Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 30
Ma non potè molto Guido godersi di tanta fortuna, perchè Berengario ritornato di nuovo in Vormazia, ove Arnolfo aveva fatto convocar una Dieta, tanto seppe adoperarsi, che dispose questo Principe a calar egli in persona in Italia per discacciar Guido, e riporre lui nel regno d'Italia; siccome per questa volta gli riuscì, perchè preso Bergamo, e dandosi da poi a lui senza molto contrasto i Milanesi, que' di Pavia e di Piacenza, e mandato Ottone in Milano, avo che fu del Grand'Ottone, di cui sovente ci accaderà far memoria, restituì Berengario nel regno, e Guido col suo figliuolo fuggendo verso Spoleto, furono dalle vincitrici sue armi inseguiti. E morto poco da poi Guido nell'anno 894, per un repentino vomito di sangue, potè Berengario assodarsi meglio nella sua sede; laonde fermatosi in Pavia, a ristabilir il suo Regno era tutto rivolto.
Ma per la morte di Guido, non per questo cessarono le contese in Italia: imperocchè quelli del suo partito, perseverando ostinatamente nell'impegno, si strinsero con più forti legami con Lamberto suo figliuolo, che in Spoleto erasi ritirato, ed offertogli il loro ajuto, contra Berengario lo sollecitarono.
Nè riuscirono vani i loro sforzi, perchè Berengario abbandonato da' suoi, e premuto da Lamberto, fu costretto lasciar Pavia, la quale tosto fu occupata da Lamberto, ove con gran giubilo de' suoi fu Re acclamato. Ma discacciato Berengario, ebbe costui nuovo ricorso ad Arnolfo, al quale anche era ricorso il Papa Formoso; e stimolato Arnolfo da questi due, fu alla perfine risoluto di calar egli di nuovo in Italia, ove giunto, prende Roma, ne discaccia Sergio e tutti i Sergiani, e dal Papa Formoso si fece nell'anno 896 coronare Imperadore, ricevendo dal P. R. il giuramento di fedeltà. Fu questi il primo Tedesco, che si vide Imperador d'Occidente, dopo i Franzesi e gl'Italiani; e si videro in breve tempo in Italia tre Imperadori, Guido, Arnolfo, e Lamberto, poichè Berengario fin ora fu solo Re d'Italia. Arnolfo perseguitò da poi Lamberto; ma dopo varie vicende, morto il Papa Formoso, e declinando il suo partito, ed all'incontro innalzandosi la fazion contraria, essendo stato eletto _Stefano VI_, questi sterminò il partito del Papa Formoso, ed annullando tutti gli atti fatti da lui, lo condannò come Simoniaco, e fu da' Sergiani il suo cadavere buttato nel Tevere. Dichiarò nulla l'elezione di Arnolfo in Imperadore, ed all'incontro unse Imperadore Lamberto; ma essendo poi divenuto debile il suo partito, fu Stefano da' Romani posto in prigione, dove fu strozzato sul fine dell'anno 900, ed eletto in suo luogo _Romano_. Costui rovesciò quanto avea fatto il suo predecessore, fece condennare e dichiarar nullo tutto ciò, che contro Formoso erasi fatto; ed avendo tenuto quella sede pochi mesi, succedutogli _Teodoro_, questi seguitando l'istessa carriera di Romano, restituì tutti coloro, che Stefano avea discacciati. Non fu mai veduta Roma in tanta confusione e sconvolgimento, che in questi tempi veramente deplorabili. Nè la Chiesa romana si vide in istato cotanto compassionevole, quanto ora, dove i Papi secondo i partiti si eleggevano, e tutti gl'Istorici convengono, ch'ella era in un orribile disordine; e l'istesso Cardinal Baronio dice, ch'era caduta sotto il dominio di due femmine dissolute, che mettevano sulla Sede di S. Pietro i loro drudi, indegni di portare il nome di Pontefici romani, e che perciò la Chiesa stette per molti anni senza Capo visibile, ma che da Cristo Signor Nostro, che non l'abbandonerà mai, era come suo Capo spirituale conservata.
