Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 18
I Legati del Papa vi tennero il primo luogo, Tarasio Patriarca di Costantinopoli il secondo, i Deputati de' Vescovi d'Oriente il terzo, dopo essi Agapeto Vescovo di Cesarea in Cappadocia, Giovanni Vescovo di Efeso, Costantino Metropolitano di Cipri, con 250 Arcivescovi e Vescovi, e più di cento Sacerdoti e Monaci. Vi assisterono ancora due Commessarj dell'Imperadore e dell'Imperadrice, ed in più azioni fu lungamente dibattuto il dogma del culto delle immagini, e stabiliti sopra ciò molti regolamenti. Non meno che a' dogmi, fu provveduto sopra la disciplina ecclesiastica per 22 canoni: fu data norma all'esame de' Vescovi, prescrivendosi di non poter esser ammessi se non fossero atti ad ammaestrare i Popoli, e se non sapevano il Salterio, il vangelo, l'epistole di S. Paolo ed i canoni. Si dichiarano nulle tutte l'elezioni de' Vescovi o Sacerdoti fatte da' Principi, e l'elezione d'un Vescovo si commette a' Vescovi convicini. Si procede severamente contra i Vescovi, che ricevessero denari per deporre ovvero fulminar le scomuniche. Si ordina che tutte le chiese, ed i monasterj debbiano avere i loro Economi: che i Vescovi e gli Abati non possano senza necessità vendere o donare le tenute delle loro chiese e monasterj. Che non debbano le loro case vescovili, e monasterj fargli servire per osterie. Che un Cherico non possa essere ascritto a due chiese, che i Vescovi e gli altri Ecclesiastici non possano portare abiti pomposi. Si proibisce la fabbrica degli oratorj, ovvero cappelle, se non vi si possiede un fondo sufficiente per somministrar le spese. Si vieta alle femmine d'abitare nelle case de' Vescovi, ovvero nei monasterj d'uomini. Si proibisce di prendere cosa alcuna per gli Ordini, nè per l'ingresso ne' monasterj, sotto pena di deposizione a' Vescovi ed a' Sacerdoti; ed in quanto alle Badesse ed agli Abati che non sono Sacerdoti, di essere cacciati da' monasterj; permette però a coloro che sono ricevuti ne' monasterj, ovvero a loro parenti, il donar volontariamente o denajo o altro, sotto la condizione però, che que' donativi debbano rimanere a' Monasterj o che colui che v'entra vi dimori o che n'esca, quando i Superiori non siano cagione della loro uscita. Si vieta il far monasterj doppj d'uomini e di femmine, e si comanda, che rispetto a quelli che sono già stabiliti, i Monaci e le Monache debbano abitare in due case diverse e che non possano vedersi, nè aver familiarità insieme. Si proibisce a' Monaci il lasciar i loro proprj monasterj per andarsene in altri: e per ultimo il mangiar insieme con femmine, quando ciò non fosse necessario per lo bene spirituale, ovvero per accogliere qualche parente, oppure in occasione di viaggio.
Tali e tanti provvedimenti, perchè la caduta disciplina in qualche modo si ristabilisse, fur dati in questi tempi; dove i vizj abbondavano, bisognavano molte leggi per reprimergli; ma questa non era bastante medicina a tanti mali: a questo fine alcuni Vescovi per riformar il lor Clero, fecero vivere i loro Preti in comune dentro un chiostro ed alla lor vigilanza è debitrice la Chiesa dell'Ordine de' _Canonici Regolari_, del quali Crodegando, Vescovo di Metz, sembra essere stato l'Institutore, ovvero il Restauratore. Le Chiese delle nostre province, le quali, parte ubbidivano agli Imperadori d'Oriente, parte a' Duchi longobardi, furono perciò alquanto rialzate, ma non tanto sì che per la barbarie ed ignoranza del secolo, non si vedessero per anche disordinate, e pochi vestigi in quelle rimanessero dell'antica disciplina.
