Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 29
Sopra tutti gli altri Imperadori d'Oriente, non vi fu chi tante Costituzioni promulgasse, e molte cose innovasse, quante Lione VI figliuolo di Basilio. Questi fu un Principe amantissimo delle buone lettere, il quale per lo studio e somma perizia delle leggi, dell'istoria e della filosofia, acquistossi, ad imitazione d'Antonino, il cognome di Filosofo. Si contano di questo Imperadore 113 Novelle divolgate intorno l'anno 890, che Agileo trasportò nella latina favella; ma quasi tutte non ebbero altro uso, nè altra autorità che ne' Tribunali di Costantinopoli, e moltissime nei tempi stessi di Lione andarono in disuso[540]. Restano di questo Principe molti monumenti della sua dottrina e del suo amore verso le buone arti, come sono i tanti libri che compose, e che sottratti dall'ingiuria de' tempi, lungo tempo nella Biblioteca Palatina ed in quella di Costantinopoli si sono serbati. Egli scrisse molti libri dell'Apparato e Disciplina militare, che meritarono esser trasportati nella lingua latina ed italiana: un libro della Caccia, vari Oracoli e Vaticini di Roma e di Costantinopoli, ed alcune Operette teologiche ed istoriche; ma soprattutto la maggior sua cura ed applicazione fu intorno allo studio delle leggi, perchè emulo di Giustiniano, ciò che questi fece a Teodosio il Giovane, volle render a lui per le nuove compilazioni e per li suoi _Basilici_ e _Promptuari_, che insieme con Basilio suo padre, per oscurar in tutto la fama di Giustiniano, ridusse in miglior ordine ed in più nobile forma[541].
Il primo adunque (per venire alla seconda cagione dello scadimento de' libri di Giustiniano) che vie più interruppe il corso alla legge di Giustiniano per mezzo di nuove collezioni, fu Basilio Macedone. Basilio essendo stato con istrano esempio di fortuna nell'anno 866 acclamato Imperadore, fu un Principe d'animo grande, il quale avendo più volte debellati i Saraceni, ristabilì colla sua prudenza l'Imperio, ch'era stato ruinato da Michele suo predecessore; ed avendo associato all'Imperio Costantino, e nominati Cesari Lione ed Alessandro suoi figliuoli, diede poi nell'anno 879 il titolo d'Imperadore a Lione. Avendosi per le sue magnanime imprese acquistata gran fama, entrò nei disegno di emulare la gloria di Giustiniano, e per mezzo di nuove compilazioni oscurare il suo nome ed i suoi libri: ordinò per tanto nell'anno 870 (associando anche a quest'opera Costantino e Lione suoi figliuoli) che si compilasse un Prontuario, ovvero, come i Greci lo chiamarono _Prochyron_ di leggi, nel quale si restringessero in breve da molti volumi, i fonti più principali della legge, onde derivavano i rivoli minori. Secondo ciò che testifica Armenopolo[542], era ristretto in quaranta Titoli, non in sessanta come Cujacio scrisse; e fra i Codici manuscritti leggesi ancor oggi nella Biblioteca Vaticana, dove dalla Palatina fu trasportato. Corre sotto il nome, ora di Basilio, di Lione e di Costantino, ora sotto il nome di Lione e Costantino solamente, ed ancora sotto il solo nome di Lione, con varie e diverse prefazioni; onde è molto probabile, che da Lione il Filosofo fosse quest'opra di Basilio ritrattata ed in miglior forma ridotta.
Non soddisfatto Lione d'aver in miglior forma ridotto il _Prochiro_ di suo padre, e d'aver empiuto l'Oriente di tante sue Novelle, diede fuori anche gli Epitomi della legge, opera assai elegante, la quale componevasi di pure definizioni e di regole; ma maggior fu il suo studio e pensiero nella fabbrica de' _Basilici_: fu questa grand'opra compilata intorno l'anno 886, distinta in sessanta libri, e per maggior comodità divisa in sei volumi. Narra Cedreno essersi cominciato questo lavoro da Basilio, ma il suo compimento lo ricevè da Lione suo figliuolo, il quale per opra di Sabbaticio Protospataro (forse colui, che come dicemmo, venne in queste nostre parti mandato dall'Imperadore per discacciare i Saraceni) la fece promulgare, come dopo Matteo Blastare, scrisse Antonio Augustino.
