Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3
Part 16
Roberto intanto facendo ritorno in Calabria con questa novella sposa, s'accinse alla magnanima impresa della Sicilia[289], e dopo aver quivi col suo fratello Roggiero fatte molte conquiste, che si diranno in più opportuno luogo, in Calabria fece ritorno; e poichè i Greci ancora si mantenevano in Bari, in Otranto, ed in alcune altre Piazze dell'antica Calabria, a discacciargli da quest'angolo, e principalmente da Bari, ove tenevano raccolte tutte le loro forze, drizzò tutte le sue cure ed ogni suo pensiero.
Ma pria che s'accingesse a quest'impresa bisognò che dissipasse una nuova congiura, che Goffredo e Gocelino principali Cavalieri normanni, col pretesto di riporre Bacelardo figliuolo d'Umfredo nel Contado di Puglia, del quale n'era stato spogliato da Roberto, aveano ordita. Tosto che questo valoroso Campione n'ebbe notizia, dissipò in maniera i Congiurati, che molti ne imprigionò, e fece punire con estremo rigore, disperdendo il resto: Gocelino per asilo si ritirò appo de' Greci in Costantinopoli; Goffredo in una fortezza; e l'infelice Principe Bacelardo salvossi in Bari, donde dopo alcun tempo portossi in Costantinopoli a dimandar soccorso all'Imperadore Costantino Duca, che nell'anno 1060 ad Isaacio era succeduto, per impegnarlo contro Roberto a riporlo ne' suoi Stati.
Erasi mantenuta la città di Bari insino a questi tempi sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, e come capo di quella provincia riteneva ancora la sede de' primi Magistrati greci; anzi in questi tempi gl'Imperadori di Costantinopoli l'aveano innalzata ad esser metropoli d'un nuovo Principato, che di Bari fu detto, ed era prima chiamato Ducato, poichè vi aveano costituito Argiro per Duca, ed anche secondo il solito fasto de' Greci, Ducato d'Italia lo appellarono. In questa città essi tenevano raccolte tutte le loro forze, ed il maggior loro presidio; per la qual cosa per molti anni era stata la sorgiva delle sedizioni contra i Principi normanni, ed un asilo sicuro per li sediziosi: il che fece meditar per lungo tempo al Duca Roberto il disegno d'assediarla.
Ma avvisati appena i Baresi de' disegni di questo Principe, ne mandarono tosto la novella in Costantinopoli all'Imperadore, il quale stimolato anche da Gocelino, mandò tosto per difesa della città un nuovo Catapano, Stefano Paterano, ovvero Sebastoforo nomato. Questi venuto in Bari si dispose ad una forte difesa, ed intanto Roberto avendo unito il suo esercito, non reputandolo allora sufficiente per l'assedio di quella capitale, andava scorrendo i luoghi vicini, e prima di portarlo in Bari, lo mise in Otranto, e tanto afflisse questa città insino che gli venne resa[290]: indi avendo fatto venire molti vascelli dalla Calabria, accresciuto il suo esercito d'altre truppe, si dispose finalmente in quest'anno 1067 a cingere Bari di stretto assedio per mare e per terra[291]. Fu quest'assedio assai memorabile, e pieno d'azioni gloriose così per l'una, come per l'altra parte, che l'istituto della mia opera mi costringe a doverle tralasciare, come fo volentieri, non mancando Scrittori, che minutamente le rapportano[292].
Durò quest'assedio, come narrano Guglielmo Pugliese[293] e Lione Ostiense[294], poco meno che quattro anni, e fu guerreggiato con estremo valore ed ugual ferocia. La difesa che fece il nuovo Catapano fu ostinata e valorosa, siccome gli aggressori intraprendenti ed arditi; ed avrebbe l'impresa de' Normanni sortito infelice esito, se non fosse stata soccorsa l'armata di Roberto da Roggiero suo fratello, il quale resosi padrone di buona parte della Sicilia, mandogli di là un'altra armata in soccorso. Vinse alla perfine Roberto l'ostinazione degli assediati, e gli constrinse a render quella importantissima Piazza; onde nel mese d'aprile dell'anno 1070 gli furono aperte le porte, dandosi senz'alcuna condizione in potere della sua clemenza e valore[295]: il Duca Roberto entrato nella città, trattò i Baresi con tutta umanità: onorò il Catapano, al quale pose in suo arbitrio se volesse coi suoi Greci rimaner in Bari, che sarebbero stati da lui bene impiegati, ovvero tornarsene liberi in Costantinopoli, siccome risolvettero di fare; e dopo essersi fermato per molti giorni nella città spendendogli in pubbliche feste ed allegrezze, se ne partì dopo tre mesi con un'armata di 58 vascelli, che condusse seco in Sicilia all'espugnazione di Palermo[296].
