Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 24
Intanto da Sicardo con ugual ardore si proseguivano le guerre co' Napoletani, i quali non potendo a lungo andare sostener le forze d'un sì potente e crudel nemico, si risolsero finalmente per mezzo del loro Vescovo Giovanni, accoppiandovi anche l'autorità di Lotario I, Imperatore ed insieme Re d'Italia, a chi erano ricorsi, di ristabilir di nuovo la pace co' Beneventani. L'opera e l'industria del Vescovo Giovanni fu cotanto efficace, che se bene da Sicardo non potesse ottener pace perpetua, l'ottenne però per cinque anni. Al che Sicardo ne men sarebbe venuto, se Andrea, che allora governava il Ducato napoletano, avendo chiamato in suo ajuto i Saraceni, non l'avesse per timore de' medesimi fatto venire a concluderla[445]: siccome l'evento lo rese chiaro, perchè rimandati che n'ebbe Andrea i Saraceni, Sicardo cercava differirne la conchiusione: ma essendo ricorsi i Napoletani a Lotario, vi mandò questi Contardo, il quale operò, che la pace fosse con effetto stabilita (dopo il corso di sedici anni di continua e crudel guerra) nell'anno 836, e furono di buona fede accordati i patti con Giovanni Vescovo ed Andrea Duca.
L'istromento di questa pace o sia il Capitolare di Sicardo fatto per la medesima, noi lo dobbiamo alla diligenza di Camillo Pellegrino[446], dove molte cose notabili s'incontrano intorno a' riti ed alle leggi di questi Popoli. Si rende ancora per questo istromento manifesto quanto in que' tempi si stendessero i confini del Ducato napoletano e quali fossero i luoghi adiacenti ed a quello soggetti. Si vede chiaro, che oltre a Sorrento ed alcuni altri vicini castelli, abbracciava anche Amalfi: che i patti e le convenzioni si regolavano secondo le leggi longobarde, che in questi tempi erano la ragion dominante. Si conviene ancora espressamente, che i Napoletani, siccome avean promesso in vigor dell'altra pace firmata con Sicone padre di Sicardo, continuassero a pagare a' Principi di Benevento ogni anno il solito tributo, altrimente che potessero essere pegnorati. Che fra questi due Popoli vi fosse, durando i cinque anni della pace, perfetta amicizia, e che vicendevolmente non s'impedissero i loro negozj e traffichi, fossero per mare o per fiume o per terra: che si restituissero con buona fede i fuggitivi dell'una e dell'altra parte e le loro robe: e molte altre capitolazioni ivi si leggono, che non fa mestieri qui rapportare.
Conchiusa questa pace, narrasi, che i Saraceni da Sicilia sbarcati a Brindisi occupassero quelle città e depredassero i luoghi convicini, ma accorsevi tosto Sicardo per reprimere questa irruzione; ancorchè fosse stato ne' primi incontri rispinto, ristabilito meglio il suo esercito, di nuovo andò ad assalirgli; onde vedendo i Saraceni non poter resistere, datovi prima il sacco, bruciarono Brindisi, e fatti schiavi molti di que' cittadini, co' medesimi e con la preda fecero in Sicilia ritorno.
Narrasi ancora, che intorno a' medesimi tempi, surte fra gli Amalfitani gravi discordie, molte famiglie di quella città fossero andate ad abitare in Salerno, dove da Sicardo furono benignamente accolte; il quale approffittandosi della congiuntura, e vedendo quasi vota quella città d'abitatori, le medesime truppe, che egli avea unite contra i Saraceni, le drizzò per l'assedio d'Amalfi, e rompendo la pace fatta co' Napoletani ritornò a devastare i confini di questo Ducato: di che Andrea Duca fieramente sdegnato, vedendo non poter colle proprie forze reprimere la ferocia del nemico, spedì di nuovo Ambasciadori all'Imperador Lotario, pregandolo di nuovi soccorsi: (ricorrevasi agl'Imperadori d'Occidente, poichè da quelli d'Oriente, per le rivoluzioni della Corte di Costantinopoli, niente potea sperarsi, ed i soccorsi eran molto tardi e lontani) Lotario benignamente ricevutigli, rimandò in Napoli Contardo: ma questi quivi giunto, trovò ch'era cessato ogni pericolo per la morte opportunamente accaduta di Sicardo[447], il quale da' Beneventani stessi era stato poc'anzi ucciso; poichè questo Principe imperversando vieppiù contro i medesimi, e dando l'ultime pruove della sua tirannide ed estrema avarizia, diede in eccessi orribili. Per avidità di denaro carcerò _Deusdedit_ celebre Abate di monte Cassino: spogliò molte Chiese e monasteri de' loro poderi. Tolse per violenza a molti Nobili ed anche a gente di minor condizione le loro sostanze; ed insultò di stupro una nobilissima matrona beneventana. A tutto ciò s'aggiungeva la superbia di Adelchisia sua moglie, e l'ignominia alla quale espose molte matrone beneventane, che le fece denudare con esporle in pubblico per ludibrio della gente, per vendetta che un dì fu lei per casualità veduta nuda da un beneventano.
