Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 7

Chapter 73,680 wordsPublic domain

Anche gli Arabi, o sieno Saraceni, lasciarono a noi la lor parte: questi fermati prima nel Garigliano, indi sparsi per le Calabrie, per la Puglia, ed in Pozzuoli, lasciarono fra noi varie parole, come per darne un saggio, sono quelle di _Meschino_, _Magazzino_, _Maschera_, _Gibel_, che significa monte; onde Gibel l'Etna per eccellenza s'appellò, e poi corrottamente Mongibello, dicendosi due fiate lo stesso; ed altre. E vi è, chi scrisse, che la rima data a' versi, non altronde, che dagli Arabi l'avessero prima i Siciliani e poi gli altri Italiani appresa, e che la portassero anche alle Spagne; e Tomaso Campanella, in conferma di ciò, ne recava in testimonio una canzone schiavona, ove ciò s'affermava, e ch'egli a memoria recitar soleva: donde poi l'appresero l'altre province d'Europa, ed arrivasse sino in Germania, siccome vedesi da quel Poema, o sian versi rimati d'Otfrido, che visse sotto Lodovico Pio, il qual crede Antonio Mattei[147], che fosse il più antico Scrittore, che oggi riconosca la Germania. Anzi, come vedremo ne' seguenti libri di questa Istoria, non altronde, che dagli Arabi venne a noi la filosofia, la medicina, la matematica e l'altre discipline, che per più secoli tennero occupate le nostre Scuole.

Ma essendo poi a' Longobardi, a' Greci, a' Saraceni succeduti i Normanni, e dapoi i Svevi, i Franzesi, gli Spagnuoli, gli Albanesi, e chi nò? si venne per questo, ancorchè tutte le nostre province ritenessero la medesima italiana favella, a quella diversità e mescolanza, che ora vediamo con tanta maggior maraviglia, quanto che non vi è luogo, benchè picciolo, che fosse nel Regno, che o nell'aria o nell'accento, e sovente ne' vocaboli non differisca, e dall'altro non si distingua: ma di ciò sia detto a bastanza, e forse non mancherà occasione di ragionarne altrove ad altro proposito.

§. III. _Leggi di GRIMOALDO, e sua morte._

Liberato intanto Grimoaldo da tutti gli sospetti e dalle cure militari, nel sesto anno del suo Regno fu tutto rivolto a' studj della pace, ed a ristabilire con nuove leggi il suo Imperio. Le leggi di Rotari per ventiquattro anni, da che furon promulgate, avevano nell'Italia poste profonde radici; a quelle cominciavano ad accomodarsi non pure i Longobardi, per li quali erano state fatte, ma i provinciali medesimi, ancorchè loro non fosse stato mai interdetto l'uso delle romane. Ma col correr degli anni, come suole accadere, fu osservato non essersi per le medesime proveduto a tutto ciò che era di mestieri, e molte di esse, venendosi all'uso ed alla pratica, sembravano alquanto dure e crudeli[148]. Quindi Grimoaldo, prudentissimo Principe, volendo riformar in parte l'editto di Rotari, ed accrescerlo d'altre leggi, che gli parvero più utili, convocati, come era il loro costume, nell'anno 668, che fu il sesto del suo Regno, i Longobardi e loro Giudici, all'editto di Rotari aggiunse nuove leggi, e riformò le già fatte, ed un nuovo editto promulgò con questo proemio: _Superiore pagina hujus Edicti legitur, quod adhuc annuente Domino memorare poterimus, de singulis causis, quae praesenti non essent adfictae in hoc Edicto adjungere debeamus, ita ut causae, quae judicatae, et finitae sunt, non revolvantur. Ideo ego Grimoaldus vir eccellentissimus, Rex gentis Longobardorum, anno, Deo propicio, sexto Regni mei, mense Julio, Indictione undecima, per suggestionem Judicum, omniumque consensum, quae illis dura, et impia in hoc Edicto visa sunt, ad meliorem sensum revocare praevidimus_[149].

Questo editto di Grimoaldo si legge nel mentovato Codice Cavense dopo quello di Rotari, e non contiene più che undici capitoli, i cui titoli questi sono. _I. Si quis hominem nollendo occiderit_. _II. Ut causae finitae non revolvantur_. _III. De servo, qui 30 annos servivit_. _IV. De 30 annorum libertate_. _V. De culpa servorum_. _VI. De 30 annorum possessione_. _VII. De successione nepotum_. _VIII. De uxoribus dimittendis_. _IX. De crimine uxoris_. _X. Si mulier, aut puella super alia ad maritum intraverit_. _XI. Si ancilla furtum fecerit_. Dopo i quali sieguono i capitoli, o vero le leggi.

