Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Part 14

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Ma a Stefano, cui non mancava ardire di cacciare i Normanni d'Italia, mancavano però le forze, e sopra tutto i danari: fu perciò tutto inteso a farne raccolta, e l'impegno nel quale era entrato gli fece pensare un modo pur troppo violento e scandaloso. Egli che da Abate di Monte Cassino fu innalzato alla Cattedra di S. Pietro, volle nel Ponteficato stesso ritenere quella Badia, nè permise che in suo luogo fosse altri sustituito; onde disponeva di quel monastero per doppia ragione con tutta libertà ed arbitrio[258]. Per le molte oblazioni de' Fedeli in questo tempo, pur troppo per li Monaci prospero, aveano essi raccolto un ricchissimo tesoro d'oro e d'argento, che in quel monastero i Monaci con gran cura e vigilanza custodivano: Stefano vedendo che per nessun altro miglior modo poteva conseguir il suo fine, pensò averlo in mano, ed ordinò al Proposito di quel monastero, che tutto il tesoro d'oro e d'argento ch'ivi trovavasi l'avesse subito, e di nascosto portato in Roma. Avea egli disposto di passare con quello in Toscana, ove era il Duca Goffredo suo fratello, affinchè conferito con lui il suo disegno, potessero da poi ritornarsene insieme per discacciare d'Italia i Normanni. La costernazione nella quale entrarono i Monaci per sì infausta novella ben ciascuno potrà immaginarsela: essi tutti mesti e dolenti, tentarono invano colle lagrime rimovere il Papa; onde finalmente da dura necessità costretti, avendo ragunato tutto il tesoro, in Roma a Stefano lo portarono. Il Papa quando lo vide, e vide insieme la mestizia ed il dolore de' Monaci, che glie lo portarono, sorpreso allora dalla mostruosità del fatto, ravvedutosi dell'eccesso, tosto pentissi d'averlo domandato, e lo rimandò indietro[259]. Ma poco da poi essendosi incamminato per la Toscana, fermatosi in Firenze, fu sorpreso da una improvvisa languidezza, che in pochi dì lo privò di vita in quest'anno 1058[260].

Così, morto Stefano, andarono a vuoto tutti i suoi disegni, e fu la costui morte sì opportuna a' Normanni, che non avendo altri, che impedisse i loro vantaggi, poterono indi a poco stendere le loro conquiste, non pur nella Calabria, ma sopra il Principato di Capua ancora, per un'occasione, che più innanzi saremo a narrare.

I. _ROBERTO GUISCARDO è salutato I. Duca di Puglia e di Calabria._

Intanto per la morte di Stefano tornò Roma di bel nuovo nelle confusioni e disordini; poichè Gregorio d'Alberico Conte di Frascati, ed alcuni Signori Romani, di notte, e con gente armata, posero per forza nella Santa Sede Giovanni Vescovo di Velletri, che prese il nome di Benedetto; ma essendosi opposto a quest'elezione Pier Damiano uomo da bene (il qual poco prima da Stefano richiamato dall'Eremo, era stato fatto Vescovo d'Ostia) insieme con gli altri Cardinali, fecero in guisa, che tornato Ildebrando dalla Germania, ove era stato mandato da Stefano all'Imperadrice Agnesa, avendo inteso tali disordini, fermossi in Firenze, da dove attese a far ritrarre i migliori Romani dal partito contrario, e col favore del Duca Goffredo Marchese di Toscana oprò in maniera, che ragunati in Siena que' Cardinali, che non aveano avuta parte nell'elezione di Benedetto, vi elessero per Papa Gerardo Arcivescovo di Firenze. L'Imperadrice Agnesa madre d'Errico, confermò l'elezione, e diede ordine al Duca Goffredo di metter Gerardo in possesso, e di cacciarne Benedetto. Questi prese il partito di rinunziare il Ponteficato; onde Gerardo portatosi in Roma, vi fu riconosciuto per legittimo Papa, e fu chiamato Niccolò II, il quale poco da poi nell'anno 1059 tenne un Sinodo di 113 Vescovi, dove comparve Benedetto, dimandò perdono, e protestò, che gli era stata fatta violenza. In questo Concilio furono fatti regolamenti per la libertà dell'elezione del Papa, e stabilito, che i Cardinali dovessero in quella avere la parte migliore; poi l'eletto fosse proposto al Clero ed al Popolo, ed in ultimo luogo si ricercasse il consenso dell'Imperadore.

