Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Part 13

Chapter 133,642 wordsPublic domain

Errico per gl'indegnissimi tratti de' Beneventani, che avevano avuto ardimento di chiudergli in faccia le porte, odiava a morte quella città; e pensando che con difficoltà avrebbe potuta ridurla sotto il suo arbitrio per vendicarsene, pensò commutarla col Papa per queste ragioni di Bamberga. Lo stato allora del Principato di Benevento era, come si è detto, che la città si reggeva dal Principe Pandulfo, e Landolfo suo figliuolo, ma gran parte di quello era già passato sotto la dominazione de' Normanni, a' quali l'istesso Errico avea in quella occasione, che si disse, conceduta tutta la terra beneventana; nè i Normanni, che anche senza questo, sapevano approfittarsi sopra le altrui spoglie, aveano tralasciato di farlo sopra il rimanente del Principato. Così Errico, che poco dava del suo, se non le ragioni di sovranità, che pretendeva sopra quella città, posseduta allora da Pandolfo diede in iscambio a Lione la città di Benevento, che egli a' Normanni non avea conceduta, nè s'estese oltre, poichè del territorio beneventano ne avea egli stesso poco prima investito i Normanni. E sarebbe stata cosa pur troppo incredibile, che questa permutazione fessesi fatta coll'intero Principato di Benevento, che se bene in questi tempi si trovasse molto estenuato per li Principati di Salerno e di Capua divelti; nulladimanco abbracciava più città e terre di una ben ampia e grande provincia del Sannio, che comprendeva gli Abruzzi, il Contado di Molise, e molte altre parti ancora dell'altre province; e sarebbe follia il credere, che il Principato di Benevento si fosse cambiato per cento marche d'argento, poichè il Cavallo bianco non fu rimesso; nè veramente può comprendersi, come alcuni moderni Scrittori, chi inconsideratamente, altri però per malizia, abbiano potuto farsi uscir dalla penna stravaganza sì grande senza appoggio alcuno di Scrittore contemporaneo, ed invece della città di Benevento, scrivere del Principato beneventano; poichè noi non abbiamo Scrittore più antico, che parli di questa commutazione, che Lione Ostiense[236], il quale chiaramente rapporta, siccome la cosa istessa lo dimostra, che tal commutazione fu del Vescovado di Bamberga, colla città di Benevento non già del Principato; e Pietro Diacono[237], che poco da poi di Lione aggiunse al suo luogo questo successo, pure della città sola parla, non già del Principato: siccome le cose seguite da poi lo rendono manifesto, poichè la Chiesa romana ha ritenuta la città sola, non già il Principato, sopra il quale non pretese mai avervi particolar ragione, ma corse la fortuna di tutte le altre province, come osserverassi nel corso di quest'Istoria. Anzi nè meno a questi tempi ebbe esecuzione tal permuta; poichè Lione tornato in Italia colle truppe datogli dall'Imperadore, ancorchè pel terrore dell'armi, il Principe Pandolfo col suo figliuolo, all'arrivo di Lione fossero stati esiliati[238] da quella città, e fossesi eletto per Principe di Benevento un tal Rodolfo, nulladimanco ben presto vi ritornarono, e tennero Benevento per molti anni, insino che da Roberto non ne fossero scacciati nell'an. 1076 dal qual tempo per accordo fatto co' Normanni, la città di Benevento cominciò ad esser governata dalla Chiesa romana, ed il Principato da' Normanni; come più innanzi diremo; onde il novello Istorico napoletano[239], che con grande apparato di parole narrando questi trattati avuti per questo cambio, dice essersi fatto col Principato di Benevento, erra d'assai, e si vede non aver letto Ostiense, che parla della città sola di Benevento.

Lione intanto postosi alla testa d'una grossa armata fornita di truppe alemane, e d'un gran numero di truppe italiane, e composta non meno di Laici, che di Cherici[240] diede il comando delle alemane e di quelle di Suevia a Guarnerio Suevo, e dell'altre ad Alberto Tramondo, ad Asto ed a Rodolfo poco innanzi da lui eletto Principe di Benevento, e verso la Puglia fece marciar l'esercito per dare con sì formidabili forze la battaglia a' Normanni, i quali trovandosi allora di forze ineguali, credè potere leggermente vincere, e discacciargli dalla Puglia, e da tutti i luoghi insino allora da essi conquistati.

