Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 31

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Intanto i Saraceni, che nel Garigliano s'eran bene fortificati, e che scorrendo da per tutto infestavano il Principato di Benevento ed il Contado di Capua, non potevano da forze minori o uguali essere impediti. Tentò una volta Atenulfo, unitosi con Gregorio Duca di Napoli, che ad Attanasio era succeduto, e con gli Amalfitani, presso Trajetto di sterminargli, ma non riuscitogli il colpo secondo i suoi voti, s'avvide che ogni sforzo sarebbe stato vano, se non s'univano alle proprie le forze straniere. Era vano il ricorrere come prima agli aiuti degl'Imperadori d'Occidente; non minori erano i bisogni di costoro per le tante revoluzioni, nelle quali erano involti: fu adunque con provido consiglio tutto rivolto agli aiuti dell'Imperador Lione, a Basilio suo padre succeduto, il quale allora imperava in Oriente, e spedì in Costantinopoli per questo il proprio suo figliuolo e compagno nel Regno Landulfo, al quale, essendo stato cortesemente ricevuto da Lione, furon promessi tutti gli aiuti, che richiedeva. Non altrimenti che fecero gl'Imperadori d'Occidente, ambivano ora que' d'Oriente soccorrere i nostri Principi, perchè con ciò potessero restituire in queste nostre Province la loro sovranità già abbassata per la potenza di quelli d'Occidente; perciò oltre di far unire un potente esercito per mandarlo in queste Province contro i Saraceni: proccurò ancora Lione rendersi benevoli li nostri Principi con decorargli colla molto stimata in questi tempi dignità del Patriziato: ne ornò perciò Landulfo, siccome fece da poi a Gregorio Duca di Napoli ed a Giovanni Duca di Gaeta.

Atenulfo intanto, essendo Landulfo lontano, associò anche in quest'anno 910 al suo Principato l'altro suo figliuolo, che come lui Atenulfo era nomato; e con molta ansietà attendeva i promessi soccorsi, tutto ardendo di desiderio di sterminare i Saraceni da queste Province; ma furono rotti tutti i suoi disegni da pur troppo importuna ed inaspettata morte. Morì egli in Capua nel mese d'aprile di quest'anno 910, ed alcuni rapportano la sua morte nell'anno seguente nel mese di luglio. Fu in Capua sepolto, e quindi non più in Benevento, ma in Capua si leggono i tumuli de' Principi suoi successori, ove fermarono la loro sede. Finì con danno universale i suoi giorni, dopo aver tenuto Benevento dieci anni, e sei mesi. Principe veramente glorioso, e che seppe colle sue proprie mani fabbricarsi la sua fortuna, e colla sua incomparabile accortezza da semplice Castaldo esser portato al soglio de' Principi di Benevento: ma molto più commendabile per aver proccurato d'unire questi due Stati, Benevento e Capua, acciocchè potessero più lungamente aver durata, e non così prestamente ruinare, come già sarebbe accaduto, e siccome da poi avvenne; e per aver educati i suoi figliuoli con animi cotanto concordi e docili, che con raro esempio dopo la sua morte si videro ambedue con grandissima concordia reggere il Principato senza il minimo disturbo.

Landulfo, che ritrovavasi in Costantinopoli, intesa la morte del padre, tosto in Capua fece ritorno, ove accolto dal fratello Atenulfo, ambedue con mirabile concordia ressero uniti lo Stato, nè vollero, seguitando i consigli del padre, infra di loro partirlo, o che uno presedesse in Benevento e l'altro in Capua, ma ambedue, fermata come prima la loro residenza in Capua, dalla medesima attesero a reggerlo.