§. I. _Raccolta de' canoni._
In quest'età bisogna collocare la collezione d'Isidoro Mercatore o sia Peccatore: ella è latina ed è compilata di varj canoni de' Concilj tenuti in Grecia, in Affrica, in Francia ed in Ispagna, e di molte lettere decretali di più Papi, insino a Zaccheria che mori nell'anno 752[330]. Davide Blondello[331] fa vedere l'impostura in molte di queste epistole attribuite a varj Papi di cui non sono, e Pietro di Marca[332], ancorchè condanni il modo troppo aspro tenuto da questo Autore, non è però che non confessi la supposizione e l'impostura. Si disputa ancora dell'autore di questa collezione: Hinemaro[333] Arcivescovo di Rems ne fece autore Isidoro di Siviglia, e narra che Ricolfo Vescovo magontino, il quale tenne quella Chiesa dall'anno 787 insino all'anno 814, dalla Spagna la portasse in Francia, dove sotto il Regno di Carlo M. ne furono fatti molti esemplari e sparsi per tutto. Ma da ciò che si disse nel precedente libro e da quello che ne dice l'istesso Baronio e Marca, non può farsene autore Isidoro Vescovo di Siviglia, il qual morì nell'anno 636, quando questa collezione abbraccia anche l'epistole di Zaccheria morto nel 752. Altri[334] perciò l'ascrivono ad Isidoro, Vescovo di Sepulueda, che morì nell'anno 805, il qual, seguendo il costume di que' tempi, ne' quali i Vescovi per umiltà solevano sottoscriversi ne' Concilj, ed altrove _Peccatori_, si fosse detto perciò Isidoro _Peccatore_ e che poi per vizio degli Amanuensi in alcuni esemplari di questa collezione in vece di _Peccatore_, si leggesse _Mercatore_. Emanuel Gonzalez[335] rapporta, che questa collezione di Isidoro Mercatore fu pubblicata sotto nome d'Isidoro di Siviglia per darle maggior autorità o perchè realmente da costui fosse cominciata un'altra collezione, ridotta poi a compimento da Mercatore, con averci inserite molte altre epistole sino a' tempi di Zaccheria.
Non solo in questi tempi fu veduta sorgere questa nuova collezione di Isidoro; ma anche se ne vide un'altra sotto nome di _Capitoli di Papa Adriano_, che in Francia fu divulgata da Ingilramno Vescovo di Metz l'anno 785. Ma questa raccolta, secondo che ci testifica Hincmaro[336] di Rems, non fu ricevuta nel rango de' canoni, di che è da vedersi Pietro di Marca[337]. Anche in Roma, in questo medesimo secolo, fu fatta un'altra raccolta di formole antiche, intitolata: _Diurnus Romanorum Pontificum_, della quale si servivano solamente i Papi nelle loro spedizioni.
§. II. _Monaci e beni temporali._
I nostri Principi ed i Signori grandi non cessavano di far delle donazioni considerabili alle Chiese, ed a fondare de' nuovi monasteri, ed arricchire i già costrutti. Fu veramente questo il secolo de' Monaci: l'ignoranza e la superstizione non men de' laici, che de' Preti era nell'ultimo grado: solo ne' Monaci eravi rimasa qualche letteratura, onde con facilità tiravano per le orecchie la gente a ciò ch'essi volevano: i tanti miracoli, le tante nuove divozioni inventate a qualche particolar Santo, l'istruir essi per l'ignoranza e dissolutezza de' Preti il Popolo, operò tanto che tirarono a se la divozione e rispetto di tutti. Il Re Luitprando costrusse non pur da per tutto dove soleva dimorare, molte chiese, ma anche ben ampj monasterj. Costui edificò il monastero di S. Pietro fuori le mura di Pavia, che a' tempi di Paolo Varnefrido[338] per la sua ricchezza si chiamava _Cielo d oro_. Edificò ancora in cima delle Alpi di Bardone il monastero di Berceto; ed oltre a ciò fabbricò in Holonna un tempio con mirabil lavoro in onore di S. Anastasio Martire, dove fece anche costruire un ampio monastero. Egli con molta magnificenza per tutti i luoghi ordinò chiese, e fu il primo che dentro il suo palazzo edificò un oratorio dedicato al Salvatore, ordinandovi Sacerdoti e Cherici, i quali ogni giorno vi cantassero i divini ufficj. Quindi cominciarono appo noi a rilucere con maggior dignità e splendore le cappelle regie, le quali da' Sommi Pontefici arricchite poi di molte prerogative ed esenzioni per compiacere a' Principi, che gliele richiedevano, non meno esse che i loro Cappellani s'elevarono cotanto, quanto ravviseremo ne' seguenti libri di quest'Istoria.