I Normanni sorpresi dalla novella di questa marcia, ne concepirono grande spavento, non solo perch'essi in quella congiura orditagli da Argiro aveano perduto i principali lor Capi, e la maggior parte de' prodi guerrieri, ma perchè aveano da combattere con un'armata non punto composta di Greci e di Pugliesi, ma d'Alemani, uomini di statura e forza prodigiosa, pieni di coraggio, ed abili nell'arte militare: s'aggiungeva il non potersi fidare de' Pugliesi per l'avversione, in cui erano appresso quelli entrati. Pensarono perciò a' modi come potessero sottrarsi dalla tempesta, che gli soprastava; onde spedirono a tal effetto Ambasciadori al Papa per domandargli la pace; offerirono d'ubbidirgli in tutte le sue cose; ch'essi non pretendevano altro, che di possedere quelle terre, che aveano acquistate co' loro travagli e sudori, e colle armi alle mani: che non avrebbero invase le robe della Chiesa, offerendogli il lor servigio con tanta sommissione e riverenza, che non poteva farsi con più umiltà e rispetto. Ma Lione che credea per le sue forze aver tra le mani la vittoria, stimolato anche dagli Alemani, che dalla statura bassa de' Normanni ne concepirono disprezzo, ne rimandò gli Ambasciadori con risposta pur troppo dura; ch'egli non voleva punto aver pace con essi, se non uscivano d'Italia; ma replicando coloro, ch'era quasi ch'impossibile ridurre una sì gran moltitudine a cercar altrove una ritirata per essi, e per le loro famiglie, furono sparse al vento le loro preghiere, e rimandati senza conchiuder cos'alcuna.

Quando a' Normanni furono riportate sì dure risposte, voltatisi alla disperazione, risolvettero infra loro, che più tosto bisognava finir di vivere gloriosamente, che lasciare con tanta indegnità e vergogna ciò ch'essi a costo di tanti sudori e travagli aveansi acquistato; e non curandosi punto, che oltre la disuguaglianza delle forze, mancavan loro ben anche i viveri, si risolvettero di ricever tosto la battaglia, ancorchè con tanto loro disavantaggio, risoluti o di morir tutti o di vincere.

Divisero perciò le loro truppe, che poterono radunare in tre corpi, a' quali per Comandanti preposero i più celebri Capitani ch'essi aveano, fra' quali erano allora sopra tutti gli altri eminenti il Conte Umfredo, Roberto Guiscardo, e Riccardo Conte d'Aversa, figliuolo d'Asclettino, il quale a Rodolfo era succeduto.

Intanto l'esercito di Lione si collocò in atto di battaglia in una gran pianura presso Civitade nella provincia di Capitanata[241], ed avendo sotto i nominati Comandanti disposte le truppe, non v'era altro ostacolo per darla, se non una piccola montagna, che divideva amendue gli eserciti. I Normanni furono i primi a montarla per riconoscere gl'inimici, e ravvisata la situazione di quella infinita moltitudine d'Italiani, che niente aveano di regolare nella maniera di guerreggiare, ed un numero assai inferiore d'Alemani meglio disposti, e molto più da temersi, presero tosto le loro misure, e divisero la loro piccola armata in tre corpi. Diessi l'ala dritta a Riccardo Conte d'Aversa per iscaricar su gl'Italiani: Umfredo si mise nel corpo di battaglia per assaltar gli Alemani con quella cavalleria ch'avea; e Roberto Guiscardo ebbe l'ala sinistra con un buon numero di Calabresi scelti, che avea al suo servigio interessati, da poi ch'era stato nel loro paese. Egli avea ordine di non molto avanzarsi, ma di fare come un picciol corpo di riserba, sempre pronto a sostenere il resto dell'armata, ed a fornirla ne' bisogni di truppe recenti.