Il Compilatore de' tre libri delle leggi longobarde, inserì ancora alcune di queste leggi di Grimoaldo nel primo e secondo libro, sino al numero di sette. La prima si legge nel libro primo sotto il _tit. de furtis, et servis fugacibus_; la seconda sotto il _tit. de culpis servorum_; la terza nel libro secondo sotto il _tit. de eo, qui uxorem suam dimiserit_; tre altre nello stesso libro sotto il _tit. de praescription._ e la settima nel medesimo libro secondo sotto il _tit. qualiter quisque se defendere debeat_.

Dopo avere Grimoaldo così bene adempiute le parti d'un ottimo Principe, ecco che per un accidente stranissimo è tolto a' mortali; poichè avendosi fatto salassare nel braccio, dopo nove giorni del salasso, mentre egli fa forza in caricando un arco, gli si apre la vena, nè con tutti gli argomenti possibili potendosi chiudere, esangue se ne morì nel nono anno del suo Regno, che cadde nel 672 dell'umana Redenzione. Fu Grimoaldo fornito d'ogni rara virtù, e per la sua sagacità e singolar accortezza meritamente fu al Trono portato: Principe, che volle anche per la sua pietà lasciar di se lodevole ed onorata memoria; poichè se bene nell'eresia d'Arrio fosse nato e cresciuto, a' conforti di Giovanni Vescovo di Bergamo, uomo di singolar bontà e dottrina, l'abbominò, abbracciando la religion cattolica; nè contento di ciò, molte chiese rifece, ed altre di nuovo costrusse, fra le quali celebre fu quella dedicata ad Alessandro nell'isola di Dulcheria, e l'altra in Pavia al Santo Vescovo Ambrogio[150]. E fu questo esempio così memorando, che gli altri Re suoi successori furon tutti cattolici, e si estinse in lui l'Arrianesmo appo tutti i Longobardi in Italia.

CAPITOLO XI.

_Di GARIBALDO, PERTARITE, CUNIPERTO, ed altri Re e Duchi di Benevento, infino a LUITPRANDO._

Lasciò Grimoaldo, oltre a Romualdo, che regnava in Benevento, un altro piccolo suo figliuolo _Garibaldo_ nominato, al quale lasciò morendo il Regno. Non fu Romualdo Duca di Benevento al regal solio assunto, ancorchè maggior nato, poichè era comunemente riputato suo figliuol bastardo. Ma Garibaldo non potè molto goderlo, perchè appena innalzato al Trono, Pertarite, ch'esule dimorava in Francia, avuta novella della morte di Grimoaldo, tosto venne in Italia, ove appena giunto, accolto con incredibile contentezza da moltitudine grande de' Longobardi, passò in Pavia. Quivi fugato Garibaldo, che non più, che tre mesi dopo la morte del padre avea regnato, fu da' Longobardi nel Regno restituito; ed avendo richiamata a se Rodolinda sua moglie e Cuniperto suo figliuolo, che in Benevento, in lungo esilio eran dimorati, resse da poi il Regno con tanta quiete e giustizia, che nè violenze, nè ruberie, nè tradimenti furono nel suo governo intesi.

Assunse questo Principe nell'anno 680 per compagno nel Regno _Cuniperto_ suo figliuolo, il quale, morto finalmente Pertarite, nell'anno 690, continuò solo a governarlo. Fu però la sua quiete e tranquillità alquanto interrotta per Alahi Duca di Trento, il quale invase il Regno; ma ne fu ben presto il Tiranno fugato, e Cuniperto vittorioso seguitò ad amministrarlo con la pristina ed antica quiete. Morì Cuniperto nell'anno 703, lasciando per successore al Regno _Luitperto_ unico suo figliuolo ancor infante, e perciò lasciollo sotto la cura d'Asprando uomo di chiara nobiltà, ma sopra tutto di grande prudenza e saviezza. Fu Cuniperto, come dice Varnefrido, un Principe di rada e maravigliosa venustà, e di costumi soavissimi, d'audacia singolare, ed uomo cattolico e di somma pietà, tanto che il Regno de' Longobardi non fu veduto insino a qui mai in tanta pace e tranquillità, quanto nel Regno suo e di Pertarite suo padre.