Queste revoluzioni, che molto spesso accadevano in Roma, e molto più i disordini, che nell'istesso tempo si sentivano nella Corte di Costantinopoli, maravigliosamente conferivano all'ingrandimento de' Normanni. Non temevano da parte alcuna di ricevere impedimenti; poichè la minorità d'Errico III, governando l'Imperadrice sua madre, non faceva molto pensare alle cose di queste nostre province. Costantinopoli, per la morte accaduta nell'anno 1054 di Costantino Monomaco, tutta era in disordine e confusione; poichè succeduta nell'Imperio Teodora sorella di Zoe, e dopo un anno quella morta, _Michele Stratiotico_ fu dagli Ufficiali del Palazzo posto in suo luogo; ma questi, resosi poi Monaco, lasciò volontariamente la Corona nell'anno 1057, onde insorsero nuove fazioni per l'elezione del successore; ma acquistando maggior forza quella di _Isaacio Comneno_, fu questi salutato Imperadore in quest'anno 1058.

I Normanni perciò con miglior agio attesero a dilatare i loro confini, e que' di Puglia sotto il famoso Roberto Guiscardo gli distesero sopra quasi tutta la Calabria. Questo Principe, essendo succeduto nel Contado di Puglia, era riconosciuto non già come Tutore di Bacelardo suo nipote, qual egli era secondo che narra Guglielmo Pugliese[261], ma come assoluto Signore. Egli sembrava, che in quest'occasione non fosse disposto a contentarsi d'una semplice tutela, siccome da dovero non se ne contentò da poi; anzi pretese, che dovea egli succedere ad Umfredo, conforme Umfredo era succeduto a' suoi fratelli primogeniti; ed egli avea già designato per suo successore Roggieri altro ultimo suo fratello, col quale avea diviso l'Imperio, e creatolo perciò come lui anche Conte. Era pertanto tutto inteso a discacciar i Greci dal rimanente della Calabria, prese Cariati e molte altre Piazze d'intorno, e portò finalmente le sue armi infino a Reggio capo di quella provincia, alla qual città pose l'assedio. Gli assediati non potendo lungamente sostenerlo si diedero a Roberto; ond'egli rendutosi Signore di così illustre ed antica città, non si contentò più del titolo di Conte, ma con solenne augurio e celebrità fecesi salutare, ed acclamare Duca di Puglia e di Calabria. Lione Ostiense[262] narra, che la gloria dell'espugnazione di Reggio gli partorì questo novello titolo. Curopalata scrisse, che lo produsse il governo trascurato e puerile di Michele VII, Imperador Greco; ma il Pellegrino[263] fa vedere, che Roberto ad emulazione dei Greci, e per rintuzzare il lor fasto lo facesse. Aveano essi costituito Argiro in Bari Duca di Puglia, ancorchè questa nella sua maggior estensione fosse passata sotto il dominio de' Normanni: imperocchè i Greci ancorchè perdessero l'intere province, non perciò lasciavano di ritenere almeno i fastosi titoli ed i nomi di quelle, trasferendogli sovente in altra parte, siccome fecero dell'antica Calabria, la quale, come fu ne' precedenti libri osservato, passata che fu sotto la dominazione de' Longobardi, essi trasportarono questo nome di Calabria in un'altra provincia, che allora ancora ritenevano.

Chi a Roberto conferisse questo nuovo titolo di Duca, non è di tutti conforme il sentimento. Lione Vescovo d'Ostia par che accenni, che fu una casuale acclamazione del Popolo; ma Curopalata dice, che i Signori e Baroni pugliesi suoi vassalli, vedendo che egli allo Stato di Puglia avea aggiunta la Calabria, con pubblico consiglio, ritenendo per essi i titoli di Conti sopra le terre che s'aveano divise, decretarono il titolo Ducale a Roberto; donde si convince l'errore del Sigonio[264], il quale reputò, che insuperbito Roberto per l'espugnazione di Reggio in Calabria, e poco da poi per l'altra di Troja in Puglia, disdegnando l'antico titolo di Conte, per se stesso, e di sua propria autorità s'intitolasse Duca di Puglia e di Calabria.

