Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 27
Partì Lodovico da Benevento nell'uscir di quest'istesso anno 871, ed in Veroli fermossi per undici mesi nel qual tempo portatosi in Roma prese la Corona per mano d'Adriano II nell'anno 872, prima di morir questo Pontefice, come vuol Aimoino[509]; ancorchè alcuni moderni Scrittori nell'anno precedente vogliano che fosse stato da Adriano incoronato. Lodovico ancorchè prendesse ora la Corona, era stato però assunto all'Imperio sin dall'anno 856, quando Lotario Imperadore suo padre resosi Monaco, divise l'Imperio fra tre suoi figliuoli, assegnando a Lodovico Roma ed Italia; a Lotario l'Austrasia, onde poi si disse Lotaringia; ed a Carlo la Borgogna, come fu detto.
Ancorchè Lodovico con solenni giuramenti avesse promesso di non mai entrar ne' confini di Benevento, non fu però che nell'entrar dell'anno 873 non rompesse questi patti, ed insino a Capua con forte armata non s'inoltrasse.
Siccome in questi tempi la forza della religione era in vigore ne' petti de Principi, e non mai, o di rado si violavano i giuramenti; così all'incontro avean cominciato, sin da Gregorio II e Zaccaria, i Pontefici romani a trovar modo di romper questi lacci, e prosciogliere le loro coscienze: donde nacque la facoltà, che poi non pure i P. R. ma anche i Vescovi s'assunsero, dell'assoluzione de' giuramenti ne' giudicj ed altrove. Si renderono perciò, anche per quest'altro verso, a' Principi tremendi e necessari, non altrimenti, che per le dispense ne' matrimoni, le quali prima dai Principi si concedevano. Lodovico, a cui non dava il cuore di far ritorno in Benevento contra i giuramenti fatti, fu tosto soccorso da Giovanni VIII, che ad Adriano II poco prima era succeduto, il quale dichiarando non poter essergli d'ostacolo i giuramenti dati così per forza e con tanta indegnità, l'assolvè di tutte le promesse fatte a' Beneventani. Vi è chi scrive[510], che Lodovico con tutta l'assoluzione ottenuta per non esser riputato spergiuro, non volle egli porsi alla testa del suo esercito, ma in suo luogo, usando fraude a se medesimo, che vi avesse sostituita la Regina sua moglie Engilberga, e che in suo nome, e sotto la sua autorità si guerreggiasse. Venne in Capua, e nel passar diede strane rotte a' Saraceni confinandogli a Taranto: fu per vendicarsi d'Adelghiso, e tentò di occupargli Benevento, e perciò altri scrissero che intimorito se ne fuggisse nell'isola di Corsica; ma o che non gli riuscisse, come narra Erchemperto, o che frappostisi molti Conti ed il Papa istesso per accordargli, fu fra di loro conchiusa pace, ed Adelghiso con quelli del suo partito nella grazia di Lodovico furon reintegrati. Landulfo Conte insieme e Vescovo di Capua fu anche ammesso nella grazia e familiarità di Cesare, il quale somministrò in quest'incontri validi soccorsi contro i Saraceni.
Fu cotanta la familiarità che acquistò Landulfo presso l'Imperadore, che oltre d'aver conseguito dal medesimo i primi onori, pretese da lui, che la provincia intera di Benevento a lui si concedesse, e che Capua fosse innalzata ad esser metropoli: il che, come narra Erchemperto[511], non potè ridurre ad effetto, poichè Capua non prima dell'anno 968 ricevè questa prerogativa da Giovanni XIII Pontefice romano: e Benevento un anno da poi dall'istesso Pontefice fu eretta in metropoli; essendosi da poi in queste nostre regioni introdotto, che non più i Principi, ma i P. R. con innalzar i Vescovi in Metropolitani, innalzavano le città in metropoli, di che altrove ci tornerà più opportuna occasione di ragionare.
