Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 5

Chapter 53,536 wordsPublic domain

In Italia solamente studiavansi i Pontefici romani di mantenere l'autorità delle leggi di Giustiniano e degli altri Imperadori d'Oriente, mostrando di quelle somma stima e venerazione. Erano i loro disegni di sostenere in Italia a tutto potere l'autorità degl'Imperadori greci con riconoscergli per Sovrani, perchè in cotal guisa potessero far contrappeso alle forze dei Longobardi, e tener divisa l'Italia tra due eguali potenze, acciocchè l'una intraprendendo sopra l'altra, Roma non cadesse sotto la servitù dell'una, o dell'altra. Amavano essi meglio l'imperio de' Greci, perchè questi, come lontani, non erano in istato di badar molto ad impedire i loro progressi e disegni, che avevano d'impadronirsi di Roma; e perciò quando i Longobardi avanzavansi tanto, onde si potesse temere, che finalmente non occupassero quella città la cui perdita sarebbe stata seguita dalla lor ruina, ricorrevan tosto a' Greci, perchè s'opponessero di tutto potere a' loro sforzi. In effetto S. Gregorio M. che, come s'è detto, era molto sollecito, che i Greci non fossero in tutto discacciati d'Italia, portava somma venerazione alle leggi degl'Imperadori d'Oriente, e sopra tutto a quelle di Giustiniano, delle quali sovente valevasi, e delle _Novelle_ più frequentemente, com'è manifesto appresso Graziano e ne' Decretali[94]. Questo istituto ancora ritennero da poi i successori, e fra gli altri Gregorio III[95], Niccolò I, Lucio III, Giovanni VIII[96], ed altri rapportati da Dadino Alteserra[97]. Per questa cagione seguitando Lione IV i vestigi de' suoi predecessori, scrisse quell'epistola, che si legge in Graziano[98] all'Imperadore Lotario I, in cui lo prega a conservare la legge romana: _Vestram flagitamus clementiam, ut sicut hactenus Romana lex viguit absque universis procellis, et pro nullius persona hominis reminiscitur esse corrupta; ita nunc suum robur, propriumque vigorem obtineat_. Ond'è che Ivone di Chartres[99] disse: _Dicunt enim instituta legum Novellarum, quas commendat, et servat Romana Ecclesia_: e che poi siasi veduto gli Ecclesiastici, così nel novero degli anni per la lor minore età, come in molte altre cose, seguire le leggi romane. Quindi i libri di Giustiniano nel Ducato romano ebbero in questi tempi maggiore autorità e vigore, che nell'altre parti d'Italia: siccome l'ebbero in Ravenna[100] sede dell'Esarcato de' Greci, onde narrasi[101], che in questa città si fosse lungamente conservato quel volume de' Digesti, che ora chiamiamo Inforziato, a cui i Ravignani solevano ricorrere per la decisione delle loro cause: ond'è che a ragione potè conchiudere Ermando Conringio[102], che in Italia prima di Lotario II, _Juris Romani, et quidem maxime Justinianei, usus aliquis arbitrarius superfluit exiguus ubivis; frequentior tamen Romae, inque aliis Exarchatus locis, quam in Regno Longobardico, Novellarum praecipua fuit auctoritas in rebus Ecclesiasticis nonnullis_.

Ma i Longobardi per le ostinate e crudeli guerre, ch'ebbero co' Greci, se bene ad esempio de' Goti lasciassero vivere i provinciali colle leggi romane, non da altri libri, se non dal Codice di Teodosio, e dal Breviario d'Alarico, vollero, che quelle s'apprendessero, ed avessero forza e vigor di legge, imitando anche in questo la pratica de' Goti; nè infino ad ora per sessantasei anni, da che vennero in Italia, ebbero essi per loro legge alcuna scritta[103], ma governavansi solamente secondo i loro costumi, e secondo quegli istituti, che tramandati, come per tradizione da' loro maggiori, con molta osservanza e religione mantenevano.

Rotari adunque fu il primo, che assunto al Trono, dopo avere ingrandito il suo Reame coll'acquisto delle Alpi Cozzie e di Oderzo, pensò a dare anche le leggi scritte a' suoi Longobardi.