Riccardo assaltò da prima gl'Italiani comandati da Rodolfo, e caricogli improvisamente, e con tanto vigore, che non ebbero agio nè pur di far la minima resistenza. La paura gli confuse in maniera, che ritirandosi a poco a poco gli uni opprimevano gli altri, e seguitandogli valorosamente Riccardo, si diedero ad una fuga vergognosa, tanto che questo prode Capitano a colpi di spade e di dardi ne fè strage infinita[242].

Il Conte Umfredo ebbe più che fare dalla sua parte cogli Alemani, e spezialmente con quelli di Suevia. Egli fece sopra di loro una terribile scarica di frecce, ma essi ne fecero una somigliante sopra di lui; onde bisognò metter mano alla spada, e l'uccisione per l'una, e l'altra parte fu terribile. Allora Roberto Guiscardo credette, che fosse tempo di venire al soccorso di suo fratello: vi accorse immantenente con Pandolfo, e Landolfo suo figliuolo esiliati da Benevento[243], seguitato ancora da' suoi Calabresi, i quali sotto la sua disciplina eran divenuti prodi soldati: egli andò con furia a buttarsi in mezzo de' nemici. Si pugnò ferocemente, e furono incredibili le ardite azioni di Roberto in questo combattimento; finalmente sconfisse i nemici[244], e con tanto empito e vigore gli confuse, che dopo aver d'essi fatta strage infinita, scorgendo che non erano in tutto spenti, ricominciando di bel nuovo a battere il resto, gli finì tutti di tagliar a pezzi[245].

Il Papa, che non molto lontano fu spettatore di sì fiera tragedia, vedutosi quando men se l'aspettava in tali angustie, prese il partito di ritirarsi dentro la città di Civitade[246]; ma questa non essendo un asilo per lui sicuro, fu immantenente assediata, e tantosto fu costretta a rendersi. Puossi comprendere qual fosse l'imbarazzo del Papa, e la sua desolazione mentre cadeva in mano de' nemici, cui egli avea trattati con tanta durezza e severità, e di cui egli avea concetto, siccome aveagli dipinti presso l'Imperadore Errico, di gente barbara, inumana e senza religione.

Ma ben tosto s'avvide quanto appresso i Normanni fosse grande la forza della religion cristiana, e quanto il rispetto, che aveano di colui ch'essi adoravano per Capo della Chiesa cristiana, e Vicario di Cristo. Essi avrebbero potuto, giacchè come Principe del secolo li mosse guerra, _Jure belli_, e secondo le leggi della vittoria, trattarlo siccome esso vi compariva. Ma come grossolani non ben arrivavano a capire quella distinzione di due personaggi in uno, che gl'istessi Ecclesiastici introdussero nella sua persona per non far con tanta mostruosità apparire alcune azioni, che non starebbero troppo bene al Papa, come successore di S. Pietro. Essi lo riputaron sempre per questo eccelso carattere degno d'ogni rispetto e venerazione, che la forza della religione, di cui essi erano riverenti, ve l'impresse sì forte, che per qualunque altro non poterono perderlo; perciò con inudita pietà, e profondo rispetto lo condussero con ogni sorte d'onore e riverenza nel loro Campo. Non pure lo lasciarono in libertà, ma il Conte Umfredo ricevendolo sotto la sua parola, l'accompagnò egli stesso con gran numero di suoi Ufficiali in Benevento[247], promettendogli di vantaggio, che quando gli piacesse ritornar in Roma, l'avrebbe egli accompagnato insino a Capua[248]. Il Papa sorpreso da queste maniere sì oneste e cristiane, cancellò dal suo animo ogni sinistro concetto, che prima di lor avea, e pentitosi di quanto insino a quell'ora avea con poca accortezza, e contro ciò che ricercava il suo carattere, adoperato, pianse amaramente le sue disavventure. Indi entrato in Benevento nella vigilia di S. Giovanni di quest'anno 1053 vi si trattenne insino a' 12 di marzo dell'anno seguente 1054 giorno della festività di S. Gregorio Papa[249]; e quivi per li travagli sofferti, e per passione d'animo caduto infermo, avendo a se chiamato il Conte Umfredo, si fece condurre a Capua, dove avendo dimorato dodici giorni, in Roma fece ritorno. Quivi arrivato per conciliare le discordie, che a questi tempi più che mai eransi rese implacabili tra la Chiesa romana, e la costantinopolitana, spedì all'Imperador Costantino Monomaco tre Legati, Pietro Arcivescovo d'Amalfi, Federico suo Cancelliero, ed Umberto Vescovo di S. Rufina, unita poi questa Chiesa da Calisto II al Vescovado di Porto; ma non ebbe questa Legazione alcun successo; poichè Lione non molto da poi con molti segni di pietà, e di ravvedimento finì santamente i giorni suoi nel mese d'aprile di quest'anno 1054, con lasciar di se, per la sua pietà e candidezza di costumi, titolo di Santo.