Agostino Inveges[265] va conghietturando, che nella creazione di questo novello Duca s'osservassero quelle cerimonie, le quali a que' tempi s'osservavano in Francia nella creazione del nuovo Duca di Normannia, e sono descritte nel Tomo degli Scrittori antichi della Istoria de' Normanni; dove si narra, che l'Arcivescovo dopo alcune orazioni ed il giuramento, che prestava il nuovo Duca di difendere il Popolo a se commesso, e di usar con quello giustizia, equità e misericordia, davagli l'anello, e da poi gli cingeva la spada, ond'è verisimile, e' dice, che il normanno Guiscardo volendo consacrarsi Duca di Puglia in Italia, fossesi servito delle medesime cerimonie. Avevano pure i Duchi particolar Corona, Berrettino, Veste e titoli propri. La Corona ducale, che ponevano sopra le loro arme, secondo che la descrive Scipione Mazzella[266], era un cerchio senza raggi, o diciam punte di sopra (le quali convengono solamente al Principe) ma in luogo delle punte vi usavano alcune perle, e d'attorno alquante gioie. Il Berrettino, seconda insegna de' Duchi, Bartolomeo Cassaneo[267] ce lo descrive in forma d'uno cappello circondato d'una corona rotonda, ma non diritta, nè a modo di zona, che circondi il cappello, come usano i Re; e di questo cappello ducale, confessa Cassaneo, non averne potuto rinvenire l'origine. La veste ducale, suspica Inveges, che fosse simile all'abito arciducale d'Austria descritto dal Guazzi[268], cioè una veste di diversi colori, lunga sino a' piedi, ed ornata di pelli d'Armellini. In cotal guisa adunque il Duca Roberto in quest'anno 1059 nelle pubbliche solennità apparve a' suoi sudditi, adornandosi coll'abito e Corona ducale; e quindi è che ne' privilegi e negli altri suoi diplomi cominciasse a servirsi di questo titolo: _Ego Robertus Dux Apuliae et Calabriae_.

CAPITOLO V.

_Il Principato di Capua tolto a' Longobardi, passa sotto la dominazione de' Normanni d'Aversa._

Non meno de' Normanni di Puglia, que' che collocarono la lor Sede in Aversa distesero sopra i paesi contorni i loro confini. Riccardo Conte d'Aversa accresciuto di forze intraprende d'invadere il Principato di Capua a se vicino, ed aspirando a quel Soglio, di stretto assedio cinse questa città. Reggeva allora Capua Pandolfo V, il quale se bene per qualche tempo avesse colle sue forze potuto difendere la città, nulladimanco Riccardo vie più stringendola, bisognò per liberarsene che offerisse al nemico settemila scudi d'oro[269]. Per questa somma Riccardo tolse l'assedio, ma per qualche tempo; poichè morto Pandolfo V nell'anno 1057, e succeduto Landolfo V, suo figliuolo, Riccardo invase di nuovo Capua, cingendola d'un più stretto assedio. I Capuani offerirono altra maggiore somma per liberarsi, ma Riccardo rifiutato ogni accordo, vuole che la città si renda nelle sue mani. Mal si possono indurre i Capuani; ma finalmente stretti per la fame, cedendo Landolfo, e lasciando il Principato, fu Riccardo ricevuto e per Principe salutato in quest'anno 1058.

