Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 4

Chapter 43,437 wordsPublic domain

Il Ducato beneventano sotto il governo d'Arechi, che fu il più lungo di quanti mai ne furono, durando cinquant'anni, dal 591 infino al 641 stese molto i suoi confini, tantochè secondo Paolo Emilio[64], ed altri Scrittori, i suoi termini da un lato s'estesero insino a Napoli, e dall'altro sino a Siponto, la qual città dopo il Ponteficato di Gregorio M. si rendè anche a' Longobardi, ed al Ducato beneventano fu aggiunta. Nè infino a questi tempi allargò egli tant'oltre i suoi confini, quanto fortunatamente gli distese poi negli anni seguenti, allorchè abbracciaron quasi tutto quello, ch'è ora Regno di Napoli. Nè perchè i Longobardi sotto questo Duca di Benevento, che secondo l'Epoca del Pellegrino non potè esser certamente Zotone, ma Arechi, avesser presa e saccheggiata la città di Crotone, e fatti quivi molti prigionieri, dovrà dirsi, che fin da questi tempi i suoi confini verso Oriente si fossero stesi sino a Crotone; poichè il costume dei Longobardi era, quando loro non riusciva di conquistar Piazze, nelle quali potessero mantenervisi, e lasciarvi presidio, di scorrere a guisa di predoni il paese e saccheggiarlo, con portarsi seco i paesani, che riducevano in cattività, e n'esigevan grosse somme per gli riscatti: come appunto avvenne a' Crotonesi, che per ricomprarsi fu d'uopo sborsar gran denaro; e da una epistola di S. Gregorio M., ove, deplorandosi la cattività de' medesimi, si leggono gli sforzi, che da questo Pontefice si facevan per riscattargli, si conosce chiaramente, che presa ch'ebbero questa città, dopo averla saccheggiata, carichi della preda, si condussero con esso loro molti nobili, non perdonando, nè ad età nè a sesso, e la lasciarono, nè vi posero presidio, essendo allora molto lontana da' confini del loro Ducato, ed in mezzo all'altre città de' Greci loro inimici. Fu questo un costume praticato anche fra' Cattolici, i quali ancorchè non riducessero in servitù i presi, solevano nondimeno custodirgli infino che non fossero con denaro riscossi: di che rendono a noi testimonianza gravissimi Autori[65]. Non dee perciò riputarsi acerbità o furor de' soli Longobardi, i quali, parte Gentili, ed altri Arriani, praticassero lo stesso co' loro nemici. Così anche sotto Zotone, non perchè dessero il sacco al monastero Cassinese, s'allargò in quel tempo questo Ducato tanto verso quella parte, come si stese da poi: e per questa ragione ancora più sconcio error sarebbe, se fin da' tempi d'Autari Re volessimo dire che il Ducato beneventano si fosse disteso sino a Reggio, perchè Autari infino a quest'ultima parte facesse correre il suo stendardo; poichè da questo stesso e da ciò che narrasi aver detto questo Principe quando coll'asta percosse quella colonna, che fin quivi dovea egli stendere i confini del suo Regno, si conosce manifestamente, che allora tutti que' luoghi erano, come furono per molto tempo da poi, sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente.

Ecco come quello, che ora è Regno di Napoli, in questi tempi non riconosceva, come prima un sol Signore ed un sol Principe, ma ben due. Il Ducato beneventano ubbidiva al suo Duca immediatamente, e per lui al Re de' Longobardi. La Puglia e la Calabria; la Lucania ed i Bruzj; il Ducato napolitano; quelli di Gaeta, di Sorrento, di Amalfi, e gli altri Ducati minori, a' loro Duchi immediatamente, e per essi all'Esarca di Ravenna, e agl'Imperadori di Oriente.

CAPITOLO IV.