In questi rincontri si narra, che Lione dopo aver assoluti i Normanni dalle censure e dall'offese, che ei reputava aver da essi ricevute, avesse conceduto ad Umfredo, ed a' suoi eredi l'investitura della Puglia e della Calabria, ed anche di tutto ciò che potrebbe acquistare sopra la Sicilia, e che all'incontro Umfredo avesse reso l'omaggio di quelle terre alla Santa Sede, come Feudi da lei dipendenti; e che questa fosse la _prima Investitura_, ch'ebbero i Normanni, come fra gli altri scrisse Inveges.

In fatti Gaufredo Malaterra[250] parlando della sommessione e rispetto che i Normanni in quest'incontro portarono a Lione, dice che questo Papa all'incontro: _Omnem terram, quam pervaserant, et quam ulterius versus Calabriam, et Siciliam lucrari possent de Sancto Petro haereditali Feudo sibi, et haeredibus suis possidendam concessit._ Ma questo non fu che un assicurare maggiormente i Normanni della sua amicizia perchè senza suo ostacolo proseguissero le loro conquiste, benedicendo le loro arme, e dichiarando perciò le loro future intraprese giuste; ciò che i Normanni come religiosi desideravano, almeno per pretesto di giustificare così i loro acquisti, e per non aver contrari i romani Pontefici, che s'erano allora per le censure e scomuniche resi a' Principi tremendi. Questi furono i principj delle nostre Papali investiture, le quali si ridussero poi a perfezione da Niccolò II per quelle, che diede a Roberto Guiscardo de' Ducati di Puglia e di Calabria e di Sicilia, come diremo.

Intanto i Normanni avendo disfatta l'armata di Lione, ancorchè l'avessero trattato con tanto rispetto, assicurati che furono di lui, non vollero perdere sì opportuna occasione di stendere la loro dominazione, e di portare altrove le loro armi. Niente resero al Papa di ciò, che pretendeva sopra Benevento; poichè se bene Pandolfo, Principe di Benevento, e Landolfo suo figliuolo, alla venuta di Lione fossero stati esiliati da quella città, nulladimanco sconfitto Lione col favore de' Normanni, a' quali aveano dato ajuto in quella battaglia, tornarono di bel nuovo a reggere Benevento[251]; nè se non dopo molti anni cominciò a governarsi dalla Chiesa romana, tanto che la commutazione fatta con Errico non ebbe il suo effetto se non molto da poi, e più per munificenza de' Normanni, che per quella d'Errico. Nel che non bisogna ricercare altro miglior testimonio della antichissima Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, il cui Autore fu un Monaco del monastero di Santa Sofia di Benevento, che si conserva nell'archivio del Vaticano, e fu fatta imprimere dal diligentissimo Pellegrino, a cui fu trasmessa da Roma dall'Abate Costantino Gaetano Monaco Cassinense, che da un antico Codice del Vaticano l'estrasse[252]. In questa Cronaca[253] si legge, che se bene reggendo il Principato di Benevento Pandolfo, e Landolfo suo figliuolo, alla venuta di Lione fossero stati esiliati da Benevento, nulladimanco si soggiunse, che da poi vi tornarono, e Pandolfo dopo aver regnato molti anni in Benevento, finalmente abbandonò il secolo, e si rese Monaco nel monastero istesso di S. Sofia, lasciando Landolfo suo figliuolo per successore, il quale tenne il Principato per tutto il tempo che visse insino all'anno 1077. Onde si convince con molta chiarezza, che la permuta con Errico non ebbe effetto; ma se poi la Chiesa romana acquistò quella città, tutto si dee alla liberalità de' Normanni, che per le ragioni che vi tenea per quella commutazione fatta da Errico, glie la rilasciarono, come qui a poco vedrassi.