§. I. _Di GRIMOALDO II, GISULFO I, ROMUALDO II, ADELAI, GREGORIO, GODESCALCO, GISULFO II e LUITPRANDO Duchi di Benevento._

Intanto al Ducato di Benevento, essendo morto Romualdo nell'anno 677, era succeduto Grimoaldo II, suo figliuolo, al quale lasciò il Ducato molto più grande, avendolo accresciuto colle conquiste di Taranto, Brindisi, Bari e di tutta la regione d'intorno, che tolse egli all'Imperador d'Oriente. Ma si godè Grimoaldo poco il suo Ducato, poichè appena finì tre anni, ne' quali insieme con Gisulfo suo fratello avea regnato, che sopraggiunto dalla morte lasciò suo fratello solo nel Ducato.

Gisulfo tenne il Ducato beneventano, noverandovi i tre anni che regnò con suo fratello Grimoaldo, anni diciassette; e cominciò solo a reggerlo nel fine dell'anno 680. Questi fu, che a tempo di Gio. V, Pontefice romano, intorno all'anno 685, secondo il computo del Pellegrino, devastò la Campagna romana.

Ma morto Gisulfo nell'anno 694 succedette al Ducato Romualdo II, suo figliuolo, e mentre egli reggeva Benevento, fu da Petronace restituito al suo antico lustro il monastero Cassinese. Il Ducato di Romualdo fu ben lungo, durando ventisei anni, e travagliò molto i Napoletani, togliendogli Cuma: ma i Napoletani istigati da Gregorio II, Pontefice romano, ben tosto, militando sotto il loro Duca Giovanni, glie lo ritolsero, e molta strage de' Longobardi fu fatta[151].

A Romualdo nell'anno 720 successe _Adelai_, che non regnò più, che due anni. Di costui fu successore Gregorio, che tenne il Ducato anni sette, e morto nell'anno 729 fu assunto al Ducato _Godescalco_, che poco men, che quattro anni lo resse.

Succedè nell'anno 732 _Gisulfo II_ di questo nome, il quale per ammenda del sacco di Zotone, arricchì il monastero di monte Cassino di molti poderi, e di immensi doni accrebbe quel luogo; furongli allora donati que' luoghi e terre dello Stato di S. Germano, che col correr degli anni, accresciuto d'altre donazioni, lo renderon tanto ricco, che i loro Abati fatti Signori di più vassalli, vennero in tale altezza, che mantennero truppe a' loro stipendj.

Resse Gisulfo il Ducato beneventano anni diciassette: Principe di molta pietà, e liberalissimo verso le chiese, alle quali fece profuse donazioni, e molte ne costrusse, fra le quali celebre fu quella di S. Sofia, che in Benevento da' fondamenti eresse. Morì nel fine dell'anno 744, e suo successore fu _Luitprando_ ultimo, che fu Duca di Benevento. Questi tenne il Ducato anni otto e mesi tre, e lui morto nell'anno 758 fu da' Baroni beneventani, e dal Re Desiderio sostituito _Arechi_ suo genero, quegli che, estinto già il Regno de' Longobardi in Italia per Carlo M. fu il primo a mutare il Ducato di Benevento in Principato, e che nuova politia introducendovi, di molti Conti e Gastaldi empiè il suo Stato; e che lasciando il titolo di Duca, prese quello di Principe, e fattosi ungere da' suoi Vescovi, volle assumere la corona, lo scettro e la clamide, e tutte l'altre insegne regali: i cui fatti egregi ci somministreranno abbondante materia nel sesto libro di questa Istoria.

§. II. _Di LUITPERTO, RAGUMBERTO, ARIPERTO II e ASPRANDO Re de' Longobardi._

Intanto nel Regno d'Italia a Luitperto, che non regnò più che otto mesi, era succeduto _Ragumberto_. Questi era Duca di Torino, e fu figliuolo del Re Gudeberto, che lo lasciò molto piccolo, quando fu egli ucciso dal Re Grimoaldo. Invase costui il Regno per la minorità di Luitperto, e finalmente lo scacciò dalla sede.

A Ragumberto, che morì nell'istesso anno, succedè _Ariperto II_, di questo nome suo figliuolo, di cui si narra aver confirmato alla Chiesa romana il patrimonio delle Alpi Cozie; ma egli fu da poi fugato e morto da _Asprando_, il quale occupò il Regno: e questi essendo parimente morto dopo tre mesi, lo lasciò a _Luitprando_ suo figliuolo, nel cui tempo germogliarono que' mali, che furon non molto da poi cagione della translazione del Regno d'Italia da' Longobardi a' Franzesi, donde nacque il principio del dominio temporale in Italia de' romani Pontefici, e nacquero tante e sì strane mutazioni in queste nostre province, che per la novità e grandezza de' successi meritano, che, dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questi tempi, si riportino al seguente libro della nostra Istoria.

