Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 28

Chapter 283,566 wordsPublic domain

Ma più gravi e lagrimevoli furono le calamità di Salerno, la quale più volte invasa da' Saraceni, sostenne le più crudeli stragi e scorrerie non mai intese, tanto che furon più volte obbligati i suoi cittadini colle intere lor famiglie andar cercando ricovero altrove. Non bastarono i Saraceni solamente, ma a loro danno s'unirono anche i nostri Principi medesimi, e sopra tutto il nostro Duca di Napoli Attanasio, il quale unito con que' Barbari devastò tutto il suo paese, riducendo il Principe Guaimaro, che a' Guaiferio suo padre era nel Principato di Salerno succeduto nell'anno 880, in tali angustie, che per far argine a tante inondazioni, non bastando le proprie forze, fu da dura necessità costretto di ricorrere insino ad Oriente agli aiuti degl'Imperadori Lione ed Alessandro figliuoli di Basilio, da' quali fu opportunamente soccorso[527]: ed oltre a ciò, gli spedirono una bolla d'oro, rapportata anche dal Summonte[528], colla quale gli confermarono il Principato di Salerno nella guisa appunto, che era stata fatta la divisione tra Siconolfo e Radelchisio[529].

Non fu veduto al Mondo uomo più perfido ed infido di questo Attanasio, il quale, ora facendo lega co' Saraceni, ora distaccandosene secondo il bisogno, pose in iscompiglio queste nostre province; quando i Saraceni inondavano i Principati vicini, e con felicità portavano le loro armi da per tutto, egli per ispegnere l'incendio, che vedeva negli altrui Stati, temendo che non s'inoltrasse infino alla propria casa, proccurava unirsi co' Principi vicini con dar loro soccorso: quando poi per qualche strana rotta data loro da' Greci o dai Principi longobardi, mancava il timore, s'allontanava da questi e riunivasi co' Saraceni. Così una volta accadde, che tenendo in quartiere molte schiere di Saraceni alle radici del Vesuvio, mandò sin in Sicilia a chiamar Suchaim Re, perchè facendosi de' medesimi Capo gli guidasse; ma essendogli avvenuto da poi, che costui cominciò a devastar il proprio paese, e a fare a' Napoletani oltraggi e danni insopportabili, commosso da sì fiero turbine, tosto pensò d'unirsi e far lega con Guaimaro Principe di Salerno e con li Capuani per discacciargli, siccome in fatti gli riuscì. Narra Erchemperto[530], che in quest'incontro fu punto Attanasio da' stimoli di coscienza, e che pensasse far questa lega per discacciargli, affinchè anche per sì pietosa impresa potesse meritar dal Papa l'assoluzione dalle censure, delle quali egli e Napoli sua città, sin dal mese d'aprile dell'anno 881 era stato legato.

Così per l'ambizione e per le gare de' nostri Principi, non videro queste province, che ora compongono il Regno, tempi più calamitosi di questi, ne' quali erano combattute insieme e lacerate non men da' propri Principi, che da straniere nazioni. Pugnavano insieme i Beneventani, i Capuani, i Salernitani, i Napoletani, gli Amalfitani ed i Greci; e quando questi stanchi de' propri mali cessavano, eran sempre pronti ed apparecchiati i Saraceni, i quali sparsi da per tutto, ed avendosi in più luoghi del Regno stabiliti ben forti e sicuri presidj, nel Garigliano, in Taranto, in Bari e finalmente nel Monte Gargano, afflissero così miseramente queste province, che non vi fu luogo ove non portassero guerre, saccheggiamenti, calamità e morti; onde non pur i due più celebri e ricchi monasteri di Cassino e di S. Vincenzo più volte ne patirono desolazioni e incendj, ma queste istesse calamità furono sofferte anche da città più cospicue e da province intere.

Non era donde sperar aiuto e ricever soccorso; poichè le forze degl'Imperadori d'Oriente eran lontane e deboli. Molto meno era da sperarne dagl'Imperadori d'Occidente: morto Lodovico II che si rese celebre al Mondo per avergli tante volte scacciati da queste province e confinatigli nell'ultime città, non poteva alcun promettersi da' suoi successori soccorso, perchè Carlo il Calvo che gli succedè, impedito da Carlomanno suo competitore, ad altro fu uopo che drizzasse le sue armi. E Carlomanno, che, morto il Calvo, per tre anni tenne il regno d'Italia, come quello che aveva altre imprese per le mani, per aversi dovuto opporre a' sforzi di Lodovico il Balbo figliuolo del Calvo, che per se lo pretendeva, non potè pensare a queste nostre remote parti.

