa della Sede Appostolica, acquistò appresso molti gran plauso di zelante e di pio, di uomo ripieno di religione, giusto, dotto Canonista, e buon Teologo, e difensore intrepido de' diritti e libertà ecclesiastiche. Alle quali cose aggiungendo alcune altre virtù, delle quali era adorno, come d'una vita austera, e d'indefessa applicazione agl'interessi di quella Sede, d'un animo misericordioso verso i poveri, di prender la difesa degli oppressi, e di proteggere gl'innocenti, acquistonne fama di Santo; tanto che sebbene avesse di se lasciata presso alcuni Scrittori suoi contemporanei fama diversa, dandogli alcuni il titolo di novatore, d'ambizioso, di crudele, senza fede, altiero, di perturbatore de' Regni e di province, d'autor di sedizioni, di morti e di crudeli guerre, e d'aver voluto stabilire un dominio insoffribile nella Chiesa, tanto sopra lo spirituale, quanto sopra il temporale; non sono mancati però altri, secondo che le fazioni portavano, di averlo per un Pontefice tutto zelo per il servizio di Dio, tutto saggio, tutto pio e misericordioso: e che avendo con rara unione insieme accoppiato alla santità de' costumi la fortezza e l'intrepidezza d'animo, sopra tutti i Principi della terra, abbia trovato negli ultimi nostri tempi chi[336] l'abbia dato il soprannome di Grande, non altrimente di ciò che fu appellato Gregorio I, detto Magno. Ma niun altro più meglio, e più al vivo ci diede il ritratto di questo Pontefice, quanto quel giudizioso dipintore che lo dipinse nella Chiesa di S. Severino di Napoli. Vedesi quivi l'immagine di questo Papa, tra le altre de' Pontefici dell'Ordine di S. Benedetto, avere nella sinistra mano il pastorale co' pesci, nella destra, alzata in atto di percotere, una terribile scuriada, e sotto i piedi scettri e Corone imperiali e regali, in atto di flagellargli. E dopo avere così mostrato essere stato Gregorio il terrore, ed il flagello de' Principi, e calpestare scettri e Corone, volendo ancora far vedere, che tutto ciò poteva ben accoppiarsi colla santità e mondezza de' suoi costumi, sopra il suo capo scrisse in lettere cubitali queste parole: _Sanctus Gregorius VII_.

CAPITOLO VII.

_BOEMONDO travaglia gli Stati di suo fratello; Amalfi e Capua si sollevano; ed origine delle Crociate._

La morte di Gregorio portò disordini grandissimi alla Chiesa di Roma, poichè imbarazzati i Romani nell'elezione del successore, a cagion che l'Antipapa Gilberto s'era impadronito d'alcune chiese di Roma, e voleva farsi riconoscere per legittimo Papa: finalmente dopo un anno si determinarono eleggere per successore Desiderio celebre Abate Cassinense, secondo ciò che Ildebrando istesso avea consigliato che dovendosi ricercare per li bisogni della Chiesa un Papa, che avesse mano co' Principi del Mondo, non s'appartassero da Desiderio. Ma questi s'oppose in maniera, e con tal resistenza, che finalmente quasi per forza, e suo malgrado lo acclamarono Papa sotto il nome di _Vittore III_. Ma repugnando egli ostinatamente, fu di mestieri che si ragunasse in Capua un Concilio, ove furono anche invitati i Principi normanni, perchè s'impiegassero a far accettare il Ponteficato a Desiderio. Fu in quest'occasione l'opra di Ruggiero Duca di Puglia così efficace, che ridusselo ad accettare; e condottolo in Roma, tolsero a forza a Gilberto la chiesa di S. Pietro, e fecero ordinar Vittore. Ugone Vescovo di Die Legato di Gregorio VII e promosso all'Arcivescovado di Lione, pretendeva parimente il Ponteficato; e fu uno di coloro, che più fortemente si opposero all'ordinazion di Vittore. I Romani del partito di Gilberto si posero di nuovo in possesso della chiesa di S. Pietro, e dopo molti atti di ostilità, Vittore fu costretto a ritirarsi nel suo monastero di Monte Cassino, del quale uscì nel mese d'agosto per tenere un Concilio in Benevento, composto di Vescovi della Puglia e della Calabria, nel quale fece un discorso contro Gilberto, e di nuovo scomunicollo. Vi scomunicò parimente l'Arcivescovo di Lione, e 'l Vescovo di Marsiglia, e vi rinovò i divieti di ricevere le _Investiture_ de' beneficj per le mani de' Laici. Ma nel tempo, in cui tenevasi questo Concilio, Vittore infermossi, il che l'obbligò a tornarsene in fretta a Monte Cassino, dove morì il dì 16 di settembre di questo anno 1087, dopo aver destinato Ottone Vescovo d'Ostia per suo successore.