_Del Ducato napoletano, e suoi Duchi._

Poichè nel Ducato napoletano abbiamo de' Duchi, che lo ressero, una continuata serie, e fu quello, che solo restò esente dalla dominazione de' Longobardi, e che poi, estinti gli altri Ducati minori, abbracciò molte città ch'eran in quelli comprese, onde perciò si rendè anche più cospicuo, non sarà fuor di proposito, che parlando de' Duchi di Benevento, nel tempo stesso si parli di quelli di Napoli; perchè si conoscano in ciò le vicende delle mondane cose, come per le continue guerre, ch'ebbero questi popoli, i Beneventani co' Napoletani, avanzandosi sempre più il Ducato di Benevento, quel di Napoli all'incontro, e la dominazione de' Greci in tutto il resto dell'altre province venisse ad estenuarsi: e come da poi siasi veduto, che del Ducato di Benevento appena siane a noi rimaso vestigio, ed all'incontro Napoli si fosse innalzata tanto, sino ad esser non pur Capo di un picciol Ducato, quale era, ma Capo e metropoli d'un vastissimo e floridissimo Regno, qual oggi con ammirazione e stupore di tutti si ravvisa.

Il Ducato napoletano, che nel suo nascere ebbe angustissimi confini, la città sola di Napoli colle sue pertinenze abbracciando, ne' tempi di Maurizio Imperadore d'Oriente, fece notabili acquisti: poichè questo Principe aggiunse stabilmente al suo dominio l'isole vicine, come Ischia, Nisida, e Procida, nella cui possessione confermò i Napoletani, siccome scrive S. Gregorio M.[66]. S'aggiunsero da poi Cuma, Stabia, Sorrento, ed Amalfi ancora, la quale insino a' tempi di Adriano Papa, e di Carlo M. fu del Ducato napoletano, come è chiaro per una epistola di quel Pontefice rapportata dal Pellegrini; tanto che ridotto questo Ducato quasi in forma d'una provincia, venne volgarmente chiamato anche _Campania_: onde sovente il Duca di Napoli dicevasi _Dux Campaniae_, come S. Gregorio[67] chiama Scolastico _Dux Campaniae_; ed altrove[68] Gudiscalco _Dux Campaniae_. Questa abbracciava molte città di quel lido, che a' Napoletani, ed al lor Duca eran soggette; ed i Vescovi di queste città solevan perciò appellarsi Vescovi Napoletani; ond'è, che sovente nell'epistole di questo Pontefice[69] si legga: _Episcopis Neapolitanis_.

Non potè stendere più oltre i suoi confini verso Occidente, Settentrione, o Oriente; poichè il Ducato beneventano già verso quelle parti stendeva, fatto potente, le sue forti braccia: Capua col suo territorio infino a Cuma, ed a' lidi, che non han porto, di Minturno, Ulturno, e Patria, detta anticamente Linterno, era già passata sotto la dominazione de' Longobardi. Non molto da poi stesero i Longobardi i confini del Ducato beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente insino a Cosenza, con tutte l'altre terre mediterranee furono a' Greci tolte; ed anche questo Ducato napoletano sarebbe passato sotto il dominio de' Longobardi, come passarono nel correr degli anni tutte l'altre città mediterranee del Regno, e da poi le marittime ancora, toltone Gaeta, Amalfi, Sorrento, Otranto, Gallipoli, e Rossano, se due cagioni non l'avessero impedito; ciò sono il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti agli assedj di Piazze marittime; e per aver i Napoletani, per ragion anche de' loro siti, ben fortificata Napoli, e l'altre piazze marittime a loro soggette. Tanto che potrà meritamente vantarsi Napoli col suo picciolo Ducato, che nonostante d'esser passate sotto la dominazione de' Longobardi quasi tutte le città del Regno, toltone quelle poche dianzi rammemorate, e d'essersi renduti i Longobardi signori di quasi tutto ciò, che ora è Regno, non poterono però mai soggiogar affatto i Napoletani, ancorchè da poi negli ultimi anni a' Principi di Benevento fossero fatti tributarj, come nel progresso di questa Istoria diremo: in guisa che non è condonabile l'error del Biondo[70], che scrisse, i Longobardi non molto tempo dopo il governo de' 36 Duchi avere soggettata Napoli.