CAPITOLO XII.

_Dell'esterior politia ecclesiastica nel Regno de' Longobardi, da AUTARI insino al Re LUITPRANDO; e nell'Imperio de' Greci, da GIUSTINO II insino a LIONE ISAURICO._

Grandi che fossero stati in questi tempi i progressi de' Patriarchi di Costantinopoli in Oriente, non aveano però infin ad ora stesa la loro patriarcale autorità sopra queste nostre province. Cominciavano bensì pian piano, sostenuti dal favore degl'Imperadori, a metter mano in alcune chiese poste in quelle città, che ancor ubbidivano all'Imperio greco. Prima introdussero di dar a' Vescovi il titolo d'Arcivescovo, poichè non essendo questo nome di potestà, come il Metropolitano, ma solo di dignità, fu cosa molto facile a' semplici Vescovi d'ottenerlo, ed a' Patriarchi di Oriente di darlo. Così leggiamo, che sin da' tempi dell'Imperador Foca, che resse quell'Imperio dall'anno 602 in fino al 610, cominciarono i Patriarchi di Costantinopoli, secondo il solito fasto de' Greci, a dare a molti nostri Vescovi delle città, che a loro ubbidivano, questo spezioso nome d'Archivescovo, come fecero, non senza collera e sdegno de' romani Pontefici, con quello d'Otranto, di Bari, e da poi anche con quel di Napoli[152]. Questi furono i primi passi, che diedero in queste nostre parti: ma in Oriente per essere state le altre città patriarcali occupate da' Barbari, e posti a terra que' tre Patriarchi, tanto che non potè di lor conservarsi continuata successione, si rendè il costantinopolitano più altiero e fastoso. Quindi Giovanni il Digiunatore, che fu eletto Patriarca di Costantinopoli nell'anno 585, imperando Maurizio, prese il fastoso titolo di Patriarca _Ecumenico_.

Ma dall'altra parte non erano minori i progressi del Patriarca di Roma in Occidente, sicchè non si potesse contrastare a tanta alterigia, e far contrappeso a tanta potenza. E sopra ogn'altro in questi medesimi tempi erasi la Cattedra di Roma grandemente innalzata per la santità e dottrina di Gregorio il Grande, che nell'anno 590 vi sedette. Questo Pontefice mantenne l'autorità e diritti della sua sede, e fece valere la sua autorità in tutto Occidente: si oppose al Patriarca Giovanni, non approvando il titolo fastoso d'_Ecumenico_, come ambizioso, e che riguardava a diminuire la potestà e la giurisdizione degli altri Vescovi; onde fu il primo, che volle nomarsi e sottoscriversi _Servo de' servi di Dio_, per opporlo al titolo fastoso d'_Ecumenico_ del Patriarca di Costantinopoli[153].

Proccurò ancora a questo fine mantenersi nella grazia degl'Imperadori d'Oriente, di cui egli si professava suddito[154], poichè Roma ubbidiva a que' Principi, e per rendersi a coloro benemerito, si oppose sempre a' sforzi de' Longobardi, vegghiando non pure alla difesa di quella città, ma di tutte le altre, e di Napoli particolarmente, perchè si fosse mantenuta in Italia la Signoria degl'Imperadori d'Oriente, per fare contrappeso alle forze de' Longobardi, che aspiravano alla universal Monarchia di tutta Italia, e discacciarne da quella affatto i Greci. Soccorreva perciò i popoli colle sue grandi liberalità: e nel sacco che i Longobardi diedero a Crotone, ove ridussero que' cittadini in cattività, egli s'adoperò tanto con opere e con uficj, che ne furono riscattati. Attese perciò con vigilanza particolare alla cura delle chiese d'Italia e di Sicilia, e di tutte queste nostre province, le quali come prima non riconoscevano altro Patriarca, che lui, e gli altri romani Pontefici suoi successori. Così veggiamo, che per le ordinazioni de' Vescovi di Sicilia, di Napoli, di Capua, di Miseno, di Benevento, della Puglia, della Calabria, della Lucania e dell'Apruzzo, a lui si ricorreva, e le contese insorte per l'elezioni da lui si terminavano. Pose ancora tutta la sua applicazione agli affari della Chiesa universale, e s'affaticò non solo d'estinguere la divisione, ch'era nella Chiesa tra i Latini ed i Greci, ma eziandio per liberar l'Affrica dallo scisma de' Donatisti: e mandò il Monaco Agostino co' suoi compagni in Inghilterra per convertire que' Popoli. Pose ogni studio, perchè per mezzo di Teodolinda i Longobardi, deposta l'Idolatria e l'Arrianesmo, passassero nella fede cattolica. Vietò nondimeno di costringere gli Ebrei colla violenza a farsi Cristiani. E sopra tutto attese alla conservazione della disciplina ecclesiastica, e di fare osservare inviolabilmente i canoni in tutte le chiese, tenendo per fermo, che in ciò massimamente risplendesse la potestà e l'autorità, che gli concedeva il Primato della sua sede.

