Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 9
Non meno le chiese che i monasterj renderonsi in questi tempi più spessi e magnifici, e i loro Monaci più numerosi. I Longobardi, come suole avvenire nei primi ardori delle novelle religioni, abbracciata che ebbero la religione cattolica romana, furono in queste nostre province assai più profusi colle chiese e monasterj, che i Greci, cristiani vecchi. Il Re Agilulfo, fatto cattolico, molti monasterj rifece per l'Italia, ed altri nuovi ne costrusse. Il Re Ariperto fu così profuso nel donare a' monasterj, alle chiese, e particolarmente alla romana, che per la restituzione degli ampj e grandi poderi, che le fece nell'Alpi Cozzie, onde tanto in quella provincia crebbe il patrimonio di S. Pietro, diede occasione ad alcuni di credere, che la provincia tutta dell'Alpi avesse Ariperto donato alla Chiesa romana.
I nostri Duchi di Benevento, ancorchè sotto Zotone I, Duca pagano e idolatra, il monastero Cassinese avesse patito quel miserando sacco; nulladimeno, abbracciato che poi ebbero per opera di Barbato il cattolichismo, favorirono le chiese ed i monasterj: tantochè, rifatto il monastero nell'anno 690 da Petronace, i Duchi di Benevento lo arricchirono grandemente, e fra gli altri Gisulfo II d'immensi doni e di grandi poderi l'accrebbe. Que' luoghi e quelle terre poste nello Stato di S. Germano passarono in gran parte in dominio di quel monastero; tanto che poi col correr degli anni, accresciuto per altre ampie donazioni, si rendè cotanto ricco e possente, che i loro Abati, fatti Signori di più terre e vassalli, vennero in tale stato, che mantenevano a loro stipendj eserciti armati, come ne' seguenti secoli vedremo.
Per ciò i monasterj dell'ordine di S. Benedetto, renderonsi più numerosi nel Ducato beneventano, che abbracciava in que' tempi ciocchè ora diciamo i due Apruzzi, il Contado di Molise e Capitanata, quasi tutta la Campagna, e buona parte della Lucania, della Puglia e dell'antica Calabria, Taranto, Brindisi e tutto quel larghissimo paese, che gli è intorno[184]. Molti e d'uomini e di donne ne furono in queste province nuovamente eretti nel Regno de' Longobardi: in Benevento ne' tempi di S. Gregorio ne leggiamo moltissimi[185]: il monastero di Monache di S. Nazario Martire; l'altro a quello vicino de' Frati di S. Maria _ad Olivolam_; e a' tempi di Grimoaldo V Duca di Benevento leggiamo quello di S. Modesto, arricchito da Grimoaldo di grandi possessioni[186]; e Teodorata, moglie del Duca Romualdo suo figliuolo, fuori le mura di Benevento fondò un monastero di donne ad onore di S. Pietro Apostolo. L'esempio de' Principi fu da poi seguitato da' loro sudditi benestanti, così longobardi, come provinciali, tanto che nel Ducato beneventano per tutte quelle province che esso abbracciava, i monasterj di S. Benedetto si videro in questi tempi più numerosi, che nel secolo precedente.
Nel Ducato napoletano, ed in tutte quelle città, che a' Greci ubbidivano, ancorchè molti altri di questo Ordine se ne fossero nuovamente costrutti, nulladimanco il numero de' monasterj così di uomini, come di donne posti sotto la regola di S. Basilio era maggiore: Napoli n'ebbe molti, come si è veduto nel precedente libro: non erano meno frequenti in Otranto, Brindisi, Reggio, e così in tutte l'altre città della Calabria e de' Bruzj.
Fu per tanto lo Stato monastico non men che nella Francia e nell'Alemagna, ed in tutte l'altre parti di Occidente, steso ed arricchito in queste nostre province; tantochè già gli Abati e monasterj cominciavano a pretendere di scuotere il giogo de' Vescovi, ed a dimandare de' privilegi e dell'esenzioni per rendersi in libertà. Se sono veri gli atti del Concilio, che si narra aver tenuto S. Gregorio in Roma nell'anno 601 in favore de' Monaci, fu in quello stabilito, che i Monaci dovessero avere la libertà di eleggere il loro Abate, e di scegliere un Monaco della lor comunità, o d'un altro monastero: che i Vescovi non potessero trarre Monaci da un monastero per fargli Cherici, ovvero per impiegargli alla riforma d'un altro monastero senza il consenso dell'Abate: che i Vescovi non dovessero impacciarsi nel temporale de' monasterj; nè celebrare l'uficio solenne nella chiesa de' Monaci, nè esercitarvi alcuna giurisdizione. Per tutte queste cagioni lo stato monastico si rendè fin da questi tempi considerabile, e cominciò non poco ad alterare lo stato civile e temporale de' Principi, i quali in vece di fare argine a tanti acquisti, più tosto gli accrescevano colle loro immense donazioni.