S'aggiunsero alle presenti altre calamità in tutta Italia; poichè per la morte del Calvo, stando vacante l'Imperio, ancorchè Carlomanno tenesse il regno d'Italia, che con molta celerità occupollo, Lamberto Duca di Spoleto sorprese Roma, e pretese dal Papa la Corona imperiale. Il Pontefice fuggì in Francia, e soccorso da Lodovico III detto il Balbo, volendo ricompensarlo per tanti beneficj prestatigli in quest'occorrenza, lo consecrò in Francia Imperadore, e lo fece acclamare Augusto. Ma Lodovico, ancorchè acclamato Imperadore, non ebbe in Italia dominio alcuno, ritenendo il Regno Carlomanno; e si vide il Regno d'Italia nella persona di Carlomanno, ancorchè egli non fosse Imperadore. Ciò che maggiormente rende chiaro e manifesto quel che spesse volte abbiam notato in quest'Istoria, che gl'Imperadori d'Occidente, risorto l'Imperio, non dominarono Italia come Imperadori, ma come Re ch'essi n'erano; nè Carlo M. aggiunse all'Imperio l'Italia, siccome non fece membro del medesimo la Francia; e le leggi loro che per l'Italia furono lungamente osservate e che alle longobarde furon aggiunte, non come Imperadori, ma come Re della medesima ebbero tutto il vigore. In fatti gli antichi nostri Scrittori nel Catalogo delle leggi longobarde, noverando le leggi de' Re d'Italia, dopo quelle stabilite da' Re longobardi, numerano l'altre di Pipino sino a Corrado, come Re, non come Imperadori.

S'unirono però ben tosto queste due supreme dignità nella persona di Carlo il Grosso: poichè morto nell'anno 880 Carlomanno suo fratello, con incredibil sollecitudine si portò in Italia, ove accolto benignamente dagl'Italiani fu dall'Arcivescovo di Milano, secondo il costume, per Re d'Italia incoronato ed unto; e non molto da poi richiamato da Giovanni in Italia, prese da questo Pontefice, nel giorno di Natale dell'anno 881, la Corona imperiale, e fu Augusto proclamato.

Ben fu Carlo il Grosso spesse volte chiamato dal Papa perchè soccorresse queste province, che erano tuttavia da' Saraceni malmenate, e ben egli sin a Ravenna a questo fine portossi; ma bisognò che tosto ritornasse in Francia, ove lo richiamavano mali più gravi, e più perniciose ruine. Fu in questi tempi, che la prima volta i Popoli normanni si ferono sentire, li quali usciti dall'ultima Scandinavia, scorrendo e mettendo sossopra la Francia, portarono l'assedio insino a Parigi, tanto che finalmente per quietargli bisognò assegnar loro per sede la Neustria, quella provincia che insino ad oggi per essi ritiene il nome di Normannia.