La maniera, colla quale i Re longobardi stabilivano le loro leggi, fu cotanto commendata da Ugon Grozio[104], che antepone in ciò i Longobardi a' Romani stessi: questi sovente dall'arbitrio d'un solo ricevevano le leggi, il qual le mutava e variava a sua posta; onde tutto ciò che al Principe piaceva, ebbe vigor di legge. All'incontro i Re longobardi non s'arrogavano soli questa potestà, ma nello stabilirle vi volevano ancora il parere e consiglio de' principali Signori e Baroni del Regno: e l'Ordine del Magistrato vi aveva ancora la sua parte; nè altrove stabilivansi, che nelle pubbliche assemblee a questo fine convocate, nelle quali non s'ammetteva all'uso di Francia l'Ordine ecclesiastico, ma solo l'Ordine de' Signori e de' Magistrati: nè la plebe appresso loro faceva Ordine a parte, ma secondo che scrisse Cesare dell'antica Gallia: _Plebs plane servorum habebatur loco, quae per se nil audet, nullique adhibetur Concilio_.

Avendo adunque Rotari, secondo l'Epoca di Camillo Pellegrino, nell'anno 644 intimata una Dieta in Pavia, ragunati quivi i Signori e Magistrati, stabilì molte leggi, le quali fece egli ridurre in iscritto, ed inserille in un suo editto, che fece pubblicare per tutto il suo Regno, non altrimente, che fece Teodorico Ostrogoto, quando pubblicò il suo per tutta Italia, del quale nel precedente libro si è fatto menzione. Fra gli altri monumenti dell'antichità, che serba l'Archivio del monastero della Trinità della Cava dell'Ordine di S. Benedetto, il qual dopo quello di M. Cassino è il più antico, che abbiamo nel Regno; evvi un Codice membranaceo da noi con proprj occhi attentamente osservato, scritto in lettere longobarde, dove non solamente gli editti de' Re longobardi (cominciando da questo di Rotari) ma anche degl'Imperadori franzesi e germani, che furono Re d'Italia, vi sono inseriti. In questo editto di Rotari dopo il proemio, che si vede trascritto anche dal Sigonio[105] nella sua Istoria d'Italia, si leggono i titoli di ciascun capitolo, ed il primo comincia: _Si quis hominum contra animam Regis cogitaverit_: e questi terminati, siegue la conchiusione dell'editto in cotal guisa: _Praesentis vero dispositionis nostrae Edictum, etc._[106]. Seguono da poi le leggi, ovvero capitoli, secondo il numero de' titoli precedenti, e contiene questo editto trecento ottantasei capitoli, ovvero leggi. Il Compilatore dei tre libri delle leggi longobarde, che vanno ora impressi nel volume delle Novelle di Giustiniano, prese da questo editto di Rotari le leggi, delle quali compilò quasi interamente il primo e secondo libro: e nel terzo libro due o tre se ne leggono di questo Re, siccome diremo più distesamente, quando della compilazione di quel volume delle leggi longobarde ci tornerà occasione di favellare.

L'esempio di Rotari fu imitato da poi dagli altri Re longobardi suoi successori, come da Grimoaldo, Luitprando, Rachi ed Astolfo: ma di tutte questi Re niuno lasciò tante leggi, quante Rotari, essendo, come s'è detto, il lor numero arrivato insino a 386. Fece egli pubblicare il suo editto in questo anno 644 che fu l'ottavo del suo Regno, per tutte le province, che erano sotto la sua signoria, e sopra tutto nel Ducato beneventano, che avendo allora stesi assai più i suoi confini, era riputato la più ampia e nobil parte del Regno d'Italia.

CAPITOLO VII.

_Di AJONE e RADOALDO, III. e IV. Duchi di Benevento._

Il Ducato di Benevento, per la morte accaduta nell'anno 641 d'Arechi, che cinque mesi prima di morire avea associato al Ducato Ajone suo figliuolo, da costui era governato[107]; ma conoscendolo il padre di poco senno, e men atto a sostenere questo peso, lo raccomandò, morendo, a Radoaldo e Grimoaldo figliuoli ambedue di Gisulfo già Duca del Friuli, i quali nella sua Corte erano stati allevati e ritenuti. Eran questi amati da Arechi, come propri figliuoli, e gli aveva anche sostituiti al Ducato in mancanza d'Ajone suo figliuolo. Tenendo adunque il Ducato di Benevento Ajone sotto la cura di questi due fratelli, cominciarono la prima volta a farsi sentire in queste nostre contrade gli Schiavoni.