Volle Riccardo, non altrimente che fece Arechi primo Principe di Benevento, farsi ungere coll'olio sacro[270], il qual costume ritennero ancora da poi tutti gli altri Principi normanni, che furono di Capua[271]. E se bene i Capuani fra i patti della resa avessero ottenuto di ritenere per essi le porte e le torri della città, e di dover essere da loro guardate; nulladimanco dissimulando per allora il nuovo Principe Riccardo questo lor vantaggio, differì ad altro miglior tempo di privargli anche di questo. Intanto portatosi in Monte Cassino, ed ivi con molta solennità ricevuto da que' Monaci, fece ritorno nella campagna, la quale estendendosi insino al fiume Sele, tutta fra tre mesi la sottopose alla sua dominazione; indi a Capua tornato, avendo fatto ragunare tutta la Nobiltà, l'espose esser cosa molto ragionevole, che si consegnassero a lui le porte e le torri della città; ma costantemente avendo i Capuani ricusato di farlo, irato il Principe uscì dalla città, la cinse nuovamente di stretto assedio e la premè con dura fame.

I cittadini intanto mandarono il loro Arcivescovo oltre i monti a chieder aiuto all'Imperadore Errico: ma questo Principe, che non era in istato di pensare a queste nostre parti, lo rimandò indietro con offerte grandi e parole, ma senza alcun fatto ed utilità. I Capuani allora perduta ogni speranza, nè potendo più resistere, resero le torri, le porte, se stessi e tutte le loro sostanze alla discrezione e clemenza di Riccardo. Così in quest'anno 1062 dopo essersi i Capuani per dieci anni bravamente opposti agli sforzi de' nemici, passò il Principato di Capua da' Longobardi a' Normanni[272], prima sotto il Principe Riccardo del sangue d'Asclettino, poi sotto gli altri suoi successori del medesimo lignaggio, e finalmente passò sotto la dominazione di quegli altri valorosi Normanni della razza di Tancredi Conte d'Altavilla, come nel seguente libro vedremo. Per la qual cosa non è scusabile l'errore del Sigonio[273], il quale reputò questo Riccardo fratello di Roberto Guiscardo, quasi che fino da questo tempo il Principato di Capua fosse passato sotto la dominazione de' Normanni di Puglia a' figliuoli del Conte Tancredi.

Ecco il fine della dominazione de' Longobardi nel Principato di Capua, che da Atenulfo con non interrotta serie di tanti anni finalmente nella persona di Landulfo V s'estinse in questa Nazione. Principe infelicissimo, che oltre essere stato costretto d'abbandonar il suo Stato, donde ne fu scacciato, avendo generati più figliuoli, gli vide con suo dolore e cordoglio andar raminghi per que' medesimi luoghi, ove egli avea regnato. E narra l'Abate Desiderio[274] nei suoi Dialoghi, aver egli nell'età sua veduti molti figliuoli di Landolfo di qua e di là esuli e raminghi, andar mendicando per sostenere la lor miserabile vita: il che egli attribuisce a castigo delle scelleratezze e crudeltà usate dal pessimo Principe Pandolfo IV, dal quale essi discendevano. Donde può ciascuno per se medesimo considerare, che il sangue di questi Principi longobardi non s'estinse affatto nel Principato di Capua; poichè oltre che vi rimasero alcuni Conti della razza di Atenulfo, de' quali per qualche tempo per li loro Feudi che possedevano si potè tener conto e mostrar la loro discendenza in alcune famiglie; vi restarono ancora i figliuoli di Landolfo, da' quali per la loro estrema miseria e povertà non sarebbe forse incredibile, che ne fossero nati ed artigiani e lavoratori di terra ed altra gente di braccia, e che forse anch'oggi ancorchè ignoti, infra di noi vi siano: documento delle cose mondane, e della loro incostanza e volubilità, e di non doversi molto insuperbire per la nobiltà del lignaggio sopra gli altri, i quali se bene non la potranno mostrare, forse saranno discesi da più illustre e generosa prosapia ch'essi non sono. Un simile successo narra Seneca al suo Lucilio[275], che essendo in battaglia stato sconfitto l'esercito di Mario, molti uomini nati di gran parentado e di sangue nobile, così Cavalieri, come Senatori, nella sconfitta della fazione Mariana furono dalla fortuna atterrati, ed alcuni di quelli fece pastori, alcuni altri lavoratori di zappa ed abitatori di capanne.

Così i valorosi Normanni, debellati i Greci nella Puglia e nella Calabria, debellati i Longobardi nel Principato di Capua, gli vedremo nel seguente libro (rimettendo ivi di narrar la politia ecclesiastica di questo undecimo secolo) tutti trionfanti sottoporsi le restanti province e stabilirsi un ben ampio e fortunato Regno.