Non minori furono le revoluzioni e' disordini tra' Principi del secolo. Reso grave l'Imperio di Lamberto agl'Italiani, ritornossi di bel nuovo alle sedizioni: fu ucciso Lamberto, e rialzato Berengario, il quale tosto occupò il regno. Ciascuno avrebbe creduto, che almeno ora que' del partito di Lamberto avesser dovuto por fine alle fazioni ed unirsi con Berengario; ma il successo si vide contrario ad ogni espettazione; poichè acciocchè non mancasse l'oppositore, posero in pretensione Lodovico, che regnava allora in Provenza, nipote dell'Imperador _Lodovico_ II, invitandolo che venisse in Italia, promettendogli, che se ne discacciava Berengario, l'avrebbero proclamato Re. Tosto calò Lodovico in Italia, discacciò Berengario, il quale in Baviera ricovrossi, ed essendo stato incoronato Re d'Italia dall'Arcivescovo di Milano, fu anche da poi acclamato Imperadore, e ricevuto con grand'apparecchio da Adelberto Marchese di Toscana.
Intanto Berengario mossosi da Baviera con potenti forze, tornò in Italia, pugnò contro Lodovico, lo imprigionò, e donandogli la vita, gli fece cavar gli occhi. Così rimase solo egli a regnare in Italia: e da poi da Giovanni X R. P. fu coronato Imperadore nell'anno 915. Non si fermò qui l'incostanza degli Italiani: annojati già della dominazione di Berengario, chiamarono _Rodolfo_ Re della Borgogna, e Re d'Italia contro Berengario lo acclamarono; onde infra questi due Principi s'accese aspra e crudel guerra; ed in fine Berengario fu dalle genti di Rodolfo ucciso in Verona. Ma Rodolfo potè poco godersi il Regno, perchè, secondo i disordini portavano e le intestine fazioni, gl'Italiani per dargli oppositore, chiamarono in Italia un altro Principe: fu questi Ugone conte di Provenza, nipote di Lotario Re della Lotaringia. Venuto in Italia, avendo fugato Rodolfo, tosto fu incoronato Re da Lamberto Arcivescovo di Milano nell'anno 926, riordina il Regno, e perchè potesse più lungamente durarvi, sbigottito dagli esempj de' suoi predecessori, si unisce con stretta amicizia con Errico Re di Germania e con Romano Imperadore d'Oriente. Associò da poi al regno Lotario suo figliuolo, affinchè vivendo egli potesse stabilirlo in Italia; ma tutti questi sforzi furono vani: fu richiamato di nuovo Rodolfo, ma questi per non esporsi a nuove vicende non volle venire. Nè perciò mancò a chi si ricorresse: fu elevato a queste speranze Berengario II, nato d'una figliuola di Berengario I, il quale acclamato dagl'Italiani, fu Re contro Ugone proclamato, contro al quale aveano conceputo odio implacabile. Lotario suo figliuolo deplorando l'infortunio di suo padre mosse finalmente i Milanesi a dover almeno accettar lui per sovrano; onde regnò per brevissimo tempo egli solo; ma morto indi a poco nell'anno 949 fu Berengario con Adelberto suo figliuolo Re d'Italia incoronato. Nè qui sarebbero finiti i travagli della misera ed afflitta Italia, se per ultimo gli Italiani spinti dalla tirannia di Berengario, e da miglior consiglio avvertiti, non fossero ricorsi, guidando ogni cosa il Papa, ad un Principe potente e glorioso, che scacciati questi più tosto Tiranni, che Re, dasse tregua a tanti mali: questi fu il Grande Ottone Re di Germania, i cui fatti gloriosi daranno occasione di spesso ricordarlo nel seguente libro di quest'Istoria.
Ecco in che lagrimevole stato giacque l'Italia per più di sessanta anni, da che mancato l'imperio nella stirpe maschile di Carlo M., da' Franzesi fu trasportato negl'Italiani: i quali nell'istesso tempo che abborrivano la dominazione degli stranieri, non sapevano però essi meglio governarsi. Nè vi era chi potesse darvi qualche ristoro, se dagl'Italiani non si fosse trasportata negli Alemanni in persona del Grand'Ottone.