Erano gli Schiavoni originarj della Sarmazia europea, di qua e di là del Boristene; e seguendo l'esempio e le orme degli altri Popoli barbari, s'avanzarono fin alle rive del Danubio, e le valicarono sotto l'Imperio di Giustiniano[108]. Gettatisi poi nell'Illiria, ne occuparono finalmente una gran parte, particolarmente quella, che sta tra la Drava e la Sava, tirando verso l'Occidente, chiamata ancor oggidì dal loro nome Schiavonia.

Questi calando dalla Dalmazia, che già avevano occupata, sbarcati a Siponto, cominciarono a depredare la nostra Puglia. Ajone intesa l'irruzione degli Sclavi nella Puglia, la quale era stata in gran parte al Ducato beneventano aggiunta, unite al meglio che potè alquante truppe, andò in assenza di Radoaldo prestamente per combattergli; ma venuto presso al fiume Ofanto all'armi, cadde in un fosso, dove sopraggiungendo gli Schiavoni lo ammazzarono[109]. Non tenne Ajone più il Ducato di Benevento, toltone i cinque mesi, che regnò insieme col padre, che un solo anno; ma lui morto, trionfando gli Sclavi della vittoria riportata sopra il medesimo, sopraggiunse opportunamente con valide forze Radoaldo, il quale investitigli con incredibil valore gli sconfisse e disperse; e dopo aver sì fortemente vendicata la morte d'Ajone, al Ducato di Benevento fu assunto con Grimoaldo suo fratello, conforme all'istituzione d'Arechi, il quale ed a se ed al figliuolo avea provveduto di successore.

Resse questo Principe il Ducato beneventano insieme con Grimoaldo suo fratello cinque anni. Invase costui altre regioni de' Greci, e presso Sorrento portò le sue armi: assediò questa città, sforzandosi di prenderla per assalto; ma i Sorrentini respinsero le sue truppe, incoraggiti anche da Agapito loro Vescovo; onde Radoaldo sciolse l'assedio, e Sorrento fu liberata[110].

Governando costoro il Ducato di Benevento, s'intesero la prima volta di queste province, che ora compongono il nostro Regno, le nuove leggi scritte dei Longobardi, pubblicate da Rotari col riferito suo editto: quindi le città del nostro Regno, che in quel Ducato eran comprese, ed i nostri provinciali, ancorchè quelle per li soli Longobardi fossero state fatte, cominciarono pian piano ad apprenderle e rendersele famigliari tanto, che ne' tempi seguenti bisognò, che le romane cedessero e si conservassero solo come antiche usanze presso alla plebe, la quale è l'ultima a deporre le leggi ed i costumi de' suoi maggiori; siccome più innanzi vedremo.

Morto Radoaldo in Benevento nell'anno 647, restando al governo solo Grimoaldo di lui fratello, tenne costui il Ducato anni sedici, senza però comprendervi gli altri anni cinque, che avea regnato col fratello.

CAPITOLO VIII.

_Di GRIMOALDO V. Duca di Benevento: delle guerre da lui mosse a' Napoletani: e morte del Re ROTARI._

Grimoaldo V. Duca di Benevento fu un Principe d'animo sì grande e intraprendente, che non contento d'aver distesi i confini del suo Ducato, e riportate molte vittorie sopra i Napoletani e Greci, aspirando sempre ad imprese più alte e generose, finalmente dal suo destino fu esaltato al Trono, e resse il Regno d'Italia, dopo i sedici del suo Ducato, altri anni nove.

Mentre fu egli Duca di Benevento, ebbe sovente a combatter co' Napoletani; ed in questi tempi si narra esser accaduto ciò, che Paolo Varnefrido[111] rapporta, di aver egli impedito a' Greci il sacco della Basilica di S. Michele posta nel monte Gargano, e d'avergli interamente sconfitti. Vien riferito ancora, che quindici anni da poi, asceso già al regal Trono in Pavia, avesse un'altra volta sconfitti i Napoletani, e che questi per tale avversità, tocchi nel cuore, avessero mutata religione, e da' Gentili ch'erano, avessero abbracciata la Religione cristiana, siccome narrano l'Autore degli Atti dell'Apparizione Angelica[112], e l'ignoto Monaco Cassinese[113].

