Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 8

Chapter 83,618 wordsPublic domain

In Oriente gli Imperadori disponevano pure delle diocesi e delle metropoli, e regolavano i Troni e le precedenze, accrescevano ed estenuavano le pertinenze de' Metropolitani a lor talento. E dall'altra parte i nostri Duchi di Benevento fecero il medesimo nel lor ampio Ducato: a richiesta di Barbato Vescovo di quella città, il Duca Romualdo unì al Vescovato di Benevento quello di Siponto: ecco le richieste di Barbato a Romualdo, come si legge ne' suoi atti: _Si munus, e' dice, tuae salutis offerre studes, unum impende beneficium, ut B. Michaelis Archangeli domus, quae in Gargano sita est, et omnia, quae sub ditione Sipontini Episcopatus sunt, ad sedem Beatissimae Genitricis Dei, ubi nunc indigne praesum, in omnibus subdas; et quoniam absque cultoribus omnia depravantur, unde nec sedulum officium persolvi potest, melius a nobis disposita ubi proficient in salutem_. Romualdo assentisce a questa dimanda, e ne gli fa diploma: _Illico Princeps viri Dei consentit petitionibus, eo ordine, ut fati sumus, et sicut mos est, per PRAECEPTUM Genitrici Dei universa concessit; et ut resonet in futurum, anathematizaverat, qui contra haec agens irritam hanc facere voluerit concessionem_. Ciò che da poi volle Barbato, che anche se gli concedesse da Papa Vitaliano; poichè de' romani Pontefici (a' quali il Sannio e la Puglia, come Province suburbicarie, appartenevansi) uffizio era d'unire e separare le lor Chiese; siccome sovente erasi praticato dal Pontefice Gregorio, che nell'anno 592 unì la Chiesa di Cuma a quella di Miseno[160], ancorchè tal unione poco durasse; ed erasi praticato nell'altre Province suburbicarie. Perciò appresso Vipera ed Ughello[161] si legge il Breve di Vitaliano diretto al Vescovo Barbato, ove fra l'altre cose si leggono _Concedentes tibi, tuaeque praefatae Reverendissimae Beneventanensi Ecclesiae, Bibinum, Asculum, Larinum, et Ecclesiam Sancti Michaelis Archangeli in Gargano, pariterque Sipontinam Ecclesiam quae in magna inopia, ei paupertate esse videtur, et absque cultoribus, et Ecclesiasticis officiis nunc cernitur esse depravata cum omnibus quidem eorum pertinentiis, et omnibus praediis cum Ecclesiis, ec._ Onde avvenne che da questi tempi di Papa Vitaliano, la Chiesa Sipontina fosse unita a quella di Benevento, e che i Vescovi beneventani nel corso di molti anni finchè di nuovo quella non fu separata, si dicessero anche Vescovi di Siponto.

Non fu per tanto, così nelle province, ch'eran passate sotto la Signoria de' Longobardi, come in quelle ch'erano rimase sotto i Greci, variata la politia ecclesiastica; ma per ciò che s'attiene a questa parte, fu ritenuta quella stessa forma, che tennero sotto i Goti Re d'Italia, e sotto Giustiniano e Giustino Imperadori d'Oriente.

§. I. _Elezione de' Vescovi, e loro disposizione nelle città di queste nostre province._

