Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 21
Nel Codice cavense altre volte riferito, fra gli editti de' Re longobardi, se ne legge anche uno di questo Principe, che contiene diciassette capitoli. Il primo comincia: _si quis homo_, e l'ultimo finisce: _si quis hominum_. Camillo Pellegrino[389] lo trascrisse per intero nella sua istoria de' Principi longobardi, annotandovi in che quello si conforma, ed in ciò che differisca dalle leggi longobarde. L'esempio d'Arechi seguitarono da poi gli altri Principi suoi successori come Adelchi, Sicardo, Radelchiso ed altri, come si vede da' loro _Capitulari_ impressi dal medesimo[390]: onde in queste nostre province alle leggi de' Re longobardi s'accrebbero quelle de' Principi di Benevento, per le quali venivano amministrate, e secondo le medesime i Giudici componevan le liti e amministravan giustizia. Il deliberar delle guerre, o delle leghe e delle paci, al Principe Arechi era riserbato, molte ne mosse a' Napoletani, moltissime ne sostenne co' Franzesi; fornir di Magistrati ed Ufficiali il suo Stato; tener cura della giustizia; coniar colla sola sua immagine le monete, e tutte le maggiori e più supreme regalie egli solo s'arrogò e ritenne: in breve tutta la cura dello Stato così nel politico, come nel militare con tutti i diritti di sovranità ad Arechi fu trasferita.
Carlo Re di Francia, il quale dopo aver nell'anno 781 dichiarato Pipino suo figliuolo per Re d'Italia, in altre imprese era intrigato, avendo inteso che Arechi avea scosso il giogo, e che arrogatesi tutte le regali insegne come Sovrano dominava Benevento, stimolato anche da Adriano P. R. al quale queste intraprese de' Beneventani erano pur troppo sospette, ritornò nell'anno 786 con potente armata in Italia; e da poi nel mese d'Aprile dell'anno seguente 787, scorrendo sopra il Principato di Benevento, minacciava anche quella città di stretto assedio. Ritrovavasi in questo anno 787 Arechi anche egli intrigato in una guerra, che sopra i campi Nolani aveva mossa a' Napoletani, onde intesa la venuta di Carlo, il quale con formidabile esercito devastava i suoi Stati, conchiuse tosto la pace co' Napoletani, per sospetto che questi non s'unissero co' Franzesi, e concedè loro alcune sovvenzioni, ovvero, _Diaria_, come le chiama Erchemperto[391] nella _Liburia_ e _Cemiterio_, campi che sono intorno Nola fertilissimi e di frumenti e di vini.
Giunto per tanto sopra Benevento l'esercito franzese Arechi prima gli fece valida ed ostinata resistenza, ma non potendo bastare le sue forze ad innumerabile oste, che a guisa di locuste dalle radici rodeva ciò, che paravasi innanzi, munito, come potè meglio, con forti ripari Benevento, ritirossi in Salerno; e fu allora che questo Principe di torri eccelse e mura fortissime cingesse questa città, e che pensassero i nostri Longobardi a fortificarsi nelle città marittime per trovare scampo dall'irruzione de' Franzesi, da' quali non stavano sicuri nelle mediterranee, siccome in quelle di mare, per non avere i Franzesi allora armate marittime, per le quali l'avessero potuto assalire: reso accorto ancora dall'esempio di Desiderio, che per non aver avuto un simile scampo, restò miseramente in Pavia prigione. L'esercito di Carlo intanto devastava il paese è giunto insino a Capua scorreva da pertutto, inferendo danni gravissimi alle campagne ed ai Capuani sopra ogni altro. Allora Arechi posponendo l'amore de' suoi proprj figliuoli alla salute de' suoi sudditi, mandò molti Vescovi beneventani ad incontrar Carlo, ed offerendogli per ostaggi Grimoaldo e Adelghisa suoi figliuoli, gli fece da' medesimi dimandar la pace. Sono pur troppo graziosi, e perciò da non tralasciarsi i colloqui, che l'anonimo Salernitano[392] fa passare tra Carlo e questi Vescovi, i quali rinfacciati dal Re com'essi ardivano comparirgli davanti, dopo aver unto e posta la Corona sul capo d'Arechi lor Principe, non gli seppero dar altra risposta, se non che pieni di paura si prostrorono colla faccia per terra avanti i suoi piedi: il pietoso Re, deposta ogni collera, umanamente trattògli, facendogli alzare e da poi ch'essi furono surti, disse loro: _Io veggo i