Giunse in questo mentre l'esercito mandato dall'Imperador Lione sotto il comando di Nicolò Picigli Patrizio, il quale per assicurarsi vie più dell'animo dei vicini, portò seco da parte dell'Imperadore la dignità del Patriziato a Gregorio Duca di Napoli, ed a Giovanni Duca di Gaeta. Ed avendo congiunto il suo esercito con quello di questi due, e colle forze di Guaimaro Principe di Salerno, accresciuto anche con gran numero di Pugliesi e Calabresi, che erano allora ritornati in gran parte sotto la dominazione de' Greci, pose il campo lungo il Garigliano contro i Saraceni. Giovanni X, o sia XI, come altri scrissero R. P. a cui egualmente premeva l'espulsione di questi Barbari, e che perciò ne avea anche scritte molte lettere all'Imperador Lione, volle anche aver parte in sì gloriosa impresa, e spintovi parimente Alberigo Marchese di Toscana suo fratello, vi corse con molta gente, che fece attendare dall'altra parte del fiume. Il Sigonio[572] credette che Giovanni X, fosse il primo Papa, che fosse veduto alla testa d'eserciti armati; ma non fu questi certamente il primo, poichè, come si è veduto, questo pregio non dee togliersi a Giovanni VIII che fu il primo, lasciando le chiavi, ad imbrandir la spada.

I Saraceni per tre mesi sostennero con estremi disagi quest'assedio, ma finalmente, essendo loro mancata ogni sorte di vettovaglie, portati dalla disperazione, misero fuoco alla loro Fortezza, ed incendiarono tuttociò ch'essi avevano, non perdonando nè meno ai loro tesori, che da vari luoghi, che aveano depredato, ivi avean congregati; poi si diedero tutti stretti insieme a fuggire con maraviglioso impeto per le selve ed a salvarsi su le cime de' monti; ma inseguiti sempre da' nostri ne fu d'essi fatta strage infinita: così in quest'anno 916, secondo ciò che ne scrisse Lupo Protospata[573], furono i Saraceni scacciati dal Garigliano. Ma se bene di questa peste se ne fosse veduta libera questa provincia, non è però che l'avanzo dei medesimi, accresciuto da poi da coloro che sin dall'Affrica vennero, tornati delusi per l'assedio di Roma, che vergognosamente lasciarono, e ricovrati finalmente in Puglia nel Mante Gargano, costruttasi ivi una forte Rocca, non avessero inquietati i luoghi di quest'altra provincia, e che finalmente scorsi insino a Benevento, non dassero a questa città un sacco memorabile, con metter tutto a fuoco: essi fortificati nel Gargano tenevan tutta la Puglia in iscompiglio e le parti ancora vicine.

Non bastarono in questa provincia i soli danni, che i Saraceni inferivano, che vollero i Popoli stessi cagionarsene de' maggiori: poichè i Pugliesi e' Calabresi, mal potendo soffrire il gravoso giogo de' Greci, si ribellarono da essi, e datisi in potere di Landulfo Principe di Benevento, venne questi in isperanza di restituire Bari, e molte città della Puglia al Principato di Benevento, onde contro i Greci rivoltò le sue armi; ma ritornarono ben tosto i Pugliesi ed i Calabresi sotto il dominio de' Greci, poichè questi fortemente cruciati contro Landulfo, si voltarono da poi agli aiuti de' Saraceni stessi, che fecero venire sin dall'Affrica, e nell'anno 919 gli ridussero alla lor ubbidienza, rendendo vani gli sforzi di Landulfo: e perchè la città di Bari sede degli Stratigò, insieme colla Puglia fosse ben retta, vi mandò l'Imperadore un nuovo Stratigò _Ursileo_ nomato, prode e valoroso Capitano, il quale con somma vigilanza alla custodia di questa provincia contro i disegni di Landulfo tutto era inteso: ed essendo finalmente nell'anno 921 stato provocato a combattere da Landulfo, andò egli ad incontrarlo in Ascoli, ove ferocemente combattendosi, fu ne' primi impeti da' Greci preso Landulfo, ma sul meglio del furor della battaglia restò Ursileo ucciso; perciò i Greci avviliti e sconfitti, il Principe non solo ricuperò la libertà, ma riportandone piena vittoria invase la Puglia, la quale poi, secondo che narra Lupo Protospata[574] nell'anno 929, essendosi confederato con Guaimaro Principe di Salerno, proccurò, colle armi già invasa, ritenersela per se, siccome per sette anni la ritenne.