I Vescovi erano ancora eletti dal Clero e dal Popolo, ed ordinati dal Pontefice romano, come prima; ma i Principi, come se dal Popolo fosse a loro devoluta tal potestà, nell'elezione ne volevano la maggior parte; onde ne nacque, che facendo essi eleggere alcuni, che non avevano nè meriti, nè scienza, nè capacità, erano le Chiese mal governate. Dal registro dell'epistole di S. Gregorio si legge, che il Pontefice romano, esercitando nelle nostre Chiese l'autorità sua di Metropolitano insieme, e di Patriarca, non pur ordinava gli eletti dal Clero e dal Popolo ma regolava l'elezioni, diffiniva le contese, che forse insorgevano, e sovente spogliava i Vescovi delle loro sedi, quando gli conosceva immeritevoli. Così de' Vescovi di Napoli leggiamo, che tenendo nell'anno 590 la Cattedra di Napoli Demetrio, fu costui per li molti e gravi suoi delitti nel seguente anno scacciato da Gregorio, il quale dopo averlo deposto, scrisse al Clero e agli Ordini di questa città, cioè a' Nobili ed al Popolo, che in luogo di Demetrio n'eleggessero un altro; ed intanto egli vi mandò il Vescovo Paolo a regger quella Chiesa, insino che a quella non si fosse dato il successore. I Napoletani si trovavano così ben soddisfatti di Paolo, che scrissero al Pontefice, pregandolo, che l'avesse lor dato per Vescovo: Gregorio prese tempo per deliberare, ed intanto avendo Paolo nel Castello di Lucullo, che oggi chiamiamo dell'Uovo, ricevuto un affronto da alcuni servi d'una Dama napoletana chiamata Clemenzia, pregò Gregorio che lo facesse ritornar presto alla sua Chiesa; onde i Napoletani, non convenendo fra loro nella elezione d'un lor cittadino, e scorgendo che Paolo non l'avrebbe accettato, elessero Florenzio Sottodiacono del Papa, che allora si trovava in Napoli: ma questi tosto scappò via, e fuggì in Roma rifiutando il carico; tanto che Gregorio scrisse[162] a Scolastico Duca di Napoli, esortandolo a convocare i Nobili ed il Popolo della città per l'elezione d'altra persona; e, quella eletta, mandassero il decreto in Roma, perchè potesse ordinarla: dicendogli ancora, già che due volte aveano eletti uomini stranieri, che se non trovavan fra' cittadini persona idonea a tal carica, almeno eleggessero tre uomini savj e da bene, a' quali tutti gli Ordini dassero la lor facoltà, e gli mandassero in Roma, affinchè, facendo le veci della città, venuti in Roma, potessero insieme col Pontefice consultare, e far sì che finalmente trovassero persona irreprensibile, nella quale consentissero, e stante la loro elezione potesse il Papa ordinarla, e mandarla alla vedova Chiesa.

Consimile epistola[163] scrisse Gregorio a Pietro Sottodiacono della Campagna, che reggeva il patrimonio di S. Pietro di questa provincia, al quale incaricò, che facesse convocare il Clero della Chiesa di Napoli, imponendogli, che parimente eleggessero due o tre di loro, a' quali dassero tutta la facultà, e gli mandassero in Roma, dove uniti con gli altri rappresentanti la Nobiltà e 'l Popolo, si potesse trattar dell'elezione ed ordinazione del nuovo Vescovo.

Chiamavasi questa elezione _per compromissum_, la quale soleva praticarsi ne' casi di divisione e di discordie, acciocchè, unendosi la volontà ed i suffragi di molti in due o tre persone savie, potessero quelle, per evitare i tumulti, senza contrasto, elegger colui, che stimassero più meritevole e degno[164]: in cotal maniera fu in fine da' Compromessori eletto in Roma, nel mese di Giugno dell'anno 593, Fortunato, ed ordinato che fu dal Papa, se ne venne in Napoli, dove fu da' Napoletani suoi figliuoli cortesemente ricevuto, e resse questa Chiesa per molti anni con tanta prudenza e vigilanza, che ne fu da Gregorio sommamente commendato, leggendosi perciò molte sue epistole dirizzate a questo Vescovo[165].

Morto Fortunato, per dargli successore insorsero nuovi contrasti; ed essendosi divisi i suffragi, due Vescovi dal Clero e dal Popolo furono eletti: un partito elesse Giovanni Diacono, l'altro Pietro parimente Diacono. Tosto si ebbe ricorso al Pontefice Gregorio perchè fra i due eletti, quello che reputasse il più degno confermasse ed ordinasse. Ma niun di essi piacque: Giovanni fu notato d'incontinenza, perchè teneva una figliuola, testimonio di sua debolezza: Pietro come usurajo e troppo semplice, fu riputato indegno ed inutile; onde fu rescritto a' Napoletani, che eleggessero altri, come poi fecero[166].

Questo medesimo costume vediamo praticato nell'elezioni de' Vescovi capuani, di Cuma, di Miseno, di Benevento, di Salerno, d'Apruzzi, e di tutte le altre Chiese di queste nostre province, che come suburbicarie, al Pontefice romano s'appartenevano: Palermo ancora, Messina, e l'altre Chiese di quell'isola, poichè la Sicilia fu anche Provincia suburbicaria, serbavano il medesimo istituto.