Le medesime pedate furon calcate da' successori di Gregorio; poichè se bene, morto costui nell'anno 604, gli succedesse Sabiniano, che non tenne quella sede più di cinque mesi e vent'uno giorni; succeduto che vi fu Bonifacio III, questi, come che era stato lungo tempo Nunzio appresso l'Imperador Foca successore di Maurizio, aveva colla sua prudenza trovato modo d'insinuarsi nella di lui grazia; e se dee prestarsi fede ad Anastasio, Beda, Varnefrido, ed a molti altri Autori, nella pretensione, nella quale erano entrati i Patriarchi di Costantinopoli intorno al Primato sopra tutte le chiese, ottenne Bonifacio da Foca rescritto, con cui dichiaravasi, che la Chiesa romana dovesse avere il Primato sopra tutte le chiese, e 'l solo Pontefice romano avesse portato il titolo di Patriarca Ecumenico: il che narrasi fosse stato fatto dall'Imperador Foca in odio di Ciriaco Patriarca di Costantinopoli, ch'era succeduto a Giovanni il Digiunatore nell'anno 596, e ben presto morì.

Bonifacio IV, che succedè al III, proccurò anche egli mantenersi nella grazia dell'Imperadore contra i Longobardi, onde ottenne da Foca il tempio del Panteon, ch'era in Roma, per farne una chiesa, come fece, ch'e quella che ora chiamano la Rotonda, dalla sua figura. Tutti gli altri suoi successori tennero questo stesso tenore, ed il Pontefice Vitaliano, allorchè l'Imperador Costanzo venne in Roma l'anno 663, lo accolse con molti segni di stima e di rispetto: siccome fecero tutti gli altri romani Pontefici, che stettero sempre fermi nell'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente contra i Longobardi, insino a Lione Isaurico, il quale volendo sostenere l'errore degli Iconoclasti contra gli sforzi de' Pontefici Gregorio II e III, pose tutto in disordine, come si vedrà nel libro seguente di questa Istoria.

Dall'altra parte i Longobardi, quantunque per la maggior parte idolatri, ed altri arriani, non turbarono la pace delle nostre chiese, e sotto la cura de' Pontefici romani, così come prima erano, le lasciarono. Il Re Autari verso l'anno 587 depose il Paganesimo, ed abbracciò la religione cristiana, ma, seguendo l'esempio de' Re goti, la ricevette imbrattata dell'eresia arriana. I Longobardi ad esempio del loro Re fecero il medesimo; quindi lasciandosi a' provinciali intatta la loro religione, si videro in alcune città d'Italia due Vescovi, l'uno arriano che presedeva a' Longobardi convertiti, l'altro cattolico che governava le Chiese cattoliche de' provinciali. Le nostre province però non videro questa difformità; poichè quelle che ancor rimanevano sotto l'ubbidienza degl'Imperadori d'Oriente erano tutte cattoliche: l'altre che passarono sotto la dominazione de' Longobardi, ritennero intatta quella medesima religione, che i Goti, e sopra tutto il gran Re Teodorico loro avea conservata; nella quale il Re Autari, e gli altri Re suoi successori, le mantenne. A tutto ciò s'aggiunse da poi la pietà della Regina Teodolinda, donna religiosissima e cattolica, la quale, ancor che col suo primo marito Autari non le fosse riuscito di far loro deporre l'Arrianesimo, con Agilulfo però suo secondo marito potè tanto, per le grandi obbligazioni, che a lei professava, che gli fece abbracciar la religione cattolica; ond'è che S. Gregorio M. cotanto si mostra obbligato a questa Principessa, alla quale dedicò i suoi quattro libri delle Vite dei Santi[155], e tante affettuose epistole di lui si leggono piene d'encomj, e di lodi dirette a questa Regina[156]. Quindi avvenne, che molti Longobardi, seguendo l'esempio del loro Principe, si rendessero ancor essi, cattolici, e perciò molte chiese e monasterj nel Regno di Agilulfo fossero edificati[157]: donate perciò molte possessioni a' medesimi, e che i Vescovi, che prima nelle città di Longobardia eran depressi, fossero stati sollevati, ed in sommo onore avuti. E quantunque nel Regno di Ariovaldo, perfido Arriano che ad Agilulfo succede, fossesi turbata quella pace, che Agilulfo gli avea data; nulladimanco succeduto poi al Trono Rotari, Principe, ancorchè arriano, di piacevoli costumi, e che lasciò in libertà di vivere, così i Longobardi, come i provinciali, con quella religione, che essi volessero, ritornarono le cose nella pristina quiete e tranquillità, nella quale maggiormente si stabilirono sotto il Regno di Ariperto, molto propenso ed inclinato alla religion cattolica.