Ridotti per tanto i Beneventani nell'ultima disperazione, si risolsero d'ucciderlo, ed avendo ben disposti i mezzi, fu il tiranno da' suoi più domestici trucidato l'anno 839 con giusto compenso; poichè siccome Sicone suo padre fece uccidere Grimoaldo, così Sicardo suo figliuolo riportò condegna pena della colpa del padre e delle sue crudeltà e scelleratezze. Non fu pianto da' Beneventani, e perciò di lui non si legge tumulo alcuno in fra gli altri de' Principi beneventani. Morto adunque il tiranno, fu concordemente eletto per Principe di Benevento _Radelchisio_, che fu Tesoriere di Sicardo, Principe di nobili maniere e di costumi d'ogni virtù adorni: nel cui Principato cominciarono le cose de' nostri Longobardi a declinare, non pure per le scorrerie di straniere nazioni, ma molto più per l'interne discordie de' Principi stessi longobardi, onde si vide finalmente questo Principato diviso in tre _Dinastie_: origine che fu della caduta dei Longobardi in queste nostre province, come, dopo aver narrato la politia ecclesiastica di questi tempi, si vedrà nel seguente libro di questa Istoria.
CAPITOLO VII.
_Politica ecclesiastica delle Chiese e Monasteri del Principato beneventano._
Divisa la Chiesa greca dalla latina, e vie più crescendo le occasioni d'una irreconciliabile separazione, e rimanendo sotto l'Imperio greco molte città di queste nostre province, si vide la politia delle nostre Chiese non in tutte uniforme, ma molto varia e discorde: secondando la politia della Chiesa quella dell'Imperio. Il Regno d'Italia trapassato da' Longobardi franzesi sotto Carlo M., che fu eletto ancora Imperadore d'Occidente, era governato da questo Principe non tanto con questo spezioso titolo, quanto come Re, ed amava non meno intitolarsi Re d'Italia, ovvero dei Longobardi che di Francia ed Imperadore. Quindi, ancorchè i nostri Principi beneventani si opponessero alla sovranità, ch'egli come Re d'Italia, e succeduto in luogo de' Re longobardi, pretendeva sopra il Principato di Benevento; nulladimanco il titolo d'Imperadore il rendè da poi più Augusto e più tremendo; e le occasioni, che si presentarono così a lui, come agl'Imperadori Lodovico e Lotario suoi successori, resero i nostri Principi longobardi beneventani agli Imperadori d'Occidente tributari; onde avvenne, che la politia di tutte le Chiese, ch'erano dentro i confini d'un sì vasto ed ampio Principato, s'adattò a quella dell'Imperio d'Occidente, ed alla disposizione che Carlo M. e gli altri Imperadori suoi successori diedero alle Chiese occidentali, delle quali, anche di quelle ch'erano dentro il Principato di Benevento, ne presero cura e protezione. Furono in conseguenza le Chiese di questo Principato sottoposte alla Chiesa latina, e dal Patriarca d'Occidente come prima erano rette e governate: in niente potendo in quelle prevalere il potere e l'ambizione del Patriarca d'Oriente.