§. III. _Regolamenti ecclesiastici._
I canoni che in varj Concilj furono stabiliti in questo settimo secolo in Occidente, e particolarmente in Toledo ed in Francia, ripararono in gran parte la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e la disciplina degli Ecclesiastici, ch'era in declinazione. Furono ancora avvalorati dagli editti de' Sovrani; e S. Gregorio gran Pontefice riparò in Italia la cadente disciplina delle nostre chiese: vegliò sopra la conservazione di quella, e s'applicò tutto a fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese. Scrisse perciò una gran quantità di lettere ne' quattordici anni del suo Pontificato, le quali contengono una grandissima copia di decisioni sopra il governo, e la disciplina della chiesa.
Se si voglia aver per vero ciò che scrisse il Baronio di Cresconio Vescovo d'Affrica, e ciò che i più gravi Autori dicono della collezione d'Isidoro Mercatore, niuna collezione di canoni fu fatta in questo settimo secolo. Il Baronio credette che il Vescovo Cresconio fiorisse intorno a' tempi di Giustiniano Imperadore, onde la sua ampia raccolta de' canoni fu per ciò da noi rapportata nel libro precedente. Se poi si voglia seguire l'opinione di Doujat[187], riputata vera da Pagi[188], ed abbracciata ultimamente da Burcardo Gotthelf Struvio[189], la collezione di Cresconio caderebbe in questo luogo, come quella, che secondo il sentimento di costoro si fece intorno l'anno 670 in questo settimo secolo. Quella di Isidoro Mercatore bisognerà certamente riportarla al libro seguente, poichè questo Scrittore fiorì nell'ottavo secolo, l'anno 719.
Se si volesse farne Autore Isidoro di Spagna, Vescovo di Siviglia, certamente che questo sarebbe il suo luogo: sedè egli in quella Cattedra dopo la morte di suo fratello Leandro, a cui succedè verso l'anno 595 e la governò quasi per lo spazio di quaranta anni; ma è cosa certa, che non ne fu egli il Compilatore, così perchè in quella raccolta si rapportano molti canoni stabiliti in varj Concilj tenuti in Toledo molto tempo dopo la sua morte, che accadde nell'anno 636, ed alcune epistole di Gregorio II e III, e di Zaccaria[190], che sederono nella Cattedra di Roma nell'ottavo secolo; come anche perchè tra le molte opere che si numerano di questo insigne Scrittore, niuno ha fatta menzione di questa raccolta[191].
§. IV. _Beni temporali._
Le tante profuse donazioni, che non men da' privati, che da' Principi di tempo in tempo s'erano fatte alle Chiese nel corso poco men di due secoli, furon cagione che le Chiese, non men che il Principe ed i privati avessero i loro particolari _patrimonj_. Le possessioni ampissime, che acquistarono non pur nel distretto delle loro città, ma anche in lontani paesi, onde tante rendite e frutti se ne ritraevano, le appellavano _patrimonj_, secondo l'uso di que' tempi, ne' quali le possessioni di qualunque famiglia, e i retaggi pervenuti da' loro maggiori, si chiamavano il _patrimonio_ di quella. Così ancora chiamavasi patrimonio del principe quel fondo, ch'ei possedeva in proprietà, e per distinguerlo, non meno da' patrimonj de' privati, che dal Fisco dell'istesso Principe, si nominava _sacrum patrimonium_, come si legge in molte costituzioni del Codice di Giustiniano[192]: ciò che da poi ne' nuovi Regni in Europa stabiliti, fu detto _domanio regale_. Per queste istesse cagioni si diede poi il nome di patrimonio alle possessioni di ciascuna Chiesa: così nell'epistole di S. Gregorio si veggon nominati non solo i patrimonj della Chiesa romana, ma anche il patrimonio della Chiesa di Ravenna, il patrimonio della Chiesa di Milano, il patrimonio della Chiesa di Rimini e di molte altre. Le Chiese di città grandi, come di Roma, Ravenna e Milano come città imperiali, e dove abitarono Senatori, grandi Uficiali, ed altre persone illustri, acquistarono patrimonj non pur dentro i loro confini, ma in diverse parti del Mondo. Le altre Chiese poste in città minori, come fra noi Napoli, Benevento, Capua, Salerno, Bari, Reggio e tante altre, e che avevano abitatori di fortune mediocri, e tutte riposte ne' loro confini, non avevano patrimonj fuori del loro distretto.