I nostri Duchi di Benevento, seguitando l'esempio de' loro Re, non meno in Benevento, che in tutto il loro ampio Ducato ne fondarono de' nuovi ed arricchirono i già costrutti, e sopra ogni altro quello di monte Cassino. Arechi ingrandì quello di S. Sofia in Benevento e di profuse donazioni lo cumulò. A questi tempi nel 707, fu costrutto da que' tre famosi Nobili longobardi beneventani Paldo, Taso, e Tato il famoso monastero di S. Vincenzo a Vulturno[339] con tanta magnificenza, che ne' seguenti tempi quasi emulo di quello di monte Cassino, innalzò i suoi Abati a tanta dignità, ch'erano adoperati ne' più importanti affari della sede di Roma, e de' più potenti Signori di Occidente. Non meno in questo Ducato, che nel napoletano, e nelle altre città sottopposte agl'Imperadori d'Oriente, i monasterj si multiplicarono, non pure quelli sotto la Regola di S. Benedetto, che di S. Basilio, non solamente degli uomini, che delle donne. In Napoli, Stefano Duca e Vescovo costrusse molte chiese e più monasterj, dotandogli d'ampj poderi e rendite; così quello di San Festo Martire, ora unito a quello di San Marcellino; come l'altro di S. Pantaleone, di cui oggi non vi è vestigio; e restituì in più magnifica forma quello di S. Gaudioso[340]. Antimio Console e Duca ne fondò altro, quello de' SS. Quirico e Giulitta, la chiesa di S. Paolo, che la congiunse col monastero di S. Andrea; e così anche fecero non meno i Vescovi e Duchi di Napoli, che gli altri Ufficiali e Prelati delle altre città di queste province, onde ora si compone il Regno; i quali possono osservarsi nella laboriosa opera dell'Italia sacra d'Ughello. Crebbero perciò i Monaci, e le loro ricchezze in immenso; e non minore fu l'accrescimento della loro autorità e riputazione a cagion dell'ignoranza negli altri, e delle lettere che nel miglior modo che si potè in tanta barbarie, fra loro si conservavano.
Fondati perciò tanti monasterj, i Monaci cotanto arricchiti, e vedutisi in tanta elevatezza, tentarono ora più che mai di scuotere affatto il giogo de' Vescovi. Cominciarono, egli è vero, nel precedente secolo i monasterj ad esenzionarsi dalla giurisdizione de' Vescovi, ma ciò, secondo narra Alteserra[341], non si usava che di radissimo.
(Ne' precedenti secoli furon rarissime le esenzioni de Monaci, ed _Isaaco Alberto Archiet. pag._ 595 crede, che il primo Abate esente, fosse stato quello del monastero _Lirinense_, a cui dal Concilio _Arelatense III_ fosse stata conceduta la prima volta esenzione intorno l'anno 455).
L'esempio che in questo secolo diede Zaccheria col monasterio di monte Cassino fece che gli altri di tempo in tempo si rendessero tutti esenti. Lo splendore nel quale era il medesimo in questi tempi, trasse a se tutto il favore de' romani Pontefici, i quali come se fossero presaghi, che da quello, come dal cavallo trojano, ne doveano uscire tanti Pontefici suoi successori, non mai si stancarono di cumularlo di privilegi e di prerogative. Lo rendevano più augusto essersi ivi resi Monaci, oltre a Rachi, Carlomanno, e tanti altri personaggi regali ed illustri; perciò ristabilito col favore de' due Gregorj II e III da Petronace in quella magnifica forma, Zaccheria, emulando i suoi predecessori, volle di maggiori preminenze arricchirlo. Volle egli di sua man propria consecrarlo, ed ivi portatosi con tredici Arcivescovi, e sessantotto Vescovi, rendè più augusta e magnifica la consecrazione. Furono i Monaci pronti a richiederlo, che sì famoso ed illustre monastero dovesse esentarsi affatto dalla giurisdizione del proprio Vescovo, nella cui diocesi era; Zaccheria volentieri gli concedè ampia esenzione, e ne spedì privilegio, col quale non solo quel monastero, ma tutti gli altri appartenenti a quello ovunque posti, fossero esenti e liberi dalla giurisdizione di Tutti i Vescovi, _ita ut nullius juri subjaceat, nisi solius Romani Pontificis_, come sono le parole di Lione Ostiense[342]. Oltre a ciò lo decorò ancora d'altre preminenze, che in tutti i Concilj l'Abate Cassinense sopra tutti gli altri Abati sedesse, e prima degli altri desse il suo voto; ch'eletto da' Monaci dovesse consacrarsi dal Pontefice romano; che il Vescovo entrando nella sua dizione, non potesse celebrare, nè far altra pontifical funzione, se non fosse invitato dall'Abate, o dal Proposito; che non gli fosse lecito esiger decime da lui, nè interdire i suoi Sacerdoti, nè chiamarli a' Concilj sinodali; che gli Abati di questo monastero potessero tener ordinazioni, consecrar altari, e ricevere per qualsisia Vescovo il Crisma. Gli confermò ancora con suo _precetto_ la possessione di tutti que' beni, che per munificenza di tanti Principi longobardi, e di varj Signori avea acquistati. Gli altri Pontefici successori, seguitando le medesime pedate, accrebbero questi privilegi, de' quali l'Abate della Noce[343] ne ha tessuto un lungo catalogo.