Carlo M. adunque eletto Imperadore d'Occidente, e rendutosi per li segnalati servigi prestati alla Chiesa romana cotanto di lei benemerito, spinse Adriano e Lione III, romani Pontefici, a ricolmarlo de' più grandi onori, che si fossero giammai intesi. Fuvvi una vicendevol gara fra essi di liberalità e cortesia. Carlo in profondere province, città, giurisdizione ed altri beni temporali: i Pontefici all'incontro lo ricompensavano di beni spirituali. In cotal guisa terminaronsi a confondere le due potenze, e quando prima i confini che le separavano eran ben chiari e distinti, si resero da poi assai più confusi ed incerti: onde dai savj[448] fu creduto, che Carlo M. venne assai più di quel che fece Costantino M. ad accelerare non meno la ruina della potestà politica dell'Imperio, che della Chiesa stessa, corrompendo vie più la sua antica disciplina.
Quantunque il Baronio[449] e Pietro di Marca[450] riputino favoloso il Concilio lateranense, che Sigeberto[451] narra essersi convocato da Adriano in Roma, da poi che Carlo ebbe trionfato del Re Desiderio, creduto per vero da Graziano[452] che seguì la fede di Sigeberto, dove narrasi essersi conferita a Carlo M. la potestà d'eleggere il Papa ed ordinare la Sede appostolica; nulladimanco, se a Carlo non fu tal facoltà espressamente conceduta da Adriano per quel Sinodo, siccome fece da poi Lione VIII a Ottone I, ebbe egli in effetto quella ragione, che niun Papa senza il suo consenso e permesso potesse consecrarsi: siasi ciò introdotto per consuetudine, come dice Floro Magistrato[453] che visse ne' tempi di Lodovico Pio: siasi per concessione di Papa Zaccaria, come credette Lupo Ferrariense[454]: sia perchè non volle egli esser riputato meno degl'Imperadori d'Oriente, i quali erano in possesso di confermare il Papa eletto, nè poteva esser consecrato, se prima l'Imperadore non l'approvava; egli è certo, che Carlo disponeva della Sede appostolica a suo modo, con compiacimento degli stessi romani Pontefici, li quali volentieri lo permettevano, così per rendersi grati a Carlo per li tanti e sì segnalati beneficj ricevuti, come anche per togliere affatto ogni speranza agl'Imperadori d'Oriente di racquistare sopra la Chiesa di Roma questa preminenza, della quale, perduto l'Esarcato e Roma, n'erano stati spogliati.
Stabilì per tanto Carlo l'elezione del Pontefice romano nella stessa guisa appunto com'era stabilito, quando gl'Imperadori d'Oriente dominavano Roma, cioè che fosse il Papa eletto dal Clero e dal Popolo, ed il decreto dell'elezione fosse mandato all'Imperadore, il quale se l'approvasse fosse l'eletto consecrato. Morto Carlo, li suoi successori Lodovico Pio e Lotario si mantennero in questo possesso; e quantunque alle volte i Papi eletti dal Clero e dal Popolo si fossero fatti consecrare, senza aspettar decreto dell'Imperadore, come accadde nell'elezione di Pascale; nulladimanco questi mandò tosto a scusarsi con Lodovico figliuolo di Carlo, che non era ciò proceduto per sua volontà, ma per forza del Popolo, che così aveva voluto. Restituì bensì Lodovico per suoi capitolari la libertà dell'elezioni non pur de' Papi, ma di tutti i Vescovi; ma non perciò derogò all'assenso ed all'approvazione del Principe, come ben pruova l'Arcivescovo di Parigi[455]; anzi questo insigne Scrittore, per la testimonianza di Floro Magistro, Autore contemporaneo, dimostra che Lodovico sempre fu richiesto dell'assenso, nè permetteva la consecrazione senza il suo permesso, rapportando ancora, che dopo l'anno 820 essendo stato eletto Gregorio IV non fu prima ordinato, se non da poi che il Legato di Cesare giunto a Roma non esaminò l'elezione: tanto è lontano ciò che alcuni ingannati dall'apocrifo C. _Ego Ludovicus_[456], dissero, che Lodovico avesse rinunziata questa facoltà di confermare il Papa eletto. Essendo ancor certo, che non pur Lodovico, ma anche Lotario di lui figliuolo e Lodovico II suo nipote confermarono tutti i Papi eletti nelle loro età[457]: e non se non quando s'estinse in Italia la posterità di Carlo M. nell'anno 884 Adriano III fece decreto, che il Pontefice si consecrasse senza l'Imperadore.