Ecco come il famoso Roberto trionfò di Bari, città la quale dopo essersi mantenuta sì lungamente sotto il dominio de' Greci, e per varie vicende ora tolta, ed ora ripresa, finalmente in quest'ultima volta uscì dalla loro dominazione, e con essa la speranza di più riaverla; poichè senz'essere mai più ritornata in lor potere, ancorchè altre volte avessero tentato di ricuperarla, ma sempre inutilmente, si mantenne sotto il dominio di Roberto, che la tramandò a' suoi posteri. Ed ecco come il Ducato di Bari da' Greci passò a' Normanni sotto Roberto, il quale per amministrarlo vi creò un nuovo Duca, sotto il quale si reggeva. Così tratto tratto s'andavan unendo queste province in una sola persona, come poi fortunatamente avvenne al Conte Roggiero, ch'ebbe la gloria di porre unita sopra il suo capo la Corona di Sicilia e del Regno di Puglia.
CAPITOLO II.
_Conquiste de' Normanni sopra la Sicilia._
Intanto essendo accaduta in Firenze nell'anno 1061 ne' principj di luglio la morte di Papa Niccolò II, che per due anni e mezzo tenne il Ponteficato[297], insorsero in Roma i soliti disordini e tumulti per l'elezione del successore. Il famoso Ildebrando per sedargli, unitosi co' Cardinali e con la Nobiltà romana, dopo tre mesi, elessero finalmente il Vescovo di Lucca di patria milanese, che Alessandro II appellossi. Nell'elezione non vi fecero aver parte alcuna all'Imperadore, il quale perciò fortemente sdegnato, fece eleggere il Vescovo di Parma suo Cancelliero per Papa, che Onorio II chiamarono per opporlo ad Alessandro; e non bastandogli questo, lo mandò in Roma con molte truppe per discacciarne il suo Competitore. Cominciarono quindi le discordie tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Occidente a prorompere in manifeste guerre e fazioni, e ciascheduno si studiava d'ingrossare il suo partito. Nè mancarono dalla parte dell'Imperadore gl'istessi maggiori Prelati della Chiesa, e' più insigni Teologi di quell'età, che sostenessero la sua causa; ma contro tutti questi con inaudita arditezza e vigore faceva testa l'intrepido Ildebrando, il quale, perchè l'Arcivescovo di Colonia avea ripreso Alessandro, che senza il consenso di Cesare contro ciò ch'erasi dinanzi praticato, aveva avuto l'ardire di ricevere il Ponteficato: egli con tutto il vigore ed intrepidezza, gli rispose in faccia, che quella era una corruttela dannabile e cattiva più tosto, che consuetudine, contro i canoni della Chiesa; e che nè il Papa, nè i Vescovi, nè i Cardinali, nè gli Arcidiaconi, nè chi si voglia altro potevan farlo: essere la Sede Appostolica libera, e non serva: che se Niccolò II l'aveva fatto, stoltamente portossi, nè per l'umana stoltizia dovea la Chiesa perdere la sua dignità: che non si sarebbe mai per l'avvenire sofferta tanta indegnità, che i Re di Alemagna potessero costituir i Pontefici romani.
Crebbero perciò, e maggiormente s'esacerbarono le contenzioni, ma cresciuto il partito d'Alessandro per la accortezza e vigore d'Ildebrando, restò depresso quello d'Onorio, il quale in quest'istesso anno, che s'intruse nel Ponteficato, fu da quello deposto e condennato nel Concilio di Mantua, ma però non volle mai deporre l'insegne pontificali.
