Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3
Part 15
Da ciò ne nacque (come altrove fu avvertito) un'altra utilità grandissima per l'aumento de' beni temporali della Chiesa, poichè mossi da ciò molti di poco potere e di deboli forze, che per se stessi non erano bastanti di conservar il loro dall'altrui violenza, che per la corruttela del secolo eran cresciute, desiderosi d'assicurar le loro sostanze, ne facevano donazioni alla Chiesa con condizioni, che rimanendo appresso di loro la roba, ella glie le dasse in Feudo con una leggiera ricognizione; poich'erasi in questi tempi introdotto il costume, che i privati gli Alodj mutavano in Feudo, con farne donazioni a' Principi da chi ne erano investiti. E di questa sorte di Feudi chiamati _Oblati_ pur ne abbiamo memoria ne' nostri libri feudali, e Cujacio ne tratta ben a lungo. Questo assicurava li beni, che da' Potenti non erano toccati, come quelli, la di cui protezione e diretto dominio era della Chiesa, la quale entrava perciò volentieri, nel caso d'invasione, alle censure per difendergli: e dall'altra parte il vantaggio della Chiesa era grandissimo, non tanto per la ricognizione che ne ricavava, ma perchè se ben vivente il possessore non ne ricavava altro, nulladimanco mancando poi la successione masculina de' Feudatari, come spesso accadeva in questi tempi per le frequenti guerre e sedizioni popolari, i beni cadevano alla Chiesa.
I Normanni non meno degli altri prendevano delle scomuniche spavento e terrore; poichè venuti di fresco alla religione cattolica, ed essendo di somma pietà e zelo verso la medesima, come lo dimostrano le frequenti loro peregrinazioni ne' più celebri Santuari di Occidente e d'Oriente ancora, e divotissimi della Sede appostolica più che ogni altra Nazione, come si vide da' trattamenti che fecero a Papa Lione; mal volentieri volevano esporsi a questi fulmini, di cui essi aveano il più gran terrore. Animato da ciò Niccolò II, volle provarvisi, e riputando in questa maniera, ciò che Lione non avea potuto con eserciti armati, di poter ottener egli colle censure, scomunicò solennemente Roberto co' suoi Normanni.
Furono però questi fulmini lanciati a voto; poichè i Normanni, non men ch'essi, si sapevano molto bene conservare ciò che co' loro sudori in mezzo a mille perigli aveansi acquistato, e lor pareva somma viltà cedere quel che acquistato con tanti travagli possedevano; e per riverenti che fossero de' Pontefici, e della Sede appostolica, nulladimanco quando si trattava di lasciar ciò che avean preso, seguendo gli esempi degli stessi Pontefici, non così volentieri si persuadevano a farlo; ed ancorchè delle censure scagliate contro di loro n'avessero sommo spavento e terrore, con tutto ciò non era tanto, che riputandole per questo fatto ingiuste, si dovessero disporre a lasciare niente di ciò che aveano preso.
Essendosi adunque portate le cose a questo stato, nel quale non vi poteva esser riposo e quiete tra l'una parte e l'altra: ciascuna venne seriamente a pensare, come potessero uscir da tanti sospetti ed inquietudini per mezzo d'un accordo, che fosse per ambedue vantaggioso.
Roberto fra se medesimo considerava, che se bene stesse sicuro di non potere colla forza da' Pontefici romani esser costretto lasciar le sue conquiste, nelle quali s'era per tante vie stabilito; nulladimanco che non bisognava avergli inimici, poichè quantunque secondo lo stato presente delle cose non potessero ricever aiuti dagl'Imperadori d'Occidente, nè da altri Principi convicini; nulladimanco erasi per lunga esperienza veduto, che non sarebbon loro mancate occasioni, quando l'opportunità d'altro tempo lo portava, di turbargli: che le maggiori inquietudini ed ostacoli la sua Nazione gli avea sofferti da' Papi, più che dai Greci stessi. Lo spaventavano le censure, e più gli eventi infelici, che aveano sovente portato agli altri Principi: che presso i Popoli, a cui eran in sommo orrore, non potesse nascere qualche sollevazione, e particolarmente appo i Pugliesi, che non ben s'erano rassodati: che i suoi acquisti eran recenti in paesi stranieri, ove bisognava più tosto farsi degli amici, che degl'inimici: che i tumulti nati per Bacelardo suo nipote potrebbero esser fomentati di nuovo, con porre in su quel partito, nel che i Papi solevano usare ogni accortezza, tanto maggiormente che si portava opinione essergli da lui stata usurpata la successione: finalmente che bisognava aver amico il Papa, non solo per ciò che s'era acquistato, ma molto più per quel che rimaneva a conquistare nell'altre province, affinchè per l'autorità che s'aveano i Papi presa, potesse confermarlo nella possessione di ciò che sperava di avere.