Fu perciò in questi tempi varia la fortuna de' nostri Principi longobardi sopra i Greci: si guerreggiò sovente infra di loro, e presso Matera una volta ferocemente, ove Imogalapto Stratigò restò morto; ed i Greci ora perdenti ed ora vincenti, finalmente se bene ricuperassero dalle mani de' Longobardi la Puglia e la Calabria, non è però, come credette il Baronio[575], che ritogliessero a' Longobardi quella parte della Campagna, che bagna il Vulturno; poichè da' Principi di Benevento, insieme Conti di Capua, fu in questi tempi e da poi sempre ritenuta, come ben lo dimostra Camillo Pellegrino[576]. Così avvenne ancora, che i nostri Principi longobardi con gl'Imperadori greci Romano e Costantino, che a Lione VI succederono, ora furono inimici, ora amici e confederati e dependenti, rendendosi tali con ricevere da essi l'onore del Patriziato. Ben egli è vero ch'essendo ritornata sotto la dominazione de' Greci la Puglia e la Calabria, si restrinsero molto più i confini del Principato di Benevento e di Salerno, di quello che i nostri Principi longobardi tenevan prima, quando il Ducato di Benevento si estese tanto, che come s'è detto abbracciava quasi tutto ciò che ora è Regno di Napoli.

Il Principe Landulfo regnò insieme col suo fratello Atenulfo II, ventidue anni insino all'anno 932, fu da poi questo Principe discacciato, ed essendosi ricovrato in Salerno, fu da Guaimaro II, suo genero, accolto. Volle però Landulfo, che ne' diplomi si ritenesse e scrivesse ancora il nome di suo fratello scacciato; e perciò in questi tempi, essendo a Gregorio nel Ducato di Napoli succeduto Giovanni suo nipote, fu da costui rinovato il Concordato fatto nell'anno 911 tra il suddetto Gregorio con Atenulfo I, nel quale Concordato Giovanni Console e Duca, promette a Landulfo I e ad Atenulfo II, suo fratello, ancorchè questi si trovasse profugo in Salerno, e ad Atenulfo III, figliuolo di Landulfo I, di non inquietare il Principato di Benevento colle sue pertinenze, nè il Contado di Capua, nè Teano colle sue pertinenze, nè gli uomini di questi Stati, ma continuare fra essi una concorde amicizia: e così all'incontro promettevasi a questi Popoli una stabile e ferma pace, e di giudicare nelle loro cause _secundum legem Romanorum, aut Longobardorum_; e molti altri patti s'accordarono fra loro secondo le disposizioni delle leggi longobarde; donde, come altrove fu avvertito, si scorge chiaro, che sino da questi tempi presso questi Popoli la legge de' Longobardi era la dominante ed indifferentemente osservata. Notasi ancora in esso la subordinazione e dependenza, ch'ebbero sempre i Duchi di Napoli dagli Imperadori d'Oriente, poichè imperando in questi tempi Costantino e Romano in Costantinopoli, perchè per queste promesse e Concordati non si pregiudicasse dal Duca di Napoli in niente alla sovranità, che in questo Ducato vi ritenevano gl'Imperadori d'Oriente, si soggiunse dal Duca Giovanni: _Haec omnia vobis observabimus, salva fidelitate sanctorum Imperatorum._

Morto in Salerno nell'anno 933 Atenulfo II, Landulfo associò al Principato Atenulfo III, suo figliuolo ed un altro Landulfo pur suo figliuolo, che Landulfo II, diremo.

Morì Landulfo Seniore verso l'anno 943 lasciando per successori questi due suoi figliuoli. Ma nell'anno seguente 944 restò solo Landulfo II a regnare. Nè mai Benevento da Capua fu intorno all'amministrazione e governo separato, formando sempre appo costoro una sola Dinastia, ancorchè, per la lor sede che era in Capua, fossero stati appellati _Principes Beneventanorum, et Capuanorum_[577].