Nel Ponteficato d'Alessandro II, per l'accordo poco prima fatto col suo predecessore, non vi furono occasioni di contese tra lui, e' Principi normanni; anzi Alessandro confermò a Roberto ciò, che gli avea conceduto Niccolò II, e mandò al Conte Roggiero, nel mentr'era per accingersi all'impresa di Sicilia, lo stendardo per la conquista di quella; essendo allor costume, come narra il Baronio[298], che i Papi quando volevano eccitare alcun Principe cristiano alla conquista d'un nuovo Regno, di mandargli lo stendardo, dichiarandolo Gonfaloniere di Santa Chiesa. I Normanni perciò proccuravano i loro vantaggi nell'istesso tempo, che mostravano avere tutto il rispetto alla Sede Appostolica; nè mancavano intanto lasciar di loro monumenti di pietà e di munificenza verso le Chiese, e precisamente verso il monastero di Monte Cassino, nel quale presidendo l'Abate Desiderio, Riccardo Principe di Capua gli fece donazioni sì larghe e generose, che narrano Lione e Pietro Diacono, non essere mai stato miglior tempo e più accettabile per quei Monaci[299]. Questo Principe, oltre di molti castelli e luoghi vicini a quel monastero, gli donò il castello dì Teramo, che per la fellonia del Conte, essendo stato prima _secundum Longobardorum legem_, com'ei dice nel Diploma riferito dal P. della Noce[300], aggiudicato al Fisco, passò a quel monastero. Molte altre Chiese donò al medesimo, essendo allora le Chiese in commercio e fra l'altre quella di Calena posta nel Gargano vicino la città di Vesti; poichè secondo la divisione fatta in Melfi, Siponto col Monte Gargano a Riccardo toccò in sorte. Perciò Desiderio, Abate, ancorchè di sangue longobardo, s'attaccò ai Normanni e fu loro dipendente, nè molto curavasi della depressione de' Principi longobardi, ancorchè prima mostrasse per la sua Nazione contrari sentimenti.
Ma questo Principe Riccardo, sentendo i progressi che i Normanni della stirpe di Tancredi d'Altavilla, aveano fatto nella Puglia e nella Calabria, e che ora facevano in Sicilia, imputando a sua codardia il non corrisponder egli a quel valore, punto da sì acuti stimoli, non fu contento del Principato di Capua, che avea tolto a Pandolfo, ma ad imprese più generose e grandi si volle accingere. Egli pensava profittare delle gravi discordie, che passavano tra 'l Papa e l'Imperador Errico per le cagioni esposte, e per ciò non ebbe alcuno ritegno d'invadere la Campagna di Roma, e di avvicinarsi presso Roma istessa per prevenire ad Errico, che intendeva doversi portare a quella città per ricevere dalle mani del Papa la corona imperiale[301]. Com'egli fu avvicinato presso Roma, tentò tutti i mezzi co' Romani, perchè gli dessero il Patriziato, ch'era un sommo onore, e che soleva precedere all'altro dell'Imperio; ma Errico avendo avuta tal notizia, non perdè un momento di tempo a calar tosto in Italia con grand'esercito, portandosi ancora in suo soccorso Goffredo Marchese di Toscana. I Normanni, conosciutisi di impari forze, furono costretti abbandonar l'impresa, e ritirarsi dalla Campagna: e dopo alquante scaramucce, finalmente essendovisi frapposto Papa Alessandro, Riccardo accordossi con Goffredo, e fece a Capua ritorno.
Il Papa essendo poco da poi stato invitato dall'Abate Desiderio per consecrar la Chiesa di M. Cassino, da lui magnificamente rifatta, vi si condusse con Ildebrando e molti Cardinali, ove con solenne cerimonia e grande apparato, celebrò la funzione, intervenendovi dieci nostri Arcivescovi, e 43 Vescovi. E per renderla Desiderio più magnifica v'invitò anche tutti i nostri Principi così normanni, come longobardi che tenevano allora queste province, come ancora i Duchi di Napoli e di Sorrento. Vi venne Riccardo Principe di Capua con Giordano suo figliuolo, e col fratello Rainulfo. Fuvvi Gisulfo Principe di Salerno co' suoi fratelli: ma ciò che dovrà notarsi al nostro proposito sarà, che in questa celebrità, come narra Ostiense[302], intervenne anche Landolfo Principe di Benevento, confermandosi per l'ocular testimonianza di Lione che vi fu presente e trovavasi Bibliotecario di Monte Cassino, quel che scrisse l'Anonimo Beneventano nella Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, che Landolfo fu restituito al Principato di Benevento, nè se non molto tempo da poi s'estinse il Principato dei Longobardi, passando la città sotto il Papa ed il resto di quello sotto i Normanni. V'intervenne ancora Sergio Duca di Sorrento; poichè Sorrento erasi distaccato dal Ducato di Napoli, al quale prima era sottoposto, come molto tempo prima avea fatto Amalfi; e questi due Ducati, essendo Amalfi già passata sotto i Principi di Salerno, in forma di Repubblica co' loro Duchi e Consoli si governavano ancorchè dependenti dall'Imperio greco[303]. Furonvi anche i Conti di Marsi, e molti altri Baroni longobardi e normanni, de' quali fin da questi tempi era un buon numero in queste province.