Fra tutte le Chiese delle città imperiali, la Chiesa romana fu quella, che avea acquistati in questi tempi più ampj e vasti patrimonj, non pur in Italia, ma anche nelle province più remote d'Europa[193]. Nel Ponteficato di Gregorio il Grande, come si raccoglie dalle sue lettere, ebbe la Chiesa romana ampio patrimonio in Sicilia, scrivendo questo Pontefice a Giustino Pretore di quella isola, la quale da lui reggevasi per l'Imperio d'Oriente, che proccurasse far togliere ogni indugio per lo trasporto d'alcuni grani raccolti dalle possessioni del _patrimonio di S. Pietro_, ch'e' voleva in Roma, ove ve n'era penuria. E poichè queste possessioni eran molte, ed alcune divise in pezzi, secondo le donazioni, che da' Fedeli di volta in volta eransi fatte, per ciò rescrive a Pietro Sottodiacono Rettore di quel _patrimonio_, ch'essendone state domandate alcune in enfiteosi, talora se n'era contentato, e talora non l'avea permesso. Ebbe ancora la Chiesa romana il _patrimonio_ in Affrica, onde Gregorio rende infinite grazie a Gennadio Patrizio ed Esarca di quella provincia, che pur si teneva per l'Imperadore d'Oriente, ch'essendo molti luoghi di questo patrimonio stati abbandonati da' coltivatori, egli, mandandovi molti di que' popoli da lui vinti, avessegli grandemente ristorati. Avea anche patrimonio in Francia, alla cura del quale avendo Gregorio preposto un Prete, il cui nome fu Candido, lo raccomanda caldamente non meno alla Reina Brunichilda, che al Re Childeberto suo figliuolo l'anno 596, mostrando che quel carico innanzi di Candido era stato raccomandato a Diniano Patrizio; anzi scrive a Candido a qual uso quelle entrate si dovessero dispensare; e verso il fine del suo Pontificato, l'anno 604, raccomandò quel patrimonio ad Asclepiodato Patrizio de' Galli. Ebbe eziandio patrimonio in Dalmazia, a cui era preposto Antonio, ovvero Antonino Sottodiacono.
In Italia, ed in queste nostre province ancora ebbe la Chiesa romana molti patrimonj. Nella provincia dell'Alpi Cozie ebbe un ben ampio patrimonio, che occupato per molto tempo da' Longobardi, fu da poi restituito alla medesima dal Re Ariperto nel Ponteficato di Giovanni VII, scrivendo Paolo Varnefrido: che _Ariperto Re de' Longobardi restituì la donazione del PATRIMONIO dell'Alpi Cozie appartenente alla sede appostolica, ma per molto tempo stato levato dai Longobardi; e mandò a Roma questa donazione scritta con lettere d'oro_. La qual donazione al dir dello stesso Autore fu da poi confermata dal Re Luitprando, dicendo: _In quel tempo il Re Luitprando confermò alla Chiesa di Roma la donazione del PATRIMONIO dell'Alpi Cozie_. Nell'Esarcato di Ravenna pur S. Pietro ebbe il suo patrimonio, anzi nel Pontificato di S. Gregorio vi fu lite tra lui, ed il Vescovo di Ravenna per li patrimonj d'ambedue le Chiese, che s'accomodò anche per transazione. Nel nostro Ducato beneventano pur ebbe la Chiesa romana il suo patrimonio. L'ebbe in Salerno, l'ebbe in Nola, dove scrisse S. Gregorio[194], che delle rendite di quello si sovvenisse alla povertà di certe Monache. L'ebbe ancora in Napoli, dove, come si vede da alcune epistole[195] di questo Pontefice, da Roma mandavansi i Rettori che n'avessero cura, a' quali buona parte delle loro rendite imponeva, che dispensassero a' poveri. Furono in Napoli Rettori di questo patrimonio successivamente Pietro, Teodino, Antemio ed altri, tutti Sottodiaconi della Chiesa romana. Questi in Napoli aveano le loro _Diaconie_ costituite, le quali erano certi luoghi, ovvero Stazioni, in cui il Sottodiacono Rettore del patrimonio soccorreva i poveri della città, e dispensava a quelli l'elemosine: a somiglianza di Roma, la quale avea molte di queste _Diaconie_[196]. L'ebbe in fine in alcune altre città di questa provincia della Campagna: l'ebbe in Apruzzo; l'ebbe nella Lucania, e nella Calabria ancora.