Gli altri monasteri sotto altre Regole, ed i loro Abati di non inferior fama e valore con facilità impetravano da' romani Pontefici d'esser ricevuti sotto la protezion di S. Pietro, ed immediatamente sotto alla soggezion pontificia, perchè questa esenzione accresceva in gran parte la lor potenza, e portava grande estensione della loro autorità appresso tutte le Nazioni dell'Occidente; poichè costruendosi tuttavia grandi e numerosi monasteri, retti da Abati di gran fama, i quali per la lor dottrina oscuravano i Vescovi, nacque infra di loro qualche gara; onde gli Abati per sottrarsi dalla loro soggezione ricorrevano al Papa, e tosto impetravano esenzioni, con sottoporsi immediatamente sotto alla soggezion pontificia. Ne ricevevano oltre a ciò altri privilegi, di far essi li Lettori per i loro monasteri, d'esser ordinati da' Corevescovi, e tanti altri. Quindi nacque che il Pontificato romano acquistasse molti defensori della sua autorità e potestà; poichè ottenendo i Monaci tanti privilegi e prerogative, per conservarsegli erano obbligati di sostener l'autorità del concedente; il che facendo ottimamente i Monaci, ch'erano i più letterati del secolo, non passarono molti anni, che si videro tutti i monasteri esentati. Ed in decorso di tempo i Capitoli ancora delle Cattedrali, essendo per la maggior parte regolari, co' medesimi pretesti, impetrarono anch'essi esenzione: e finalmente le congregazioni Cluniacense e Cisterciense, tutte intere furono esentate con gran augmento dell'autorità pontificia, la quale veniva ad aver sudditi proprj in ciascun luogo, ancorchè da Roma lontanissimo, li quali nell'istesso tempo ch'erano difesi e protetti dal Papato, scambievolmente erano i difensori e protettori della sua potestà. S. Bernardo, ancorchè Cisterciense, non lodava l'invenzione, e di tal corruttela, ne portava spesso le doglianze non pur ad Arrigo Arcivescovo di Sens[344], ma ammoniva l'istesso Pontefice Eugenio III a considerare, che tutti erano abusi, nè si doveva aver per bene, se un Abate ricusava di sottomettersi al Vescovo, ed il Vescovo al Metropolitano. Riccardo Arcivescovo di Cantorbery[345] pur lo stesso esclamava con Alessandro III. Ma costoro che non ben intendevano questi tratti di Stato, non furono intesi, nè alle loro querele si diede orecchio; anzi ne' tempi posteriori, battendosi la medesima via, si procedè più avanti; poichè da poi gli Ordini mendicanti non solo ottennero ogni esenzione dall'autorità episcopale, e generalmente ovunque fossero; ma anche facoltà di fabbricar chiese in qualunque luogo, ed in quelle eziandio ministrar sacramenti: e negli ultimi secoli s'era tanto innanzi proceduto, che ogni privato Prete con poca spesa s'impetrava un'esenzione dalla superiorità del suo Vescovo, non solo nelle cause di correzione, ma anche per poter esser ordinato da chi gli piaceva, ed in somma di non riconoscere il Vescovo in conto alcuno; e quantunque nel Concilio di Costanza alle calde e ripetute querele del famoso _Gersone_[346] moltissime esenzioni s'annullassero, ed ultimamente nel Concilio di Trento[347] si proccurasse a tanti eccessi qualche compenso; non sono però da poi mancati modi alla Corte di Roma, di far ricadere la bisogna, salva l'autorità del medesimo, in quello stato, che oggi tutti veggiamo.