Solo il famoso duca Roberto quivi non convenne. Ritrovavasi egli insieme col Conte Ruggiero suo fratello in Sicilia, ove all'assedio di Palermo avea rivolti tutti i suoi pensieri e le sue forze. Quest'isola, che caduta sotto il giogo de' Saraceni, erasi sotto Maniace, coll'aiuto de' Normanni, restituita in buona parte all'Imperio d'Oriente, disgustati i Normanni, e succeduti a Maniace Governadori poco abili, era stata ripigliata di bel nuovo da' Saraceni, i quali aveano discacciati i Greci da tutte le Piazze, e solo Messina era loro rimasa; ma alla fine furono costretti nell'anno 1058 anche abbandonarla, e lasciare tutta quell'isola alla discrezione e balia di quest'Infedeli. Roberto Guiscardo col suo fratello minore Ruggiero la invase, e dopo aver soggiogate quasi tutte le sue più principali città, era solo rimasa Palermo da conquistarsi; Piazza la più forte e principale dell'isola, ove i Saraceni aveano riposto tutto il loro presidio; ma l'assedio che vi posero questi due valorosi Campioni fu così stretto e vigoroso, che non passarono cinque mesi, che furono obbligati i Saraceni a renderla nelle mani di Roberto, il quale insieme con Ruggiero entrarono nella città con infinite acclamazioni de' Popoli. Roberto conquistato ch'ebbe Palermo, per cattivarsi gli animi de' Saraceni renduti ormai siciliani, diede loro libertà di religione, facendogli intendere, che stesse in loro libertà, o di farsi Cristiani, ovvero rimanere nella loro religione maomettana. Allora fu che Roberto investì[304] di tutta quest'isola Ruggiero suo fratello, creandolo Conte di Sicilia, colle forze ed egregie virtù del quale aveala acquistata. Ritenne per se la metà di Palermo, di Valle di Demona e di Messina; e lasciato in Sicilia suo fratello, in Puglia fece ritorno, ed in Melfi fermossi[305]. Quindi è che Ruggiero non ricercò investitura dal Papa, perchè la teneva da Roberto suo fratello.
Così questi due Principi, regnando uno in Puglia col titolo di Duca, l'altro in Sicilia con titolo di Conte, ponevan terrore a' vicini. Alcuni, perciò che Roberto investì della Sicilia Ruggiero suo fratello, han voluto dire, che questi riconoscendo da lui il dominio, ed il titolo di Conte di Sicilia, quest'isola fosse subordinata a' Duchi di Puglia; e che il titolo regio ch'ebbe da poi Ruggiero da Anacleto Antipapa, di Re di Sicilia, confermatogli da Innocenzio II, come diremo, s'intendesse di questo nostro Regno, che si disse Regno di Puglia, e non dell'isola di Sicilia[306]. Altri per contrario, come Inveges[307], dicono, che questo nostro Regno fosse subordinato all'isola di Sicilia.
Ma da ciò che abbiam narrato, e molto più da quello che saremo per notare, si conoscerà chiaro, che nè il Regno di Puglia fu subordinato a quello di Sicilia, nè la Sicilia alla Puglia, avendo avuto ciascuno sue leggi ed istituiti particolari, ed essendo stati governati da' proprj Ufficiali. Egli è vero, che riguardandosi che i Normanni dopo aver conquistata la Puglia e la Calabria, si resero padroni di quella isola, e che come aggiunta al Ducato di Puglia e di Calabria, ne avesse da poi Roberto investito Ruggiero, par che la Sicilia dovesse dirsi subordinata a' Duchi di Puglia; nulladimanco avendo Roberto fermata la sua sede in Puglia, e Ruggiero in Sicilia, e governati questi due Stati independentemente l'uno dall'altro, non può assolutamente dirsi, che l'uno stesse subordinato all'altro. E quantunque morto Roberto, Ruggiero succeduto anche nel Ducato di Puglia e di Calabria avesse fermata la sua regia sede in Palermo, ove la tennero anche i Re normanni suoi successori, non è però che il Regno di Puglia fosse stato subordinato a quel di Sicilia, ma come due Regni per se divisi si governavano, nè che fosse stato mai l'uno reputato come provincia dell'altro, come si farà chiaro nel proseguimento di quest'Istoria.