Dall'altra parte il Papa considerava, che co' Normanni erano inutili le scomuniche; ch'essi non erano gente da lasciare niente, se non s'adoperassero quei medesimi mezzi, che avean tenuto per conquistarle; che queste forze non eran da sperare dagli Stati della Chiesa, o dagli altri Principi vicini, e molto meno dagl'Imperadori d'Occidente, i quali essendosi da loro alienati per cagione dell'investiture e per l'elezione de' Pontefici, ancorchè Niccolò in un Concilio tenuto poc'anz'in Roma avesse proccurato soddisfare ad Errico; nulladimeno per l'avversione de' Romani erano vicine le cose a prorompere in aperte dissensioni e guerre crudeli: che per poter sostenere la causa del Clero, e del Popolo romano, e de' Sommi Pontefici contro gl'Imperadori, bisognava pensare da ora ad appoggiarsi ad un Principe forte e valoroso, perchè altrimenti sarebbe riuscita vana ogni loro impresa: ch'egli non poteva far miglior elezione di Roberto, il quale colle sue forze avrebbe potuto opporsi efficacemente, e restituire alla Chiesa romana quella prerogativa, che gl'Imperadori s'aveano usurpata: che finalmente vi poteva esser modo, col quale la Sede appostolica accordandosi con Roberto più tosto ne ritrarrebbe vantaggio, che nocumento.
Erano per queste considerazioni gli animi ben disposti per mezzo d'un accordo di far terminare ogni contesa, e far nascere la pace in mezzo a tanti sconvolgimenti. Roberto volle prevenire il Papa, ed essendosi ritirato in Calabria, inviogli un Ambasciadore con offerte generose di voler egli soddisfarlo in tutto ciò che desiderava, e che per tal effetto lo invitava ad un congresso, di cui gli prometteva, che avrebbe gran soggetto d'essere soddisfatto[280].
Il Papa, che non desiderava altro, e che avea ancora i suoi disegni, ne fu contentissimo, e ricevuta quest'offerta, coll'occasione di dover tenere un Concilio per riformare in qualche parte i detestabili costumi degli Ecclesiastici, gli mandò a dire, ch'egli quel Concilio l'avrebbe intimato in Melfi, dove sarebbesi portato in persona, ed ove uniti insieme avrebbero con soddisfazione comune composta ogni contesa.
La corruttela de' costumi ch'era nell'Ordine ecclesiastico in questi tempi, era in eccesso: e sopra tutto, tolta ogni vergogna, non aveano nè tampoco difficoltà tener le concubine pubblicamente nelle proprie case, ed i figliuoli nati da quelle, come con dolore narra Pier Damiani. Niccolò nel Concilio romano diede contro tali Concubinari, qualche provvidenza; ma in queste nostre province avea questo vizio poste sì profonde radici, che non v'era nè Vescovo, nè Prete, nè Diacono, nè minimo Cherico, che non se ne provedesse: Niccolò perciò in quest'anno 1059 nella città di Melfi tenne Concilio, ove condannò e detestò l'abuso, ponendo molte pene contro i concubinari, e depose ancora il Vescovo di Trani. Ma non perciò potè svellersi la mala radice; pareva quasi che impossibile, che i Preti potessero distaccarsene, e quindi è che ne' Concili tenuti da poi, non si vide inculcar altro, che di toglierle a' Preti, ma sempre invano; anzi in queste nostre province era così pubblico questo uso delle concubine, ed il numero fu tale, che arrivarono sino a pretendere l'esenzione dal Foro secolare, e di non star sottoposte alle pene, che i Principi secolari contro i concubinari avean stabilite, dicendo, ch'essendo della famiglia de' Preti, doveano non meno che questi godere del privilegio del Foro. Ed è cosa maravigliosa il sentire, che Carlo II d'Angiò ordinasse ne' suoi tempi, che le concubine de' Preti non stassero sottoposte alla pena della perdita del quarto, come l'altre de' secolari, ancorchè non gli piacesse esentarle dal Foro, come i Preti pretendevano.