Peggiori furono i sconvolgimenti in quel regno per le contenzioni insorte dopo la morte di Lodovico Re di Francia, e poi di Carlomanno suo fratello; le quali finalmente trasportarono l'Imperio da' Franzesi agli Italiani. Allora fu che, vedendo i nostri italiani ruinata e divisa la Francia, cominciarono a pensare, che se Carlo il Grosso venisse a mancare senza lasciar di se stirpe maschile, non bisognava badar ad altro, ch'eleggere un Imperadore italiano, affinchè non essendo distratto in altri governi ed in paesi lontani, potesse meglio reggere l'Italia e difendere la Sede appostolica, la quale per spesse incursioni de' Saraceni insino alle porte di Roma, sovente erasi veduta in pericoli gravissimi; riputando in Italia l'antico valore non esser per anche estinto; e che ben v'erano personaggi tali a chi potesse appoggiarsi questa dignità. Persuasero perciò ad Adriano III, che allora reggeva la Sede appostolica, d'interporre a lor richiesta (se dee prestarsi fede al Sigonio[531], che ne rapporta le parole) questo decreto: _Ut moriente Rege Crasso sine filiis, Regnum Italicis Principibus una cum titulo Imperii traderetur_. Siccome in fatti morto nel mese di gennajo dell'anno 888 questo Imperadore, il quale nella sua sola persona aveva unito i tre più insigni regni d'Europa, Germania, Italia e Francia, e che perciò uguagliò le grandezze di Carlo il Grande: postisi in su i nostri Italiani, di far ricadere presso la lor nazione il regno d'Italia e l'augusto titolo d'Imperadore, e pensando con ciò ristabilir meglio le sue province, portarono nelle medesime tali sconvolgimenti e tali disordini, che non fu veduta mai l'Italia così miseramente afflitta e travagliata per le discordie interne de' Popoli e per la perfidia e scelleratezza dei Principi, se non in questi tempi, ne' quali giacque sotto i Berengarj ed i Guidi, l'un Duca del Friuli e l'altro di Spoleto, come più innanzi diremo.

CAPITOLO II

_Dello stato nel qual eransi ridotte in questi tempi la giurisprudenza e l'altre discipline; e delle nuove compilazioni delle leggi fatte per gl'Imperadori di Oriente._

Ecco lo stato infelice e lagrimevole nel quale erano ridotte queste nostre province nel declinar del nono secolo; ed avesse piaciuto al Cielo, che qui fossero terminate le loro sciagure: sarebbe veramente impertinenza pretender in tempi sì rei, che le discipline fra tanti sconvolgimenti si fossero mantenute nella loro purità e nettezza. Tutto era disordine, tutto confusione: solamente in Roma, nel che tutta l'obbligazione devesi a' romani Pontefici ed a' Monaci e Cherici, si ritenne qualche letteratura, e la lingua latina non rimase affatto estinta, almeno nelle scritture. Quindi avvenne, che gli uomini di lettere fossero stati poi chiamati Cherici, siccome gl'illetterati si nomavano Laici; onde nacque, che presso gli Scrittori della più bassa età, come in Dante, in Passavanti ed in altri, per Cherici intendevansi i Letterati e per Laici gl'idioti. Nel che tanto più sono degni di commendazione, quanto che se bene Gregorio I. R. P. avessegli vietato d'impiegare i loro studj sopra Gentili autori, per cancellare ogni memoria dell'antiche discipline, e quindi con molto calore rampognasse Didicrio Vescovo di Vienna, perchè insegnava la Gramatica[532], pure tra tante inondazioni, la Chiesa romana, per quanto la condizione de' tempi comportava, ritenne qualche reliquia della gentile erudizione, la quale altrimente sarebbe affatto perduta e posta in obblivione[533]. Chi crederebbe, che la filosofia, la medicina, l'astrologia e tant'altre scienze, i Saraceni l'avessero in questi tempi fra noi fatte risorgere per lo studio che gli Arabi posero sopra i libri d'Aristotele, di Galeno e d'altri Autori, onde Averroe, Avicenna, e tanti altri si resero cotanto celebri e rinomati? Quindi nelle nostre Scuole per lungo tempo si videro le discipline, la filosofia e la medicina sì malamente trattate; e posti in dimenticanza tanti altri insigni Filosofi, tener solo Aristotele il campo e contaminarsi anche per ciò la teologia, la matematica e tutte l'altre scienze, come diremo a più opportuno luogo.

E per ciò che riguarda la nostra giurisprudenza, erano iti in bando i libri di Giustiniano, ed in Italia quasi che sconosciuti, e la legge romana sol per tradizione era rimasa nell'infima plebe, ch'è l'ultima a deporre gli antichi istituti e le leggi de' suoi maggiori: solamente le Novelle di Giustiniano erano dagli Ecclesiastici ritenute, e dai R. P. sovente allegate[534]; e del Codice Teodosiano, come quello che fu da Carlo M. tenuto in conto ed emendato, avevasi qualche uso. All'incontro le leggi longobarde erano le dominanti, alle quali aggiunte le altre, che da questo Principe e dagli altri suoi successori come Re d'Italia erano state promulgate, si dava tutta l'autorità e tutto il vigore ne' nostri Tribunali; e secondo quelle ogni lite era terminata.