I Vescovi di queste sedi maggiori, siccome anche dell'altre minori, per far rispettare maggiormente le possessioni delle loro Chiese, solevano dar loro il nome del Santo, che quella Chiesa avea in ispezial venerazione: così la Chiesa di Ravenna nominava le possessioni sue di S. Apollinare, e quella di Milano di S. Ambrogio, e la romana diceva il patrimonio di S. Pietro in Sicilia, in Affrica, in Francia, in Dalmazia, in Calabria, in Apruzzo, in Benevento, in Napoli ed altrove; non altrimenti che a Venezia le pubbliche entrate si chiamano di S. Marco. Così ancora le Chiese delle città minori, per fine di maggior rispetto, nomavano i loro patrimonj col nome del Santo, che esse avevano in più divozione, come Napoli il patrimonio di S. Aspremo, Benevento di S. Barbato, Brindisi di S. Leoci: e poi Amalfi di S. Andrea, Salerno di S. Matteo, e così di mano in mano tutte le altre.
Ma egli è ben da notare, che questo nome di patrimonio, che la Chiesa di Roma avea in quelle province, non significava qualche dominio supremo, o qualche giurisdizione della Chiesa romana, o del Pontefice, ch'avesse sopra tali patrimonj: erano essi a riguardo de' Principi, nelle cui province stavan collocati, come tutti gli altri particolari patrimoni sottoposti alla giurisdizione, ed al dominio eminente di quel Principe, dentro al cui Stato quelli erano. Tentarono egli è vero alcuni Ecclesiastici della Chiesa romana di farvi dell'intraprese, ma riusciron vani questi pensieri, ed i lor disegni. Poichè ne' patrimonj dei Principi, quando non erano assegnati a' soldati, era posto un Governadore con giurisdizione per le cause che intorno a quelle possessioni potevan nascere, per la più facile esazion delle lor rendite, e per lo costringimento de' debitori: queste istesse ragioni tentarono usurpare alcuni Ecclesiastici ne' patrimonj di quella Chiesa: volevano farsi ragione per se stessi, e farsi la giustizia colle mani proprie, e non ricorrere al pubblico giudizio de' Magistrati; ma S. Gregorio istesso prudentissimo e saggio Pontefice riprese questa introduzione, e comandò e proibì sotto pena di scomunica, che non si facesse: nè i Principi ne' loro dominj vollero in conto alcuno tollerarla.
Pagavano perciò le possessioni ecclesiastiche i tributi al Principe, come tutti gli altri patrimonj dei privati, siccome manifestamente appare dal _Can. si tributum_, ch'è di S. Ambrogio[197]: ed è chiaro che l'Imperador Costantino Pogonato nel 681, concedè esenzione da' tributi, che la Chiesa romana pagava per lo patrimonio di Sicilia e di Calabria. E l'Imperador Giustiniano Ritmeno successor di Costantino, nel 687 remise il tributo, che pagavano i patrimonj d'Apruzzo e di Lucania. Queste indulgenze da tributi ottennero i Pontefici romani dagl'Imperadori d'Oriente, finchè fra essi fu buona amicizia e corrispondenza; ma quando da poi per le novità insorto nell'Imperio di Lione Isaurico, nacquero tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Oriente quelle acerbissime contese che saranno il soggetto del seguente libro, le quali finalmente proruppero in manifeste sedizioni ed inimicizie; Lione Isaurico nel 782, non pur non gli fece franchi, ma tolse alla Chiesa romana i patrimonj di Sicilia e di Calabria, e gli applicò al suo Fisco. E gli Scrittori, che narrano questi successi, rapportano che questi patrimonj confiscati rendevano d'entrata tra tutti, tre talenti e mezzo d'oro in ciascun anno[198], che fanno in nostra moneta (per non far minuto conto sopra la varietà delle opinioni quanto precisamente corrisponda ad un talento) la somma di 2500 scudi, ed il patrimonio di Sicilia, anche molto ampio, non rendeva più di scudi 2100 l'anno.