Roberto intanto ritornato in Melfi fu ricevuto con grande applauso e giubilo da tutti i Baroni di Puglia e di Calabria, i quali come loro Sovrano, si congratularono con esso lui della conquista di Palermo[308]. Solamente Pietro figliuolo del Conte di Trani non volle mai rendergli quest'onore, affettando questi un'intera independenza, ed avea perciò rifiutato di dargli soccorso per la spedizione di Sicilia[309]. Sdegnato perciò Roberto lo condannò a rimettergli in sue mani la città di Trani ed alcune altre terre che erano sotto di lui; ma Pietro opponendosi con intrepidezza, cagionò a se medesimo la sua ruina, poichè Trani assediata, e ben presto presa, l'altre Piazze di sua dipendenza, come Bisceglia, Quarato e Giovenazzo seguirono tosto l'esempio di Trani. Ritirossi per tanto Pietro in Andria, ove egli poteva difendersi assai lungo tempo: ma avendo avuto bisogno di viveri: ed essendo uscito con una buona scorta per andare a cercarne nella campagna, portò la sua disgrazia, che nel ritorno fosse preso da' soldati del Duca. Roberto veggendolo così depresso, usogli grand'indulgenza; poichè avendosi fatto prestar giuramento di fedeltà, gli restituì generosamente tutte le Piazze, riserbandosi solamente Trani.
Intanto per la morte d'Alessandro II, accaduta nel mese d'aprile di quest'anno 1073, Pontefice che menando una vita tutta solitaria e privata, avea commesso il governo della Santa Sede al famoso Ildebrando: questi senza farne ricercare l'Imperadore, fece tosto unire il Clero ed il Popolo romano per l'elezione del successore; e nell'istesso giorno nel quale morì Alessandro fu acclamato egli per Pontefice. Domandò Ildebrando all'Imperador Errico la conferma di sua elezione; ma questo Principe stette qualche tempo a risolvere, e mandò il Conte Eberardo a Roma per prendere informazione in qual maniera fosse stata fatta un'elezione tanto sollecita. Ildebrando fece tante carezze al Conte, che l'indusse a scrivere in suo favore; ed Errico vedendo che l'opporsi all'elezione già fatta, non avrebbe avuto alcun effetto, perch'era Ildebrando di lui più potente in Roma, vi diede il consenso. Così fu egli ordinato Sacerdote, e poi Vescovo di Roma nel mese di giugno del medesimo anno 1073 e nella sua ordinazione prese il nome di _Gregorio VII_.
CAPITOLO III.
_Conquiste di ROBERTO sopra il Principato di Salerno ed Amalfi._
Roberto dopo aver domata la Sicilia entrò tosto in pensiero d'unire sotto la sua dominazione l'altre province, che rimanevano in queste nostre parti; e per un'opportuna occasione che diremo, gli venne fatto di conquistare il Principato di Salerno sopra Gisulfo suo cognato.
Gli Amalfitani, che, come si disse, caduti sotto la dominazione del Principe di Salerno Guaimaro, aveano sperimentato pur troppo aspro il di lui governo, per sottrarsi dal giogo invasero la città, e presso il lido del mare insieme con gli altri congiurati crudelmente l'uccisero; ma repressi da Guido suo fratello, dopo il quinto giorno sedati i tumulti, riebbe la città, ed a Gisulfo suo nipote figliuolo di Guaimaro fu restituita. Ma con tutto ciò Gisulfo assai più aspramente che il padre trattava gli Amalfitani, i quali pensarono di ricorrere al Duca Roberto perchè interponendosi con suo cognato, impetrasse da lui qualche umanità e clemenza per loro. Il Duca mosso da questi ricorsi, inviò Ambasciadori a Gisulfo pregandolo di rilasciare tanto rigore, con cui trattava gli Amalfitani: ma il Principe riguardando questa preghiera qual importuna rimostranza, ricevette di mal garbo coloro, che glie la vennero a fare; e cercando occasione di querela, pretese, che la Costa dopo Salerno infino al Porto del Fico appartenesse a lui; dichiarossi ancora di voler far rientrare nel suo dominio Areco e Santa Eufemia, di cui il Duca erasi impadronito. Roberto alla prima proccurò di guadagnare suo cognato per le vie delle dolcezze, ed accomodar amichevolmente le cose[310]; ma Gisulfo rifiutò ogni trattato, fidato forse al soccorso che sperava da Riccardo Principe di Capua, il qual era entrato a parte ne' suoi interessi, essendo allora in discordia con Roberto Guiscardo. Costui per non aver da combattere con due nemici, trattò secretamente d'aggiustarsi con Riccardo, siccome, fattegli offerte assai vantaggiose, l'indusse a prendere il suo partito contra del Principe di Salerno[311]. Egli ancora firmò un trattato particolare con gli Amalfitani, e gli prese sotto la sua protezione, ed avendo messa la guarnigione dentro la loro città, si dispose a venire, seguito dalle sue truppe, e da quelle del Principe di Capua, a mettere l'assedio alla città di Salerno.