E poichè tratto tratto eransi già introdotti in queste nostre province i Feudi in più numero, cominciarono quindi a sorgere le Consuetudini, non già leggi feudali, poichè il primo che avesse fra noi sopra de' medesimi promulgata legge scritta fu Corrado il Salico, come diremo. Le loro regole ed usi per la maggior parte eran tratti, come s'è detto, dalle leggi longobarde; ma vi ebbero parte ancora le leggi e le costumanze d'altre nazioni: da' Sassoni e Turingi la perpetua esclusione delle femmine dalla loro successione: da' Normanni e Borgognoni il costume di preferire i primogeniti: dagl'istessi Normanni l'uso di pagare i rilevj nelle rinovazioni delle antiche investiture. Da' Longobardi l'anteporre la donzella, che chiamavano _in capillis_, alla sorella maritata e dotata, ne' luoghi ove le femmine (come nel nostro Regno) son capaci di Feudi. Dai medesimi Longobardi l'uso de' sacramentali; e il determinato numero de' dodici, non tanto da' Longobardi, quanto da' Ripuarj, fu derivato. Parimente la necessità d'avere ad intervenire i Pari della Corte così nelle nuove investiture, come ne' giudicj di privazione dei Feudi, dagli Alemanni i nostri maggiori l'appresero: siccome le loro successioni, secondo le consuetudini de' luoghi si regolavano, non già per leggi scritte, onde la ragion di succedere divenne così varia e diversa; quindi i compilatori di questo dritto saggiamente le dissero _Consuetudini_: del che ci tornerà occasione di un più lungo discorso, quando della compilazione dei Libri feudali farem parola. Quindi parimente avvenne, che la legge romana declinasse tanto e sol fra la plebe come antica usanza si ritenesse; perchè riempiendosi queste nostre province per la multiplicità de' Feudi, di non mediocre numero di Baroni, erano solamente le leggi longobarde, e queste Consuetudini feudali, le quali in gran parte dalle medesime derivano, riverite ed osservate, ed era quasi come un marco di nobiltà in coloro, i quali secondo la legge longobarda, e non romana, viveano. Ed ancorchè Carlo M., Pipino, Lotario e Lodovico avessero lasciato in libertà a' provinciali di vivere sotto quella legge che volessero, per la maggior parte però la longobarda era eletta. S'aggiungeva ancora, che le donne maritandosi, se pure viveano sotto la romana, dovean poscia vivere sotto la longobarda, secondo la quale regolarmente viveano i loro mariti, del che presso Doujat[535] n'abbiamo un chiarissimo e singolar esempio.

Ma le leggi longobarde e le Consuetudini feudali aveano solamente in quelle province, ch'erano sottoposte a' Principi longobardi, tutta la loro forza e vigore; poichè insino a questi tempi, non l'aveano ancora acquistata nel Ducato napoletano, ed in tutte quelle città e luoghi dove ancor durava l'Imperio dei Greci, i quali non riconobbero le longobarde, e perciò nè meno i Feudi. Forse perciò alcuno stimerà, che almeno in questi tempi nel Ducato napoletano, in Amalfi, Gaeta, ed in tutte quelle regioni sottoposte a' Greci si vivesse secondo le leggi di Giustiniano, e tanto più in questi tempi, ne' quali i Greci avean ritolti molti luoghi a' nostri Principi longobardi, e Bari, Taranto e Benevento eran ritornati sotto la loro dominazione.