FINE DEL LIBRO NONO.

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO DECIMO

Il Duca Roberto, che non facendo vedere a Bacelardo suo nipote il diritto della paterna successione, non già come Tutore del medesimo, ma come proprj amministrava i Ducati di Puglia e di Calabria, per maggiormente stendere i confini del suo dominio sopra l'altre province, e meglio assicurarsi degli acquisti fatti, proccurava con ogni sommessione, ammaestrato dall'esempio di Lione, tener soddisfatti i Pontefici romani; anzi reputava per questa via, avendogli per amici, di giustificare le sue imprese, e renderle al Mondo commendabili, e senza taccia d'usurpazione. All'incontro i Pontefici rendutisi ora per le scomuniche più tremendi a' Principi, non trascuravano le occasioni di profittare dell'opinione, che s'aveano presso tutti acquistata della loro superiorità e potenza. Perciò nel Ponteficato di Niccolò II si stabilirono fra noi con maggior fermezza le papali investiture; al che conferì molto una sollevazione accaduta in Puglia nel medesimo tempo, che il Duca Roberto trionfava in Calabria.

Bacelardo mal soddisfatto del suo zio Roberto sovente dolevasi essergli stata tolta la successione dei paterni Stati, e movendo perciò la compassione di molti, avea tirato al suo partito molti Pugliesi, i quali apertamente sollevandosi invasero alcune Piazze della Puglia. Ma la vigilanza di Roberto tosto ripresse i mal conceputi disegni, perchè precipitosamente essendovi accorso, ridusse i luoghi sollevati, e spense subito l'incendio; anzi con tal occasione scorrendo nella più remota parte di Capitanata, ove i Greci si mantenevano ancora in alcune Piazze, le sorprese, e conquistò infra l'altre la città di Troja, che i Greci alquanti anni prima aveano edificata, ed aveanla costituita capo di quella provincia.

L'acquisto della città di Troja diede su gli occhi al Pontefice; poichè i Pontefici romani aveano in questi tempi pretensione, che questa città, non altramente, che Benevento, loro si appartenesse per singolar diritto[276]. Ma tutti gli Autori tacciono, onde mai questa particolar ragione sia lor venuta; poichè questa città, secondo quel che per l'autorità di Lione Ostiense[277] fu da noi rapportato, era nel dominio dei Greci, avendola nell'anno 1022 da' fondamenti edificata sotto il Catapano Bagiano, alla quale, per memoria della famosa Troja nella Frigia minore, diedero nome di Troja, e riputaronla come una colonia di quella.

E quantunque quando Errico calò in Italia con quell'esercito formidabile, si fosse accampato sopra questa città, come narra l'istesso Lione[278], ed avesse costretti i Trojani a rendersi a lui; nulladimanco loro perdonò poi[279], ed abbandonando que' luoghi, fece in Germania ritorno; nè si legge, che n'avesse fatto dono alla Chiesa romana, come si legge di Benevento. Ma comunque ciò siasi, Niccolò II il qual, seguendo il costante tenore de' suoi predecessori, mal sofferiva questi vantaggi di Roberto, col pretesto, che appartenesse quella città alla Sede appostolica, gli fece intendere, che dovesse a lui restituirla. Molto eran lontani i Normanni di restituire vilmente ciò, ch'essi aveano acquistato sopra i Greci colle loro armi, e con tante fatiche e travagli; onde Roberto, poco curandosi delle dimande del Papa, ripigliò il suo cammino verso la Calabria.

Non era in istato il Pontefice Niccolò II seguitando l'esempio di Lione, di movergli contro un esercito; eran lontani gli ajuti che poteva sperare dagl'Imperadori d'Occidente; anzi questi cominciavano ad alienarsi da' Pontefici romani, ed avergli in avversione per cagione, che contrastavan loro l'elezione del Papa e l'investiture degli altri beneficj, delle quali erano insin allora stati in possesso. Nè era da sperar soccorso dagli altri Principi longobardi vicini, poich'essendo il Principato di Capua passato sotto la dominazione de' medesimi Normanni, eran molto deboli le forze di coloro di Salerno, e molto più degli altri di Benevento. Molto meno era da sperare da' Greci, inimici implacabili de' Pontefici romani, per lo scisma famoso, ch'avea fra queste due Chiese poste già profonde radici, e che avea alienati i Greci da' Latini.