Al Ducato napoletano solevansi mandare i Duchi per reggerlo, o da Costantinopoli a dirittura dagl'Imperadori d'Oriente, o pure, quando il bisogno non permetteva d'aspettar molto tempo, che venisse da parti sì remote, l'Esarca di Ravenna, ch'era allora in Italia il primo Magistrato degl'Imperadori greci, soleva egli mandarvelo.

Ne' tempi, ne' quali siamo sotto il Ducato di Arechi, imperando in Oriente Maurizio, essendo Napoli senza Duca, e meditando Arechi insieme con Arnulfo Duca di Spoleti assalirla, S. Gregorio M. a cui molto importava la sua difesa, e che invigilava per gl'interessi dell'Imperadore contro a' Longobardi, dubitando che costoro conquistando il resto d'Italia, ch'era in poter de' Greci, finalmente non soggiogassero Roma ancora, scrisse[71] nel 592 con molta sollecitudine a Giovanni Vescovo di Ravenna, perchè affrettasse l'Esarca a mandar prestamente in Napoli il Duca per difenderla dall'insidie d'Arechi, poichè altrimente egli senza dubbio la vedeva perduta.

E da un'altra epistola[72] di questo stesso Pontefice data nell'anno 599 osserviamo, che non molto tempo da poi fu mandato in Napoli per Duca _Maurenzio_, il quale con tanta vigilanza si pose a custodir questa città, che oltre ad averla munita con valido presidio, costrinse anche i Monaci a far la sentinella sopra le mura, senza perdonar nemmeno a Teodozio Abate, onde fortemente se ne dolse Gregorio[73], e perchè l'affliggeva oltre alle sue deboli forze, e perchè avea mandato ancora molti soldati ad alloggiare in un monastero di Monache, costringendo Angela loro Badessa a ricevergli.

Ma essendo stato l'Imperador Maurizio scacciato dall'Imperio nell'anno 602 da _Foca_, questi si fece acclamare Imperadore dall'esercito nella Pannonia, e giunto in Costantinopoli, vi fu riconosciuto, e fece morire Maurizio co' suoi figliuoli; ed avendo mandato il suo ritratto in Roma, fuvvi parimente acclamato Imperadore, con consenso anche di S. Gregorio, che io riconobbe in Roma, come avea fatto in Costantinopoli il Patriarca Ciriaco. Foca dunque assunto al Trono, in luogo di _Callinico_, ch'era stato da Maurizio sostituito a Romano, mandò di nuovo in Ravenna per Esarca _Smaragdo_[74], ed in Napoli per Duca _Gondoino_.

Per la morte di Gondoino, fu mandato da Foca in Napoli per Duca _Giovanni Compsino_ constantinopolitano, quegli, che violando la fede al suo Principe, tentò rendersi assoluto signore della città a se commessa; poichè essendo stato ucciso nell'anno 610 Foca[75], e succeduto nell'Imperio _Eraclio_ suo competitore, non potendo i Ravignani sofferir la superbia e le gravezze di Giovanni _Lemigio_[76] nuovo Esarca, mandato nell'anno 612 da Eraclio in Ravenna, preser le armi, e tumultuando, con gran concorso di popolo, giunti al palazzo, l'uccisero insieme co' suoi Giudici. Pervenuto questo fatto a notizia di Giovanni Compsino Duca di Napoli, pensò non dovere aspettar miglior occasione per impadronirsi della città; onde tantosto per se occupolla, e con forte presidio munilla contra gli sforzi, che temeva dell'Imperador Eraclio, il quale in fatti, avvisato de' tumulti di Ravenna, e della fellonia di Compsino, mandò subito in Italia per Esarca _Eleuterio_[77] Patrizio e suo Cubiculario, uom prode di mano, e più di consigli. Questi avendo composti i romori in Ravenna, passò con sufficiente esercito in Napoli, dove entrato pugnando, uccise il Tiranno, riducendola come prima sotto la dominazione d'Eraclio, e lasciatovi nuovo Duca, vincitore in Ravenna fece ritorno[78].