Ma resterà sorpreso quando intenderà, che i Libri di Giustiniano non ebbero minore disavventura in Oriente di quella s'avessero in Occidente, e perciò nè meno da quelle città e province che lungo tempo si mantennero sotto l'Imperio de' Greci, furono riconosciuti. Questo nacque parte per dappocaggine di Giustino, che a Giustiniano successe, ma molto più per invidia che ebbero gli altri Imperadori successori alla gloria di Giustiniano, i quali proccurarono per mezzo di nuove Costituzioni e Novelle, e di nuove compilazioni di oscurare i suoi libri. E poichè la maggiore scossa, che riceverono, fu in questo medesimo nono secolo, nel quale siamo, quando nell'anno 870 l'Imperador Basilio, e poco da poi Lione e Costantino suoi figliuoli ordinarono quella cotanto celebre compilazione de' _Basilici_; perciò sarà bene, che delle tante compilazioni fatte da' Greci e delle opere de' loro Giureconsulti, i quali intorno a questo soggetto impiegarono le loro fatiche, qui distesamente se ne ragioni; donde si scorgeranno le vere cagioni perchè le leggi di Giustiniano, così nel Ducato napoletano, come in tutte l'altre città a' Greci sottoposte, non avessero avuto quel vigore e quella autorità, la quale fu veduta poi in queste regioni avere, quando risorte in Italia ai tempi di Lotario II, ed esposte nelle nostre Accademie, acquistarono poi ne' nostri Tribunali quella forza, che ogn'un ora vede. E mi lascio tanto più volentieri condurre a farlo in questo luogo, in quanto che rincrescendomi tra tante sciagure e miserie andarmi più ravvolgendo, si possa prendere alcun respiro con le lettere, che in Grecia non erano in questi tempi, come in Italia, affatto mancate e spente.

I. _Nuove compilazioni di leggi fatte in Grecia; e qual uso ebbero fra noi in quelle città, che ubbidivano a' Greci._

I Libri di Giustiniano, cioè le compilazioni delle Pandette, del Codice e dell'altre costituzioni _Novelle_, morto il suo autore, presso a' Greci medesimi riceverono sì strane mutazioni, che finalmente mandati in bando, non in quelli, ma in altri volumi contenevasi il dritto de' Romani. In Oriente accadde questa loro oblivione principalmente per due cagioni; la prima per le tante altre nuove Costituzioni, che da' seguenti Imperadori (incominciandosi da Giustino il Giovane dall'anno 566, insino a Michele Paleologo nell'anno 1260) furono da tempo in tempo promulgate, per le quali spesso variandosi e correggendosi ciò che Giustiniano aveva stabilito ne' suoi libri, cagionarono tali cangiamenti e novità, che i Professori e gli Avvocati, quelli abbandonati, s'attaccarono ad esse, come quelle nelle quali era riposto ciò che per l'uso del Foro bisognava e per la decisione delle cause, nulla curando de' Codici di Giustiniano, alle leggi de' quali per le tante correzioni da poi seguite, poco o nulla autorità si dava, e perciò l'uso delle medesime andava mancando.

L'altra cagione furono le tante altre collezioni, ovvero compilazioni da poi fatte, alcune più ristrette, altre più ampie, dagli Imperadori successori, le quali oscurarono quelle fatte da Giustiniano. Le collezioni più ristrette, essendo di varie sorti, acquistarono perciò diversi nomi: altre furon dette _Prochira_, cioè _Promptuaria_: altre _Enchiridia_, cioè _Manualia_: alcune altre _Ecloghe_, cioè _Delectus_, ovvero collezioni di cose più scelte, dette ancora _Sinopsis_, _Epitome_, cioè compendj. Le collezioni più ampie quasi tutte sortirono un istesso nome di Basilici, cioè Imperiali, non come credettero alcuni, che prendessero tal nome da _Basilio_ Imperadore, che fu il primo a comporle. Presso i Greci Basileos è l'istesso, che Re o Imperadore, perciò le collezioni, che contenevano le loro Costituzioni, si dissero _Basilici_, cioè Imperiali.

E per quanto s'attiene alla prima cagione delle tante Costituzioni imperiali, per togliere le confusioni bisogna dividerle in due classi. Quelle stabilite da Giustino il Giovine sino all'Imperador Basilio il Macedone e suoi figliuoli, è duopo separarle dalle posteriori promulgate dopo Basilio, le quali prima vagando sotto il nome di _Novelle_, furono finalmente raccolte insieme, serbandosi per lo più l'ordine de' tempi ne' quali furono stabilite.