Pastori, ma senza le loro pecore_: al che i Vescovi prendendo dall'umanità di Carlo pur troppa fiducia, non ebbero alcun ritegno di rispondere: _Venne il Lupo, e ha disperso le pecore_; il Re dimandò, qual fosse questo lupo, ed essi risposero: _tu se' quegli_. Finalmente dopo mille seccaggini lo pregarono, che contento degli ostaggi desse loro pace e risparmiasse la salute ad Arechi ed ai suoi Popoli: ma replicandogli Carlo ch'egli non poteva arrestarsi dal cominciato cammino, avendo giurato di non voler più vivere, se col suo scettro non fiaccava il petto ad Arechi. Allora un di loro chiamato Rodoperto Vescovo di Salerno, allegandogli in contrario l'esempio del giuramento d'Erode, lo consigliava a rompere il giuramento dato, del che il Re non ben pago chiese loro miglior consiglio; i Vescovi cercarono di deluderlo; poichè gli promisero di dargli in mano Arechi, purchè adempiuto il giuramento lo lasciasse regnare ne' suoi Stati. Mentre Carlo con desiderio era portato da' Vescovi di qua e di là perchè si adempiesse da loro la promessa, finalmente lo fecero entrare nella chiesa di S. Stefano, e quivi mostratagli una ben grande immagine d'Arechi, che era in un angolo della Chiesa, _ecco Arechi_, dissero, _che tu cerchi_. Allora il Re tutto pieno d'ira e di rabbia minacciò volergli mandare in esilio in Francia, se non attendevano ciò ch'avean promesso; ma i Vescovi tutti atterriti, prostrati di nuovo a terra cominciarono a dimandar misericordia e cercando con molti passi della Scrittura rattemperare il suo sdegno, narra l'Anonimo, che tanto efficacemente adoperaronsi, che in fine giunto il Re rabbioso sopra il ritratto d'Arechi, percotendolo fortemente collo scettro che teneva in mano, e dandogli più colpi nel petto e nel capo, ove era dipinta la corona e ridottolo in più pezzi, dicesse: _Questo avverrà a colui, che sopra di se s'arroga ciò che non gli è lecito_: e fatto questo, i Vescovi prostrati di nuovo gli chiesero per Arechi la pace. Carlo in fine, ad intercession di tanti gliela concedette. Creda chi vuole queste puerilità dell'Anonimo, egli è però costante appresso Erchemperto che Carlo non passò oltre di Capua, e quivi contento degli ostaggi fermò la pace con Arechi, e lasciogli il Ducato beneventano come lo reggeva. I patti furono, che Arechi s'obbligasse prestargli ogni anno certo tributo: che per ostaggi restassero in suo potere Grimoaldo e Adelghisa suoi figliuoli; e se gli consegnasse il suo tesoro: tutti gli furono accordati; e Carlo mandando un suo Gentiluomo in Salerno, ove Arechi dimorava, a firmargli, furono tosto eseguiti e consegnati al Re gli ostaggi col tesoro. Fece poi il Re ritorno in Francia e seco portonne Grimoaldo, ma Adelghisa fu per molte preghiere restituita in Salerno al suo genitore. E se ciò è vero, com'è verissimo, che Carlo M., non passasse oltre a Capua, e quindi ritornato in Francia, non facesse più ritorno in queste nostre parti, non so dove s'abbia Scipion Mazzella trovato, che Carlo, siccome fece in Parigi ed in Bologna, avesse in Salerno nell'anno 802 istituito quel Collegio, quando questa città non passò mai sotto la sua dominazione, ma fu sempre il sicuro ricovero de' Principi beneventani nelle tante guerre ch'ebbero da poi con Pipino, lasciato dal padre Re d'Italia.
Ma non così tosto il Re Carlo da Capua fu dilungato ed in Francia restituito, che Arechi, poco curandosi de' pegni dati, cominciò a trattar leghe con Costantino figliuolo d'Irene Imperadore d'Oriente, e fra di loro erano già venuti ad una stretta confederazione contro di lui; poichè Arechi aveva mandato suoi Ambasciadori in Costantinopoli cercando ajuto da Costantino, ed insieme l'onore del Patriziato; e ciò che più importava cercogli ancora il Ducato napoletano con tutti i luoghi appartenenti al medesimo, e che con valide forze gli mandasse Adalghiso suo cognato figliuolo del Re Desiderio, che come si disse erasi ricovrato in Costantinopoli, da poi che suo padre fu fatto prigione da Carlo; promettendogli egli all'incontro di voler sottoporsi, ciò che non voleva far con Carlo, al suo imperio, e di vivere all'usanza de' Greci, così nella tonsura come nelle vesti[393].