Non ha del verisimile l'opinione del Summonte, o ciò che egli suspica, che il nuovo Duca lasciato in Napoli da Eleuterio, fosse quel Teodoro, che si porta fondator della chiesa de' SS. Pietro e Paolo, già posta nel quartier di Nido: poichè l'iscrizione greca, che in un marmo ivi si leggeva, e nella quale si nominava per fondator di quella chiesa Teodoro Console e Duca, portando la data della IV indizione, viene a cadere in tempi più bassi, cioè nell'anno 717, nel quale tempo governò questo Duca, come da valenti uomini è stato osservato; ed all'incontro è vero, che Eleuterio fu mandato da Eraclio in Ravenna nell'anno 616 dove poco più di due anni tenne l'Esarcato; poichè nell'anno 619 vi fu mandato Isacio Patrizio per suo successore[79].

Su questa fellonia di Compsino sono stupende le favole, che i nostri moderni Scrittori hanno inventate: dicono che questo Duca dopo aver occupato Napoli si rendesse ancor signore della Puglia e della Calabria, e d'altri luoghi del nostro Regno: che di più se n'avesse fatto incoronare Re, e che prima andasse a Bari a farsi coronare della corona del ferro, e poscia in Napoli con quella dell'oro: e che perciò egli fosse il primo, che s'avesse usurpato il titolo di Re di Napoli, aggiungendo che i Normanni da poi, coll'esempio di questo I. Re di Napoli, vollero pure farsi prima coronare in Bari colla corona del ferro, e poi in Palermo con quella dell'oro[80]. Sono tutti questi racconti sogni d'infermi. Nè mai Compsino s'insignorì della Puglia e della Calabria, nè d'altre province, le quali per la maggior parte erano passate in questi tempi sotto la dominazione de' Longobardi. Invase egli Napoli solamente colle sue pertinenze; e Paolo Varnefrido[81] narra, che dopo _non molti giorni_ ne fu cacciato da Eleuterio Patrizio. Gran cose dovea far costui in così breve tempo, domando non pure i Greci, ma i Longobardi allora potentissimi; nè presso ad Autori di conto si legge mai, che s'avesse fatto incoronare Re; cosa anche più ridicola è il dire, che fosse andato fino a Bari a prender la corona di ferro, e poi in Napoli quella d'oro; essendo tutto favoloso ciò che si narra di questa coronazione di ferro in Bari, nè da alcuno de' nostri Re mai praticata, come si vedrà chiaro ne' seguenti libri di questa Istoria.

CAPITOLO V.

_Di ADALUALDO ed ARIOVALDO, V. e VI. Re de' Longobardi._

Ridotta già la dominazione de' Greci in Italia a declinazione grandissima, tentarono i Longobardi sotto il Re Agilulfo finire di interamente discacciargli da tutte l'altre regioni, ch'erano a lor rimase; nel che conferiva molto l'aver i Longobardi in gran parte (seguitando l'esempio di Agilulfo) deposto, chi il Gentilesimo, e moltissimi l'Arrianesimo, ed abbracciata la Religion cattolica, ciò che gli rendè a' provinciali meno odiosi, ed il lor dominio men grave e pesante. In fatti ad Agilulfo, che de' Re Longobardi fu il primo ad abbracciar questa religione, e che in tutto il corso di sua vita lasciò monumenti di molta pietà e munificenza verso le chiese e monasterj, si dee che lungo tempo il Regno si mantenesse in pace; poichè egli morto, lasciando per successore _Adalualdo_ suo figliuolo, che ancor vivente l'aveva per suo Collega assunto al Trono; questi seguitando l'esempio di suo padre, e molto più imitando Teodolinda sua madre, che nel regnare volle averla per compagna, ridussero le fortune de' Longobardi in istato così placido e tranquillo, che niuno strepito di Marte turbò la loro pace ed il loro riposo: e sotto costoro furono rinovate le chiese, e fatte molte donazioni a' luoghi sacri[82].