Da questi patrimonj, che teneva la Chiesa romana in varie province, dove sovente gli Ecclesiastici, quando lor veniva in acconcio, si usurpavano ancora qualche giurisdizione nelle cause a quelli appartenenti, ne nacque tra' Scrittori de' tempi più bassi quell'errore, e fu data poi agli altri, che seguirono, occasione di crederlo, e di tesserne altre favole: cioè, alla Chiesa romana s'appartenessero la provincia dell'Alpi Cozie, la Sicilia, il Ducato beneventano, il Ducato spoletano, parte della Campagna, e tante altre province, perchè in quelle vi avea il suo patrimonio, confondendo il patrimonio, che avea nell'Alpi Cozie, colla provincia istessa: l'altro che teneva nella Sicilia colla stessa isola: il patrimonio beneventano, col Ducato: il patrimonio salernitano, con quel Principato: il patrimonio napoletano e gli altri che teneva nella Campagna, colla provincia istessa, e così delle altre province. Nel qual errore non possiamo non meravigliarci esservi fra gli altri caduto, anche il nostro Scipione Ammirato[199], per altro diligentissimo Istorico, il quale colla testimonianza di Paolo Varnefrido istesso volle darci ancor egli a sentire, che la dominazione del Re Ariperto conteneva la restituzione e conferma delle Alpi Cozie, che fece quel Principe a Papa Giovanni VII quando dalle parole di sopra da noi rapportate di questo Scrittore si vede chiaro, che si parla del patrimonio delle Alpi Cozie, non già di quella provincia, che abbracciava gran tratto di paese, e si stendeva insino a Genova, ornata di tante città e terre, che sarebbe stolidezza il credere aversene voluto quel Principe, in tempi per altro molto gelosi e sospettosi, spogliare e donarla a' Pontefici romani, confederati allora cogl'Imperadori d'Oriente, implacabili nemici dei Longobardi.
Questo equivoco ancora scopriremo, quando delle cotanto celebrate donazioni di Carlo M. e di Lodovico Pio ne' loro tempi avremo occasione di ragionare, dove vedremo, che ciò che in esse si legge di Napoli, Salerno e sopratutto di Benevento, volendosi pure riputar per vere, non già de' loro Ducati e Principati, ma de' patrimonj, che la Chiesa romana teneva in queste province, favellano; i quali secondo il costume che correva allora, dagl'Imperadori, che successivamente dominarono nel Regno d'Italia, furon per mezzo de' loro _Precetti_ confermati e conceduti alla Chiesa romana, siccome del patrimonio beneventano fece Ludovico Pio nel 817 con Papa Pascale I, che poi fu di nuovo confermato e conceduto da Ottone I e da Ottone Re di Germania suo figliuolo a Giovanni XII nel 962, non già del Ducato ovvero della città di Benevento, la quale è certo che venne in poter della Chiesa nell'anno 1052, con titolo di permuta fatta da Errico II, figliuolo di Corrado, con Papa Lione IX, colla Chiesa di Bamberga, come al suo opportuno luogo diremo.
Cotanto fu in questi tempi l'accrescimento de' beni temporali delle nostre Chiese, e sopra tutto della Chiesa di Roma loro maestra e condottiera: e, secondo la situazione dello stato presente, maggiori acquisti se ne vedranno ne' secoli avvenire.
Multiplicate le chiese ed i monasterj, vie più s'accrebbe il culto de' Santi, delle loro reliquie, e loro immagini. I santuarj, e sopra ogni altro quello del monte Gargano non men da' Greci, che da' Longobardi, erano più frequentati, ed arricchiti di preziosi doni. I miracoli vie più crescevano, ed oltre alle prediche ed a' sermoni, cominciavano già a tessersi di loro infiniti racconti, ed a raccogliersi in volumi, e S. Gregorio ne pubblicò molti ne' suoi quattro libri de' Dialoghi, che dedicò alla Regina Teodolinda. Si accrebbero nelle chiese le feste, l'ottava di Natale, quella dell'Epifania, l'altra della Purificazione, dell'Annunziazione della Vergine, della sua morte, della sua natività, e finalmente quella di tutti i Santi. A pari del culto e della divozione crebbero le ricchezze, promettendosi anche i Fedeli da' Santi, non pur conseguimento di beni spirituali, ma anche di temporali, di sanità, di abbondanza, di ricchezza, buoni successi ne' traffichi e ne' negozj, nelle navigazioni, e ne' viaggi terrestri.