I. _Stato di queste nostre province; e rialzamento d'Amalfi._
Intanto i nostri Principi longobardi ed i Greci che avevano in mano il governo di queste nostre Province, vedendo tutto andar in ruina, nè esservi chi potesse porre freno a' loro ambiziosi pensieri; non mancarono l'uno intraprender sopra l'altro. Il nome d'Imperadore d'Occidente o di Re d'Italia era per essi poco men che estinto, nè nulla di lor prendevan cura o ricevevan timore; quindi il potere degl'Imperadori d'Oriente, cessando quello degl'Imperadori d'Occidente, cominciò in quelle ad acquistar più accrescimento e le forze de' Greci a farsi più considerabili; quindi nacque, che i Greci avendo racquistata buona parte della Puglia e della Calabria, essendosi pure resi padroni di Benevento, tentassero anche di sorprender Salerno: quindi tutto il presidio per opporsi a' Saraceni, siccome prima lo riponevano in quelli d'Occidente, era riposto negl'Imperadori d'Oriente; e che i Principi stessi Longobardi si proccuravan il lor favore, e spesso gli richiedevano dell'onore del Patriziato, dignità in quei tempi maggiore che potesse mai darsi da' Greci: quindi, come s'è detto, Guaimaro Principe di Salerno per meglio assicurar i suoi Stati si fece dagl'Imperadori Lione ed Alessandro confermare il Principato in quella guisa, che a Siconolfo per la divisione fatta con Radalchisio era stato aggiudicato.
Lo stato delle nostre Province nel declinare del nono secolo era tale: il Principato di Benevento pur troppo ristretto ed impicciolito per li Principati di Salerno e di Capua, era in mano de' Greci, e governato da Giorgio Patrizio mandato dagl'Imperadori di Oriente, i quali ora solevano mandare in Benevento gli ufficiali a reggerlo. Ma i Greci per la loro alterigia e fasto, malmenando i Beneventani ridussero costoro a risolversi di scuotere il giogo, ed a discacciargli da quella città.
Il Principato di Salerno era governato da Guaimaro, del qual era stato assicurato dagl'Imperadori Lione ed Alessandro figliuoli di Basilio. Capua ubbidiva ad Atenulfo, il quale avendone scacciato Landulfo e Landone suoi fratelli, se ne fece Conte. Abbracciava il Contado di Capua in questi tempi (secondo che l'ignoto Monaco Cassinense[562], ed Erchemperto n'accertano) tutto ciò che da Caserta e Suessula in lungo si distende insino ad Aquino, e s'estese alle volte sino a Sora; la sua larghezza era da Cajazza insino a' lidi del Mar Tirreno, di qua e di là delle bocche di Linterno, Vulturno e Liri[563].
Buona parte della Puglia e di Calabria era passata sotto la dominazione de' Greci: alle cui città mandavansi i Patrizi, ovvero i Straticò per governarle. Gaeta col suo picciol Ducato a' Greci parimente s'apparteneva, i quali vi destinavano un Duca per reggerlo: lo resse nel 812 il Duca Gregorio, ed in questi tempi n'era Duca Docibile. Napoli col suo Ducato era con independente arbitrio governato da Attanasio, che n'era insieme Duca e Vescovo; ma i confini di questo Ducato si videro a questi tempi molto ristretti, per essersi Amalfi staccata da quello, governandosi da un Duca a parte, che riconosceva l'Imperadore greco per suo sovrano.
Amalfi, di cui alcuni non portano più antica origine, se non che fosse edificata intorno l'anno 600, prima era governata da' Prefetti annali; poi ebbe i suoi Duchi perpetui non altramente che Napoli; e divisa dal Ducato napoletano cominciò pian piano a stendere i suoi confini, ed a governarsi sotto un Duca in forma di Repubblica. Stese i suoi limiti da Oriente sino a Vico vecchio: da Occidente vicino al promontorio di Minerva, e da questo lato s'aggiunsero da poi l'isola di Capri e le due altre de' Galli. Lodovico Imperadore, prendendo la protezione degli Amalfitani contro i Napoletani, di che, come si disse, se n'offese Basilio, assegnò stabilmente ad Amalfi queste isole; quindi leggiamo, che Lodovico mandasse gli Amalfitani a liberar Attanasio Vescovo, ch'era stato fatto prigione da Sergio Duca di Napoli; e per questa ragione, anche per ciò che riguarda la politia ecclesiastica, l'Arcivescovo d'Amalfi, non già quello di Napoli, ebbe per suffraganeo il Vescovo di Capri. Verso settentrione abbracciava questo Ducato la città di Lettere, detta anticamente il castello di Stabia, con Gravanio Pirio, detto ora Gragnano, Pimontio ed il Casale de' Franchi, e da mezzogiorno Amalfi stessa, Scala, Ravello, Minori e Majuri, Atrani, Tramonti, Agerula, Citara, Prajano e Positano.