Seppero ancora i Normanni ben servirsi di questa vittoria, sottoponendo tutta la Puglia al loro dominio dopo tredici anni di guerra, da che l'aveano invasa. Tolsero a' Greci Troja, Bari, Trani, Venosa, Otranto, Acerenza, e tutte le altre città di quella provincia, tanto che Guglielmo Pugliese potè dire:

_Jamque rebellis eis Urbs Appula nulla remansit:_ _Omnes se dedunt, aut vectigalia solvunt._

Quindi furono poi rivolti tutti i loro pensieri alla impresa della Calabria, la conquista della quale saremo ora a narrare.

CAPITOLO IV.

_Conquiste de' Normanni sopra la Calabria: Papa STEFANO successor di LIONE vi si oppone; ma morto opportunamente in Firenze, vengon rotti i suoi disegni._

La morte di Lione IX rinovò in Roma i disordini per l'elezione del successore: e dappoichè per le contrarie fazioni stette quella Chiesa per un anno senza Capo, finalmente il famoso Ildebrando, che dal monastero di Cugnì erasi portato in Roma, ove fu fatto Sottodiacono di quella Chiesa, come uomo di somma accortezza, fu adoperato a por fine a tali confusioni. I Romani, non trovandosi nella lor Chiesa persona idonea per occupar quella Sede, mandarono Ildebrando oltre i monti a dimandar all'Imperadore un successore, ch'egli in nome del Clero e del Popolo romano avesse eletto: assentì Errico, e fugli dimandato Gebeardo Vescovo di Eichstat, di cui fecesi poc'anzi menzione. Con sommo dispiacer d'Errico, che non voleva toglierselo dal suo lato, venne costui in Roma, ed innalzato a quella Sede, Vittore II fu nomato[254]. Come si vide nel Trono pontificio, tosto mutò sentimenti di quanto prima avea fatto mentr'era in Germania, dove avea a Lione impediti i domandati soccorsi, di che con gran pentimento amaramente, fatto Papa, si dolse. E se il suo Ponteficato non fosse stato cotanto breve, e la sconfitta precedente non avessegli scemate le forze, ed ingrandito quelle dei Normanni, avrebbero questi certamente sperimentato in Vittore gl'istessi sentimenti di Lione.

Ma morto egli in Firenze nel 1057 due anni dopo la sua esaltazione, e rifatto in suo luogo Federico Abate di Monte Cassino, e Cardinale, che prese il possesso di quella Sede il giorno di S. Stefano, e perciò prese il nome di Stefano X, da altri, per la cagione altrove rapportata, detto Stefano IX, furono da costui calcate le medesime vestigia de' suoi predecessori. Fu da' diligenti investigatori delle gesta de' Pontefici con istupore notato, che ancorchè i loro predecessori, per sostenere le loro intraprese, avessero sofferto morti, prigionie ed altre calamità; non per tutto ciò gli successori si spaventavano di proseguirle, anzi vie più forti e vigorosi s'esponevano ad ogni maggior rischio e cimento. Essi eransi persuasi, che l'ingrandimento dei Normanni in queste nostre province, era lo stesso che il loro abbassamento, e lo reputavano come loro declinazione, siccome queste medesime gelosie tennero co' Longobardi, quando gli videro troppo potenti in Italia. Gli accagionavano perciò di mille delitti, che rapivano le robe delle Chiese, che desolavano le province; ed in fine proccuravano rendergli odiosi a' provinciali, per potere in cotal modo giustificare le loro intraprese, e renderle al Mondo commendabili. E se bene sopra queste province non potessero pretendervi ragione alcuna di sovranità; nientedimeno la loro grandissima gelosia degli avanzamenti de' Normanni pose costoro in tal necessità, che siccome prima doveano reprimere, ed opporsi alle forze degl'Imperadori d'Oriente a' quali finalmente queste province si toglievano: così ora aveano da contrastare co' Pontefici romani, i quali come se ad essi si togliessero, si opponevano con vigore a' loro disegni, nè v'era mezzo, che non adoperassero per impedire i loro progressi.