Ma non potè molto Adalualdo goder di tanta quiete; poichè nell'ottavo anno del suo Regno, avendogli mandato l'Imperador Eraclio per Ambasciadore un tal Eusebio per trattar seco della pace e d'altre cose rilevanti, questi o per proprio consiglio, o pure per comandamento avuto dal suo Signore, mentre il Re usciva dal Bagno, gli porse una bevanda come a lui salutifera, la qual bevuta, cominciò ad uscir di senno, e ad impazzire[83]: il che scorgendosi dall'accorto Eusebio, diedegli a sentire, che dovesse per sua maggior sicurtà far morire i più potenti Longobardi. Questo consiglio, come giovane e stolto, essendo da lui abbracciato, fece uccider tosto dodici Nobili dei primi; la qual cosa scorgendo gli altri Longobardi, e veggendo non istar essi più sicuri dalla stolidezza di costui, avendo eccitato un gran tumulto, e gridandolo per empio e tiranno, lo discacciarono dal trono insieme colla Regina Teodolinda sua madre, ed in suo luogo riposero _Ariovaldo_ Duca di Turino, che aveva per moglie Gundeberga sorella di Adalualdo.

Questo successo divise i Longobardi in due fazioni: Ariovaldo era sostenuto da que' Nobili, che tumultuarono, a' quali s'erano aggiunti tutti i Vescovi delle città di là del Pò, che a tutto potere studiavansi con altri d'ingrossare il lor partito. Adalualdo dall'altra parte era aiutato da Onorio Pontefice romano, il quale aveva forte cagione di sostenerlo, così per riguardo di Teodolinda, alla cui pietà doveva molto la Religione cattolica, come anche perchè Ariovaldo era da' Cattolici abborrito per l'eresia arriana, in cui era nato e cresciuto; e fu tanta l'opera d'Onorio, che tirò a se anche Isacio allor Esarca in Italia, ed obbligollo a restituir nel Trono Adalualdo con potente esercito. Proccurò anche toglier dal partito di Ariovaldo quei Vescovi, che lo favorivano, minacciandogli, che non lascerebbe impunita tanta loro scelleratezza; ma non veggendosi ridotta a compiuto fine l'opera d'Isacio, e morto opportunamente Adalualdo di veleno, ottenne finalmente Ariovaldo il Regno, ed essendo egli infesto a' Cattolici, cagionò in Italia non leggieri disturbi.

Nel Regno di costui, non passarono molti anni, che Teodolinda vedendosi così abbietta e priva d'ogni speranza di ricuperar la pristina dignità regale, piena di mestizia, d'estremo dolore venne a morte nell'anno 627: Principessa, e per le eccelse doti del suo animo, e per la sua rada pietà, degnissima di lode, e da annoverarsi fra le donne più illustri del Mondo, la quale non meritava esser posta in novella da Giovanni Boccacci nel suo Decamerone[84].

Ariovaldo regnò altri nove anni dopo la morte di Teodolinda, e morì, senza lasciar di se stirpe maschile, nell'anno 636. Per la qual cosa i Longobardi, convocati i Duchi, pensarono di crear un nuovo Re, nè vedendo chi dovesse innalzarsi al Trono, diedero a Gundeberga, come avevan prima fatto a Teodolinda, il poter ella creare per Re colui, che si eleggesse per marito. Gundeberga, come donna prudentissima e molto savia, elesse per suo marito e Re, Rotari Duca di Brescia, in questo stesso anno 636, secondo il computo del Pellegrini.

CAPITOLO VI.

_Di ROTARI VII. Re; da cui in Italia furono le leggi longobarde ridotte in iscritto._

Rotari fu un Principe, in cui del pari eran congiunti un estremo valore ed una somma prudenza; ma sopra tutto fu grande amatore della giustizia; e se alcuna ombra di colpa rendè non chiari i suoi pregi, fu l'essere macchiato dell'eresia arriana; onde avvenne, che a' suoi tempi in molte città d'Italia erano due Vescovi, l'un cattolico e l'altro arriano[85].

