Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 23

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Non pure lasciò Carlo intatte le leggi romane e le longobarde, ma, per quanto la condizione di que' barbari ed oscuri tempi comportava, si sforzò di restituire la giurisprudenza romana in qualche lustro. Si riconosceva questa e si racchiudeva non già, come si è veduto, da' libri di Giustiniano, de' quali in questi tempi in Occidente poca era la notizia e molto minore l'autorità; ma dal Codice di Teodosio e dal suo Breviario compilato per Alarico: e quantunque distratto da varie militari cure, e per la mancanza de' Professori e per l'ignoranza del secolo, non potesse ridurre ad effetto il suo desiderio, emendò però come potè meglio il Breviario d'Alarico, donde la legge romana era nel Foro a' Giudici allegata.

L'esempio del padre imitò Pipino Re d'Italia: ci restano ancora di lui i suoi Capitolari[428], che come Re d'Italia promulgò, i quali parimente dopo gli editti de' Re longobardi leggiamo nel mentovato Codice Cavense: molte sue leggi perciò da quelli estratte, vediamo inserite nel volume delle leggi longobarde[429]: donde si vede chiaro, che le leggi che Carlo e gli altri Imperadori d'Occidente suoi successori stabilirono come Re d'Italia, e che si vedono inserite nel Corpo delle leggi longobarde, ebbero in Italia forza e vigore, non perchè fatte come Imperadori, ma come Re d'Italia ch'essi erano. Così Pipino che non fu mai Imperadore (onde devono emendarsi nel volume delle leggi longobarde quelle iscrizioni, che portano alcune sue leggi d'_Imperator Pipinus_) perchè vivente l'Imperador Carlo suo padre era stato costituito Re d'Italia, fece perciò come tale le sue leggi, le quali in essa ebbero tutto il vigore, e fra le leggi longobarde de' Re furono annoverate.

Morì Pipino sul fine dell'anno 810 da poi che Carlo suo padre avea conchiusa in Aquisgrana la pace con Niceforo, e morì assai giovane in età di trentatre anni, l'anno 29 del suo Regno, non lasciando che un figliuolo naturale chiamato Bernardo in età di dodici in tredici anni, il quale due anni da poi fu dall'avo creato Re d'Italia.

Un anno appresso, sul fine del 811, trapassò ancora Carlo primogenito dell'Imperadore, a cui il padre avea destinata la Francia colla Turenna ed una parte del Regno di Borgogna, e morì senza lasciar figliuoli: di maniera che de' tre figliuoli che egli avea destinati per successori ne' suoi Stati, non gli rimase che Lodovico Re dell'Aquitania; perciò associollo all'Imperio, e lo fece coronare in Aquisgrana nel mese di settembre dell'anno seguente 813. Morì pure in fine, dopo aver regnato 47 anni in età di 70 l'invitto Carlo, Principe che riempiè il Mondo della sua fama, e che meritamente acquistossi il soprannome di Grande: morì in Aquisgrana l'anno 814 il dì 28 del mese di gennajo, lasciando per suo successor dell'Imperio e dei Regni di Francia, di Aquitania e di Germania _Lodovico_ suo figliuolo, soprannomato il _Pio_, ovvero il _Buono_, e _Bernardo_ suo nipote Re d'Italia.

CAPITOLO VI.

_Di GRIMOALDO II, SICONE e SICARDO Principi di Benevento; della pace che formarono co' Franzesi, e delle guerre che mossero a' Napoletani._

Intanto al Principato di Benevento, per la morte accaduta nel 806 di Grimoaldo senza lasciar di se prole maschile (poichè Gottifredo era a lui premorto), era stato innalzato un altro Grimoaldo, che fu suo Tesoriero, onde con manifesto errore il Sigonio reputò un solo Grimoaldo questi due. Fu questi un Principe di genio tutto diverso dal suo predecessore, di soavi costumi, e molto alla pace inchinato, il quale per liberar il suo Stato dalle continue scorrerie de' Franzesi, si risolse di pattuire con quelli una ben ferma pace, ed essendo morto Pipino, mandò a questo fine suoi Legati all'Imperadore, il quale non ancora avea dichiarato Re d'Italia Bernardo suo nipote. Carlo che si trovava allora distratto contro i ribellanti Bretoni, e contro gli Schiavoni, vi diede orecchio, e contentandosi del tributo offerto da Grimoaldo, fermò con lui la pace[430]. Da questo tempo innanzi il Principato di Benevento rimase tributario agl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia, ed i Beneventani per lungo tempo furono in pace con i Franzesi.