Essendo adunque il Papa al Concilio in Melfi, sopraggiunse ivi il famoso Roberto, che portò seco il Principe Riccardo con tutta la Nobiltà normanna; le allegrezze e l'accoglienze furono grandi; ma si venne da poi a quel che più importava.
I Normanni per assicurar meglio i loro Stati, proccuravano impegnare i Papi nella loro difesa, particolarmente contro gl'Imperadori, i quali avean ragione di ricuperargli, poichè ad essi si toglievano: la Puglia e la Calabria era cosa fuori di controversia, che agli Imperadori d'Oriente si toglievano, non già a' Pontefici romani, i quali non v'aveano alcun diritto. Dall'altra parte gl'Imperadori d'Occidente pretendevano, che ciò che I Normanni possedevano in queste nostre province, lo tenessero da loro in Feudo, avendogli investito Errico II, e che come vassalli dell'Imperio dovessero riconoscergli per Sovrani: Riccardo che avea involato il Principato di Capua a Landolfo, dovesse riputarsi come lor vassallo, non altramente che vi furono gli altri Principi di Capua longobardi suoi predecessori, essendo quel Principato sottoposto agl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia; pretendevano queste istesse ragioni sopra i Principati di Benevento e di Salerno, che Roberto intendeva d'invadere. Doveano adunque impegnarsi i Papi contro questi due potenti nemici, sopra i cui Stati finalmente si raggirava l'accordo.
Si pensò per tanto un modo, nel quale ciascheduno trovava il suo vantaggio. Era già, come s'è detto, introdotto costume, che ciascuno per conservar meglio i suoi beni gli sottoponeva alla Chiesa romana, alla quale, obbligandosi i possessori con una leggiera ricognizione, si dichiaravano ligi, giurandole fedeltà. I Pontefici romani in questi rincontri sempre v'aveano i loro vantaggi, poich'essi niente davano del loro, ed all'incontro, oltre della fedeltà giurata, ed il censo, nel caso di mancanza di prole legittima e maschile, i Stati si devolvevano alla Chiesa, ed era in loro arbitrio d'investirne da poi altri. I Popoli ed i Principi poco curavano d'esaminare se potessero farlo, o no, e donde venisse questo lor dritto d'investire, farsi giurare fedeltà, e di conceder anche titoli di Conti e di Duchi: bastava ad essi che fossero difesi colle scomuniche, delle quali si aveva tanto spavento, osservando, che i loro nemici sovente s'astenevano di mover loro guerra per non esporsi a' fulmini della Chiesa. S'aggiungeva ancora il vedere la potenza de' Pontefici romani essere in sì sublime grado ridotta, che s'arrogavano la potestà d'assolvere i loro vassalli da' giuramenti, e di poter ancora deponere gl'Imperadori ed i più grandi Monarchi della terra; onde molto meno recava loro maraviglia se potessero dar titoli di Conte e di Duca, quando presumevano di far essi gl'Imperadori stessi d'Occidente, e trasferire l'Imperio da una Nazione in un'altra.
Ma quello, che veramente portava stupore era il vedere, che s'erano persuasi, che non solo potessero i romani Pontefici investire e farsi dar giuramenti di fedeltà di quelle terre, che erano a loro offerte a questo fine; ma anche di province e Regni, che doveano ancora conquistarsi. E presso coloro che s'accingevano alla conquista, trovava ciò facile credenza, perch'era cosa per loro molto acconcia, di poter in cotal guisa essere non pur animati all'impresa, ma assicurarsi delle future conquiste, perchè volendosi opporre i possessori, che erano spogliati, doveano ancora esporsi agli fulmini della Chiesa, che loro si opponeva.