Il Principe Landulfo II, pur in sua vita associò al Principato nell'anno 959 due figliuoli, Pandulfo, che Ostiense e gli altri Scrittori chiamarono _Capo di ferro_ (di cui spesso ci tornerà far memoria per le sue famose gesta, e perchè nella sua persona s'unì anco il Principato di Salerno) ed un altro Landulfo, che perciò lo diremo III, li quali, morto Landulfo II, intorno all'anno 963 gli succederono nel Principato: ma Landulfo III, essendosi diviso col fratello, e toccatogli in sorte il Principato beneventano, fisse la sua sede in Benevento[578]; onde si videro un'altra volta divisi questi due Stati, in Benevento presidendo questo Landulfo, ed in Capua Pandulfo Capo di ferro. Ma da poi nel 969 essendo morto Landulfo III, ancorchè avesse lasciato un suo figliuolo Pandulfo II, nulladimeno Pandulfo Capo di ferro per l'impetuosa brama di dominare, aggiudicò il Principato di Benevento a se ed al suo figliuolo Landulfo IV, escludendone il suo nipote Pandulfo II, il quale però finalmente nell'anno 981, avendone discacciato Landulfo IV, lo ricuperò ed a' suoi posteri lo trasmise, come nel seguente libro diremo.

Nel Principato di Salerno intanto, per la morte di Guaimaro accaduta nell'anno 933[579], era succeduto Gisulfo suo figliuolo. Resse costui con varia fortuna lungamente il Principato; ed a' suoi tempi, secondo che narra Lione Ostiense[580], fu nell'anno 954 scoverto in Pesto città della Lucania il corpo dell'Appostolo Matteo, pure per revelazione del medesimo Santo; ed affinchè Salerno non avesse anche in ciò che cedere a Benevento, ove da Lipari fu trasportato quello di S. Bartolomeo, fu da Pesto trasferito il corpo di S. Matteo in Salerno. Venne a noi, non altrimente che quello, da parti lontanissime: quello dall'India, questo dall'Etiopia, dove patì il martirio: dall'Etiopia narrasi, che fosse stato trasportato fino nella Bretagna, indi in Pesto nella Lucania, e quindi in Salerno[581].

(A' tempi, ne' quali dimorò _Gregorio VII_, in Salerno, par che si fosse perduta la memoria di questo sacro deposito; poichè, secondo che narra _Paolo Bernriedense_, nella di lui vita _pag._ 240 fu scoperto nuovamente il corpo dell'Appostolo da _Gregorio_, del quale nuovo ritrovamento si fece tanta festa, scrivendo egli, pochi anni prima della sua morte, quella lieta e festevole lettera, che ora leggiamo ne' tomi de' Concilj del _Labbe, lib. 8 Ep. 3_. Ecco le parole del Bernriedense, il qual favellando del cadavere di Gregorio, che fu sepolto quivi vicino, scrisse: _Corpus ejus sepulturae traditum est apud B. Matthaeum Evangelistam, de cujus nova inventione laetabundam scripserat ante paucos annos Epistolam_).

Sentiremo ancora in Amalfi venerarsi il corpo di S. Andrea, ed in Ortona quello di S. Tomaso, e pregiarsi in fine molte città del Regno delle ossa e delle reliquie di quasi tutti i santi Appostoli.

CAPITOLO V.