Ciò che si fece in questa nuova compilazione non fu altro, se non che serbandosi per lo più l'istesso ordine delle leggi tenuto da Giustiniano, prendendosi anche la materia da' suoi libri, da' suoi tredici editti e dalle Costituzioni Novelle così sue, come de' seguenti Imperadori sino a Basilio; si risecò tutto quello, che fu reputato soverchio, e fu tolto quel che per l'uso de' tempi posteriori era andato in desuetudine; ed all'incontro aggiunto ciò che per le nuove Costituzioni de' seguenti Imperadori era stato stabilito: per la qual opera in sei volumi racchiusa, ed in 60 libri divisa ne sorse un nuovo corpo di leggi, _Basilici_ detto, che in greca lingua distesero: in maniera, che ciò che Giustiniano di ciascuna materia separatamente aveva trattato in più libri, cioè nelle Istituzioni, nelle Pandette, nel Codice e ne' libri delle Novelle, fu collocato sotto un medesimo titolo, serbandosi però quasi l'istesso ordine, che a Triboniano piacque tenere intorno alla disposizione delle materie.
Questi furono i Basilici, e si dissero _Priori_, perchè la faccenda non finì qui; poichè Costantino VIII figliuolo di Lione cognominato Porfirogenito volle pure intorno a questo soggetto impiegar la sua cura e la sua maggior applicazione: non meno di suo avo e di suo padre fu mosso Costantino da stimoli di gloria, e col medesimo disegno di abolire affatto la memoria de' libri di Giustiniano[543]. Egli nella giurisprudenza e nell'istoria volle di se dar saggio d'uomo, a cui le lettere erano sommamente a cuore. Ritrattò l'opra de' Basilici, l'emendò in molte sue parti, e nell'anno 920 ne fece dar alla luce del Mondo un'altra di repetita prelezione più espurgata e corretta, e volle esserne riputato egli l'autore, e che de' Basilici Priori non più se ne avesse conto, ma che nel Foro e nelle Scuole, questi suoi, che perciò si dissero _Posteriori_, avessero tutto il vigore, ed andassero per le mani dei studiosi e de' Causidici d'Oriente. In effetto questa nuova compilazione de' Basilici fu nell'Oriente conosciuta, e rimase per fondamento del Jus greco insino alla fine dell'Imperio de' Greci[544], e fu riputato Costantino per primo autore de' medesimi, siccome dopo Luitprando riputollo Erveo. Questi furono sempre riputati i veri libri de' Basilici, a' quali l'istesso Costantino ha fatto precedere un nuovo _Prochyron_, ovvero introduzione, la quale oggi giorno si vede; e sono quelli, che dopo il corso di tanti secoli per l'industria e diligenza d'alcuni benemeriti della nostra giurisprudenza, prima da Genziano Erveo, ed ultimamente con maggior accuratezza da Annibale Fabrotto furono a noi restituiti[545], e sopra i quali gl'Interpreti greci posero il loro studio in commentargli ed illustrargli per mezzo delle loro insigni fatiche.
Non minor fama acquistossi questo Principe per l'altre famose sue opere, che pur oggi ci restano intorno all'istoria, avendo fatto raccorre in un corpo tutti gl'Istorici, disponendogli per 53 luoghi comuni, ancorchè l'istoria di Porfirogenito, come fu consueto stile de' Greci, in molte parti si reputi favolosa, siccome in più luoghi di questi nostri libri si è potuto vedere.
S'affaticarono intorno a questi Basilici molti Interpreti greci, in maniera che essi ebbero in Oriente non minor turba di Commentatori greci, che i libri di Giustiniano, da poi che furono risorti in Occidente, ebbero di Commentatori ed espositori latini. Cujacio ne annovera moltissimi, Stefano, Niceo, Taleleo, Isidoro, Eustazio, Eudossio, Calociro, Sesto, Callistrato, Lione, Foca, Modestino, Domnino, Gobidas, Cumno, Giovanni, Agioteodoreto, Doxapater, Gregorio, Garidas, Bestes, Bafio e Teofilo: a' quali Freero aggiunge Patzo, Teofilitzen, Fobeno, Teodoro Ermopolita, Demetrio e Carlofilace. In quali precisi tempi questi fiorissero non può dirsi cosa di certo. Contuttociò se voglia numerarsi Taleleo tra i Giureconsulti, che commentarono i Basilici, bisognerà dire, che fosse questi un altro Taleleo, e non quegli che molto prima fiorì a' tempi di Giustiniano, della cui opera, come si è da noi altrove detto, si valse nella fabbrica delle Pandette.