Ma poichè questi successi variamente dagli Scrittori si narrano, alcuni a' Saraceni imputando ciò, che Paolo ascrive a' Greci; altri, con manifesto anacronismo, più indietro portando questi successi, gli fingono a' tempi di Teodorico e d'Odoacre, quando i Longobardi non erano ancora in Italia conosciuti; ed altri con maggior verità l'attribuiscono a' medesimi Longobardi; perciò sarà a proposito più distesamente mostrare, che non i Greci, o i Napoletani, ovvero i Saraceni, ma i Longobardi diedero il sacco a quel santuario, e che la conversione dal Gentilesimo al Cattolichismo, la quale a' Napoletani s'imputa, dee a' Longobardi beneventani, non già agli altri attribuirsi.

Il monte Gargano, posto nella Puglia sopra Siponto dirimpetto all'isole Diomedee del mare superiore, oggi dette di Tremiti, nome ancor egli antichissimo, e da Tacito[114] usato, fu prima renduto celebre al Mondo da Virgilio e da Orazio; ma da poi a tempo di Gelasio I. Pontefice romano, fu assai più rinomato per la maravigliosa apparizione in questo luogo accaduta dell'Arcangelo Michele; e discacciati d'Italia i Goti dall'Imperador Giustiniano per Belisario e Narsete, ed all'Imperio d'Oriente finalmente restituita, fu incredibile la venerazione de' Greci verso questo Santo. Non vi ebbe città così nella Grecia, come in Italia, che non gli fabbricasse tempj e non gli dirizzasse altari. Narra Procopio[115], che da Giustiniano nella sola città di Costantinopoli gli furon molti nuovi tempj eretti, ed altri antichi rifatti: il cui esempio imitarono ancora l'altre città greche d'Italia. In Napoli massimamente la di lui venerazione fu maravigliosa, avendogli i Napoletani innalzato ancor essi un tempio, che poi secondo il rito della Chiesa romana, fu in tempo di S. Gregorio M. dedicato, e lo stesso Pontefice di questa dedicazione in una sua epistola fa memoria[116]. Di molti altri Imperadori greci, e particolarmente di Eraclio si narra lo stesso, i quali di ricchi e preziosi doni arricchirono quel santuario: in guisa che non potrà porsi in dubbio, che i Napoletani per lungo tempo a' Greci congiunti, non avessero una pari religione e venerazione a questo Arcangelo portata: ed il voler imputare i Napoletani in questi tempi d'infedeltà e d'idolatria, egli è un error così grande, che la sola cronologia de' Vescovi cattolici di questa città, e ciò che nel precedente libro si è narrato, può renderlo manifesto e indubitato.

All'incontro è certissimo, che quando i Longobardi ritolsero a' Greci l'Italia, non altra religione professavano, se non quella de' Pagani, e molti l'Arrianesmo, e quantunque nel Regno d'Agilulfo, seguendo i Longobardi l'esempio del loro Principe, avessero molti di essi lasciato l'Arrianesmo e l'Idolatria; nientedimeno perseverando gli altri Re suoi successori nell'Arrianesmo, fu cagione, che i Longobardi, e particolarmente que' di Benevento tornaron di nuovo nei primi errori, de' quali non finiron d'interamente spogliarsi fino all'anno 663, quando, fugato Costanzo Imperadore per opera di S. Barbato Vescovo di Benevento, alla religion cattolica furon convertiti, come quindi a poco diremo.

È altresì notissimo a chi attentamente considererà l'istoria de' Longobardi di Paolo Varnefrido, che questo Scrittore, siccome furono tutti gli altri di tal Nazione, per esser longobardo, si è studiato a tutto potere di scusare i suoi da questa nota d'infedeltà, e dagli errori d'Arrio; anzi in tutto il corso della sua istoria non favellò mai della religione, che tennero questi Popoli, tanto che nemmeno della loro conversione per opera di S. Barbato alla cattolica credenza ne dice parola, per fuggire di non esser costretto a far menzione degli antichi errori, come accuratamente notò il diligentissimo Pellegrino[117].