Lodovico dopo esser dimorato un anno in Capua ed in queste nostre contrade, e date anche molte e strane rotte a' Saraceni, nell'anno seguente 874 passò in Francia per non mai far più ritorno in queste nostre parti; poichè in quest'anno come alcuni notarono o nel seguente, come gli annali di Francia, ed i moderni Autori tengono, in Francia, non già in Milano, finì i giorni suoi. Principe gloriosissimo, ed a cui molto devono queste nostre province, che se non l'avesse soccorse tante volte, per le sì spesse e grandi inondazioni de' Saraceni, sarebbero tutte e stabilmente cadute sotto la loro dominazione. Abbiamo di questo Principe molti vestigi di pietà, per molti monasteri dell'Ordine di S. Benedetto da lui fondati nell'Apruzzi, de' quali Lione Ostiense non si dimenticò nella sua Cronaca. La donazione o sia conferma delle precedenti donazioni di Pipino e di Carlo M. fatte alla Chiesa romana, non a questo Lodovico, come credette l'Abate della Noce[512], ma a Lodovico Pio figliuolo di Carlo M. dee attribuirsi, il quale la fece a Pascale I R. P. nè quella abbraccia più di quanto Pipino e Carlo donarono, com'è manifesto dalla cronaca di Lione.[513].
Per la morte accaduta di Lodovico in quest'anno 874 ovvero nel seguente, si conosce chiaramente l'errore di coloro, i quali credettero, che Lodovico avendo ritolto Bari a' Saraceni, l'avesse restituita a Basilio Imperador d'Oriente: poichè i Saraceni, partito che fu Lodovico da Italia e restituito in Francia, tosto usciti da Taranto, ov'erano stati confinati, tornarono a depredar Bari ed i luoghi vicini; onde i Baresi nell'anno 876, morto già Lodovico, non potendo più sopportare la crudeltà de' medesimi, dimorando in Otranto Gregorio Straticò di quella città, lo chiamarono e l'introdussero co' suoi Greci in Bari, siccome narrano Erchemperto[514] e Lupo Protospata[515].
CAPITOLO I.
_CARLO IL CALVO succede nell'Imperio d'Occidente; nuove scorrerie de' Saraceni, accompagnate da altre rivoluzioni e disordini._
La morte di Lodovico portò tali sconvolgimenti, che non pur queste nostre regioni, ma molte parti d'Italia afflissero, e di nuove calamità le riempierono. Da Carlo M. insino ad ora non s'erano eccitate turbe per la successione dell'Imperio. I testamenti de' Principi, mandate via tutte le dubbietà e le tante sottigliezze d'oggi, con somma venerazione erano ricevuti da' successori: ciò che essi ordinavano era prontamente eseguito; e bastava, che o in vita o in morte l'Imperador regnante designasse il suo successore o l'assumesse per Collega, perchè si osservasse il suo volere, come legge inviolabile. Così leggiamo che Carlo M. facesse con Pipino e Lodovico; Lodovico con Lotario, e finalmente Lotario con l'altro Lodovico. Infino ad ora per eleggere l'Imperadore in Occidente non era mestieri convocar Assemblee o Comizj: solo per una semplice e pura cerimonia introdotta già per costume, si ricorreva a' Pontefici romani per la consecrazione ed incoronazione. Ma non avendo Lodovico di se lasciata prole maschile, cominciarono a gara i Franzesi ed i nostri Italiani, ad aspirare a sì sublime dignità. In Francia due furono i più ostinati pretensori, amendue zii del defonto Lodovico, Carlo il Calvo Re di Francia figliuolo di Giuditta e fratello di Lotario padre di Lodovico, e Lodovico Re di Germania fratello dell'istesso Lotario, al quale, secondo la divisione, fatta era toccata la Germania e parte della Lorena, che pochi anni prima s'avevan di buon accordo divisa col suo fratello Carlo.
Altre volte nel corso di quest'Istoria abbiamo in molte occasioni veduto, che le contese de' Principi finalmente han sempre terminato in augumento della dignità ed autorità de' Pontefici romani, ma se in altra congiuntura è avvenuto, in questa precisamente si è ciò più chiaramente veduto. Poichè contendendo questi due Principi dell'Imperio d'Occidente, bisognava, perchè alcun d'essi restasse vincitore, che due cose prima dell'altro competitore proccurasse, cioè di esser il primo ad entrar armato in Italia, e per seconda, di proccurarsi il primo la benivolenza del Papa, perchè tosto agevolasse l'opra colla solennità dell'incoronazione, funzione che appresso i Popoli era stimata il segno più certo dell'assunzione al Trono imperiale. Carlo il Calvo appena avvisato della morte del nipote, non frappose dimora alcuna ad entrar tosto in Italia, e fu più sollecito, che suo fratello Lodovico, il quale se bene avesse mandato prima Carlo il Grosso suo figliuolo ad impedir il passaggio a Carlo, e poco dopo Carlomanno altro suo figliuolo, tardi però giungendo, nulla poterono; di che Lodovico fortemente sdegnato, egli col suo terzo figliuolo Lodovico invase la Francia, portando ivi la sua collera, ostinatamente combattendola.