In effetto Costantino, abbracciando il partito, mandò subito due suoi Legati in Napoli perchè lo creassero Patrizio, i quali gli recarono le vesti intessute d'oro, la spada, il pettine e le forbici, perchè di quelle Arechi si coprisse e si tosasse, come aveva promesso: nè altro da lui richiese, se non che gli si dasse per ostaggio Romualdo altro figliulo d'Arechi. Giunti gli Ambasciadori in Napoli furono da' Napoletani ricevuti con solenne apparato, _cum Bandis, et Signis_, dice Adriano[394]; ma furono guasti tutti questi disegni per due intempestive morti. Morì, mentre queste cose trattavansi, nel mese di luglio di quest'anno 787 Romualdo promesso all'Imperadore per ostaggio, la cui morte immatura accelerò quella dell'infelice padre, e non a bastanza pianto da' Beneventani; il loro Vescovo Davide al suo tumulo erettogli, scolpì que' versi, che vengono rapportati da Camillo Pellegrino[395] ne' tumuli de' Principi longobardi. Poco da poi fu seguita questa morte da quella d'Arechi suo padre, il quale dopo aver regnato in Benevento trent'anni, nel seguente mese di Agosto di quest'istesso anno, fu tolto a' Beneventani in tempo, quando era più a loro necessario, lasciandogli in istato così deplorabile, che rimanendo senza chi li reggesse, furono, come diremo, da dura necessità costretti ricorrere alla benignità di Carlo, sottomettendosi a lui, con condizioni troppo dure e pesanti, purchè rimandasse loro Grimoaldo, ch'e' teneva in ostaggio. Lo piansero perciò i Beneventani amaramente, e gli eressero un maestoso tumulo nella loro città, ove Paolo Varnefrido, che dopo il suo esilio erasi quivi ricovrato, pianse ancor egli la loro sciagura, e lodò l'eccelse virtù di questo Principe in molti versi, che pur leggiamo presso Pellegrino. Ci restano ancora di questo Principe alcune leggi, che veder si possono ne' suoi _Capitolari_ impressi dal medesimo Autore; fra le quali non dee passarsi sotto silenzio quella, per cui vietò le Monache di casa chiamate altramente Bizoche. Aveale nel suo Regno il Re Luitprando ammesse, anzi in una sua legge[396] commendava l'istituto. Ma Arechi avendo scoverto che sotto quel velame si contaminavano di mille laidezze e libidini, sotto gravi pene tolse l'abuso, ed ordinò che fossero chiuse dentro monasteri. Fu Arechi un Principe assai magnanimo e generoso, ed in lui di pari gareggiavano la pietà, la giustizia, la fortezza e tutte le altre virtù. Egli con somma magnificenza ridusse a fine in Benevento il tempio di S. Sofia da Gisulfo incominciato. Eresse due superbi palagi, uno in Benevento, l'altro in Salerno, cingendo questa città d'alte torri, e ben forti mura. Fu amante delle lettere, e careggiò molto i Letterati di que' tempi avendogli in somma stima ed onore. Accolse con molti rispettosi segni Paolo Varnefrido, quando fuggito da Tremiti, ove da Carlo M. era stato esiliato, ricovrossi in Benevento: lo ricevè benignamente, e l'ebbe tra' più cari e fedeli suoi amici; onde Paolo in segno della sua gratitudine compose quell'elogio che fece scolpire nel suo tumulo.
CAPITOLO IV.
_Di GRIMOALDO II Principe di Benevento, e delle guerre sostenute da lui con PIPINO Re d'Italia._
I Beneventani, morto Arechi, mandarono Ambasciadori al Re Carlo a dimandargli con molta sommissione e preghiere Grimoaldo, i quali giunsero in tempo, quando non erano stati ancora scoverti al Re i trattati, che Arechi avea avuti con Costantino Imperador d'Oriente, de' quali non, se non dopo un'anno, ne fu avvisato dal Pontefice Adriano, che gli aveva scoperti per mezzo d'un Prete capuano chiamato Gregorio[397], per la qual cosa poterono con minore difficoltà tirare il Re ad assentire alle loro dimande, concedendo Grimoaldo per loro Principe, ma innanzi che partisse volle legarlo con questi patti: _Ch'egli facesse radere a' suoi Longobardi le barbe: che nelle scritture e nelle monete prima si ponesse il suo nome e da poi quello di Grimoaldo: e che da' fondamenti facesse abbattere le mura di Salerno, d'Acerenza e di Consa_.