Tutti coloro, che prendevano parte negl'interessi di Gisulfo, l'avvertivano a prevenir la tempesta; e Gregorio VII che l'amava come suo figliuolo, e l'Abate Cassinense Desiderio ch'era suo grand'amico, lo consigliavano ad aver pace con Roberto[312]; ma egli ostinato nè meno volle dar loro risposta. Nè perciò desistette Desiderio, ma sapendo che Roberto avea già assediato Salerno impegnò il Principe Riccardo a venire con esso lui a disporre Gisulfo; ma nè meno poterono conseguire cos'alcuna, anzi non cessava di pubblicare con alterigia mal fondata, che non prezzava punto l'amicizia del Duca, alla quale per sempre rinunziava.
Roberto sdegnato, non guardò più alle maniere dolci, ma strinse l'assedio, e serrò quella città sì da presso che nel fine di cinque mesi, fu ridotta ad una estrema carestia. Quelli che la comandavano veggendo, che non poteva più mantenersi, pensarono alla loro sicurezza[313]. Uno de' principali ch'erano dentro la Piazza era Bacelardo figliuolo d'Umfredo, il quale dopo aver inutilmente aspettato gli ajuti dell'Imperadore di Costantinopoli tornossene in Puglia, e cercava per ogni parte di vendicarsi di suo zio; e per questo motivo egli era entrato in Salerno, affine di soccorrere Gisulfo, ma temendo di sperimentare il rigore del Guiscardo, s'egli cadeva nelle sue mani, fuggissene la notte; ed andò a ricovrarsi in una Piazza vicina, chiamata Sanseverino, che gli aprì le porte. Il Duca scrisse al Conte Ruggiero, che venisse al più presto da Sicilia ad assediar Sanseverino, fin tanto ch'egli fosse venuto a fine della spedizione di Salerno. Ma non si tardò molto ad espugnarlo, poichè le mura della città cominciarono ad aprirsi per tutte le parti, e gli abitanti stessi vennero ad invitar Roberto ad entrare per la più larga breccia, affine di prevenire ancora le disgrazie d'una Piazza presa per assalto. Gisulfo intanto non si rese per questo, ma si difese nella Cittadella; ma assalito più ferocemente dal Guiscardo, alla perfine fu obbligato di mostrare altrettanta sommissione, quanta fierezza avea prima mostrata: egli si rese alla clemenza del vincitore, e dimandogli per ogni grazia quella della sua libertà; fugli conceduta, essendosi prima ritirato in Monte Cassino, da poi si ricovrò sotto la protezione di Papa Gregorio VII, il quale nella Campagna romana gli assegnò alcune terre, ove potesse abitare, non lasciando intanto egli di appellarsi Principe di Salerno, Duca di Puglia e di Calabria, come suo padre Guaimaro, non già di Sicilia, come per isbaglio si legge nello Stemma de' Principi di Salerno del Pellegrino.
Il Duca fece di bel nuovo fortificare Salerno, ma senza dimorarvi molto tempo, marciò tosto contro Bacelardo per togliergli il tempo di fortificarsi in Sanseverino. Egli vi giunse poco dopo suo fratello Ruggiero, che già aveva attaccata la Piazza; onde cintala più strettamente, fu forza rendersi a patti, ciocchè fece che Bacelardo insieme col suo fratello Ermanno pensassero di nuovo di ritirarsi in Costantinopoli: dove questi infelici Principi menarono il resto della lor vita in grande miseria, nella quale dopo molti anni morirono.