Fu dunque cosa molto facile venire a capo di quest'accordo, come quello che finalmente si raggirava, come meglio sopra gli Stati altrui potesse ciascuno profittare. Niente importava che sopra le spoglie dei Greci e de' Longobardi si pattuisse. Niente ancora si badò al Principe Bacelardo, che si teneva dal zio spogliato. Niente al Principe Landolfo discacciato da Capua; ma ciascuno rimirando a' suoi propri comodi e disegni, conchiusero di buon accordo il tutto in cotale guisa. Che Roberto co' suoi Normanni fossero assoluti da tutte le censure. Che a Roberto si confermasse il Ducato di Puglia e di Calabria, ed oltre a ciò, che cacciando i Greci ed i Saraceni, che in gran parte tenevano occupata la Sicilia, dovesse il Papa investirlo anche di quell'isola con titolo di Duca; ed in fine, che a Riccardo Principe di Capua si confermasse il Principato, che a Landolfo avea usurpato.
All'incontro fu convenuto, che Roberto e Riccardo ed i loro successori si mettessero sotto la protezione del Papa, il quale confermava loro la possessione di tutti i Stati che aveano in Italia, e della Sicilia quando essi l'avessero conquistata sopra i Saraceni: che gli prestassero perciò il giuramento di fedeltà come Feudatari della Santa Sede, alla quale dovesse Roberto per ciascun anno pagare il censo di dodici denari di Pavia per ogni paio di buoi; siccome narra Lione Ostiense[281]; e Fr. Tolomeo di Lucca aggiunge, che Roberto non s'obbligò a quest'annuo censo, o costretto, o ricercato dal Papa, ma di sua spontanea e libera volontà.
Questo fu stabilito in Melfi in quest'anno 1059 ed ancorchè alcuni scrivano, che ciò anche fu confermato nel Concilio dal Papa ivi tenuto; nulladimeno non essendo quest'affare appartenente al medesimo, che erasi sol ragunato per riformare i costumi degli Ecclesiastici, altri non ardiscono di dirlo, ma solamente che mentre il Papa coll'occasione del Concilio si trovava in Melfi, avesse ricevuto da' Normanni il giuramento della fedeltà, e data l'investitura. Che che ne sia, egli è certo, che si eseguì il trattato fedelissimamente da una parte e dall'altra; e Roberto prestò il giuramento di fedeltà, che il Baronio dice aver egli trovato nel Codice del Vaticano detto _Liber censuum_, ove vien riferita la formola, colla quale il Duca Roberto giurò al Papa fedeltà, che comincia: _Ego Robertus Dei gratia, et S. Petri Dux Apuliae, et Calabriae, atque utroque subveniente futurus Siciliae_. Nota il Sigonio, che il Papa non il confermò Duca colla cerimonia francese usata da' Duchi di Normannia, e di sopra rapportata, cioè con dargli l'anello nel dito, il berrettino in testa, e col cingergli la spada al fianco: ma colla cerimonia italiana, dandogli lo Stendardo nella destra, e facendolo Gonfaloniero di S. Chiesa; onde Guiscardo da quest'anno cominciò a valersi di questo titolo Ducale: _Dux Apuliae, Calabriae, et futurus Siciliae_.
Alcuni anche rapportano, che Roberto allora avesse restituita a Papa Niccolò la città di Benevento, e la città di Troja; ma lo dicono senz'alcun fondamento di verità; poichè in questi tempi la città di Benevento era in potere di Landolfo Principe di Benevento, e di suo figliuolo Pandolfo, i quali erano stati già restituiti nel loro Principato, come rapporta l'Autore contemporaneo della Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento; nè se non molto tempo da poi fu alla Chiesa romana, per le ragioni, che vi pretendeva, da Roberto restituita, quando, vinti ch'ebbe i Principi longobardi, che tennero quel Principato, gli cacciò da' loro Stati, come diremo più innanzi. Nè della città di Troja presso gravi e vecchi Scrittori si ha memoria alcuna, che si fosse al Papa restituita, non costando come mai v'avessero potuto avere diritto alcuno, quando poc'anni da poi, che fu da' Greci edificata, fu a' medesimi tolta dai Normanni; e par che i successi, e quel che anche oggi giorno veggiamo, confermino quanto si dice, poichè solamente Benevento si vede essere della Chiesa romana, ma di Troja non si legge, che fosse stata in alcun tempo sotto il di lei dominio.