Diede Grimoaldo all'incontro la pace a' Napoletani: questi due Popoli, Beneventani e Napoletani, furono quasi sempre in contese, e non mancavano, come emoli e vicini continue occasioni di guerre. Questo Principe pose fra loro pace: ma il di lui destino portò, che quella non guari durasse, per un'occasione che saremo a raccontare. Governava in questi tempi il Ducato napoletano per l'Imperador Lione soprannomato l'_Armeno_, Teodoro Duca e Maestro de' soldati, il quale fermata ch'ebbe la pace con Grimoaldo, amministrava il Ducato con somma quiete e tranquillità; ma un nobile beneventano chiamato Dauferio e per difetto di lingua soprannomato il Balbo, di torbido ingegno e di spiriti ambiziosi turbò pace sì tranquilla; poichè questi con somma ingratitudine congiurando contro Grimoaldo, da cui in molta stima era tenuto, eragli venuto in pensiero, dovendo passar questo Principe, mentre approssimavasi a Salerno, per un ponte di sbalzarlo e precipitarlo in mare[431]: ma scopertasi la congiura, passando egli sano e salvo il ponte, fece imprigionar tosto i congiurati: Dauferio che non ritrovossi presente, ciò conosciuto, tosto si pose in fuga, e verso Napoli s'avviò, dove da' Napoletani fu accolto, ed il Duca Teodoro lo ricevè sotto la sua protezione. Se ne offese a dovere il Principe Grimoaldo, onde per vendicar questi torti, ragunato all'istante come potè meglio le sue forze così terrestri, come marittime, verso Napoli incamminossi, e giunto vicino alle mura, vide opporsi a lui molta gente, che tutti erano in arme per ributtarlo. Allora Grimoaldo tutto acceso d'ira e di sdegno tentò ostinatamente di combatterla. Si pugnò ferocemente e per mare e per terra, e fu tanta la strage de' Napoletani, che per sette e più giorni sì videro l'acque del lido del mare bruttate del sangue de' morti, narrando Erchemperto[432], che sino a' suoi dì in terra si vedevano i tumuli de' cadaveri degli uccisi, essendo restati sul campo cinquemila morti in quella battaglia: solamente il Duca Teodoro e l'infame Dauferio scamparono dalla battaglia salvi, e datisi in fuga ed inseguiti, riuscì loro finalmente porsi dentro le mura della città; ma non perciò trovarono quivi riposo, poichè piene d'ira e baccanti colle armi alle mani furono inseguiti dalle donne napoletane, i mariti delle quali eran rimasi uccisi nella precedente battaglia, ad alta voce sopra di essi gridandogli per traditori ed infami, e che rendessero loro i mariti, già che per essi erano stati morti, avendo mossa così ingiusta guerra a' Beneventani. Intanto Grimoaldo inseguendo i fuggitivi giunse insino alla Porta Capuana, che trovatala chiusa, col suo stocco la percosse, nè quivi era chi potesse resistergli. I Napoletani serrate tutte le porte, dentro le mura si chiusero della città, pensando a difendersi come si potea il meglio. Sedati intanto per opra del Duca i tumulti e gli schiamazzi delle donne, cominciò a maneggiarsi la pace, e fu cotanta la destrezza e l'efficacia di Teodoro, che placato Grimoaldo, Principe per altro mitissimo e molto inclinato alla misericordia, gliela concedette: si contentò per ammenda d'ottomila scudi d'oro e che gli fosse restituito Dauferio; e fu tanta la sua clemenza, che non solo gli perdonò tutti i tradimenti e ribaldarie, ma anche l'accolse nella sua grazia e nel pristino favore.