Ma poscia i nostri Cistiberini longobardi furono i primi a lasciare affatto l'Arrianesimo, mercè di due illustri Vescovi, Barbato di Benevento e Decoroso di Capua. Barbato dopo la sconfitta, che i Longobardi beneventani sotto il loro Duca Romualdo diedero ai Greci, purgò quella Nazione non men dell'Idolatria, che dell'Arrianesimo, e divennero tutti cattolici. Il simile avvenne de' Longobardi capuani per Decoroso loro Vescovo; tanto che in tutte quelle province, che eran passate sotto il loro dominio, l'Arrianesimo presso a' Longobardi istessi restò affatto abolito. Le altre regioni, che ancor duravano sotto i Greci, ancorchè l'Oriente spesso partorisse dell'eresie e degli errori intorno a' dogmi: onde mal s'accordavano quelle chiese con queste nostre d'Occidente, e sopra tutto in questi tempi per quella de' Monoteliti; nientedimeno la vigilanza de' romani Pontefici, sotto la cui custodia e governo ancor duravano, fece sì, che non rimasero di quegli errori le nostre chiese contaminate.

Ma non molto da poi, ciò che avventurosamente avvenne a' nostri Cistiberini longobardi sotto Romualdo Duca di Benevento, accadde a' Longobardi _Subalpini_ sotto Grimoaldo Re d'Italia: questo Principe, fattosi cattolico, favorì tanto le Chiese, ed ebbe tanta avversione alla dottrina degli Anziani, che estinse affatto in tutta Italia l'Arrianesimo. Quindi s'accrebbero le tante lor ricchezze: donde parimente ne nacque la sregolatezza della maggior parte de' Cristiani, e lo scadimento della disciplina ecclesiastica.

Questi Principi longobardi, ad esempio di tutti gli altri Principi dell'Occidente e degl'Imperadori d'Oriente ancorchè fatti cattolici, mantennero però nei loro dominj quelle medesime prerogative e preminenze, che i Re goti ritennero, per quel che s'attiene all'esterior politia ecclesiastica; ed avvegnachè i Pontefici romani facessero valere la loro autorità in Occidente; nulladimanco i Principi, e spezialmente nella Francia e nella Spagna, vollero, fra l'altre cose, autorizzare colle loro leggi ed editti i Sinodi provinciali, che in questo secolo furono assai frequenti, e di lor ordine fatti convocare, per dar riparo agli abusi, ed alla corrotta disciplina e sregolatezza degli Ecclesiastici. Dall'altra parte gl'Imperadori d'Oriente non pur seguitavano le vestigia de' loro predecessori, ma presero molta parte negli affari della religione, non potendo i Pontefici romani farvi tutta quella resistenza, che avrebbono voluto. L'Imperador Maurizio, calcando le medesime pedate degli altri Imperadori suoi predecessori, promulgò legge proibente, che i soldati si ricevessero ne' monasterj: S. Gregorio[158] si doleva della legge, ma non attaccava la potestà del Legislatore, e con molta riserva esagerava, che quella fosse ingiusta, e contra il servigio di Dio: quasi che volesse con ciò impedirsi agli uomini il cammino d'una maggior perfezione. Maurenzio nostro Duca di Napoli obbligava i Monaci a far le sentinelle per guardia della città, e ripartiva le truppe per l'alloggio in ogni quartiere, non perdonando nè anche a' monasterj di donne, di che parimente abbiamo le doglianze di questo Pontefice[159].