In decorso di tempo questo Ducato estolse tanto il suo capo, che resisi per la navigazione gli Amalfitani celebri per tutto Oriente, crebbero di forze e di grandi ricchezze: molte guerre perciò mossero e sostennero: s'assunsero il potere di stabilir leggi, che riguardavano i traffichi e' l commercio del mare: onde presso di noi ebbero quel medesimo vigore e forza, che presso i Romani la legge Rodia; e Marino Freccia[564] ci rende testimonianza, che tutte le controversie di navigazioni e di traffichi marittimi dalle leggi amalfitane erano decise. Ed a chi è ignoto la maravigliosa invenzione della bussola doversi a Flavio Gisia, nato in Positano picciol castello di questo Ducato? S'appropriarono ancora la regalia di coniar monete, le quali presso tutte le Nazioni d'Oriente si spendevano: onde renderonsi tanto celebri i tarini Amalfitani, dei quali fassi ancora memoria nelle nostre Consuetudini, ed in molte antiche carte. Dal Corpo loro eleggevano i Duchi, ancorchè dagl'Imperadori d'Oriente eran da poi confermati e fatti Patrizi. Assai più celebri e rinomati si renderono a' tempi de' Normanni, come nel corso di quest'Istoria si vedrà; e si goderono di questa libertà, insino che da Roberto Guiscardo intorno all'anno 1075, debellato Salerno, non fosse stato questo Ducato al suo Imperio aggiunto; ancorchè ritenessero ancora per molto tempo in appresso alcuni vestigi di questa cadente libertà.
Ecco fra quanti Principati e Governi era in questi tempi diviso ciò che ora è un sol Regno. Scorrendo poi da per tutto i Saraceni, che miseramente in ogni parte portavano desolazioni e ruine, non fu meraviglia, se col correr degli anni finalmente cedessero ad una potenza maggiore, per la quale debellati i Greci, i Saraceni ed i Longobardi, si sottoponessero a' forti e valorosi Normanni.
CAPITOLO IV.
_Del Principato di Benevento ritolto a' Greci; e come a quello si riunì il Contado di Capua._
I Beneventani, come si è detto, mal sofferendo l'aspro e duro governo, che d'essi faceva Giorgio Patrizio, si risolsero sottrarsi dal giogo de' Greci[565]: essi ch'erano avezzi a dominare, fremevano ora vedendosi in servitù; scrissero perciò a Guaimaro Principe di Salerno, che s'aveva sposata Jota sorella di Guido III Duca di Spoleto, che sollecitasse suo cognato a venire in Benevento con potenti forze, perch'essi si sarebbero dati a lui. Non fu questo Guido quegli, che aspirò all'Imperio, e che lungamente contese con Berengario, come gli altri si diedero a credere: fu questi figliuolo di Guido II, Duca di Spoleto, del quale fassi menzione in Erchemperto[566]: poichè siccome si è narrato, Guido Imperadore per un repentino vomito di sangue spirò l'anima nell'anno 894. E Giorgio fu scacciato da Benevento da quest'altro Guido nell'anno 896. Tosto dunque venne Guido in Salerno accompagnato da valorosi soldati, sotto il pretesto di veder sua sorella, e poi sotto Benevento portatosi con sufficienti forze, i Beneventani, che non ne volevano altro che questo, si diedero a lui, scacciandone Giorgio, al quale per cinquemila ducati donarono la vita: così i Greci perderono Benevento, dopo cinque anni che lo presero.