Ecco il fondamento del diritto, che pretendono i Pontefici romani sopra i Reami di Napoli e di Sicilia: fondamento ancorchè a questi tempi debole e vacillante, nulladimanco in progresso di tempo renduto più fermo e stabile, potè per l'accortezza de' successori di Niccolò II sostenere fabbriche sì grandi ed eccelse, che arrivarono a disporre di questi Regni a lor piacere ed arbitrio, ed a trasferirgli di gente in gente, come s'osserverà nel corso di quest'Istoria.
Essi deono questo benefizio e questa parte sì considerabile della loro grandezza temporale a' Normanni, i quali per impegnarli nella loro difesa, o particolarmente contro gl'Imperadori d'Oriente, i quali potevano pretendere, che una gran parte di ciò di che questi conquistatori s'erano impadroniti, loro s'appartenesse; ovvero che la tenessero da quei d'Occidente in Feudo, da chi n'aveano prima ricevute l'investiture: essi non fecero punto di difficoltà di dichiararsi ligi de' Pontefici romani, a fin che loro non si potesse far guerra senz'esporsi a' fulmini della Chiesa.
Questi furono i primi semi, che coltivati da poi da esperte mani, posero col correre degli anni radici così profonde, ed inalzarono piante così eccelse, che finalmente fu riputato il Regno di Sicilia essere spezial patrimonio di S. Pietro, e Feudo della Sede Appostolica romana. Quindi nacque, che presso i nostri Scrittori fosse stato creduto, che la Chiesa romana come suo patrimonio n'avesse investito i Normanni, chi allegando perciò la donazione di Costantino M., e chi quella di Pipino e di Carlo M., e chi le donazioni degli altri Imperadori d'Occidente. Vissero costoro in queste tenebre per l'ignoranza dell'istoria, infino che Marino Freccia[282] non cominciò fra' nostri ad aprir gli occhi, ed a ricever lume dall'istoria, con iscoprire l'inganno, e ad avvertire che queste investiture non possono fondarsi in altro che nella consuetudine, in vigor della quale la Chiesa romana è stata solita investire. E parlando di quest'investitura di Niccolò II e dell'altre seguite in appresso, non ebbe difficoltà di dire: _Ecclesia non dedit, sed accepit: non transtulit, sed ab alio occupatum recepit_; compassionando il suo affine Matteo d'Afflitto, che scrisse aver Costantino M. donato questo regno alla Chiesa, con dire, _affinis meus hìstoricus non est, auditu percepit, etc._
Questa prima investitura, perciò che riguarda la persona di Roberto, non abbracciava altro che il Ducato di Puglia e di Calabria, come cantò il nostro Guglielmo Pugliese[283]:
_Robertum donat Nicolaus honore Ducali,_ _Unde sibi Calaber concessus, et Appulus omnis._
E per Riccardo abbracciava solamente il Principato di Capua. Ma v'erano semi tali, che ben poteva comprendersi, che il medesimo si sarebbe fatto per tutte le altre province, che insino a questo tempo non erano ancora passate sotto la dominazione de' Normanni: fu investito Roberto anche della Sicilia, che dovea ancora togliersi a' Greci ed a' Saraceni che la tenevano invasa. L'istesso certamente dovea credersi del Principato di Salerno, dell'altro di Benevento, d'Amalfi, di Napoli, di Bari, di Gaeta, e di tutto ciò che oggi compone il Regno, siccome l'esito lo comprovò; perchè conquistati che furono da' Normanni, e discacciati interamente i Greci ed i Principi longobardi, vollero anche da' Pontefici esserne investiti, i quali di buon gusto lo facevano, niente a lor costando, anzi il vantaggio era per essi assai maggiore, che di coloro che lo desideravano.
I Normanni all'incontro non molto si curavano di farlo, perchè oltre que' vantaggi, che si sono poc'anzi notati, essi per allora niente di danno ne sentivano; poichè toltane quella piccola ricognizione del censo, appresso loro rimanevano le supreme regalie, governando i loro Stati con assoluto e libero imperio, come supremi ed indipendenti, e si riputavano piuttosto tributarj della Sede Appostolica, che veri Feudatarj; poichè in questi tempi l'essere uomo _ligio_, non era preso in quel senso, che ora si prende presso i nostri Feudisti, ma denotava una sorta di confederazione, e _lega_ che l'inferiore con astringersi a giurargli fedeltà, prometteva al superiore di soccorrerlo in guerra, ovvero pagargli ogni anno certo tributo o censo[284]. Ciò che tra' Principi istessi era solito praticarsi, siccome fece Roberto Conte di Namur con Odoardo III Re d'Inghilterra[285], il Duca Gueldrio con Carlo Re di Francia, ed in fra di loro Filippo di Valois Re di Francia, ed Alfonso Re di Castiglia[286].