Ma il destino di questo Principe non finì qui per perderlo; poichè non così tosto Grimoaldo fu salvo di questa congiura, che pochi anni dapoi glie ne fu ordita un'altra irreparabile, per la quale finalmente riuscì a' congiurati d'ammazzarlo. Capi di questa congiura furono Radechi Conte di Consa e Sicone Castaldo d'Acerenza. Era Sicone uomo di gran autorità in Spoleto, e per doversi opporre a' disegni di Pipino era entrato in sua disgrazia; onde di lui temendo, ricovrossi come in sicuro asilo a Benevento, ed accolto dal Principe Radechi lo creò Castaldo d'Acerenza, lo nudrì presso di lui con tanta affezione e grazia che lo pose in isperanza di doverlo lasciare suo successore[433]: Grimoaldo suo figliuolo l'amò anche; ma vedutosi egli da poi posposto a questo il Grimoaldo, di mal animo lo sofferiva, aspirando sempre al Principato: unitosi perciò con Radechi, tese insidie a questo infelice Principe, il quale fu ucciso da costoro nell'anno 817, ed in suo luogo, guidando il tutto Radechi, fu da' Beneventani al Principato di Benevento innalzato Sicone ancorchè straniero. Radechi pentitosi poscia d'una tanta scelleratezza si rendè poco da poi Monaco in Monte Cassino[434].

§. I. _Di SICONE IV Principe di Benevento._

Sicone quarto Principe di Benevento, per regger con più sicurtà e stender più oltre il suo Principato sopra i Napoletani, nel primo anno del suo regno ristabilì di nuovo la pace già prima fatta da Grimoaldo co' Franzesi, ed in quest'anno 818 confermolla con Lodovico il Buono, il quale, per la morte di Bernardo, era succeduto anche nel Regno d'Italia, promettendogli parimente il tributo. Da poi dal suo genio torbido ed ambizioso fu portato a movere aspra e crudel guerra a' Napoletani, avendo intanto assunto per Collega Sicardo suo figliuolo, a cui diede per moglie la figliuola di Dauferio[435].

Il pretesto si narra che fosse, per aver i Napoletani discacciato _Teodoro_ loro Duca, molto suo stretto e caro amico, e per aver eletto in suo luogo _Stefano_. Cinse Napoli per mare e per terra di stretto assedio, infinchè buttata a terra una parte della muraglia verso il mare, per quivi già meditava col suo esercito entrar trionfando; e sarebbegli certamente riuscito allora, ciò che i suoi predecessori non poteron mai conseguire, di sottopor Napoli al suo Principato, se l'astuzia e l'inganno del Duca Stefano e de' Napoletani non fossero stati pronti; poichè avendogli il Duca dimandata la pace, con offerirgli la città, che si rendeva già al vincitore, gli chiese che per allora si trattenesse d'entrarvi, potendo ciò fare la mattina del giorno seguente nella quale avrebbe più gloriosamente potuto entrar trionfando[436]: ed acciocchè Sicone prestasse a lui tutta la fede, gli mandò per ostaggi pegni assai cari, la propria madre e due suoi figliuoli. Gli credette Sicone, e mentre s'apprestava la mattina del seguente giorno per entrar nella città tutto fastoso e trionfante, i Napoletani presto presto, la notte che si frappose, rifecero la muraglia e tutti la mattina per tempo si fecero veder pronti alla difesa. Arse di rabbia e di sdegno Sicone con Sicardo suo figliuolo, nè lasciarono di batter la città più ferocemente e con maggior ostinazione per obbligarla a rendersi. Ma ostinati ugualmente i Napoletani, respinsero con ugual ardire e ferocia gli assalti: tanto che per molto tempo appresso durò questa guerra vie più ostinata e crudele. I Napoletani da dura necessità costretti, e vedutisi negli estremi perigli, finalmente pensarono di ricorrere agli aiuti di straniere forze: lontani eran gli aiuti dell'Imperador d'Oriente, il quale implicato in altre imprese a tutto altro avea l'animo rivolto, che di soccorrer Napoli. Risolsero per tanto di ricorrere al presidio de' Franzesi; ed avendo mandato a sollecitar l'Imperador Lodovico, furon loro dal medesimo somministrati, aiuti e ancorchè piccioli, nulladimeno furon tali, che per qualche tempo poterono prolungare la difesa e render vani gli sforzi di Sicone. Ma poichè da questi Principi stranieri, come distratti in cose più premurose, non si continuavano i soccorsi, e dall'altra parte in Sicone non si vedeva per niente scemata la ferocia e l'ostinazione; non potendo i Napoletani sostenere più lungamente l'assedio, proccurarono per mezzo del loro Vescovo Orso di trattar la pace con Sicone, con quelle condizioni meno dure che si potesse. Fu tale l'efficacia ed il modo di questo Prelato, che portatosi da Sicone, tanto lo pregò, che finalmente gliela concedette con questi patti: che da allora avanti dovessero i Napoletani pagar a' Principi di Benevento ogni anno il tributo, che chiamarono _Collatam_: e che il corpo di S. Gennaro, Vescovo che fu di Benevento, che i Napoletani tenevano nella sua Basilica fuori le mura, e ch'egli si avea già tolto, seco nel potesse portare in Benevento. Furono accordati i patti e dati gli ostaggi; con solenne giuramento promettendo il Duca ed i Napoletani di pagar ogni anno il tributo infra loro accordato. Ecco come rimase il Ducato di Napoli tributario al Principato di Benevento, siccome fu per molti anni appresso nel tempo degli altri Principi suoi successori. Sicone fece ritorno in Benevento, ove seco con gran tripudio condusse il corpo di S. Gennaro, che ivi per molto tempo fu venerato[437]. Altri aggiungono, che il Duca Stefano fosse stato scacciato da Napoli e che per opra di Sicone fosse stato fatto uccidere da' Napoletani stessi, i quali in suo luogo crearono _Buono_ per lor Duca.