(Queste parole della pace tra Carlo M. e Grimoaldo II Principe di Benevento sono conformi a ciò che scrisse _Erchemperto in_ Chronico: _Chartas quoque nummosque nominis sui caracteribus superscribi jusserat..... in suis Aureis ejus nomen aliquandiu figurari placuit_. Questo articolo di pace ricevè maggior fermezza e lume, e nell'istesso tempo spiega nettamente quella moneta d'oro di Carlo M., rapportata da Mr. Le Blanc, che diede a più d'uno de' nostri Antiquari gran travaglio, per intenderne le iscrizioni, poichè portando da una parte il nome di Carlo M., e dall'altra quello di Grimoaldo, credendo, che si volesse dinotare Grimoaldo Re de' Longobardi, ed i tempi non concordando, si videro in maggiori inviluppi. Queste monete si coniarono così, in esecuzione di questa pace; ed il nome di Grimoaldo dinota questo Principe di Benevento, e non già Re alcuno di Longobardi. Nel Museo Cesareo di Vienna fra le altre monete d'oro, che conserva, si vede ancor questa di _indubitata fede ed antichità_).
[Illustrazione: Moneta]
Assai maggiori condizioni e più dure avrebbe potuto il Re esigere da Grimoaldo, essendo in suo potere. Ma questi tornato in Benevento, e ricevuto con infinito giubilo da' Beneventani, per qualche tempo fece correre le monete e le scritture col nome di Carlo, mostrandosi, per assicurarlo maggiormente delle sue promesse, in questi rincontri voler da lui dipendere, se bene della demolizione di quelle Piazze non se ne parlasse: anzi Grimoaldo per togliere ogni sospetto che mai potesse aversi di lui, da poi che Carlo scoprì i trattati d'Arechi suo padre, avendo già l'Imperador Costantino mandato nell'anno 788 in Sicilia Adalgiso con alquante truppe, perchè passato in Calabria, coll'aiuto de' Beneventani si facesse gridar Re d'Italia, crucciato ancora l'Imperador greco con Carlo, il quale avendogli promessa una sua figliuola per moglie, mutato consiglio, gliel'aveva poi niegata: Grimoaldo non solo non volle concorrere co' disegni di Adalgiso suo zio, ma avvisando Pipino di queste intraprese, pensò meglio unirsi con lui e con Ildebrando Duca di Spoleto mandato da Pipino, e fu allora che l'infelice Adalgiso, dopo essere sbarcato con molti Greci in Calabria, pugnando valorosamente, fugato e vinto il suo esercito, restasse fra le spoglie preda dell'inimico, che postolo ne' tormenti, lo fece spietatamente con morte crudele spirare l'anima, come narra il Sigonio[398]. Ma il continuator d'Aimoino[399], Maimburg[400] e coloro, che han letto in greco Teofane, scrivono, che colui che fu fatto morire ne' tormenti non fu Adalgiso, ma Giovanni Generale dell'armata dei Greci; poichè questo miserabile Principe salvossi dalla battaglia, e ritornò con poco seguito a Costantinopoli dove invecchiò; e cedendo finalmente alla sua fortuna non meno che il padre, passò ivi quietamente il resto della sua vita nella dignità di Patrizio; com'è il solito destino de' Principi spogliati, de' quali coloro a cui hanno ricorso, si contentano per ordinario di compatir la disgrazia, conservando loro un vano titolo di ciocchè sono stati, senza che ardiscano o che possano o, quando il potessero, che vogliano intraprendere di ristabilirli, abbracciando altri interessi, che stimano esser loro più considerabili e profittevoli.