Intanto Carlo il Calvo approssimatosi a Roma, avendo sollecitato il Pontefice Giovanni VIII ad agevolar il suo disegno, questo Papa non volle perdere sì bella congiuntura, onde potesse dal suo canto ricavarne anche i suoi vantaggi per se e per la sua Sede. Dopo aver portati alla sua volontà i Romani, mandò due Vescovi ad invitar Carlo, che tosto entrasse in Roma a prender la Corona imperiale, ch'egli tenevagli apparecchiata, avendolo scelto sopra tutti gli altri pretensori. Carlo venne a Roma, e nella Basilica Vaticana con gran applauso e solennità fu il giorno di Natale dell'anno 875 incoronato da Giovanni, ed Augusto acclamato; giurando all'incontro di portar sempre le sue armi contra i nemici della Sede, e difenderla con tutte le sue forze. Il Papa per questo fatto volle appropriarsi assai più di quello, che gli altri suoi predecessori avean fatto in congiunture simili, perchè se è vera quella orazione, che di lui si legge presso il Sigonio[516] fatta a' Vescovi, parla in maniera, come se Carlo assolutamente da lui avesse ricevuto l'Imperio, e che la sua elezione totalmente a lui s'appartenesse; onde da ora in poi fu riputato e preteso da' Pontefici romani, che il titolo d'Imperadore fosse un puro e sincero benefizio del Pontefice, e cominciarono per questo a noverar gli anni dell'Imperio dal giorno della Consecrazione pontificia: tanto che non ebber ritegno i successori di rinfacciar agl'Imperadori d'Occidente, l'Imperio esser loro benefizio, di che ci tornerà altrove più acconciamente di ragionare.
Si narra ancora, che Carlo riconoscente di tanti benefizj avuti dal Papa in questa occasione, oltre di aver con preziosi doni arricchita la Basilica di S. Pietro, avesse anche ceduta al Papa la sovranità, che gli altri Imperadori franzesi suoi predecessori ritennero sempre sopra Roma, e che non prima di questo tempo passasse questa città sotto l'independente ed assoluto dominio del Papa; ma tutti questi racconti si rendono favolosi da ciò, che gli Ottoni Imperadori d'Occidente praticarono sopra Roma, come si vedrà più innanzi.
Disbrigato che fu Carlo da Roma, seguitando il costume degli altri Re d'Italia, passò in Pavia, ed ivi dall'Arcivescovo di Milano, come fecero i suoi predecessori, volle prender la Corona regale, e Re di Italia fu acclamato: quindi non molto da poi nella medesima città molti regolamenti stabilì per lo buon governo della medesima.
Potè Carlo intanto finchè visse godersi senza contrasto l'Imperio, e il Regno d'Italia, e quello di Francia, perchè Lodovico Germanico suo fratello, essendo morto in Francfort il dì 28 agosto dell'anno 875, lasciò ampia materia a' suoi figliuoli di guerreggiare per altre imprese. Lasciò Lodovico tre figliuoli, fra quali, secondo il dannabile costume introdotto in Francia, si divisero il Regno paterno. A Carlomanno toccò la Baviera, la Boemia, la Carintia, la Schiavonia, l'Austria ed una parte dell'Ungaria. A Lodovico, la Franconia, la Sassonia, la Frisia, la Turingia, la Bassa Lorena, Colonia e molt'altre città sulle sponde del Reno. A Carlo il Grosso, l'Alemagna, dal Meno sino all'Alpi, e l'altra parte della Lorena.