Si prese anche Carlo pensiero d'ordinare le Chiese d'Occidente con suoi Capitolari, convocando di sua autorità i Sinodi, dove fece intervenire non meno i Prelati della Chiesa, che i Signori del secolo, stabilendovi regolamenti non meno per lo temporale, che per la disciplina delle Chiese stesse, facendo egli diverse leggi ecclesiastiche per la distribuzione delle rendite e possessioni delle Chiese e delle decime: rinovando molti degli antichi canoni, ch'erano andati in disuso.
Ma assai maggiore autorità s'assunse Carlo, eletto che fu Imperadore, intorno all'elezione ed ordinazione de' Vescovi, ed il tutto fece con permessione degli stessi romani Pontefici. Restituì egli bensì la libertà a' Popoli ed al Clero d'eleggere li Vescovi, ma prescrisse loro più leggi intorno all'elezione: che dovessero eleggere uno della propria Chiesa o Diocesi: che i Monaci dovessero eleggere l'Abate, dal loro proprio monastero; e con autorità della Sede appostolica, e consenso dei Vescovi fugli ancora attribuito, che dopo eletto il Vescovo o l'Abate si fossero presentati all'Imperadore, e quando fossero da lui approvati, dovess'egli investirgli, dando loro il Pastorale e l'anello[458], e poi dovessero essere consecrati da' Vescovi vicini: donde nacque la ragione delle _investiture_, per cagion delle quali ne' seguenti secoli sursero tante discordie e contese tra i Papi e gl'Imperadori.
L'intento suo era, rendendosi in cotal guisa ligi i Vescovi e gli Abati, stabilir meglio il suo Imperio, e contenere i suoi sudditi con più stretti legami nell'ubbidienza. Perciò egli, oltre di aver cotanto innalzata la Chiesa romana, e resala signora di tante città e terre, arricchì anche l'altre Chiese e monasteri di baronie, di contadi e di ben ampj e ricchi Feudi, rendendogli signori temporali de' luoghi ove tenevano i loro benefizj, con unire alla dignità spirituale la temporale, come a quella accessoria e dependente: ed investivagli per la temporalità con l'anello e col Pastorale, ricevendone perciò il giuramento e l'obbligo di molte prestazioni ed angarie, anche del servizio militare, come qualunque altro Feudatario: ciò che da Guglielmo Malmesberiense[459] fu riputato un saggio tratto di fina politica, dicendo che Carlo _omnes pene Terras Ecclesiis conferebat, consiliosissime perpendens, nolle sacri Ordinis homines tam facile quam laicos fidelitatem dominii sui rejicere. Praeterea, si laici rebellarent, illos posse excommunicationis auctoritate et potentiae severitate compescere._
Accrebbe Carlo eziandio la conoscenza de' Vescovi, e molto più di quello di Roma: concedè loro _Territorio_ ed il _Jus carceris_[460], del quale i Pontefici prima di Carlo M., non erano in Roma stessa stati mai in possesso: e gli altri Principi a sua imitazione lo concedettero a' Vescovi delle loro città. Ordinò Carlo di vantaggio ne' suoi _Capitolari_, che indistintamente tutti i Cherici e Monaci o Monache non potessero essere accusati avanti il Magistrato secolare, ma solamente avanti il Vescovo; e nel civile che potessero dimandar la remissione d'ogni causa innanzi al Vescovo[461]. Questo privilegio fu poi generalmente in ogni causa civile e criminale confermato dall'Imperador Federico I, e la sua ordinanza fu incorporata nel Codice di Giustiniano[462], tanto che passò in legge comune; onde nacque poi quella distinzione, che vi erano due generi d'uomini, Cherici e Laici; i Laici erano subordinati alla giurisdizione secolare, ed i Cherici all'ecclesiastica. E se la bisogna fosse rimasta a questi termini, sarebbe stata comportabile; ma in decorso di tempo, oltre ad essersi la giustizia ecclesiastica maravigliosamente accresciuta per le cagioni, che si noteranno nel progresso di questa Istoria, i Papi ed i Vescovi, a' quali per privilegio de' Principi fur conceduti e Feudi e giurisdizione, spogliarono i Principi dell'investiture ed assensi nelle loro elezioni, e si ritennero i Feudi e la giurisdizione, vantando di vantaggio, che non per loro concessione o privilegio, ma per diritto divino esercitavan essi giurisdizione sopra le persone ecclesiastiche.