Tenne Guido il Principato di Benevento meno di due anni; poichè avendo fatto ritorno in Spoleto e distratto in altre imprese, deliberò cederlo a Guaimaro suo cognato: Guaimaro tentò d'occuparlo; ma non volendo i Beneventani per li suoi crudeli e pessimi andamenti, ammetterlo, ne avvisarono Adelferio Castaldo d'Avellino, affinchè in istrada gli tendesse aguato e frastornasse i suoi disegni: Adelferio lo sorprese di notte tempo, e cavatigli gli occhi, lo costrinse nell'anno 898 a ritirarsi in Salerno[567]. I Beneventani, ciò inteso, si risolsero restituire nel Principato Radelchi, dal quale gli anni a dietro l'aveano discacciato. Così dopo dodici anni fu Radelchi reintegrato in Benevento l'anno 898.
Ma perchè non era niente istrutto dell'arte del regnare, per la sua semplicità e dappocaggine, tornò, come altre volte, a perdere il Principato; poichè datosi in braccio di Virialdo, uomo crudele e che pessimamente trattava i Beneventani, tosto di nuovo ne fu scacciato. Egli stimolato da Virialdo diede l'esilio a molti Nobili beneventani, i quali ricovratisi in Capua ed ivi trattati splendidamente dal Conte Atenulfo, seppe tanto questo accorto Principe rendersegli benevoli, che questi cominciarono a pensare come potessero scacciare da Benevento Radelchi, ed innalzare a quel soglio Atenulfo: e se bene tra i conviti e tra i giuochi più volte i Beneventani gli avessero insinuato questo lor pensiero; Atenulfo fingendo ch'essi lo dicessero per burla, penetrando però a dentro la loro voglia, occultamente cominciò anch'egli a pensar i modi da poterne venire a capo.
Affinchè da quest'impresa non fosse distolto da Guaimaro Principe di Salerno, pensò unirsi con costui in istretto parentado, e per una ambasciata molto umile ed affettuosa con preghiere e scongiuri chiesegli per Landulfo suo figluolo la figliuola del Principe Guaimaro Seniore, protestando di voler essergli soggetto, siccome furono i suoi predecessori a' Principi di Salerno[568]; ma erano ributtate tutte queste preghiere per istigazione di Landulfo e Pandone, che scacciati da Capua da Atenulfo loro fratello, in Salerno eransi ricoverati: questi si opponevano milantando fra breve volerlo discacciare dalla sede, che ad essi aveva usurpato, e perciò non si dovesse con lui avere pace. S'univa ancora a costoro Jota moglie del Principe Guaimaro Seniore, la quale sdegnando di dare sua figliuola a Landulfo soleva dire, ch'ella nata di regal stirpe (poichè era figliuola di Guido II Duca di Spoleti) non poteva in conto alcuno imparentarsi con un suo suddito: diceva ella così, perchè i Conti di Capua prima erano soggetti a' Principi di Salerno, poichè nella divisione che si fece di questi due Principati, Capua andò compresa con quel di Salerno e non di Benevento.
Vedutosi perciò Atenulfo così deluso, ruppe ogni indugio, e non riuscitogli questo suo disegno, tentò unirsi con Attanasio Vescovo insieme e Duca di Napoli. Avea questo Duca una sua figliuola Gemma nomata: la chiese per Landulfo suo figliuolo, al che Attanasio tosto acconsentì, e per mezzo di questo legame si strinsero fra loro in una ben ferma e stabile pace[569].
Intanto crescevano i disordini in Benevento, e molti cittadini ancorchè non scacciati, volontariamente la propria lor patria, fuggendo, lasciarono, ed in Capua ricovraronsi; onde multiplicati i Beneventani in Capua cominciarono co' loro parenti ivi rimasi a maneggiare la congiura; ed avendo comunicato il tutto con Atenulfo, armati essi con pochi altri Capuani, che Atenulfo volle condur seco, celatamente si portarono in Benevento, ove coll'intelligenza di color di dentro, entrati di notte nella città la sorpresero, e cinto il Palagio ove era Radelchi, lo fecero immantenente prigione, ed intanto tutti i malcontenti e gli esiliati scorrendo per la città, unitisi in un tratto così i Nobili, come il Popolo, tutti unitamente salutarono Atenulfo loro Principe. Atenulfo vedutosi con tanta conformità di voleri innalzato a grado sì eccelso, non mancò dal suo canto portarsi con tutti con estrema mansuetudine ed umiltà, profondendo molti doni, perchè maggiormente stringesse a lui gli animi de' Beneventani: così Atenulfo da Castaldo ch'era, dopo avere tredici anni come Conte governata Capua, fu in quest'anno 900 fatto Principe di Benevento, unendosi con ciò nella sua persona il Contado di Capua al Principato di Benevento, e di due fattosi uno Stato in una medesima persona; con indignazione d'alcuni del partito di Radelchi, che mal soffrivano esser dominati da uno straniero, com'essi chiamavano Atenulfo, per non essere discendente, nè della stirpe degli antichi Duchi e Principi di Benevento.