§. II. _Prima invasione de' Saraceni in queste nostre Contrade._

Intorno a questi medesimi tempi (narra Erchemperto Scrittor contemporaneo) cominciarono le scorrerie de' Saraceni in queste nostre contrade; poichè venuti dall'Affrica, a guisa di sciami d'api ingombrando la Sicilia, dopo aver preso Palermo, e devastate le città e terre di quell'isola, oltrepassando il mare, assalirono queste regioni, e prima in Taranto sbarcati, portarono a' Greci e poi a' Longobardi beneventani tante rivoluzioni e disordini, che miseramente afflissero queste nostre province.

Li Saraceni egli è certo, che sono venuti da quegli Arabi, che erano discesi da Ismaele figliuolo della fantesca Agar, i quali per questo furono chiamati Ismaeliti ed Agareni; perciò, per coprire questa origine che veniva loro rimproverata, presero un nome più onorevole e si chiamarono Saraceni, come se Ismaele loro padre fosse venuto di Sara moglie d'Abramo: così ne discorre un Autor greco[438], benchè i dotti[439] nella lingua e nell'istoria arabica stimino, che gli Arabi abbian preso questo nome da una delle più nobili parti del loro paese nominato Sarac. Altri dissero, che gli Arabi presero il nome di Saraceni dal modo di vita pastorale e vagante, che menavano in campagna fra le arene infelici della Beriara, i quali secondo l'invito del pascolo mutavano abitazione.

(Ma _Adriano Relando_, nella sua _Palestina illustrata _[440], crede che gli Arabi chiamavano _Saraceni_ questi Popoli, perchè abitavano ne' luoghi rivolti ad Oriente, ed Eduardo Pocockio in Notis ad Abulfaraium p. 34 dice lo stesso, che i Saraceni universalmente siano li stessi, che Orientali, onde Ludewig in Vita Justiniani M. C. 8. §. 138 _num._ 847 pag. 585, confermando lo stesso, scrisse: SHARAK _Oriens_, SARACENI _Orientales universim incolae praesertim Arabiae_).

Avanti a Maometto erano divisi in molti piccioli Regni, e professavano anche differenti religioni: gli uni avevano abbracciato il Giudaismo, erano gli altri Sammaritani; ve ne fu medesimamente de' Cristiani, e la maggior parte erano Pagani. Ma da poi che nell'anno 623 questo Impostore ebbe pubblicata la sua legge e stabilita a forza d'armi, tutti finalmente la riceverono e si sottomisero al di lui Imperio, riconoscendolo non meno per Padrone che per Profeta.

Dopo la morte di questo famoso Impostore, accaduta nell'anno 632, i Principi arabi di lui successori gettandosi sopra le terre dell'Imperio, si renderono in pochi anni padroni della Palestina, Giudea, Siria, Fenicia e dell'Egitto. Impadronironsi poi della Mesopotamia, di Babilonia e della Persia: indi fatti più potenti e formidabili, v'aggiunsero l'Armenia, donde si diffusero nelle province dell'Asia minore: e fatti anche potenti in mare conquistarono le isole di Cipro e di Rodi; dall'altra parte verso Mezzo giorno, passati dall'Egitto in Affrica, ne scacciarono facilmente i Greci e vi presero in fine Cartagine. Quindi rendutisi Signori di tutto il paese in pochissimo tempo, e rinforzati da quella moltitudine innumerabile di Mori affricani, i quali abbracciarono il Maomettismo, presero l'opportunità, che loro si presentò d'invadere la Spagna.