Così ancora un altro Stefano bisogna che fosse questi, e non già quegli, che per comandamento dell'istesso Giustiniano sparse i suoi sudori intorno a' Digesti, i quali anche furono da lui tradotti in greca favella; nè questi Teodoro e Isidoro potevan esser quelli, che molto tempo prima furono da Giustiniano impiegati tra que' diciassette alla fabbrica de' latini Digesti.
Molto meno quel Teofilo, che insieme con Triboniano e Doroteo compose l'Istituzioni: e quel Foca, uno che fu de' dieci preposti alla fabbrica del latino Codice. Di Callistrato e Modestino non accade por dubbio, ciascun sapendo, che questi Giureconsulti fiorirono molto tempo prima di Giustiniano istesso, non che del Porfirogenito. Per la qual cosa se non si dirà, che furono più Giureconsulti in diversi tempi co' medesimi nomi, non possono certamente questi annoverarsi tra gl'Interpreti de' Basilici: ancorchè alcuni di essi si fossero prima affaticati intorno a' volumi di Giustiniano trasportandogli nella greca favella, siccome (se dee prestarsi fede a Matteo Blastares rapportato da Antonio Angustino)[546] fece Stefano delle Pandette, oppure Taleleo, secondo che credono Suarez[547] e Struvio[548], e siccome Taleleo stesso fece del Codice; l'esempio de' quali imitarono poi Cirillo nei Digesti, Teodoro nel Codice, e Teofilo nelle Istituzioni.
Oltre di questi, ne furono altri d'incerto nome: fuvvi l'Anonimo, Basilico, che Cujacio crede esser l'Interprete del medesimo contesto de' Basilici, Evantiofanes, cioè il Conservatore delle leggi fra lor discordi, ovvero dell'antinomie, che il Vescovo Vasionense crede esser Fozio, il quale nel suo Nomocanone scrive aver composto un simil libro[549].
Autore di quella diffusa parafrasi, che va sotto nome d'Indice, Cujacio crede esser Doroteo; ma Gotofredo stima esser quella opera di diversi, di Basilico e di Bafio, di cui Costantino si valse, ed appo cui non fu riputato meno, che Triboniano appresso Giustiniano, il quale molte cose a quell'Indice aggiunse.
Fu per tanto appresso i Greci, non meno di quello, che fu da poi presso a' Latini, lo studio delle leggi de' Romani in Oriente coltivato. Perciò infra di loro sorsero molti a commentarle ed a variamente interpretarle, poco curandosi de' divieti di Giustiniano, che non permise altro, che le versioni in lingua greca e' Paratitli, alcuni vi aggiunsero scolj, parafrasi e glose: altri ancora non s'astennero di caricarle di pienissimi commentarj; ma i monumenti di queste loro opere non han per noi veduta mai la luce del giorno, e la maggior parte delle medesime, o dal tempo sono state a noi involate, o pure oggi si serbano tra le Biblioteche de' Principi e d'altri uomini eruditi. Quelle opere, che divolgate vanno ora per le mani degli uomini, sono il Nomocanone di Fozio Patriarca di Costantinopoli, il quale quasi in quest'istessi tempi fu dato fuori alla luce nell'anno 877, e diviso in 14 titoli, a' quali Teodoro Balsamone aggiunse i suoi scolj.
Evvi l'_Ecloga_ de' Basilici, che _Sinopsi_ ancora da alcuni è chiamata: alcuni presso Cujacio[550] suspicano esserne stato autore Romano il giovane figliuolo di Porfirogenito e nipote di Romano Lecapeno, che imperò circa l'anno 962. Fu quest'opera ritrovata da Giovanni Sambuco nel nostro Taranto[551], città ai tempi di Romano a' Greci sottoposta. In Otranto parimente per la medesima cagione, narra Antonio Galateo[552], che Niceta Filosofo Otrantino, poi Monaco di S. Basilio, dalla Grecia raccolse molti Codici, e ne arricchì la Biblioteca di quel monastero, che posto sotto la regola di S. Basilio, non molto lontano da Otranto, si rese in queste nostre parti assai chiaro e cospicuo.