L'elezione, secondo il prescritto de' canoni, dovea cadere in uno, che fosse della Chiesa stessa, o a quella _incardinato_, non già di altre Chiese, e solo quando fra' cittadini non si trovava persona idonea, il che rade volte accadeva, ricorrevasi agli stranieri, i quali fossero o nella pietà, o nella prudenza e dottrina eminenti. Così leggiamo che Gregorio, dovendosi eleggere il Vescovo in Capua, discordando i Capuani nell'elezione, ed alcuni facendo nomina di soggetti stranieri, col pretesto, che de' nazionali non vi fosse persona degna, rispose che ciò parevagli molto strano, e che per tanto facessero migliore scrutinio sopra de' loro cittadini, e se veramente ne pur uno ve ne fosse degno, allora avrebbe egli provveduto di persona meritevole.

Per la morte di Liberio, Vescovo di Cuma, accaduta nell'anno 592, quest'istesso Pontefice mandò Benenato Vescovo di Miseno a governarla infino che non se gli dasse il successore. Discordavano i Cumani per l'elezione, intendendo alcuni elegger persona d'altra Chiesa; ma Gregorio fece sentire a Benenato, che non permettesse far eleggere persona straniera, se non nel caso, che a lui costasse non esservi fra' Cumani uomo alcuno meritevole d'essere innalzato a quella dignità.

Quest'istesso vedesi praticato nell'elezione del Vescovo di Palermo. Per la morte di Vittore era rimasa vedova quella Chiesa: S. Gregorio vi mandò tosto Barbato Vescovo di Benevento, perchè la governasse fin tanto che si fosse dato il successore[167]. I Palermitani discordi nell'elezione d'un nazionale, pensavano eleggere Cherico straniero; se gli oppose Gregorio, e scrisse a Barbato, che non permettesse che si eleggesse persona d'altra Chiesa, _nisi forte inter Clericos ipsius Civitatis nullus ad Episcopatum dignus, quod evenire non credimus, poterit inveniri_.

In tal maniera si facevano l'elezioni de' Vescovi, quando volevasi attendere l'antica disciplina della Chiesa, ed il prescritto de' sacri canoni. Così ancora avrebbe dovuto farsi l'elezione del Vescovo di Roma dal Clero e dal Popolo, nè aveano in ciò da impacciarsene gli Imperadori d'Oriente. Ma cominciavano già in questi tempi i Principi ad occupare le ragioni del Popolo e del Clero in queste elezioni: sia per timore, sia per compiacenza, sovente colui era eletto, che al Principe piaceva. Gl'Imperadori d'Oriente, come padroni di Roma, aveano gran parte nell'elezione dei Papi, ch'erano loro sudditi, e fu anche introdotto costume, che senza lor commessione niuno potesse esser ordinato: onde l'eletto dovea mandare in Costantinopoli a richiederne il consenso o la permissione dell'Imperadore[168]. Scrive Paolo Varnefrido[169], che quando, dopo la morte di Benedetto Bonoso, fu nell'anno 577 innalzato a quella sede Pelagio II, perchè Roma in que' tempi era cinta di stretto assedio dai Longobardi, nè alcuno poteva uscire da quella città, non potè Pelagio mandare in Costantinopoli all'Imperadore perchè v'assentisse, onde fu ordinato Pontefice senza commessione del Principe: levati poi gli impedimenti, solevano i Pontefici romani mandar lettere agl'Imperadori, nelle quali, allegando gl'impedimenti avuti, cercavano di scusarsi, e che alla fatta ordinazione consentissero. San Gregorio il Grande eletto Papa, ricusando d'esserci, scrisse all'Imperadore Maurizio, istantemente supplicandolo, che non prestasse il suo assenso all'elezione; ma l'Imperadore che tanto si compiacque dell'elezione, non volle farlo[170].

Nelle nostre province pure i nostri Principi nell'elezione de' Vescovi delle loro città vi vollero la lor parte. Così leggiamo alcuna volta esser accaduto nell'elezione de' Vescovi di Benevento, come fu l'elezione di Barbato nell'anno 663, seguita per opera del Duca Romualdo. De' Vescovi napoletani pur lo stesso si legge, e particolarmente del Vescovo Sergio, il quale dal Duca di Napoli Giovanni, fu, dopo la morte di Lorenzo, innalzato a quella sede: ma questi casi avvenivano fuori d'ordine. La disciplina era che l'elezione s'appartenesse al Clero ed al Popolo, siccome l'ordinazione al romano Pontefice.