I medesimi favori, morto Carlo, furono continuati da' successori del suo sangue all'Ordine ecclesiastico, e Lotario I gli concedè giurisdizione sopra i loro _Patrimonj_, concedendo a richiesta degli Abati e degli altri Preposti alle Chiese un Giudice particolare in quel luogo, che chiamavasi _Difensore_, il quale avesse la conoscenza delle cause, proibendo al pubblico Magistrato di potervisi ingerire[463].
Da questo mescolamento di potenze vicendevolmente comunicate fra' Principi del secolo e Prelati della Chiesa, ne nacquero in questo secolo e nel seguente quei tanti disordini e mostruosità: si videro i Vescovi ed i maggiori Prelati frequentare le Corti de' Principi ed esser de' loro consigli: guidare come Feudatarj truppe d'eserciti armati: impacciarsi ne' governi e nelle consulte di Stato: nè in questi tempi era riputata deformità il vedersi, che chi era Vescovo di Napoli ne fosse insieme Duca; e quello di Capua essere insieme Vescovo e Conte di quella città; ciò che fece loro tener a vile ogni altro esercizio delle cose sacre e spirituali.
Quindi nelle province, che nel Principato di Benevento erano comprese, come tributarie agl'Imperadori d'Occidente, seguitandosi la medesima politia, cominciarono i monasteri e le Chiese ad acquistar Feudi e Baronie; poichè prima di Carlo Magno i Re longobardi nè a' Monaci, nè a' Cherici concedevan Feudi[464], riputando non ben ciò convenire al loro stato; ma i Pontefici romani non vi trovarono niun inconveniente, nè ricusarono la liberalità di Carlo nè degli altri Principi, i quali a sua imitazione di molti Feudi e Contadi arricchirono le Chiese e monasteri; ed avendo avuto l'ordine Arnoldo da Brescia di sostenere, che i Feudi non si potevano concedere alle Chiese, fu nel Concilio di Laterano condennato per eretico[465].
Non fu riputato inconveniente, che la potenza temporale sia annessa e resa accessoria e dependente dal Sacerdozio, e che le Chiese e monasteri investiti dei Feudi, per ciò che riguarda la temporalità, riconoscessero per signor Sovrano il Principe, dal quale n'erano investiti, e per ciò che s'appartiene alla spiritualità ed in tutte l'altre cose il Sommo Pontefice loro Capo e Moderatore. Quindi in decorso di tempo si videro, particolarmente nella Germania[466], più Vescovi, Abati e Priori essere Signori temporali delle città, villaggi e luoghi, dove i loro benefizj erano situati, ne' quali fanno essi esercitare in nome loro, e sotto la loro autorità tutta la giustizia civile e criminale come signori laici. E sembrando cosa molto strana, che per se medesimi esercitassero la giustizia criminale, la fanno esercitare da' loro Ufficiali, li quali per le ordinanze del nostro Regno, non altrimenti che si pratica in Francia, devono essere Laici. Per la qual cosa queste loro Signorie temporali si governano colle medesime regole, che le altre che sono in mano de' Secolari, e non ci si può niente notare di particolare, se non che queste essendo fra i beni ecclesiastici, non sono nè vendibili, ne ereditarie, ma restano perpetuamente attaccate co' benefizj; donde dipende, affinchè la sovranità, che vi tiene il Principe, non riesca inutile ed infruttuosa, togliendosele per ciò ogni speranza di devoluzione, che siano obbligati a tutte quelle prestazioni, che gli altri Baroni sono tenuti, esigendosi perciò in vece di rilevj, i _quindennii_[467], e riputandosi in ciò come tutti gli altri Feudatarj. Quindi parimente deriva, che presso di noi, secondo l'uso di Francia, le appellazioni, che s'interpongono nelle cause di queste loro giustizie temporali, vanno innanzi a' Magistrati regali, non davanti a' Superiori ecclesiastici[468]: e che le cause debbano essere decise secondo le nostre Costituzioni ed ordinanze del Re e de' costumi de' luoghi, non già secondo il diritto canonico[469].