Giovanni Leunclavio fece imprimere questa Ecloga in Basilea l'anno 1575, e tradussela in lingua latina; e Carlo Labbeo v'aggiunse le emendazioni ed osservazioni[553]. Presso a Leunclavio[554] stesso si legge ancora un'altra _Sinopsi_ di Michele Attaliates Proconsole e Giudice, fatta nel 1070 per ordine di Michele Duca Imperadore, che va attorno sotto il nome di Prammatica. Poco da poi nell'anno 1071 Michele Psello illustre per la perizia delle leggi e della filosofia compose un'altra Sinopsi in versi politici, che al medesimo Imperador Michele dedicolla.
Finalmente Costantino Armenopolo Giudice Tessalonicense intorno l'anno 1143, imperando Emanuel Comneno, diede fuori l'Epitome delle leggi civili, che prima in greco si fece stampare in Parigi nell'anno 1540 da Adamo Suallembergo; fu poi tradotto in latino, ed impresso nell'anno 1547 e 1549 da Bernardo Rey, e di nuovo da Giovanni Mercero in Lione nell'anno 1556 serbasi ancora manoscritto nella Biblioteca Vaticana e nella Palatina[555].
Cujacio anche a tutti questi aggiunse il trattato di Eustazio Antecessore _de Temporum intervallis_, che tra le sue opere vedesi impresso. Antonio Augustino, Freero ed altri ci diedero la notizia di consimili altri scritti di Greci[556]; e Leunclavio ci diede molte leggi militari, rustiche e nautiche, siccome Carlo Labbeo i Paratitli.
Da che si raccoglie, che nell'istesso tempo, che in Italia appo i Latini lo studio delle leggi romane per le incursioni de' Saraceni e d'altre Nazioni, e per le discordie de' nostri medesimi Principi era ito in bando, all'incontro i Greci lo coltivarono con somma diligenza insino agli ultimi tempi, che Costantinopoli passò sotto Nazioni barbare, e che l'Imperio d'Oriente patì l'ultimo eccidio. E se bene le loro fatiche non le impiegarono sopra i libri di Giustiniano, non è però, che non lo facessero sopra le altre compilazioni fatte da poi ad emulazione del medesimo, la cui materia trassero da' libri suoi, ancorchè non poco ne togliessero e molto più vi aggiunsero.
Per queste cagioni avvenne, che se bene il Ducato napoletano e molte altre città marittime di queste Province si mantennero lungamente sotto l'Imperio dei Greci, contuttociò non fossero stati i libri di Giustiniano ricevuti; e se ne' tempi di Lotario II Imperadore si trovarono le Pandette in Amalfi, non fu perchè ivi come città un tempo del Ducato napoletano, e soggetta agl'Imperadori d'Oriente, fossero state riputate come Corpo delle loro leggi, per le quali gli Amalfitani si governassero, ma si trovarono in quella città per l'occasione delle spesse navigazioni, che gli Amalfitani facevano in Costantinopoli, da poi che per l'eccellenza dell'arte nautica e per li continui traffichi si fecero conoscere per tutto Levante; poichè in altro modo, siccome di loro non vi era rimaso vestigio nell'altre città di queste province ai Greci soggette, il medesimo sarebbe avvenuto in Amalfi; e quel che dice il Summonte e con maggior asseveranza Francesco de' Pietri, che ancora in Napoli furono trovate le Pandette, è una bugia così sfacciata, ch'è gran maraviglia, come si possa trovare in un uomo fronte tanto dura, che senza appoggio d'alcuno Scrittore, che lo dicesse, non abbia un poco di rossore di francamente affermarlo. Solamente per le Epistole di Ivone Carnotense e dal Decreto di Graziano possiamo dire, che in Francia nel decimo ed undecimo secolo, se ne vedesse andar attorno qualche altro esemplare, allegando sovente Ivone nelle sue Epistole[557], e Graziano nel suo decreto i Digesti non meno, che le Istituzioni, le Novelle ed il Codice[558]. In queste nostre province, che ora compongono il Regno, prima del loro rinvenimento in Amalfi, furono a questi tempi ignoti; e presso a' nostri Principi longobardi le leggi loro erano le dominanti, nè delle romane s'ebbe altro riscontro, se non quanto per tradizione era rimaso tra i provinciali, e quanto dal Codice di Teodosio, emendato per Carlo M., potevano raccorre.