La disposizione de' Vescovi in queste nostre province era la medesima de' secoli precedenti. E per quel che s'attiene alla loro autorità e giurisdizione, la loro conoscenza era ristretta come prima nelle cause ecclesiastiche, dove procedevasi per via di censura: non avevano giustizia perfetta, non Tribunali, non Magistrati, e la loro cognizione non più si stese di quella che Giustiniano avea lor data in quella sua Novella[171]. Intorno all'onore e potestà era l'istessa, e circoscritta da' medesimi confini. Erano nelle città Vescovi solamente, non avea alcun d'essi acquistato ancora autorità di Metropolitano: nè alcuno sotto di se avea Vescovi suffraganei e dipendenti; ma ciascuno de' Vescovi reggeva la sua Chiesa ed il Popolo a se commesso. Non ancora i Patriarchi di Costantinopoli aveano invase le Chiese nostre, sicchè alcune ne avessero potuto render metropoli, ed innalzare i loro Vescovi a Metropolitani, con sottoporle al Trono di Costantinopoli, siccome fecero da poi nell'imperio di Lione Isaurico, e degli altri Imperadori d'Oriente suoi successori: solo, come si è detto d'alcuni Vescovi delle città all'Imperio greco soggette, cominciavano, secondo il fasto de' Greci, ad esser decorati del nome di Arcivescovi, non senza sdegno però de' romani Pontefici, i quali riprendevan acerbamente que' Vescovi, che lo prendevano[172].

Alcuni credettero, che il Vescovo di Napoli prima di S. Gregorio M. o almeno da questo Pontefice, fosse stato innalzato agli onori di Metropolitano e di Arcivescovo. Lo provano da quella iscrizione, che si legge nel decretale[173], sotto il titolo _de statu Monac._ ivi: _Gregorius Archiepiscopo Neapolis_; e sotto l'altro _de religiosis domibus_, ivi _Gregorius Victori Archiep. Neap._ Ma chi non vede la manifesta scorrezione del Codice vulgato, poichè negli emendati la prima si legge così: _Gregorius Fortunato Episcopo Neapolitano_, siccome anche legge Gonzalez[174]: e la seconda: _Gregorius Victori Neapolis Episcopo_? Oltrechè nel registro dell'epistole di S. Gregorio riconosciuto ed emendato in Roma, donde quel testo si dice trascritto, questo titolo non si vede; nè tra l'epistole di S. Gregorio si legge questa decretale, che si dice indirizzata a Vittore. Quindi i nostri più accurati Scrittori, come il Caracciolo[175], e 'l Chioccarelli[176], riprovarono con molta ragione questa lor credenza, ed in tempi posteriori pongono l'elevazione di questa sede in metropoli.

Altri dalla disposizione, che presero queste nostre province nel Ponteficato di Gregorio, presero argomento, che fin da questi tempi si fosse Napoli fatta metropoli. Napoli, essi dicono, avea in questi tempi il suo Duca: l'altre città Conti e Governadori. Il Duca secondo la politia dell'Imperio presedeva a più città della provincia, che compongono il Ducato. Il Conte presedeva ad una città sola; ond'è che nelle leggi degli Vestrogoti si dice Duca di provincia, e Conte di città; e Fortunato al Conte Sigoaldo gli dice:

_Qui modo dat Comitis, det tibi jura Ducis._

Regolarmente dodici città erano a' Duchi sottoposte, e queste città si nomavano Contadi, onde il Duca presideva a dodici Conti, siccome notò Pietro Piteo per quel luogo d'Aimoino: _Pipinus domum reversus, Grifonem more Ducum duodecim Comitatibus donavit_; e Camillo Pellegrino[177] a cagion di molti esempj, che si leggono appresso Gregorio Turonese nella sua Appendice. Quindi Guglielmo Durando osservò, che adattandosi la politia della Chiesa a quella dell'Imperio, le città ducali ebbero gli Arcivescovi, e le Contee i Vescovi, avendo corrispondenze gli Arcivescovi co' Duchi, ed i Vescovi con li Conti. Così Napoli, fatta ora città ducale, ed il suo Ducato, ancorchè fin qui non molto si stendesse come si stese da poi, abbracciando nulladimanco le città vicine intorno al Cratere, siccome Pompei, Erculano, Acerra, Nola, Pozzuoli, Cuma, Miseno, Baja ed Ischia; potè in questi tempi divenir metropoli, ed il suo Vescovo rendersi Metropolitano.