Ma ecco, mentre Carlo Imperadore regge la Francia e l'Italia, che i Saraceni, i quali da Lodovico II erano stati confinati a Taranto, tornarono di bel nuovo ad infestare queste nostre province e scorrendo sin sopra Bari, minacciavano stragi e ruine all'altre province ancora. Furono obbligati perciò i Napoletani, gli Amalfitani e i Salernitani, non avendo a chi ricorrere, per sottrarre i loro Stati dalle imminenti irruzioni, alle quali essi colle proprie lor forze non potevano far argine, di trattar co' Saraceni, come meglio poterono, la pace, la quale non vollero costoro ricevere, se non sotto condizione, che dovessero con le proprie unire le loro armi, affinchè insieme aggiunte, sopra il Ducato romano e contro Roma istessa potessero portarle: fu accordata la lega con sì dure condizioni[517]; di che avvisato il Papa Giovanni VIII tosto ricorse all'Imperadore, il quale in suo ajuto mandogli Lamberto Duca di Spoleto e Guido suo fratello. Venne il Papa istesso in quest'anno 876 accompagnato da' medesimi in Napoli, ed in queste nostre parti, guidando egli l'impresa. Fu questa la prima volta, che si videro i Papi alla testa d'eserciti armati, per cagion per altro apparentemente pietosa, per reprimere la ferocia de' Saraceni, che tentavano sconvolgere i loro Stati e metter sossopra il Ponteficato. Usò Giovanni tutti i suoi sforzi per romper questa lega, e tirare alla sua parte questi Principi, che s'erano collegati co' Saraceni; e fu tale l'opera sua con Guaiferio Principe di Salerno, che non solo lo distaccò dalla lega, ma contra i Napoletani ostinati fecegli voltar le armi.
Era in quest'anno Duca di Napoli Sergio, il quale per aver imprigionato Attanasio suo zio, Vescovo di Napoli, era nell'indignazione di molti: costui non volle in conto alcuno distaccarsi da' Saraceni, non ostante l'increpazioni del Papa; fu perciò il medesimo immantinente scomunicato da questo Pontefice, e gli mosse contro Guaiferio, il quale combattè co' Napoletani, e fattone ventidue prigionieri, il Papa fecegli tutti decapitare[518].
Era Vescovo di Napoli in questi tempi Attanasio fratello di Sergio, che all'altro Attanasio suo zio era nella cattedra succeduto, il quale per fare cosa grata al Papa, conculcando tutte le leggi del sangue e della natura, portato anche dall'ambizione, imprigionò il proprio suo fratello e cavatigli gli occhi lo presentò al Papa in Roma: Giovanni gradì molto il dono, e fattolo rimanere a Roma, finì quivi miseramente la sua vita[519]. Proccurò da poi Attanasio, che in luogo di Sergio fosse egli eletto Duca, e così con esempio non nuovo, si vide Attanasio insieme Vescovo e Duca di questa città. Fu quest'Attanasio uomo di torbidi pensieri, e che durante il suo governo inquietò gli altri Principi suoi vicini, e pose sossopra queste nostre province. Egli per salvare il proprio Ducato, posposto ogni rispetto, ancorchè fosse in dignità Vescovile, portato dalla sua ambizione, non ebbe alcun ritegno di rinovar la lega co' Saraceni; gli apparecchiò quartieri presso Napoli, e gli unì co' Napoletani, mandando in iscompiglio i Beneventani, i Capuani ed i Salernitani, iscorrendo insino a' confini di Roma, ove non vi era cosa indegna, che non si tentasse, tutto depredando.
Il Papa ciò vedendo fulminò contro Attanasio i suoi anatemi terribili, nell'anno 881 lo scomunicò, lo maledisse, e secondo ciò che narra Erchemperto, l'istesso fece a Napoli città sua: di che ne rendono a noi testimonianza le stesse epistole di questo Pontefice, che ancor ci restano[520]. Scomunicò eziandio gli Amalfitani[521]. Il medesimo sarebbe avvenuto a' Salernitani ed a Guaiferio lor Principe, se atterrito da tali fulmini non si fosse distaccato dalla lega. E vedendo di vantaggio il Papa inondar con pieni torrenti i Saraceni per tutti i lati, scrisse anche più lettere e mandò più legati a Carlo il Calvo, al quale ricordando i benefizj fattigli, lo stimolava instantemente, che tosto, ad esempio del suo predecessore Lodovico, calasse in Italia con potente armata per discacciargli, altrimente tutto sarebbe andato in rovina, e caduta in man dei Barbari Roma, con irreparabil ruina della sua Sede, di cui egli avea giurato esserne difensore.