Quindi nella storia sua molte cose sono imputate a' Greci, che da' Longobardi si commisero, siccome con verità osservò anche il Cardinal Baronio[118]: e chiarissimo documento ne farà questo stesso successo: conciossiachè è affatto incredibile, che i Greci cotanto veneratori di quel santuario avessero potuto avere un animo così perverso, come e' dice, di saccheggiarlo, e che perciò venuti all'armi co' Longobardi, fossero da costoro stati distolti di così esecrando e sacrilego eccesso. Tutto al rovescio è da credersi, che andasse la bisogna, ed appunto come ce la descrive il Pellegrini[119], cioè che i Longobardi contendendo co' Greci della possessione di quel luogo, dopo una lunga ed ostinata pugna, finalmente fosse loro riuscito di vincere i Greci, e siccome quelli ch'eran già avvezzati a somiglianti scelleratezze, ciocchè essi sotto Zotone avevan altra volta fatto nel monte Cassino, vollero Sotto Grimoaldo replicar nel monte Gargano, saccheggiando quel santuario, che ricco per varj doni de' Greci potè invitar la loro rapacità a quel sacrilegio. Ed in fatti dagli atti medesimi di S. Barbato Vescovo di Benevento, che non ancora impressi si conservavano nel monastero delle Monache di S. Gio. Battista della città di Campagna, e che furono da poi da Giovanni Bollando[120] dati alla luce colle sue note, e parte d'essi si veggono ora anche impressi nell'ottavo volume di Ferdinando Ughello[121], si vede con chiarezza, che quella Basilica patì allora in realtà il sacco: tanto è lontano, che fosse stato impedito dai Longobardi beneventani, restando così incolta e desolata, _ut nec sedulum illic officium persolvi possit_, come dice S. Barbato. Nè cominciò a restituirsi al suo antico lustro, se non quindici anni da poi, quando discacciato Costanzo da' Longobardi, a' conforti di Barbato abbracciarono la Religion cattolica, deponendo l'Infedeltà; la qual conversione all'Autore degli Atti dell'Apparizione Angelica, essendo parimente Longobardo, piacque ancora d'addossarla a' Napoletani greci come vedremo più innanzi: ciò che maggiormente confermerà quanto ora si è detto.

E per questa stessa ragione si vede, che vanno eziandio errati coloro[122], i quali vogliono imputare i Saraceni di ciò, che Paolo Varnefrido narra de' Greci; scrivendo essi, che Grimoaldo nel monte Gargano in questi anni del suo Ducato avesse combattuto co' Saraceni, i quali volendo saccheggiar quel santuario, furono da Grimoaldo sconfitti e debellati; poichè questa guerra fu, come Varnefrido la scrive, tra' Longobardi e Greci, e non co' Saraceni, i quali in questi tempi non erano ancora venuti a depredare queste nostre province; e poi quando ci vennero, non nel Gargano, ove non mai si fermarono, se non negli ultimi tempi, ma nel Garigliano _sua aliquando domicilia habuerunt_, come dice il Pellegrino. Nè è vero, che fu impedito il sacco, perchè seguì veramente; onde la sconfitta, che si narra data a' Saraceni nel Gargano da Grimoaldo, è ugualmente favolosa di quell'altra, che dal Summonte e da altri vien riferita di aver ricevuta in Napoli da S. Agnello Abate, in tempo che questi Popoli in Italia non erano stati ancora conosciuti; nè il nome loro era stato in queste nostre parti peranche inteso.