Questo Principe fu il primo, che diede le leggi scritte a' suoi Longobardi[86], dal cui esempio mossi gli altri Re suoi successori, surse, col correr degli anni, in Italia un nuovo volume di leggi, longobarde chiamate, le quali nel Regno nostro ebbero un tempo tal vigore e dignità, onde fu forza, che le leggi romane retrocedessero. Ma prima che delle leggi longobarde facciam parola, convenevol cosa è, che si vegga lo stato, nel quale a' tempi di questo Principe, e de' Re suoi successori si era ridotta la giurisprudenza romana in Italia, e nelle province che oggi compongono il nostro Regno, ed in quali libri era compresa.

Giustiniano Imperadore, ancorchè avesse proccurato sparger per Italia i suoi volumi, e strettamente avesse comandato, che aboliti tutti gli altri, quelli solamente per Italia si ricevessero insieme colle sue costituzioni Novelle; nulladimeno l'autorità de' medesimi quasi si estinse insieme con lui; poichè egli morto, e succeduto Giustino, inettissimo Principe, ricadde Italia di bel nuovo in mano di straniere genti; e toltone l'Esarcato di Ravenna, il Ducato di Roma, que' piccioli di Napoli, Gaeta, d'Amalfi, ed alcune altre città marittime di Puglia, di Calabria e di Lucania, i Longobardi dominavano in tutte l'altre sue province, senza che gli altri Imperadori, che a Giustino succederono, molta cura si prendessero di ricuperarle, e tanto meno delle leggi di Giustiniano; anzi non vi mancarono di coloro, come si dirà a suo luogo, che o per invidia, o per emulazione cercarono anche nell'Oriente d'estinguerle affatto. S'aggiungevano in oltre, che presso a' Longobardi, per le continue guerre ira di essi accese, il nome de' Greci era abbominatissimo, e tutto ciò, che da loro procedeva, con somma avversione era rifiutato e scacciato. Quindi nacque, che se bene a' provinciali permettessero l'uso delle leggi romane, ed a' Romani di poter sotto le medesime vivere, con tutto ciò vollero, che quelle apprendessero dal Codice di Teodosio: onde presso i Longobardi fu in più stima e riputazione il Codice Teodosiano, che quello di Giustiniano[87].

Al che s'aggiungeva l'esempio de' Vestrogoti, che signoreggiavano allora la Spagna, i quali contenti del Codice fatto per ordine d'Alarico, e del Novello compilato dalle leggi de' Vestrogoti ad imitazion di quello di Giustiniano, non riconoscevan i costui libri.

S'aggiungeva ancora l'esempio de' Franzesi, i quali insino a' tempi di Carlo il Calvo, non riconobbero altre leggi romane, se non quelle, ch'erano racchiuse nel Codice Teodosiano, o nel suo Breviario fatto per ordine d'Alarico[88]. Anzi Carlo M. stesso, volendo ristorar la giurisprudenza romana, che a' suoi tempi era ridotta in istato pur troppo lagrimevole, posposti i libri di Giustiniano, si diede a riparare il Codice di Teodosio, e ad emendarlo, come mostrano quelle parole aggiunte al Commonitorio d'Alarico, che va innanzi al Codice Teodosiano: _Et iterum anno XX. regnante Carolo Rege Franc. et Longobard. et Patritio Romano_. E fu tanta la cura di questo glorioso Principe, ed il rispetto che tenne di questo Codice, che molte leggi di esso volle trasferire ne' suoi Capitolari[89].

Ne' tempi di Carlo il Calvo par che in Francia si cominciassero a sentire le leggi di Giustiniano, come mostrano gli Autori di quell'età, i quali spesso allegando le leggi di Giustiniano, delle Teodosiane taciono: così Hincmaro di Rems: _Et Sacri Africae Provinciae Canones, et lex Justiniana decernunt_[90]: ed altrove[91]: _Leges Justiniani dicunt_. Il che comprovasi da quel che Giovanni Italo[92] scrisse di Abbone padre di Odone Cluniacense, il quale _Justiniani Novellam memoriter tenebat_. Se bene non mancarono nei tempi seguenti Autori, i quali anche si valsero della autorità, non meno de' libri di Giustiniano, che delle leggi Teodosiane, come fecero Ivone di Chartres[93], Graziano ed altri.