Ricadde per tanto per la morte di Vittore di bel nuovo la Chiesa romana in angustie per l'elezione del successore; finalmente i Romani elessero per Papa Ottone, ch'era un Francese di Chastillon della diocesi di Rems, il quale tolto dal monastero di Clugnì per essere Cardinale, avea prestata una gran servitù a Gregorio VII, che l'avea inviato Legato in Alemagna contro Errico. Fu eletto in un'Adunanza di Cardinali e di Vescovi tenuta in Terracina, e nomato _Urbano II_.

Questo Papa sopra tutti gli altri fu il più ben affezionato a' Normanni; egli vedendo che Boemondo mal soffriva, che Ruggiero suo fratello si godesse tanti Stati in Italia, e che ritornato in Otranto avea mossa per ciò nuova guerra al fratello, si frappose fra loro, e gli accordò con queste condizioni, che Boemondo, oltre di quello che possedea, avrebbe di più la città di Maida e di Cosenza, ma da poi commutarono queste città, ed a Boemondo in cambio di Cosenza si diede Bari, rimanendo Cosenza al Duca Ruggiero. Portossi in quest'anno 1089 Papa Urbano in Melfi[337] coll'occasione di celebrarvi un Concilio, ove espose il progetto della gran _Crociata_, e fu conclusa la lega contro gl'Infedeli: il Duca Ruggiero ivi andò ad onorarlo, e da Urbano fugli confermata l'_Investitura_, siccome i suoi predecessori aveano fatto a Roberto di lui padre[338].

Intanto essendogli ribellata Cosenza, il Duca ricorse al Conte di Sicilia suo zio, il quale tosto la ridusse; ed allora fu che Ruggiero, riconoscente di tanti beneficj ricevuti dal zio, gli donò la metà della città di Palermo, ove il Conte d'allora cominciò a farvi innalzare il castello, che oggi giorno s'appella il Palazzo regio[339]. Così regnando l'uno Ruggiero in Sicilia, l'altro in Puglia, vennero a stabilirsi col volger degli anni questi due Regni, che fra lor divisi, ciascuno colle sue proprie leggi ed istituti, e co' proprj Ufficiali si governavano.

Il Conte Ruggiero, il quale, per la morte di due suoi figliuoli, Goffredo e Giordano, erasi renduto padre infelice al Mondo, ebbe, in quest'anno 1093, la gioja di veder nascere dalla Contessa Adelaida sua moglie un altro figliuolo, che _Simone_ appellossi: ciò che lo mise in istato di poter passare più deliberatamente in Calabria per reprimere un nuovo tumulto, che cominciava a surgere nella sua famiglia.

Il Duca Ruggiero suo nipote avea fatta un'illustre alleanza in isposandosi Adala nipote di Filippo I, Re di Francia, e figliuola di Roberto Marchese di Fiandra[340]. Egli n'avea avuti due figliuoli, Guglielmo e Luigi, che doveano essere suoi successori. Ma essendosi il Duca non molto tempo da poi ammalato gravemente in Melfi, erasi sparso ancora rumore che fosse morto. Boemondo che allora dimorava in Calabria, non aspettò altri riscontri: immantenente prende le armi, ed invade le terre di suo fratello, protestando nientedimeno, che lo faceva in favore de' figliuoli del Duca, insino a che fossero in età di governare. Il Conte di Sicilia, che ebbe questo zelo per sospetto, e che si sdegnò perchè osasse di dar questi passi senza consigliarnelo, v'accorse con una potente armata, e subito che vi fu giunto, obbligò Boemondo a ritirarsi. Intanto il Duca essendosi riavuto con perfetta salute contro ogni speranza, Boemondo si portò incontanente in Melfi per dimostrargliene gioja, e per rimettergli tutto il paese, di cui erasi impadronito, giustificando quanto gli fu possibile la condotta, ch'egli avea tenuta.