Passati anche dall'Affrica in Sicilia posero nell'anno 820 in iscompiglio quell'isola, e con incendj e saccheggiamenti menavano in cattività i Cristiani. Distesero le leggi dell'Alcorano sopra tutte le province debellate: da Abubekir, Alì Mortozà, Omar ed Odonan che furono i primi successori di Maometto ed espositori del suo _Alcorano_, ne uscirono le quattro Sette: l'una fu abbracciata dagli Arabi e Mori; l'altra dai Persiani; la terza da' Turchi; e l'ultima da' Tartari.

Dalla Sicilia sbarcati a Taranto ne discacciarono i Greci, e posero in ispavento e terrore quella regione; ma maggiori furono le calamità, quando per le discordie interne de' nostri Principi furono da essi chiamati per ausiliarj; onde tutto andò in ruina e desolazione come più innanzi narreremo.

Avea intanto l'Imperador Lodovico in una Adunanza generale tenuta in Aquisgrana nell'anno 817 associato all'Imperio Lotario suo primogenito, dichiarandolo anche Re d'Italia; ed a' due altri suoi figliuoli, a Pipino diede l'Aquitania, ed a Lodovico la Baviera. Confermò poi questa divisione nell'anno 821 in un'altra Adunanza tenuta in Nimega; ma entrata, per questa divisione, nella famiglia regale grave discordia, l'Imperio si rese molto indebolito, tanto che a lungo andare, uscito dalle mani de' Franzesi, si vide ristretto in una parte d'Alemagna sotto Principi d'altre nazioni. S'aggiunse ancora, che Lodovico dopo aver divisi i suoi Stati fra i suddetti tre figliuoli natigli da Ermengarda, casatosi con Giuditta sua seconda moglie, n'ebbe da questa un altro nomato Carlo, al quale, a persuasione della medesima, fu assegnata da principio l'Alemagna, la Rezia e la Borgogna; e poichè ciò diminuiva la parte degli altri, eglino se ne mostrarono mal soddisfatti: origine che fu di sì crudeli ed aspre guerre tra costoro contro il proprio padre e la madrigna, che posero sossopra non men la Francia che l'Alemagna. La morte poi di Pipino Re d'Aquitania accaduta nell'anno 838 tornò a sconvolgere l'Imperio, che si vedea alquanto in riposo; poichè avendo questi lasciato due figliuoli Pipino e Carlo, l'Imperadrice Giuditta avea stabilito di privargli del Regno d'Aquitania e di dividerlo fra il suo figliuolo Carlo e Lotario, senza farne parte a Lodovico di Baviera. Ma Lodovico, postosi alla testa delle sue truppe, tentava impedire questi disegni; e dall'altra parte gli Aquitani gridarono per loro Re uno de' figliuoli di Pipino; ed all'incontro l'Imperador Lodovico vi accorse e vi fece riconoscere per Re Carlo in un Adunanza tenuta in Chiaramonte: poi lasciata sua moglie e suo figliuolo Carlo in Poitiers passò in Aquisgrana e di là entrò in Turingia e costrinse Lodovico a riritirarsi in Baviera. Convocò poi un'Adunanza in Vormes, dove infermossi ed essendosi fatto trasportare in un'isola dirimpetto ad Ingelheim vicino a Magonza, finì quivi i suoi giorni a' 20 giugno dell'anno 840, mandando prima di morire a Lotario la corona, la spada e lo scettro, insegne della dignità imperiale, che rinuziava ad esso.

Ci rimangono ancora dell'Imperador Lodovico il Pio, come Re d'Italia, alcuni suoi Capitolari, che volle aggiugnerli a quelli di Carlo M. suo padre ed agli editti degli altri Re d'Italia longobardi suoi predecessori, e si leggono nel mentovato Codice Cavense insieme con quelli di Lotario suo figliuolo e successore nell'Imperio, e nel Regno d'Italia, stabiliti nel Pontificato di Papa Eugenio II. Stefano Baluzio raccolse molti altri Capitolari di Lodovico il Pio, che come Imperadore fece in Aquisgrana, nè si dimenticò di questi, che da lui stabiliti come Re d'Italia fra le leggi longobarde s'annoverano[441].