Questi esempj dovrebbero far ricredere a molti esser poco sicura l'opinione di coloro, che scrissero gl'Interdetti generali locali non essere più antichi de' tempi di Gregorio VII, e che questo Pontefice fosse stato il primo, che gli avesse introdotti nella Chiesa, castigando così i Popoli per le scelleratezze de' Principi; poichè se è vero ciò che narra Erchemperto, che fiorì intorno a questi medesimi tempi, o poco da poi, la città di Napoli patì veramente tal disavventura per li perfidi e scellerati costumi del suo Vescovo e Duca, che obbligò i Napoletani a far lega co' Saraceni. Oltre che, tralasciando più antichi esempj d'altri paesi, abbiamo noi un altro esempio illustre nel Principato di Benevento, dove Errico II Imperadore, avendovi posto per reggerlo Pandolfo, perchè i Beneventani non vollero ubbidirlo, l'Imperadore che andava di concerto con Papa Clemente, proccurò l'anno 1010 che il Pontefice scomunicasse i Beneventani; nè furono assoluti, se non dieci anni da poi, quando Lione IX che a Clemente succedè, venuto in Benevento, non togliesse l'Interdetto.
Ma nell'istesso tempo che Carlo s'apparecchiava di calare in Italia per soccorrere il Papa, giunto con picciol numero di truppe in Pavia, dove il Papa venne a trovarlo, ecco che Carlomanno lo previene e calato egli in Italia con potenti eserciti, tentò di scacciarne il Calvo, aspirando all'Imperio ed al Regno d'Italia. Carlo sorpreso di tal mossa, ripigliò il cammino verso la Francia, e giunto all'Alpi, assalito da una febbre, non senza sospetto di veleno, finì quivi i giorni suoi nel dì 6 del mese d'aprile dell'anno 877, in età di 54 anni: il suo corpo fu seppellito a Vercelli, e sette anni da poi fu portato in S. Dionigi.
§. I. _Maggiori disordini e calamità in queste nostre province per la morte di CARLO IL CALVO, ne' tempi di CARLOMANNO._
Morto il Calvo, e succeduto in Italia Carlomanno, s'accrebbero i disordini e le calamità; poichè Carlomanno non potendo soccorrere le nostre Province, per essere impiegato in altre imprese, i Saraceni imperversando assai più, misero il tutto in iscompiglio e desolazione.
S'aggiunse ancora la discordia de' nostri Principi stessi; poichè i Capuani per la morte accaduta di Landulfo nell'anno 879 si divisero in fazioni. Lasciò costui più nepoti, i quali accelerarono maggiormente la ruina di questo Contado, perchè fra di loro egualmente se lo divisero. A Pandonulfo Conte di Capua, che gli succedè, toccò Tiano e Casamirta, che altri dicono Caserta. A Landone, Berolassi e Sessa. All'altro Landone, Calinio e Cajazza[522]: e così vennero d'uno Stato a farsene molti divisi in più pezzi, che portò finalmente la ruina de' nostri Principi longobardi, perchè infra di lor divisi le cose terminarono in fazioni e guerre intestine, onde diedesi pronta occasione alle altre Nazioni d'approfittarsi de' loro sconcerti e disordini. Sorse perciò anche quell'antica consuetudine appresso i medesimi, di non preporre il primogenito nelle successioni de' Feudi agli altri fratelli minori, ma ammetter tutti egualmente[523], contro l'istituto de' Franzesi, che per non dividere i Stati, al primogenito gli deferivano; e quindi in questo nostro Regno s'introdusse quella distinzione, che nelle successioni, alcuni Feudi si regolavano secondo il jus de' Longobardi, altri secondo il _jus Francorum_, che prevalse finalmente come più provvido e saggio, come a più opportuno luogo diremo.
E se bene a Pandonulfo fosse stata da Giovanni VIII conceduta Gaeta, non furono però i Capuani così dolci nel trattar i Gaetani, che perciò non ne sorgessero nuovi sconcerti e ravvolgimenti, siccome in tutto il suo Stato; tanto che dopo tre anni ed otto mesi ne fu Pandonulfo cacciato, ed eletto in suo luogo nell'anno 882 Landone, il quale, governando inettamente Capua, non durò più che due anni a reggerla; poichè datosi con ciò occasione ad Atenulfo suo fratello d'invaderla, fece sì questo valoroso e prode Capitano, che discacciandolo nell'anno 887 ristabilì in miglior forma il Contado di Capua, e portato dal corso della sua fortuna, fu al Principato di Benevento innalzato, venendo con ciò ad unirsi questi due Stati dopo il corso di molti anni, in una medesima persona, come diremo.