Egli è però verisimile, che più tosto nell'ultima Calabria s'avesse qualche uso de' Basilici, e dell'opere di que' greci Giureconsulti poc'anzi annoverati; giacchè in Taranto, Giovanni Sambuco ritrovò l'_Ecloga_ de' Basilici, ed il Galateo n'accerta, che in Otranto nel monastero de' Monaci di S. Basilio molti libri greci furono, anche dopo espugnata Costantinopoli, trovati e trasportati da poi in Roma nella Biblioteca Vaticana; ond'è da credere che in Napoli e nell'altre città a' Greci sottoposte, avessero tenuta più forza le Novelle Costituzioni promulgate dopo Giustiniano dagli ultimi Imperadori d'Oriente, e queste loro ultime compilazioni, onde formossi il _jus Greco_, che i libri di Giustiniano, e che forse le Consuetudini napoletane da queste ultime leggi de' Greci, non già dall'antiche (come suspicò il Summonte) traessero la loro origine, siccome, quando ci tornerà occasione di favellare della compilazione delle medesime, noteremo.
Ciò si dice in riguardo della condizione di questi tempi, ne' quali i Greci aveano racquistata maggior forza in queste province; poichè essendosi da poi indebolite presso di noi le loro forze, e particolarmente nel Ducato napoletano, ov'eravi rimasa solamente una ombra dell'autorità degl'Imperadori d'Oriente, osservandosi che i Duchi con pur troppo independente arbitrio governavano questo Ducato; e molto poi quando i Normanni vi comparvero, da' quali furono finalmente i Greci discacciati; allora non si tenne più conto di costoro, e molto meno delle loro leggi; ed i Napoletani pur troppo a' Longobardi vicini, s'adattarono alle loro leggi ed alle antiche romane, non già alle greche, siccome fecero tutte l'altre Province, ond'ora si compone il Regno; poichè essendo stati i Greci discacciati da' Normanni, e ritenendo questi le leggi longobarde, vollero che in tutti i luoghi si osservassero non meno le romane, che le longobarde, dando a queste maggior autorità e vigore. Anzi si vide, che prima della venuta de' Normanni, nella pace fatta nell'anno 911 tra Gregorio Duca di Napoli con Atenulfo Principe di Benevento, rinovata da poi nell'anno 933 dal Duca Giovanni suo nipote con Landulfo I, fu infra l'altre cose accordato, che nelle cause o discordie, che potessero mai sorgere tra' Longobardi e Napoletani, si giudicasse _absque omni dilatione secundum legem Romanorum, aut Longobardorum, absque malitiosa occasione_[559]. Siccome praticavasi nell'altre Province e città del Regno, nelle quali non meno le romane, che le longobarde erano da' provinciali nelle loro contese osservate, leggendosi presso Lione Ostiense[560], ch'essendo intorno l'anno 1017 insorta lite avanti il Principe di Capua tra 'l monastero di M. Cassino co' Duchi di Gaeta e Conti di Trajetto, intorno al dominio di alcune terre e di alcune selve ne' confini d'Aquino; fu da' Giudici, che intervennero nella cognizione di tal causa giudicato a favore di M. Cassino _tam ex Romanis legibus, quam ex Longobardis_. E da due libelli, ovvero notizie di due sentenze profferite a' tempi de' Normanni, il primo dell'anno 1149 sotto il Re Roggiero, ed il secondo dell'anno 1171 sotto il Re Guglielmo, i quali pure dobbiamo alla diligenza di Camillo Pellegrino[561], si vede, che la legge longobarda era da tutti abbracciata, e secondo quella si giudicavano le cause, dandosi l'ultimo luogo alla romana; ciocchè da poi anche sotto Principi d'altre Nazioni, che ressero quel Regno, fu per lungo tempo osservato, come nel corso di quest'Istoria negli opportuni luoghi anderemo notando.
CAPITOLO III.