Ma siccome egli è vero, che la politia di queste nostre chiese col correr degli anni si andava adattando alla disposizione o politia dell'Imperio, come vedremo ne' secoli seguenti; nientedimeno ne' tempi nei quali siamo, alla disposizione de' Ducati, siano dei Longobardi, siano de' Greci, non si adattò la politia ecclesiastica: e la disposizione delle nostre chiese, e di quelle d'Italia fu tutta diversa: onde fallace argomento è questo di dare ora Arcivescovi alle città ducali. Puossi vedere in questi tempi città più cospicua ed eminente in queste nostre regioni quanto Benevento, capo di un Ducato così vasto, che abbracciava molte province, e sede de' Duchi beneventani? e pure il suo Vescovo non era Metropolitano, nè Arcivescovo, avendo acquistato questa prerogativa molto tempo da poi, cioè nell'anno 969 nel Ponteficato di Giovanni XIII come diremo. Spoleto capo d'un altro insigne Ducato, non ebbe Arcivescovo. Brescia, Trento ed altre città di Longobardia decorate dai Principi longobardi con titoli di Ducati, non ebbero in questa età, ma molto dapoi, i loro Arcivescovi; anzi nè Brescia, nè Spoleto l'acquistaron mai. Gaeta ebbe pure il suo Duca, ma non giammai Arcivescovo. Capua, Bari, Reggio, Salerno città cospicue, e molte altre di quelle regioni, che ubbidivano a' Greci, non ebbero se non nel decimo secolo, ed altre in tempi più posteriori, i loro Metropolitani da' romani Pontefici; ancorchè i Patriarchi di Costantinopoli altramente ne disponessero, come ne' seguenti libri diremo. Non fu dunque Napoli, come lo confessano l'istesso P. Caracciolo, ed altri nostri Scrittori, fatta metropoli in questi tempi. Fu ella adorna di questa dignità nel decimo secolo, nel Ponteficato di Giovanni XIII, dopo Capua e Benevento, come diremo a suo luogo: non tutte l'altre chiese di queste nostre province aveano ancora ottenuto questa prerogativa: erano soli Vescovi coloro, che presidevano alle città per grandi ed illustri che fossero, e sede de' Duchi. Egli è però vero, che col correr degli anni, innalzandosi alcune città ad esser capo e metropoli o d'un Ducato, o d'un Principato; e cominciando nel decimo secolo i Pontefici romani ad esercitare in queste nostre province nuove ragioni Patriarcali, con ergere i Vescovi a Metropolitani in mandandogli il pallio; la politia e disposizione ecclesiastica venne ad adattarsi e a corrispondere alla politia dell'Imperio.

Egli però è altresì vero, che fin da questi tempi s'incominciarono a gittare i fondamenti della nuova politia così dell'Imperio, come del Sacerdozio. Così da questi tempi vediamo, che al Vescovo di Benevento s'unirono le chiese di Siponto, di Bovino, Ascoli e Larino. Al Vescovo di Napoli quelle di Cuma, Miseno e Baja s'appartenevano; non già che i Vescovi di queste città lo riconoscessero per Metropolitano, ma per onore della città ducale, e come loro metropoli, per quel che riguardava la politia dell'Imperio, gli accordavano i primi onori, poichè tra' Vescovi di quel Ducato era riputato il primo. Col corso degli anni, oltre al Ducato di Benevento e quello di Napoli, sursero ancora il Ducato di Capua e l'altro di Salerno, i quali con quello di Benevento s'innalzarono poi a' Principati. Amalfi ebbe in appresso anche il suo Duca, siccome Sorrento, e si eressero in Ducati. Bari poi ebbe anche il suo Duca. Alcune città della Puglia e della Calabria, de' Bruzj e Lucania, fatte parimente capi e metropoli di quelle regioni, si renderono più cospicue dell'altre; onde secondo la politia dell'Imperio, ricevettero poi i Metropolitani, ed i Vescovi delle città minori di quelle province rimasero lor suffraganei. Quindi avvenne, che quanto più si stendeva il lor Ducato o provincia, più suffraganei avessero: e per questa cagione, poichè il Ducato beneventano distese più di tutti gli altri i suoi confini, il suo Arcivescovo ebbe tanti Vescovi suffraganei, che sopra tutti gli altri Metropolitani oggi ne ritiene in gran numero. Quindi ancora è avvenuto, che il Principato di Salerno, se non quanto quel di Benevento, avendo pure molto ampliato i suoi confini, il suo Arcivescovo ancor egli ritenesse molti suffraganei: e quel di Capua per la stessa ragione anche moltissimi. Ed all'incontro il Ducato di Napoli, quello di Sorrento e l'altro d'Amalfi, come che molto ristretti, non avessero così numeroso stuolo di Vescovi suffraganei, siccome gli altri Metropolitani delle altre città di queste nostre province; come osserveremo quando della lor politia ecclesiastica degli ultimi tempi ci sarà data occasione di trattare.