Non divise Atenulfo questi Stati, ma si ritenne la stessa politia, nè da qui cominciarono i Principi di Capua, come alcuni credettero, o che perciò il Contado di Capua passasse in Principato: poichè Atenulfo, siccome i suoi figliuoli, furon Principi chiamati, perchè tennero il Principato di Benevento; e se alle volte in alcuni monumenti delle nostre antichità son detti Principi capuani, fu perchè così Atenulfo, come i suoi figliuoli Landulfo ed Atenulfo, che gli succederono, non lasciarono di tenere la lor sede in Capua, dove continuarono la loro residenza; per questo si fece, che tratto tratto secondo l'uso del volgo si cominciassero a chiamar Principi capuani, perchè dimoravano in Capua, ma non già perchè Atenulfo avesse istituito di Capua un nuovo Principato separato da quello di Benevento, siccome si vede chiaro dal concordato fatto tra Gregorio Duca di Napoli e Landulfo ed Atenulfo Principi, rinovato dopo nel 933 da Giovanni nipote di Gregorio, che al zio succedette, ove tra le altre cose si legge: _In toto Principatu vestro Beneventano cum omnibus suis pertinentiis: nec in toto Comitatu Capuano: nec in Teano cum pertinentiis suis_; ciò che ben pruova Camillo Pellegrino sopra l'Anonimo salernitano.
Atenulfo per istabilir con maggior fermezza il Principato nella sua maschile discendenza, associò tosto a quello nell'anno 901 Landulfo suo figliuolo, il quale da quest'anno insieme col padre lo governò; e dopo esser dimorato per qualche tempo in Benevento, fece ritorno a Capua, ove volle continuar la sua residenza, lasciando il governo di quella città a Pietro Vescovo della medesima, del quale però non potè molto lodarsi, perchè scovrì che costui per macchinazione d'alcuni Beneventani tentava con orribile infedeltà rendersi di quella Signore[570]; onde immantinente Atenulfo ritornato in Benevento, imprigionò i ribelli, e ne discacciò tosto il Vescovo, il quale pien di vergogna si ricovrò a Salerno sotto la protezione del Principe Guaimaro, che per far dispetto ad Atenulfo suo inimical l'accolse e lo provide di ciò che gli era necessario. Per questa cagione la città di Benevento cominciò pian piano a scadere dal suo splendore; perchè la sede de' suoi Principi trasferita in Capua, fecegli molto perdere della sua maestà, e che poi devastata da' Saraceni perdesse ogni pregio ed eminenza; ed all'incontro avvenne che Capua cominciasse a risorgere e si rendesse più sublime.
In questi medesimi tempi ancora accaddero in Salerno disordini grandissimi; poichè i Salernitani male sofferendo l'aspro e crudel governo che d'essi faceva Guaimaro, da poi che da Adelferio Castaldo d'Avellino gli furon cavati gli occhi, tumultuarono apertamente, e ricorsi tutti a Guaimaro suo figliuolo, strepitando ch'essi non potevan più soffrire la crudeltà del suo padre cieco, volevano lui per loro Signore, e così detto, lo presero, e portatolo dentro la chiesa del Beato Massimo, proclamarono Guaimaro per loro Principe[571]; così avendo nell'anno 901 deposto il padre crudele, lungamente sotto il placido governo di suo figliuolo vissero tutto giolivi e festanti: onde è che nelle Cronache de' Principi di Salerno, il primo Guaimaro vien chiamato _malae memoriae_, ed il secondo suo figliuolo _bonae memoriae_, non altrimente che presso i Normanni fu detto Guglielmo il Malo e Guglielmo il Buono.
I. _Nuove scorrerie de' Saraceni, e ricorsi per ciò fatti agl'Imperadori d'Oriente._