Questi ingrandimenti dello stato monastico portarono non solo a' Monaci grandi ricchezze, ma in conseguenza assai più alla Corte di Roma, ove finalmente vennero quelle a terminare. Si proccurava non solo favorire gli acquisti, e tener sempre aperte le scaturigini, ma con severi anatemi proibir le alienazioni, e scagliargli ancora contro chi ardiva di turbar l'acquistato. Per l'ignoranza e superstizione de' Popoli i pellegrinaggi erano più frequenti: l'orazioni ed i sacrificj a fin di liberar l'anime de' loro defonti dal Purgatorio, erano vie più raccomandati, e molto più praticati. Si vide per ciò in questo secolo una gran cura del canto, de' riti, e di ben ufficiare: le campane cominciarono ad esser comuni in tutte le chiese e monasteri; e le particolari devozioni a' Santi, de' quali eransi composte innumerabili vite e miracoli, tiravano molti a donare alle lor chiese e monasteri. Ma i Monaci non contenti di ciò, favoriti da' Pontefici romani, invasero anche le decime dovute a' Vescovi ed a' Parrochi da' loro Parrocchiani. Pretesero, e l'ottennero da' creduli devoti, che impiegandosi essi assai meglio che i Preti alla cura delle loro anime, come quelli che più esperti sapevan far delle prediche e de' sermoni, ed istruirgli nella dottrina cristiana, le decime non a' Parrochi, ma ad essi dovessero pagarle; ed in effetto per lungo tempo vi diedero un guasto grandissimo non inferiore a quello che v'avea dato in Francia Carlo Martello; tanto che bisognò ne' secoli seguenti penar molto a ritorglierle, e restituirle a' proprj Preti, a' quali s'erano involate.
Niun'altra provincia del Mondo, quanto il nostro Reame, ha fatto conoscere quanto importava a Roma la ricchezza de' Monaci: le maggiori commende, i più grandi benefizj ch'ella oggi dispensa a' suoi Cardinali, e ad altri suoi Prelati per mantener la pompa e lo splendore della sua Corte, non altronde dipendono, ed hanno la di loro origine se non da queste profusioni de' nostri Principi, e de' nostri Fedeli. I monasteri più ricchi perciò si videro dare in commende: quelli che il tempo consumò, sono rimasi fondi di tante rendite che ora ne traggono, e le entrate di que' tanti monasteri, di che ora appena se ne serba vestigio, tutte in Roma vanno a colare. Quindi i Pontefici romani gareggiando co' Principi, siccome quelli investono i loro fedeli de' Feudi, così essi a' suoi conferiscono benefizj: e siccome per la materia feudale ne è surto un nuovo corpo di leggi, così per la benefiziaria se n'è fatta una nuova giurisprudenza, che occupa tanti volumi, quanti ne ha occupati la feudale; ma di ciò a più opportuno luogo.
FINE DEL LIBRO QUINTO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI
LIBRO SESTO
Il regno d'Italia trapassato da' Longobardi a' Franzesi sotto la dominazione di Carlo Re di Francia, che da ora avanti si dirà anche Re d'Italia, ovvero dei Longobardi, non fu da questo Principe in niente alterato intorno all'amministrazione e sua politia; egli non ne pretendeva altro, se non che si reggesse con quell'istessa forma, che lo ritrovò: dispose che sotto le medesime leggi romane o longobarde, secondo che a ciascuno piaceva vivere, si vivesse; anzi alle longobarde aggiunse altre sue proprie. Non inquietò i Greci sopra quelle città de' Bruzj e della Calabria, che ancora ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente: nè intraprese alcuna cosa sopra il Ducato napoletano, nè sopra l'altro d'Amalfi e di Gaeta, a' Greci appartenenti. Sopra i tre famosi Ducati del Friuli, di Spoleti e di Benevento non ne pretendeva altro, che siccome prima erano a' Re longobardi sottoposti, e da costoro ricevevano le leggi, formando col rimanente d'Italia una Repubblica; così anche riconoscessero lui per Re d'Italia, protestando di voler lasciare ad essi tutto quel potere ed autorità, che avean goduto ne' tempi dei Re longobardi suoi predecessori. L'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, e poi il Ducato romano, ritenendosi solo la sovranità, furono alla Chiesa di Roma aggiudicati. Tutte l'altre province, come la Liguria, l'Emilia, Venezia, la Toscana, e le Alpi Cozie si ritenne egli con nome di Regno[348], ch'è quella parte d'Italia, che poi fu detta Lombardia.