Si numerano dieci Imperadori, da' quali furono le prime promulgate: essi furono Giustino il Giovane, Tiberio parimente il Giovane, Eraclio, Costantino V Pogonato, Lione III Iconomaco, Lione V Armeno, Teofilo e Basilio Macedone con Lione e Costantino suoi figliuoli. Per quarant'anni dopo la morte di Giustiniano sotto gli Imperadori Giustino, Tiberio e Maurizio, i libri di Giustiniano, così latini come furon dettati, ebbero in Costantinopoli, nell'Accademie e nel Foro tutta la loro autorità e vigore[536]; ma succeduto nell'Imperio d'Oriente Foca, inettissimo Principe, costui, siccome non seppe reprimere le invasioni di tante straniere nazioni che gran parte del suo Imperio occuparono, nè tampoco seppe conservare le leggi; onde se bene non affatto fosse mancata l'autorità de' libri di Giustiniano, si videro però trasformati e trasportati in idioma greco, e da' greci Giureconsulti, come nuovo corpo di legge greca, riputati; dal quale e dalle _Novelle_, che tuttavia andavansi stabilendo, erano nel Foro le leggi allegate; onde in Oriente i Codici di Giustiniano cominciarono a perdere l'antico vigore[537].

Ma scossa maggiore ricevettero per le tante altre Costituzioni Novelle, che seguirono in appresso dopo Basilio e' suoi figliuoli. Si noverano sino a diciassette Imperadori, che nel corso del loro Imperio le stabilirono. Questi furono Costantino VIII Porfirogenito, Romano Lecapeno il Vecchio, Romano Porfirogenito il Giovane, Niceforo II Foca, Basilio il Giovane, Romano IV Argiropilo, Zoe Imperadrice, Isaacio Comneno, Michele VII Duca, Niceforo Bononiate, Alessio Comneno, Giovanni Comneno, volgarmente detto Calogiovanni, Emanuele Comneno, Alessio III Comneno, Isaacio Angelo, Giovanni III Duca, che regnò nell'Asia minore ed in Nicea, mentre i Franzesi tennero Costantinopoli, e Michele Paleologo, che, discacciati i Latini, recuperò Costantinopoli.

La notizia di queste Novelle non se non dopo molti secoli pervenne a noi, quando restituite in Francia ed in Italia le discipline e l'erudizione, furono dalle tenebre alla luce del Mondo esposte, non da un solo e insieme, ma poco a poco da più eruditi Scrittori, amatori dell'antichità. Non ebbero esse alcuna forza o autorità in queste nostre contrade nè a' tempi nei quali furono pubblicate, per essere quasi tutte locali e attinenti al governo di Costantinopoli e dell'altre città dell'Oriente, nè da poi che in Italia furono restituiti i libri di Giustiniano; poichè ne' volumi antichi, i quali tratto tratto cominciarono ad esser ricevuti prima nell'Accademie d'Europa, e poi per la forza della ragione, ne' Tribunali, non vi si leggevano. I nostri primi restauratori non ebbero di quelle alcuna notizia, e dopo molti secoli furono da alcuni eruditi rinvenute, i quali le tradussero in latino, e poi proccurarono che s'aggiungessero alle nuove edizioni, che da tempo in tempo occorreva fare de' vulgati Codici. Molte ne fece dare in luce Eimondo Bonafede, moltissime altre Giovanni Leunclavio e Carlo Labbeo, e gran parte d'esse possono leggersi così greche, come latine appresso Leunclavio, e nel Corpo di Dionisio Gotofredo, il quale parte per interpretamento d'Errico Agileo, parte di Bonafede, le unì a' suoi volumi. Per queste cagioni mal farebbe chi di quelle oggi volesse valersi ne' Tribunali nostri per le decisioni delle cause, non avendo esse mai acquistato vigor di legge in queste nostre parti; e lo stesso si dice de' _Basilici_[538]. Ben sono degni di lode chi dalle tenebre cavandole ove giacean sepolte, hannole date fuori alla luce del Mondo, perchè sovente rischiarano quelle già ricevute, e danno maggior lume a ciò che concerne l'istoria de' tempi e de' fatti di quelle Nazioni; e questo sol uso ed utilità dalle medesime e da' _Basilici_ potrà aversi, nè debbon i nostri Giureconsulti da quelli altro promettersi. Così molte Novelle di questi Imperadori abbiamo intorno a' costumi e greche usanze, e per altre consimili cose a' Greci appartenenti, promulgate per alcuni luoghi e città di certe e determinate province, che altrove non ebbero nè vigore, nè autorità alcuna[539].