_Politia ecclesiastica._

Non ricerchi alcuno una vera forma e faccia dello Stato ecclesiastico in questi tempi. La Chiesa era in uno stato compassionevole e in un orribil disordine ed in un caos d'empietà: furono scomunicati Papi da' loro successori, cassati gli atti, ed annullati i sacramenti ministrati da loro: sei Papi scacciati da quelli, che volevano mettersi in luogo loro; e due anche uccisi. Fu fatto Papa da Teodora, famosa meretrice romana, per la fazione che aveva in Roma, uno dei suoi pubblici drudi, che si chiamò Giovanni X. Fu anche fatto Papa in età di venti anni Giovanni XI, ch'era figliuolo bastardo di Papa Sergio morto diciotto anni prima. Papa Stefano VIII, fu da Alberigo fatto sfregiare nella faccia in tal maniera, che non si lasciò mai più vedere in pubblico. Nè i Papi erano più eletti dal Clero, ma la Sede di Roma era divenuta la preda della cupidigia e dell'ambizione. In breve, nacquero in questi tempi tali e tanti disordini ed inconvenienti, che tutti gli Storici convengono, non esservi stati Pontefici, ma mostri: ed il Cardinal Baronio scrisse, che la Chiesa allora stette senza Pontefice, non però senza Capo, restando il suo Capo spirituale Cristo in Cielo, che non l'abbandona.

Può ciascuno da se stesso giudicare, come fossero trattate le altre Chiese d'Italia, e quelle di queste nostre Province, considerando qual dee essere lo stato di tutte le membra nelle gravi indisposizioni del capo. Si è veduto in Capua Landulfo Vescovo insieme e Conte di quella città: in Napoli Attanasio Vescovo e Duca trattar l'arme, guidar truppe d'eserciti armati, far leghe co' Saraceni istessi contro il Papa e gli altri Principi cristiani, e mettere in iscompiglio queste nostre Province. Nè fuori d'Italia stavano meglio queste cose disposte: i Grandi davano i Vescovati a' loro soldati, ed ancora a' fanciulli d'età infantile: Eriberto Conte, zio d'Ugo Capete, fece suo figliuolo d'età di cinque anni Arcivescovo di Rems, e Papa Giovanni X, confermò quella elezione.

Non si mancò con tutto ciò nel decorso di questo nono secolo, e nel principio del decimo di stabilire de' canoni in vari Sinodi per far argine a tanto rilasciamento; ma il tutto in vano, e restarono senza successo e mal eseguiti. Alcuni Vescovi perciò ed eziandio alcune persone private si diedero a far raccolta di questi canoni; ma quasi tutti s'affaticarono sopra i libri penitenziali: surse il penitenziale di Teodoro, di Alitgario e di tanti altri[582]. Vi furono ancora alcune raccolte di canoni, come quella di Jarlando Crisopolitano, intitolata _Candela_: l'altra d'Isacco, soprannomato il Buono, Vescovo di Langres, di Erardo Vescovo di Tours e di Gualtero Vescovo d'Orleans; ma sopra tutte queste raccolte quella di Reginone Abate di Prom fatta nel 906 per comandamento di Ratbodo Arcivescovo di Treveri fu la più generale, che comprende tutta la legge ecclesiastica, e la più metodica, che si fosse veduta in questi tempi[583]; perciò Burcardo, Ivone di Sciartres ed altri compilatori de' canoni, che l'hanno seguito, se ne sono sovente serviti, e l'hanno quasi che trascritta nelle loro collezioni.

Ma se cotanto scadimento si vide nello Stato ecclesiastico, nella disciplina e nelle cose spirituali, non perciò fu punto scemato l'ingrandimento della giurisdizione e de' beni temporali. I Papi facevano valere la loro autorità non meno sopra i laici per le censure e per le dispense, che sopra i Metropolitani e sopra i Vescovi; fecero nuove disposizioni abbassando i diritti e preminenze de' Metropolitani e dei Vescovi, e vollero anche avere la soprantendenza di tutti gli affari ecclesiastici nelle loro Province e diocesi.