Lasciò agli altri minori Duchi il governo libero de' loro Ducati, contento sol del giuramento, che gli prestavano di fedeltà; nè trasferiva da essi ad altri il Ducato, se non per fellonia, ovvero se senza figliuoli mancassero: e questa traslazione quando si faceva in un altro fu detta investitura, onde nacque, che i Feudi non si concedevano se non per investitura, come s'osservò da poi negli altri Feudatarj e Vassalli, ne' Conti Capitani, ed altri che si dissero Valvasori. Le città di quelle province, che componevano il suo Regno, chiamato poi Lombardia, eran governate da' Conti, ai quali ogni giurisdizion concedette. Ne' confini del Regno erano preposti per lor custodia parimente questi Magistrati, da' quali alcuni vogliono, che sorgesse il nome de' Marchesi; poichè chiamando i Franzesi ed i Germani i limiti Marche, i Conti ch'erano preposti al governo de' medesimi si dissero anche da poi Marchesi, quantunque altri altronde dicono esser quella voce derivata, come diremo più innanzi. Questi erano gli ordinari Magistrati preposti al governo delle città, e de' confini del Regno. Vi erano ancora alcuni altri Magistrati estraordinarj, a' quali concedendosi maggior autorità e giurisdizione di quella solita darsi a' Conti, invigilavano da per tutto all'amministrazione del Regno, e chiamaronsi Messi. Divise egli, e distinse i campi di ciascheduna città, che sotto i Longobardi erano pur troppo confusi; ch'era sorgiva di tante liti di confini fra' popoli: egli assegnò a ciascuna i proprj, e per lo più seguitando la natura, per limiti si valse dei monti, delle paludi, de' fiumi, de' rivi, valli, o altri confini perpetui e durabili, acciocchè il tempo non gli variasse, ed a lungo andare non si confondessero.
Volle, che le città ancora gli prestassero giuramento di fedeltà; ed impose alle medesime, a' Feudatarj, alle Chiese ed a' monasteri certa spezie di tributo, che dovessero pagarlo, particolarmente quando di Francia il Re calava in Italia: questi tributi furon detti _foderum_, _paratam_, _et mansionaticum_, i quali da poi, per generosità del medesimo e de' suoi successori, in parte furono tolti, ed altre volte in tutto rimessi. Volle ancora che in Italia si ritenesse qualche simulacro di libertà; e siccome l'istituto praticato in Francia era, che quando il Re aveva da deliberar sopra cose gravissime, e che concernevano gli affari più rilevanti dello Stato, convocava tutti gli Ordini del Regno, l'Ordine ecclesiastico, e quello de' Baroni e Magnati, così egli introdusse anche in Italia; onde sempre che quivi ritornava, soleva egli convocare un general Parlamento di Vescovi, Abati, e di Baroni d'Italia, nel quale delle cose del Regno più gravi si deliberava. I Longobardi non riconoscevano che un sol Ordine di Baroni e Giudici. I Franzesi a tempo di Carlo M. due, Ecclesiastico e Nobiltà, poichè il terzo Ordine fu da' Franzesi aggiunto da poi. La qual consuetudine durò in Italia insino a' tempi di Federico I Imperadore, ond'è che appresso gl'Imperadori d'Occidente, quando calavano in Italia, solevan spesso convocar queste adunanze, e sovente presso Roncaglia, luogo non molto distante da Piacenza[349], ove molte leggi promulgarono, come si vedrà nel progresso di quest'Istoria più partitamente.