Co' Pontefici romani per le cagioni di sopra rapportate era più frequente il costume. I Re d'Inghilterra s'obbligarono alla Sede appostolica pagare il tributo, il quale sopra quel Regno sino a' tempi d'Errico VIII fu esatto, chiamato il denaro di S. Pietro; anzi non vi fu quasi Principe d'Europa, che non sottoponessero a tributo i loro Regni alla Chiesa romana; tanto che Cujacio parlando di questo costume renduto a questi tempi frequentissimo, ebbe a dire, _et qui non Reges olim_? I Pontefici romani in questi principj si contentavano del solo censo per render soave il giogo, ma tanto bastò, che in decorso di tempo potessero per la loro accortezza aprirsi il campo a pretensioni maggiori, come lo seppero ben fare nell'opportunità, che si noteranno più innanzi nel decorso di questa Istoria.
CAPITOLO I.
_Il Ducato di Bari passa sotto la dominazione de' Normanni._
Terminato in Melfi in cotal guisa il Congresso con soddisfazione d'amendue le parti, il Papa tornossene in Roma, e Roberto in Calabria, per finir di ridurre alcune altre Piazze, che erano ancor rimase in potere de' Greci. Tosto se ne rese padrone; e scorgendo che il Conte Ruggiero suo fratello in quell'imprese s'era portato con estraordinaria fortezza e valore, lasciò il medesimo in Calabria per finire quel che restava, come fece valorosamente, ed egli intanto in Puglia ritornato, pensò nuovi modi per istabilirsi meglio le conquiste, e nell'istesso tempo aprirsi altre vie per maggiori acquisti.
Pensò per tanto d'acquistarsi alleanze e parentadi co' Principi longobardi, ed avendo scorto, che il Principe di Salerno per tanti Stati s'era sopra tutti gli altri avanzato, mandò Ambasciadori a Gisulfo II, che a Guaimaro IV suo padre era in quel Principato succeduto, a chiedergli la sorella per isposa. Il partito se bene non dovea rifiutarsi da Gisulfo, pure vi trovava qualche difficoltà, così perchè conoscendo il genio della Nazione, che pur troppo sapeva profittare sopra i Stati altrui, temeva non por questo parentado gli venisse qualche danno, come ancora perchè nell'istesso tempo che Roberto gli chiedeva sua sorella, egli avea Alverada per moglie, dalla quale avea generato il famoso Boemondo. Ma replicando egli che aveala ripudiata, e credeva averlo potuto fare per essere sua parente, al che allora si stimava non potersi rimediare colle dispense del Papa, le quali non erano così frequenti: per non disgustarsi con lui sì apertamente, Gisulfo non osò di rifiutarlo; laonde diegli in maritaggio la primogenita delle sue sorelle appellata Sicelgaita[287]. E nel medesimo tempo sposò un'altra sua sorella minore, Gaidelgrima nomata, ad un altro Principe normanno, dandole in dote Nola, Marigliano Palma, Sarno, ed altri luoghi convicini, i quali non furon mai sottoposti a' Principi di Capua, ma a' Principi di Salerno[288]. Questi fu Giordano I figliuolo di Riccardo Conte d'Aversa, il quale dopo aver tolto a Landolfo ultimo de' Principi longobardi il Principato di Capua, ne avea fatto Principe Giordano suo figliuolo. Avealo ancora fatto Duca di Gaeta, come lui; non è però che Gaeta non avesse anche sotto questi due Principi i suoi Duchi particolari; ebbe Goffredo, ovvero Loffredo Ridello nell'anno 1072 ed altri; ma si diceano così, non altrimente, che si disse Pandulfo Conte di Capua, al quale Giovanni VIII l'avea conceduta, con tutto che vi fosse Docibile Duca, che a Pandolfo era sottoposto, sicom'era ora Goffredo ai Principi di Capua normanni.