Intanto i nostri Principi beneventani, ancorchè avessero fermata co' Napoletani quella pace, non durò guari che non si venisse di nuovo a romperla, ed a ritornarsi agli atti ostili. Col pretesto che i Napoletani fossero pigri e lenti a pagargli il tributo si rinnovò coll'istesso Principe Sicone la guerra, la qual continuò fin ch'egli visse. Morì Sicone nell'anno 832, dopo aver regnato in Benevento quindici anni, ed i Beneventani gli ersero un magnifico tumulo, in cui in molti versi esaltarono i suoi gloriosi fatti, che posto avanti la porta della chiesa Cattedrale di Benevento ora si legge presso Camillo Pellegrino fra gli altri tumuli de' Principi longobardi[442].

§. III. _Di SICARDO V Principe di Benevento._

Sicardo suo figliuolo, che ancor vivente suo padre fu partecipe del Governo, gli successe nel Principato, il quale vedutosi solo a regnare, volle nella ferocia e crudeltà di gran lunga superar suo padre. Proseguì la guerra co' Napoletani col pretesto, che non gli pagavano il tributo, i quali però gli fecero tal resistenza sotto Buono lor Duca, a Stefano succeduto, ch'essendosi i Beneventani fortificati in Acerra ed Atella, diroccarono questi castelli e posero in fuga il presidio. Durante il breve Ducato di Buono, che non fu più d'un anno e mezzo, sotto l'Imperio di _Teofilo_, il quale per la morte di _Michele il Balbo_ suo padre reggeva allora l'Oriente, le cose de' Greci in queste nostre regioni e nella Longobardia _Cistiberina_ andarono assai prospere[443]; ma morto questo Duca nell'anno 834 ritornarono i Napoletani nell'antiche angustie: perciò essi piansero amaramente una tanta perdita, e rizzarongli in memoria del lor dolore un magnifico tumulo, ove in versi acrostici colmarono di eccelse lodi le sue virtù ed il suo infinito valore, per avere respinti i Beneventani, ancorchè formidabili e, per forze, di gran lunga a' Napoletani superiori, e discacciatigli da Atella e da Acerra, luoghi ch'essi avean così ben muniti e fortificati. Questo tumulo ancor oggi si vede in Napoli nella chiesa di Santa Maria a _Piazza_ nel quartiere di Forcella, e vien anche rapportato dal Chioccarelli[444] e dal Pellegrino nell'Istoria de' Principi longobardi. Morto Buono fu creato Duca _Lione_ suo figliuolo, il quale non governò più il Ducato di Napoli che sei mesi; poichè tosto ne fu scacciato da _Andrea_ suo suocero.

Ma siccome i Napoletani per poco goderono le tante virtù di Buono, così all'incontro i Beneventani per molto ebbero a sofferire la crudeltà e gl'inumani costumi di Sicardo; poichè questi datosi in braccio a Roffrido suo cognato, figliuolo che fu dell'infame Dauferio, il quale d'iniquità sormontava il padre, per li rei consigli di costui si portò così crudelmente co' Beneventani, che gli pose nell'ultima disperazione. Per le sue ingannevoli arti e modi accorti avevasi Roffrido posto in mano il cuore di Sicardo, e ridottolo in tanta servitù, che niente operavasi senza il suo consiglio. Roffrido fu l'autore di tutte le scelleratezze adoperate da questo Principe: egli in prima colle sue arti fallaci l'indusse senza cagione veruna a mandar a perpetuo esilio Siconolfo fratello di Sicardo: fece imprigionare quasi tutti i Nobili beneventani, e molti condennare a morte: e ciò per fine sì reo, affinchè Sicardo abbandonato così da' congiunti, come da' suoi Baroni, essendo interamente posto nelle sue mani, potesse un dì più facilmente farlo morire, ed egli occupare il Principato. Per questi medesimi perversi disegni fece, che Sicardo facesse tosare i capegli a Majone suo cognato ed in un monastero lo chiudesse; fece strangolar Alfano, il più fedele e forte, ed il più illustre uomo che avesse quell'età; tanto che i Beneventani, non potendo più soffrire tanta indignità e sì dura tirannia, finalmente furono risoluti di trovar modo d'uccidere il proprio lor Principe.