Ma mentre i Longobardi beneventani sono occupati in queste guerre co' Greci napoletani, accadde nell'anno 652 in Pavia la funesta morte di Rotari Re, il quale morendo lasciò erede e successore nel Regno _Rodoaldo_ suo unico figliuolo, non restando altri della sua virile stirpe, che questo unico rampollo. Resse Rotari sedici anni il Regno con tanta prudenza e giustizia, che tra i Principi più illustri della terra fu meritamente annoverato; e dall'aver egli lasciato in libertà i suoi sudditi di poter vivere in quella religione, che volessero, permettendo, che in quasi tutte le città del suo Regno vi fossero due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano, diede questo pernizioso esempio nuovo stimolo agli empj Politici di confermare la loro massima, che il Principe non dovesse molto impacciarsi della religione de' sudditi, nè sforzargli a dover credere, e professar quella, ch'egli reputasse la più vera: onde Bodino[123] difensor di questa perversa dottrina, all'esempio di Teodosio M. di cui crede, che avesse medesimamente permesso a' suoi sudditi simile libertà di coscienza, senza curarsi punto se fossero arriani o cattolici, non si dimenticò d'aggiunger questo altro di Rotari, il quale permise lo stesso. Non è però da tralasciarsi di notar qui di passaggio l'errore di questo Scrittore, che reputò Teodosio M. essere stato Autore di quella legge[124], la quale quantunque nel Codice Teodosiano portasse in fronte così il nome di Teodosio M. come l'altro di Valentiniano II, egli è però costante presso a tutti gli Scrittori, che Autore di quella ne fosse Valentiniano, il quale per impulso dell'Imperadrice Giustina sua madre, e ad istanza de' Goti arriani, residendo in quell'anno in Milano la fece pubblicare, contro alla quale declamò tanto S. Ambrogio Vescovo di quella città; ed è altresì noto, che ancorchè gl'Imperadori reggessero allora l'Imperio diviso in occidentale ed orientale, nulladimanco il costume era, che le leggi, che si promulgavano o dall'uno, o dall'altro, portavano in fronte i nomi di tutti coloro, che governavano allora l'Imperio: ciocchè osserviamo ancora ne' marmi; ed infiniti altri esempj ne somministra il Codice stesso Teodosiano, siccome fu anche osservato dal diligentissimo Jacopo Gotofredo[125], il quale dell'istesso errore notò Francesco Baldovino, che per quella iscrizione credè parimente, che Teodosio M. fosse stato autore di quella legge.

CAPITOLO IX.

_Di RODOALDO, ARIPERTO, PARTARITE e GUNDEBERTO, VIII, IX, X e XI Re de' Longobardi._

Siccome nel lungo e savio Regno di Rotari, le cose de' Longobardi andarono molto prospere in Italia, così il molto breve e sconsigliato di _Rodoaldo_ suo figliuolo, e più la discordia de' suoi successori pose le loro fortune in pericoloso stato. Rodoaldo, ancorchè Varnefrido rapporti aver regnato cinque anni, appena governò solo un anno; poichè avendo stuprata la moglie d'un certo Longobardo, fu dal marito ammazzato; e ne' suoi cinque anni di Regno, Paolo annoverò quelli, quando regnò insieme col padre, che lo fece suo collega.

Essendo mancata per tanto la maschile stirpe di Rotari, raunati i Longobardi per creare un nuovo Re, elessero _Ariperto_ figliuolo di Gundoaldo fratello di Teodolinda. Tenne costui il Regno de' Longobardi nove anni, secondo Varnefrido[126]; nè in tutto il corso del suo Imperio l'istoria rapporta cosa di lui degna di memoria, se già non se gli volesse ascrivere a lode l'opinione, che di lui avevasi, che fosse alla religione cattolica assai inclinato contro all'esempio di Rotari e del figliuolo Rodoaldo.

Morì nell'anno 661 Ariperto, e lasciò di se due figliuoli, _Partarite_ e _Gundeberto_, tra i quali partì con pessimo consiglio il Regno. Così Gundeberto tenne la sede del suo Regno in Pavia, e Partarite nella città di Milano: che fu cagione, onde a Grimoaldo nostro Duca di Benevento s'offerse l'opportunità di scacciare ambedue dalle loro sedi, e di rendersi signore di tutto il Regno; poichè nata fra' due fratelli discordia e odio grandissimo, ciascuno cercava d'occupare il Regno dell'altro; onde non contento Gundeberto di sua sorte, vennegli talento di tener solo l'intero Regno, e discacciarne il fratello: ma non fidandosi delle proprie forze, mandò Garibaldo Duca di Torino a Grimoaldo Duca di Benevento, perchè a questa impresa l'aiutasse, promettendogli in premio la sorella per moglie.