_Il Regno d'Italia da' Franzesi passa negl'Italiani. Maggiori rivoluzioni perciò accadute in queste nostre province; e rialzamento del Ducato d'Amalfi._
Morto Carlo il Grosso senza lasciar di se prole maschile, risoluti i Principi italiani di non far uscire dalle loro mani il Regno d'Italia ed il titolo d'Imperadore, posero ogni lor cura di farlo cadere nelle loro persone: sopra gli altri Berengario Duca del Friuli, e Guido Duca di Spoleto, ambedue di forze uguali, ed ajutati da numerosi partiti aspirarono al Regno: non potè tentarlo il nostro Principe di Benevento, siccome in altri tempi assai meglio di loro avrebbe potuto eseguirlo, essendosi veduto in quanta declinazione fosse il suo Principato, che diviso in tante parti, avea patito tante calamità e disordini. Berengario adunque e Guido, affinchè tra di loro non nascesse disordine, e l'uno non impedisse l'altro nei loro disegni, si proposero due differenti imprese: Berengario d'invadere l'Italia, e Guido la Francia. Adunque morto Carlo, Berengario ajutato da' suoi tosto senz'alcun contrasto occupò il Regno d'Italia, poichè i Franzesi sostituiron tosto Eudone Conte di Parigi tutore di Carlo il Semplice, che poi fu Re di quel Reame; onde Guido vedendosi escluso, tornatosene in Spoleto cominciò a pensare come potesse scacciarne Berengario, il quale già pacificamente entrato in Pavia s'avea fatto, secondo il costume, incoronare da Anselmo Vescovo di Milano, avendo in quella città collocata la sua sede Regia, siccome i suoi predecessori avevan fatto. Guido intanto, avendosi proccurato il favore del Pontefice e de' Romani, accresciuto anche di numeroso partito, si fece da' suoi contro Berengario salutar Re d'Italia. Così con pessimo e pernizioso esempio si vide l'Italia divisa in due partiti, ed i Popoli divisi in contrarie fazioni due Re riconobbero. Ancorchè la causa di Berengario fosse più giusta, nulladimeno il partito di Guido per lo favore del Pontefice e de' Romani s'accrebbe assai, onde posta in piedi una potente armata, uscito da Spoleto fu tutto inteso a scacciar il nemico di sede. Fu guerreggiato per ambedue ferocemente, e dopo i successi di dubbia guerra, fu finalmente Berengario rotto e costretto a sgombrar dal Regno. Guido entrato in Pavia, nell'anno 890 con molta facilità s'insignorì di tutta la Lombardia, ed essendo stato acclamato da tutta Italia, fu portato nel seguente anno 891 anche alla sede Imperiale; poichè venuto in Roma fu da Stefano R. P. incoronato Imperadore, ed Augusto proclamato. Così dopo tanti ravvolgimenti si vide l'Imperio nelle mani degl'Italiani; e Guido riconoscente di così segnalati servigi, narrasi, che avesse confermato al Pontefice tutte le donazioni ed i privilegi, che Pipino, Carlo M., e Lodovico Pio aveano conceduto alla Chiesa romana.
Fu allora, che tornato in Pavia, secondo il costume degli altri Re d'Italia, avendo convocato gli Ordini ecclesiastici e de' Nobili, molti privilegi alle Chiese e città concedette; e per istabilire in più perfetta forma lo stato del suo Regno d'Italia, molte leggi in Pavia in questo anno 891 nel mese di maggio promulgò. Di Guido Imperadore ci restano ancora oggi nel volume delle leggi longobarde altre sue leggi, che i compilatori delle medesime vollero anche in quel volume unire, siccome quelle che furono da lui stabilite come Re d'Italia, le quali ebbero nella medesima tutta la lor forza e tutto il lor vigore; una se ne legge nel libro primo sotto il titolo _De Convitiis_; un'altra nel medesimo libro nel titolo _De Invasionibus_; l'altra nel libro secondo nel decimo titolo; un'altra nel medesimo libro sotto il titolo _De Successionibus_; e due altre nel libro terzo sotto il duodecimo e terzodecimo titolo.
Per la morte accaduta in quest'istesso anno 891 di Stefano V R. P. s'accrebbero in Italia e Roma maggiori sconvolgimenti, perchè eletto in suo luogo Sergio, altri del partito contrario elessero Formoso; e siccome Guido favoriva il partito di Sergio, così all'incontro Berengario s'era dichiarato per Formoso. Era Berengario ricorso agli ajuti di Arnolfo Re di Germania, figliuol naturale di Carlomanno, dichiarato parimente per lo Papa Formoso, perchè unite le sue forze alle proprie gli ricuperasse il Regno; e questo Principe che aspirava all'Imperio d'Occidente, ricevè l'occasione con piacere, e mandò in Italia Zuendebaldo suo figliuolo con potente armata; ma niente poterono questi sforzi contro Guido, perchè dopo varj incontri, rimaso sempre perditore, bisognò che alla perfine Zuendebaldo, abbandonando l'impresa, in Germania facesse ritorno, e Guido per questa vittoria tutto altiero associò seco all'Imperio Lamberto suo figliuolo.