Non minori furono i disordini nel Principato di Benevento, perchè Adelghiso, mentre tutto festante ritorna in Benevento dopo la presa del castello Trabetense, che alcuni dicono essere Trivento, per una congiura fu da' suoi nepoti ed amici crudelmente ucciso nell'anno 878, dopo aver dominato in Benevento anni 24 e mezzo: quindi di questo Principe non si legge alcun tumulo, come degli altri appresso Pellegrino. Si legge però presso il medesimo un suo _Capitolare_, ove molte leggi stabilì, alcune conformi alle antiche dei Re longobardi, altre difformi alle medesime.
Nacquero perciò disordini gravissimi nello Stato, perchè succedutogli nel Principato _Gaideri_ suo nipote, figliuolo di Radelgario, che per forza d'ambizione ne escluse Radelchi figliuolo primogenito dell'ucciso Adelghiso, i Beneventani dopo due anni e mezzo lo deposero e mandarono prigione in Francia, portando al soglio _Radelchi_ figliuolo, come si disse, d'Adelghiso; ma non tardò guari, che Gaideri fuggito di Francia, si ritirò in Bari, sotto la protezione de' Greci; poichè questa città, la qual era prima governata da' Castaldi che vi mandavano i Principi di Benevento, perchè si vide sovente in mano de' Saraceni, considerando che i Beneventani per più volte l'aveano perduta e che non potevano difenderla contro le spesse incursioni de' medesimi, era in questi tempi passata sotto il dominio de' Greci, perchè i Baresi, come fu detto, si diedero a Gregorio Straticò, che chiamarono da Otranto, città che pure era ritornata sotto la dominazione de' Greci[524]. E portatosi per ciò Gaideri in Costantinopoli all'Imperador Basilio, fu da costui ricevuto cortesemente, concedendogli il governo per tutto il tempo di sua vita della città d'Oria, donde non cessò mai di molestare i Beneventani, che da quel dominio l'aveano scacciato[525].
Nè Radelchi, combattuto da tante altre parti, potè molto godersi del suo Principato, poichè insorta non molto da poi guerra tra Napoletani ed Amalfitani da un canto, e tra Capuani e Beneventani dall'altro, tutto andò in confusione: e dopo il dominio di pochi anni ne fu scacciato nell'anno 883, e posto in suo luogo _Ajone_ suo fratello[526]. Ma nè pure questo Principe potè molto godersi e con tranquillità il suo Stato, poichè preso da Guido Duca di Spoleto, sebbene per opera de' Sipontini, che in questo incontro mostrarono gran fedeltà al lor Signore, fosse stato sprigionato e restituito a Benevento, Gaideri che la città d'Oria teneva, gli mosse contro i Greci, co' quali ebbe spesso a combattere. E morto dopo sette anni di Regno perturbato, succedutogli nell'anno 890 _Orso_ suo figliuolo, che non avea più che dieci anni, si diede l'ultima mano alla ruina de' Principi longobardi in Benevento; e che finalmente presa questa città da' Greci, passasse da' Longobardi, dopo 330 anni che la tennero, sotto la dominazione di Lione Imperadore d'Oriente figliuolo di Basilio; poichè questo Principe fortemente crucciato contro Ajone, e stimolato da Gaideri, nel seguente anno 891 mandò un'armata formidabilissima in queste nostre regioni sotto il comando di Simbaticio Protospatario per debellar Benevento, il quale cinta che l'ebbe di stretto assedio, dopo tre mesi se ne rese Signore insieme con altri luoghi del suo dominio, scacciandone l'infelice Orso, che non più d'un anno l'avea tenuta. Così Benevento dopo 330 anni, da Zotone primo Duca insino ad Orso, passò sotto gl'Imperadori d'Oriente, e venne governata per un anno dall'istesso Simbaticio, che la conquistò; dopo il quale fuvvi mandato dall'Imperadore per successore Giorgio Patrizio, che insino all'anno 895 la governò.
§. II. _Calamità nel Principato di Salerno._