Dunque non restava altro a Niccolò II che di ricorrere alle armi spirituali ed alle scomuniche. I Pontefici romani aveano già cominciate ad adoperarle contro i Principi, come s'è veduto ne' precedenti libri; nulladimanco s'erano mossi allora per cagioni ch'essi almeno credevano più oneste, e sovente per occasione di religione, e per le loro detestabili eresie; se ne valsero anche per rompere le confederazioni, che i Principi cristiani spesso facevano con i Saraceni infedeli, come fece Giovanni VIII co' Napoletani ed Amalfitani, ciò che riteneva uno spezioso pretesto di pietà e di religione. Ma da poi, come suole avvenire, che il buon uso degenera in abuso, cominciarono a valersene indifferentemente per mondani rispetti, o per gratificare qualche Principe, o sopra tutto per conservare i beni temporali della Chiesa, ovvero per ingrandirgli con nuovi acquisti. Così abbiam veduto, che perchè i Beneventani non vollero aprire le porte della loro città all'Imperador Errico, questi gli fece scomunicare da Clemente II, che come un suo corteggiano lo menava seco in Germania.

Le scomuniche nella primitiva Chiesa, siccome allora tutta la cura de' Prelati era sopra le cose spirituali, così non eran adoperate, se non contro gli Eretici, ovvero per la correzione de' pubblici peccatori: il principal uso era contro coloro, che non ben sentivano della nostra religione, i quali se dopo le tante ammonizioni non si ravvedevan de' loro errori, eran separati dalla Chiesa; ed in secondo luogo, per evitar gli scandali, eran adoperate contro i pubblici peccatori. Nè era altro il loro effetto, che di privargli di tutto ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli di Sacramenti, e d'altre cose spirituali. Ma da poi, e spezialmente a questi tempi, essendo diminuita ne' Prelati la cura spirituale, ed all'incontro cresciuta nell'Ordine ecclesiastico l'avidità de' beni temporali, siccome prima s'usavan solamente per la correzione dei pubblici peccatori, e per gli Eretici, così da poi eran più frequentate per li beni temporali, così per difesa di quelli, come per ricuperargli, se per caso la poco cura de' predecessori gli avesse lasciati perdere.

Ma inutilmente si sarebbero adoperate quest'armi, se insieme non si fosse fatto credere a' Popoli, che in qualunque maniera lanciate, se non si restituivano le robe, erano i possessori irremissibilmente dannati, imputando ciò ad effetto della censura, più che del peccato. E per renderle più formidabili aveano ancora proccurato introdurre una nuova dottrina, che i scomunicati non pur fossero indegni di ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli, qual era l'effetto della scomunica, ma ancora che la scomunica disumanava, infamava, gli rendeva abbominevoli, esosi, vitandi, quasi appestati ed orribili, togliendo loro anche l'uso della vita civile e del commercio, stabilendo perciò molte decretali, che non potessero far testamenti, contratti, istituire azione alcuna in giudizio, adottare e far altri atti legittimi, non potessero esercitar uffici nella Repubblica e mille altre cose, di che forse ci sarà data occasione altrove di più diffusamente ragionare.

Per queste cagioni non si può credere quanto fosse in questi tempi il terrore e spavento delle censure non pur nella plebe, ma ne' personaggi di conto e nei Principi stessi; ed era veramente cosa da stupire, che i Capitani ed i soldati, uomini per altro scelleratissimi e senz'alcun timor di Dio, e che senz'alcun riguardo d'offenderlo s'usurpano quello del prossimo, per timore poi delle scomuniche guardavano con gran rispetto le cose della Chiesa, nè vi era in questi tempi da poter usare maggiore difesa per conservar i beni temporali, se non di porgli sotto la custodia e protezione della Sede appostolica.