Grimoaldo intanto se bene per togliere ogni sospetto a Pipino ed a Carlo suo padre, posposta ogni ragion di sangue e di natura, fossesi in cotal guisa portato, non depose però dal suo cuore gl'istessi sentimenti del padre, e di volgere tutti i suoi pensieri come potesse giungere a reggere il Principato di Benevento con autorità assoluta ed independente; non pensava più alla demolizione di Salerno, d'Acerenza e di Consa secondo le capitolazioni stabilite con Carlo, e pian piano nelle monete e nelle scritture faceva tralasciare il nome di Carlo; e per aversi sposata Vanzia nipote dell'Imperador greco dava di se maggiori sospetti. Si venne perciò a nuova guerra co' Franzesi, e tanto più ostinata, quanto che Carlo distratto altrove, Pipino giovane spiritoso ed ardente, essendo egli rimaso in Pavia Re d'Italia, non poteva soffrire in conto alcuno quest'imperio assoluto, che Grimoaldo s'arrogava del Principato di Benevento: non passarono perciò molti anni, che Pipino nel 793 gli mosse incontro innumerabile oste de' suoi Franzesi, che di ogni intorno lo cingevano e gli minacciavano guerre crudeli. Pensò allora Grimoaldo di placarlo con rimovere ogni ombra di sospetto, che si potesse avere della sua persona per cagione d'aversi poco prima sposata Vanzia. Ripudiolla come sterile, e con inaudita inumanità la fece per forza condurre in Grecia alle proprie case. Ma niente giovarono a Grimoaldo queste simulazioni ed astuzie, poichè Carlo, oltre di aver comandato a Pipino di combatterlo, gli avea anche in suo soccorso mandato Lodovico suo fratello, che dall'Aquitania, ove era, si condusse in Italia, ed unite le loro milizie furono sopra il Principato di Benevento: fu per più anni guerreggiato ferocemente, e narra Erchemperto[401], che sebbene Carlo co' suoi figliuoli, che aveva già costituiti Re, e con immensi eserciti avesse proccurato impiegar le sue più valide forze per soggiogar Grimoaldo e' suoi Longobardi beneventani, non per tutto ciò sotto questo valoroso Principe potè porre in effetto i suoi disegni; anzi sovente attaccatasi ne' suoi eserciti la peste, bisognò che pien di scorno se ne ritornasse. Solamente dopo il corso di sette anni, e dopo tante fiere ed ostinate contese gli riuscì negli anni 800 ed 801 prender Chieti in Abruzzo con alcuni luoghi d'intorno; e se bene nel seguente anno prendesse ancor Lucera in Puglia fu questa ben tosto da Grimoaldo ricuperata, e vi fece prigione anche Guinichiso, Duca di Spoleto, con tutto il presidio, che qui Pipino per guardia di quelle città aveva lasciato. In breve in tutto quel tempo che Pipino regnò in Pavia, e Grimoaldo in Benevento, narra Erchemperto[402], che fra essi non fuvvi un sol momento di pace; imperocchè erano questi due Principi amendue giovani, ed alle guerre propensi, ciascuno impegnato con tutte le forze che aveano a sostener il proprio punto. Pipino per vedersi cinto di tanti prodi e valorosi Capitani e d'eserciti poderosissimi: Grimoaldo sostenuto con forze pari da' suoi più grandi Baroni, e per le molte città, ch'e' s'aveva pure munite e presidiate, deludeva gli sforzi dell'inimico, e per più dispregio mostrava far poco conto de' suoi eserciti. Soleva spesso Pipino mandar Legati a Grimoaldo con queste ambasciate: _Volo quidem, et ita potenter disponere conor, ut sicuti Arichis genitor illius subjectus fuit quondam Desiderio Regi Italiae ita sit mihi et Grimoalt._ A quali proposte riponeva in contrario Grimoaldo questi versi.
_Liber, et ingenuus sum natus utroque parente._ _Semper ero liber, credo, tuente Deo._
In cotal guisa Grimoaldo finchè regnò in Benevento ripresse l'ardire e le forze de' Franzesi. Morì questo invitto Principe nell'anno 806 senza lasciar di se prole maschile, poichè Gotofredo suo figliuolo, di cui nella chiesa di S. Sofia in Benevento si vede il tumulo, rapportato anche dal Pellegrino[403], premorì a lui. I Beneventani dopo averlo amaramente pianto, gli alzarono, non meno che ad Arechi, un magnifico tumulo, celebrando e scolpendo in quello le sue eccelse virtù e famose gesta. Fu non meno co' Franzesi che co' Greci sempre vittorioso, ed i versi posti nel suo tumulo[404] dimostrano ancora il suo valore contra i Franzesi, i quali non poterono darsi vanto di averlo soggiogato giammai.