Prima, come si è potuto osservare nel corso di quest'Istoria, non avendo per se forze tali, solevano implorare gli aiuti de' Principi stranieri, siccome per discacciare i Longobardi ricorsero a' Franzesi; ora essendosi resi per lo dominio temporale di tanti Stati più forti, lontani questi soccorsi, e mancata ogni speranza di potergli avere dall'Imperadore, e potendogli somministrare i loro Stati forze sufficienti, lo facevano per se soli; e quando queste mancavano, solevano ricorrere al presidio delle armi spirituali e delle scomuniche, alle quali la forza della religione avea dato tanto vigore e spavento, che non solo a' Popoli ed a' Principi erano tremende, ma quel ch'è degno di stupore, erano formidabili e spaventose a' Capitani delle milizie, ed a' soldati stessi, uomini per lo più scelleratissimi; i quali nell'istesso tempo, che s'atterrivano delle scomuniche, non avevano alcuna difficoltà di menare una vita scellerata, e d'usurparsi quello del prossimo, senz'alcun riguardo d'offendere la Maestà Divina.

Innalzato pertanto Stefano al Ponteficato romano, si dispose immantenente a voler discacciare d'Italia i Normanni. Traeva egli origine da' Duchi di Lorena, e nato da regal stirpe, voleva nel Ponteficato segnalarsi in opre grandi ed illustri. Fu prima da Lione IX fatto Cancelliero della Sede Appostolica: indi fu Abate di Monte Cassino, e poi da Vittore II fu fatto Cardinale. Assunto ora al Ponteficato vennegli in pensiero, imitando Lione, di voler discacciar d'Italia i Normanni[255]; anzi nato per cose più grandi s'accinse ad una più illustre impresa.

Un anno avanti nel 1056 era morto in Germania Errico, ed avea lasciato per successore un suo piccolo figliuolo di sette anni, che succeduto poi all'Imperio, fu col nome del padre anche chiamato Errico. Fra gli Scrittori germani ed italiani vi è gran confusione nel numero di questi Errichi. Errico il Negro da' Germani vien chiamato III, gli Italiani lo dicono II, non tenendo conto di quell'altro Errico, che non fu se non semplice Re di Germania, nè giammai Imperadore. Noi seguiteremo gli Italiani, onde il successore d'Errico il Negro lo diremo Errico III non IV. Morì Errico dopo aver regnato diciassette anni, e quattro mesi. Le sue leggi furon raccolte da Goldasto[256], e Cujacio nel quinto libro de' Feudi ne registrò alcune a quelli appartenenti.

Per l'infanzia del figliuolo governava l'Imperadrice Agnesa sua madre: Stefano valendosi dell'opportunità del tempo, vennegli in pensiero d'innalzare al Trono imperiale il Duca Goffredo suo fratello, con risoluzione, che unendo le sue forze con quelle del fratello, potessero con facilità discacciare i Normanni d'Italia, a' quali egli portava odio implacabile.

Ma intanto questi valorosi Campioni sotto il famoso Roberto Guiscardo, a cui il Conte Umfredo suo Fratello avea somministrate molte truppe, perchè l'impiegasse alla conquista della Calabria, aveano fatti progressi maravigliosi sopra questa provincia[257]. Essi da poi che Roberto per una sua ingegnosa astuzia, erasi impadronito di Malvito, aveano steso più oltre i confini, e sotto la lor dominazione poco da poi fecero passare le città di Bisignano, di Cosenza e di Martura.

Nè la morte del Conte Umfredo accaduta in Puglia intorno l'anno 1056 avea potuto interrompere il corso di tante conquiste, anzi diede a quelle più veloce corso: poichè non lasciando Umfredo che due piccioli figliuoli, Bacelardo ed Ermanno, lasciò il governo de' suoi Stati a Roberto stesso, a cui raccomandò i figliuoli, e spezialmente Bacelardo suo primogenito; onde succeduto Roberto nel Contado di Puglia dava terrore a tutti i Principi vicini, e molto più a Stefano R. P., dal quale era perciò grandemente odiato.