Si ricorreva spesso in questi tempi a Roma, non già per divozione, ma per ottener dispense d'ogni cosa; e l'ambizione e l'avarizia si copriva con la dispensazione appostolica: i divieti che si stabilivano dai canoni in tanti Concilj, servivano per far correre in Roma più gente per ottenerne dispensa; i gradi vietati per lo matrimonio furono stesi per ciò sino al quarto grado; e s'introdusse l'affinità spirituale fra 'l compare e la comare, il figliuolo e la bambina, che anche a' gradi più lontani fu estesa. Ma i Papi, essendo quali abbiam di sopra descritto, dispensavano ogni cosa, ancorchè fosse contro i canoni, e contro gli usi ecclesiastici, nè facevano distinzione di quello che potessero o non potessero, stimando aumento della loro grandezza ogni cosa, che fosse sostenuta da coloro, che vi ricorrevano: questi, se erano potenti, difendevano per loro interesse quello, che impetravano; il Popolo parte per sua semplicità, parte per lo terrore de' potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde si stabilì un'opinione, che di qualunque cosa subito, che si avesse la conferma da Roma, ogni errore passato fosse coverto.

Non pochi crederebbono, che la piccola cura la quale si vedeva nell'Ordine ecclesiastico delle cose spirituali, e 'l rilasciamento della disciplina, avesse fatto raffreddar il fervore de' secolari a donar alle Chiese, ed ai monasteri, e si fosse posto fine a nuovi acquisti degli Ecclesiastici; nondimeno non fu così, perchè quanto era diminuita ne' Prelati la cura spirituale, tanto più erano intenti a conservare i beni temporali; ed aveano convertito le armi spirituali della scomunica, che prima s'usava solamente per la correzione de' peccatori, a difesa delle possessioni temporali, ed anche per ricuperarle, se per caso la poca cura de' predecessori l'avesse lasciate perdere. Non si tennero Concilj a questa età, ne' quali, fra l'altre cose, non si pronunziassero delle scomuniche contro coloro che s'impadronivano de' beni della Chiesa, ovvero gli alienavano. Il terrore, che a questi tempi portavano al Popolo le censure, era tanto, che nessuna cosa metteva maggior spavento; ed era cosa mirabile, che i Capitani, ed i soldati, del resto scelleratissimi e senz'alcun timor di Dio, che usurpavano quello del prossimo senza alcun risguardo d'offendere S. D. M., guardavano con gran rispetto, per timor delle scomuniche, le cose della Chiesa. Da questo nacque, che molti di poco potere, desiderosi d'assicurar il suo dalle violenze, ne facevano donazione alla Chiesa con condizione, ch'ella glielo tornasse a dare in Feudo con una leggiera ricognizione. Questo assicurava i beni, che da' potenti non erano toccati, come quelli, il cui dominio diretto era della Chiesa: mancando poi la successione mascolina de' Feudatarj, come spesso avveniva per le frequenti guerre e sedizioni popolari, i beni ricadevano alla Chiesa. Quindi nacque la differenza tra' Feudi dati, ed _oblati_[584] di cui ben a lungo trattarono Struvio[585], Tomasio ed Erzio[586]. Quindi l'origine delle nostre papali _investiture_, di cui tratteremo a suo luogo, e quindi finalmente s'introdusse il costume di ricorrere non meno agl'Imperadori ed a' Principi, che a' Pontefici romani, affinchè per mezzo de' loro _precetti_, detti altramente _mundiburdj_, difendessero le possessioni poste sotto la lor protezione e custodia, minacciando agli invasori e perturbatori di quelle anatemi terribili, condennando le loro anime in compagnia con quella di Giuda traditore a pena eternale, a' sempiterni incendj dell'Abisso in mezzo a' più neri e tristi diavoli dell'Inferno; servendosi perciò di formole le più spaventose ed orribili.

In tante confusioni e disordini erano ridotti a questi tempi non meno lo Stato politico e temporale, che l'ecclesiastico di queste Province e di queste nostre Chiese, finchè non potendo più i nostri Italiani ed i Papi stessi soffrire tante calamità e miserie, si risolsero alla fine ricorrere agli ajuti d'Ottone Re d'Alemagna, il Regno del quale, siccome degli altri Ottoni suoi successori, saremo nel seguente libro a narrare.

FINE DEL VOLUME SECONDO.

TAVOLA DE' CAPITOLI CONTENUTI NEL TOMO SECONDO

LIBRO QUARTO pag. 5