_Pertulit adversas Francorum saepe phalangas,_ _Salvavit Patriam sed, Benevente, tuam:_ _Sed quid plura feram? Gallorum fortia Regna_ _Non valuere hujus subdere colla sibi._
CAPITOLO V.
_CARLO M. da Patrizio diviene Imperador romano: sua elezione, e qual parte v'ebbe LIONE III romano Pontefice._
Mentre che i Franzesi sotto Pipino con tanta ferocia ed ardire guerreggiavan co' Beneventani sotto Grimoaldo, Carlo M., dopo aver debellati i Sassoni, e scorsi molti luoghi del vasto Imperio, fermossi finalmente nell'anno 795 in Aquisgrana, della qual città per l'amenità del sito e de' suoi luoghi cotanto si compiacque, che di un nobilissimo tempio adornolla: quivi trovandosi, gli fu recata novella della morte di Adriano accaduta in Roma l'anno 796. Fu da Carlo inconsolabilmente pianto, e fu tanto il dolore che n'ebbe, che volle anche manifestarlo per un elogio da lui medesimo composto, che fece porre al suo sepolcro. Intese ancora poco da poi, che il Popolo e Clero romano aveva in suo luogo eletto Lione Prete Cardinale, che Lione III, fu detto: da costui gli fu data parte della sua elezione per suoi Ambasciadori, dimostrandogli ancora la sua mente, ch'era, seguitando i vestigi de' suoi predecessori, di non voler riconoscere altro che lui per protettor suo e della Chiesa; di vantaggio come Patrizio, ch'egli era di Roma, gli mandò lo stendardo della città con molti altri doni, pregandolo nel medesimo tempo di mandare un dei Signori della sua Corte per ricevere da parte sua il giuramento di fedeltà, che gli presterebbe il Popolo romano[405], il quale da lungo tempo aveva cominciato a scuotere il giogo de' Greci, e voleva già assolutamente liberarsene. Carlo accettò li donativi e l'omaggio che gli rendeva la prima città del Mondo, e scelse il suo genero Anghilberto, per ricevere il giuramento de' Romani, che lo riconobbero per loro Signore: ed in fatti, per questi trattati avuti da Lione con Carlo, il Patriziato mutossi in dominio, e da questo tempo fu, ch'egli esercitò in Roma il diritto di Sovrano, rendendovi giustizia per suoi Commissari e per se stesso, come fu avvertito saviamente da Pietro di Marca[406]: ed oltre a ciò, usando della sua regal munificenza e generosità, mandò al Papa per Anghilberto una gran parte di que' tesori immensi, ch'egli avea guadagnati nella guerra contra gli Unni, da lui poco prima felicemente terminata per la conquista della Pannonia: ed in tutti i rincontri che gli s'offerirono, emulo di Pipino suo padre, pose tutto il suo studio ad ajutarlo nelle persecuzioni che sofferse, e di proteggere ed innalzar quanto più potè la Chiesa romana, come aveva fatto con Adriano suo predecessore, poichè avendosi Lione inimicati Pascale e Compolo nipoti d'Adriano e molti principali Signori di quel partito, che mal sofferivano, che il nuovo Pontefice innovasse molte cose fatte da Adriano, costoro oltre d'averlo accusato e fatto reo di molti e scellerati delitti, non potendone mostrar poi documenti per provargli; un giorno mentr'era in una pubblica e sacra funzione tutto inteso, gli corsero sopra, e presolo gli diedero più colpi mortalissimi, lo strascinarono per le strade, e si sforzarono di cavargli gli occhi e di troncargli la lingua; ma riparatosi come potè meglio, fu dopo molte ferite, tutto bruttato di sangue, chiuso nel monastero di S. Gerasimo in una stretta prigione; ma liberato da poi da' suoi parteggiani, ed accorso in suo ajuto Guinigiso Duca di Spoleto, questi dopo averlo condotto in Spoleto, lo mandò in Francia a Carlo insieme con molti Vescovi ed altri Nobili, che vollero seguirlo nel viaggio. Fu ricevuto da Carlo in Paterbona con uguale stima, che fu da Pipino suo padre ricevuto Stefano, trattandolo con infinito onore e somma magnificenza, ove Lione ebbe campo di mostrare la sua innocenza, ciò che a torto aveva sofferto, ed in che falsamente era stato da' suoi nemici accusato.