Ecco adunque qual fosse la disposizione e la Gerarchia ecclesiastica di queste nostre province in questa età. Il romano Pontefice, come Metropolitano insieme e Patriarca: Vescovi, Preti, Diaconi, Sottodiaconi, i quali già in questi tempi eransi ligati al celibato, ed il lor ordine posto nel rango de' maggiori ordini: Acoliti, Esorcisti, Lettori ed Ostiarj.

Sentironsi ancora negli Scrittori di questi tempi, e sopra tutto nell'epistole di S. Gregorio i Preti Cardinali, i Diaconi Cardinali, e Sottodiaconi Cardinali; e molte chiese avere avuti di questi Cardinali, come oltre alla romana, quella d'Aquileja, di Ravenna, di Milano, di Pisa, di Terracina, di Siracusa; e nelle nostre province ancora, come le chiese di Napoli, di Capua, di Benevento, di Venafro e forse ogni altra. Ma in questi tempi, siccome ben pruovano Florente e Baluzio[178], ed è chiaro dalle epistole stesse di S. Gregorio, questi Cardinali non erano che Preti, Diaconi, o Sottodiaconi stranieri, i quali erano uniti ed affissi, o come diciamo inzeppati ad una certa chiesa, la quale unione, chiamavano _incardinazione_, e questo unire dicevano incardinare; poichè per questo inzeppamento si univa colui a quel corpo, come nel suo cardine; in guisa che non più straniero, ma proprio di quella chiesa riputavasi, e nomavasi perciò Incardinato, ovvero Cardinale; nome che se bene nella sua origine non denotava dignità o superiorità alcuna, si intese poi ne' seguenti secoli risonare cotanto magnifico e fastoso, che s'è proccurato negli ultimi tempi uguagliarlo al nome Regio; e coloro che n'erano adorni, di pareggiargli a' più potenti Re della terra.

Sursero egli è vero in questi tempi, anche in Occidente, varj Uficiali, ed altri nomi si intesero, come di Cimeliarca, di Rettore, Cartularj ed altri; e nella chiesa d'Oriente altri più assai, di cui lungo catalogo abbiamo appresso Codino[179] e Leunclavio[180]. Ma questi Uficiali per lo più sursero per la cura che si dovea avere della temporalità delle chiese e delle loro ricchezze. I Vescovi per la pietà de' Principi e dei Fedeli profusi in donare alle loro chiese, si diedero a costruirne altre di nuovo, o con maggior magnificenza; e singolarmente i nostri Vescovi napoletani[181], siccome di tutte le altre chiese di queste province molte n'ingrandirono nelle loro città, e moltissime nuovamente ne costrussero: quando prima i vasi erano di legno, di vetro, o di creta; le vesti sobrie e tutti gli altri ornamenti semplici, e schietti; ora i vasi divengono d'oro e d'argento, le vesti ricche e pompose, e gli ornamenti tutti preziosi e magnifici; perciò bisognava che ad uno del Clero si dasse il pensiero di custodirgli, ed averne esatta cura e provvidenza; quindi il Custode appresso noi[182] fu chiamato _Cimeliarca_, ed appresso i Greci[183] _Magnus vasorum custos_. Ebbe la chiesa di Napoli il suo Cimeliarca, siccome ancor oggi lo ritiene, ma con impiego diverso: l'ebbero ancora le altre chiese di queste nostre province; ancora quelle di Roma, di Ravenna ed in fine l'ebbero tutte. Le possessioni, i poderi, e l'ampie loro rendite poste ancora in paesi remoti e distanti, ricercavano particolar persona, che avesse di lor cura e pensiero; quindi sursero i Rettori, de' quali sovente S. Gregorio favella, che aveano il governo de' patrimonj delle chiese; ed in conseguenza i Cartularj, gli Economi ed altri Uficiali. Ma tutti questi Uficj nacquero per le temporalità delle chiese, non già che fossero gradi gerarchici, e che punto s'appartenessero al suo potere spirituale.

§. II. _Monaci._