Da tanti e sì diversi fonti che cominciavano a scoprirsi, vie più s'accrescevano alle Chiese le possessioni ed i retaggi; e la cagione era, perchè se, come scrisse il nostro Ammirato, essendo la religione un conto che si tiene a parte con Dio, e avendo i mortali in molte cose bisogno di lui, o ringraziandolo de' beni ricevuti o de' mali scampati, o pregandolo che questi non avvengano, e che quelli felicemente succedano; necessariamente siegue, che de' nostri beni o come grati o come solleciti facciamo parte, non già a lui che non ne ha bisogno, ma a' suoi tempj ed a' suoi Sacerdoti; quanto più dovettero allora crescere i doni e le offerte, quando s'ebbe a tenere non pur un sol conto con Dio solamente, ma con tanti Santi, dall'intercession de' quali promettevansi i Fedeli queste medesime cose; ed essendo tanto cresciuto il lor culto e venerazione, ed eretti per ciò in lor nome più monasterj e tempj, e multiplicati i loro santuari, ben poteron per conseguenza tirar la gente ad offerir loro, ed a' loro tempj ancora e Sacerdoti, in maggior copia, e doni e ricchezze. Cominciossi ancora a donare, non pur alle Chiese, ma a' Parrochi, a' Preti, e ad altri Ministri per li loro sacrifici, a fin di liberare l'anime de' loro defonti dal Purgatorio[200]; onde surse, al creder di Mornacio[201], l'autorità che s'assumevano di fare i testamenti a coloro, che morivano intestati; di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.
Mantennero le nostre Chiese intorno alla distribuzione delle rendite e beni loro temporali, il medesimo istituto di dividergli in quattro parti, una al Vescovo l'altra al Clero, la terza a' poveri, e la quarta per la chiesa materiale. Della Chiesa di Napoli, che sin dai tempi di S. Gregorio sotto il Vescovo Pascasio teneva un Clero numeroso, contandosene fin a cento ventisei, oltre a' Preti, Diaconi, Cherici peregrini; abbiamo dall'epistole di questo Pontefice[202], che trascurando Pascasio di distribuire, come si conveniva a' poveri ed al Clero le rendite di quella chiesa, fu costretto egli a far la distribuzione, e riserbando la porzione al Vescovo, vi stabilisce ciò che dovesse somministrarsi al Clero ed a' poveri, imponendo anche ad Antemio suo Sottodiacono, ch'era Rettore del patrimonio di S. Pietro in Napoli, che unitamente col Vescovo sopraintendesse a dividere, secondo il bisogno de' poveri, la quantità del danaro, e tener modo anche secondo la sua prudenza di distribuirlo a tempo opportuno.
La Chiesa di Benevento tenne ancora quest'istesso costume di dividere le sue rendite in quattro parti. S. Barbato suo Vescovo non volle in ciò dipartirsi dal prescritto de' canoni, e ne' suoi Atti si legge, che da poi che il Duca Romualdo arricchì la sua Chiesa di tanti doni, ed alla quale unì quella di Siponto, volle con particolar providenza stabilire in perpetuo questa distribuzione, la quale si dovesse tenere sempre ferma nella sua Chiesa: ecco ciò che in quegli Atti[203] si legge: _Impetratis omnibus ut poposcerat vir Sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiae redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri, unam egentibus, secundam his, qui Domino sedulas in Ecclesiis exhibent laudes, tertiam pro Ecclesiarum restauratione distribui, juxta quartam suis peragendis utilitatibus Episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in praesenti cuncta videntur_.
Questo medesimo istituto tennero tutte l'altre Chiese di queste nostre province, le quali per altro erano in ciò commendabili, poichè non era fraudata a' poveri la lor porzione, ed i Vescovi praticavano co' peregrini quell'ospitalità, che i canoni gli obbligava a mantenere.
FINE DEL LIBRO QUARTO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO QUINTO