Il primo fra noi, che per concessione de nostri Principi longobardi abbia posseduto castelli e Baronie, fu il monastero di M. Cassino, onde a ragione il suo Abate oggi vanta essere egli primo Barone del Regno, e che ne' Parlamenti generali fra tutti i Baroni gli appartenga il primo luogo[470]. Marino Freccia[471], dando forse credenza alle favole di Pietro Diacono[472], continuatore della Cronaca di Lione Ostiense, scrisse, che Giustiniano Imperadore avesse donato a questo monastero più città e terre del Regno; quando Lione, che nella sua Cronaca par che non avesse avuto altro in pensiero, che far un inventario di tutte le donazioni e concessioni fatte a quel monasterio da varj Principi e Signori, e da persone private ancora, di cose anche di picciol momento, non ne fa alcun motto: tralasciando che Pietro Diacono accenna privilegi non pur di Giustiniano, ma anche di Giustino seniore, che regnò in Oriente, quando i Goti dominavano tutta l'Italia, e quando S. Benedetto non ancora era passato nella nostra Campagna, e gito a Cassino.
(_Niccolò Alemanni nelle note ad Historiam Arcan. Procop. c._ 6, dove questo Istorico rapporta, che _Giustino_ per non sapere scrivere fecesi formare certo istromento di legno per sottoscrivere i Diplomi, per lo quale potesse esprimere con quattro sole lettere la sua firma, accuratamente ponderò, che i Diplomi di _Giustino_, che diconsi conservarsi nell'archivio di Monte Cassino, avendo l'intiero suo nome, siano apertamente apocrifi, dicendo: _Audieram in Archivio Cassinensi haberi Justini Diplomata ejusdem manu consignata: ex quibus formam illarum quatuor literarum excipere, earumque longitudinem latitudinemque et apicum ipsorum ingenium summa, qua fieri potuisset industria adamussim exprimere, tibique Lector proponere constitueram. Sed perfertur ad me ibi_ Justini _nomen integrum esse. Quare diplomata, quae aliis etiam de causis suspectae fidei olim Baronio visa sunt, ex hoc Procopii loco imposturae jam quisque facile convincat_).
Gisulfo Duca di Benevento, come fu detto, fu il primo che di Castelli e Baronie arricchì questo monastero; onde in decorso di tempo per munificenza d'altri Principi si vide signore anche della stessa città di Cassino, e posseder eziandio Feudi in altre province, come in Calabria il Cetraro, nel Contado di Molise S. Pietro di Avellana, nell'Apruzzi Serra dei Monaci e molti altri in altri luoghi, di cui il Registro di Bernardo Abate e la Cronica di Lione sono buoni testimonj. Quindi gli Abati del monastero Cassinense agli Imperadori d'Occidente, da' quali, secondo il costume, si proccuravan le conferme o sian _Precetti_, chiamati anche _Mundeburdj_ delle precedute concessioni, prestavano il giuramento di fedeltà, siccome fecero con Lotario II Imperadore, riputandosi perciò quel monastero Camera imperiale[473]: e nella divisione seguita del principato di Benevento tra Radelchisio e Siconolfo, fu perciò eccettuato questo monastero, come immediatamente posto sotto la protezione dell'Imperadore: ed Errico VI concedè all'Abate Rofrido privilegio, esentandolo dalla prestazione di soldati, alla quale come Feudatario era obbligato: ciò che poi non fece il Re Guglielmo il Buono: il quale nella spedizione di Terra Santa, ricevè da questo monastero sessanta soldati e ducento servienti[474].
Non meno i monasteri dell'Ordine di S. Benedetto, che tutti gli altri, in decorso di tempo sotto i nostri Principi normanni, si videro Signori di castelli e Baronie. Cacciati intieramente da queste nostre province i Greci, e l'uso de' Feudi disseminato da per tutto, anche i monasteri sotto l'Ordine di S. Basilio, e sotto altre Regole ebbero Feudi. Quello di S. Elia dell'Ordine di S. Basilio ebbe la terra di Carbone intorno al civile. Gli Abati di S. Marco in Lamis, di S. Demetrio e tanti altri: gli Ordini di S. Giovanni gerosolomitano, di S. Stefano e moltissimi altri di diverse religioni, che possono vedersi presso Ughello, tengono Baronie.