Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 17
Ma presso di noi per altre più rilevanti cagioni furono mantenute, e lungamente osservate. Nel Ducato beneventano, che abbracciava la maggior parte di queste nostre province, che ora compongono il Regno, sotto i Re longobardi loro autori, furono con somma venerazione ubbidite. Questo Ducato ch'era ancor parte del Regno loro, si reggeva colle medesime leggi. I Re avevano la sovranità di quello, ed i Duchi che lo governavano erano a loro subordinati, e Desiderio ultimo Re vi avea creato, come s'è detto, Duca Arechi suo genero. Ma mancati in Italia i Re longobardi, non per questo mancarono nel Ducato beneventano i Duchi; anzi Arechi, come diremo nel seguente libro, toltasi ogni soggezione de' Franzesi, lo resse con assoluto ed independente Imperio. Volle di regali insegne ornarsi con scettro, corona e clamide, e farsi ungere, ed elevare in Principe sovrano, lo mantenne perciò esente da qualunque altra dominazione; onde maggior piede e forza presero in questo Ducato le leggi longobarde, le quali poi si ritennero costantemente da tutti i Principi beneventani successori. E diviso da poi il Principato, e moltiplicato in tre, cioè nel beneventano, salernitano e capuano, che abbracciavano quasi tutto il Regno, maggiormente si diffusero le leggi longobarde. Il Ducato napoletano, e le altre città della Calabria e de' Bruzj, Gaeta, ed alcune altre città marittime, che anche da poi durarono per qualche tempo sotto la dominazione de' Greci, ricevettero più tardi queste leggi. Questi luoghi, come soggetti agl'Imperadori d'Oriente, si governavano colle leggi loro; e quali queste si fossero, sarà esaminato nel settimo libro, ove delle loro Novelle, e delle tante loro compilazioni faremo parola. Ma discacciati che ne furono i Greci da' Normanni, e ridotte tutte queste province sotto il dominio d'un solo, i Normanni ai Longobardi succeduti, ritennero le loro leggi, e le diffusero per tutto, anche nelle città, che essi tolsero a' Greci, come vedremo ne' seguenti libri; onde avvenne che dall'essere state queste leggi mantenute in Italia sotto altri Principi, che non erano longobardi, lungamente quelle durassero, e mettessero più profonde radici in queste nostre province. Quindi avvenne ancora che sebbene si lasciassero intatte le leggi romane, e che ciascuno potesse vivere sotto quella legge o romana o longobarda ch'e' si eleggesse[318]; nulladimeno per più secoli la fortuna delle longobarde fu tanta, che bisognò, che le romane cedessero. Poichè essendo in Italia, e nelle nostre province introdotti in più numero i Feudi, e per conseguenza più Baroni, i quali non con altre leggi vivevano, che con quelle de' Longobardi, si fece che tutti i Nobili, al loro esempio, vivessero colle medesime leggi; onde toltone gli Ecclesiastici, i quali anche per esecuzione dell'editto di Lodovico Pio[319], viveano (di qualunque Nazione si fossero) colle sole leggi de' Romani, queste appo gli altri, come per tradizione, e come per antico costume ebbero uso e vigore: ed essendosi per l'ignoranza del secolo trascurati tutti i Codici, ove eran registrate, si rimasero presso alla gente vulgare ed ignobile, la quale così nelle leggi, come nell'usanze è l'ultima a deporre gli antichi istituti de' loro maggiori, come più minutamente vedremo ne' seguenti libri.
E quindi parimente nacque, che nel nostro Regno a riguardo delle nuove costituzioni, che s'introdussero da poi da altri Principi normanni, suevi e franzesi, la legge longobarda fu detta _Jus commune_, siccome quella de' Romani[320]; ma con questa differenza, che il Jus comune de' Longobardi era il dominante, ed in più vigore, quello de' Romani di minor autorità ed al quale ricorrevasi quando mancassero le longobarde: e ciò nemmeno sempre ed indistintamente. Per questa cagione avvenne ancora, che la legge longobarda fosse allegata ne' Tribunali, commendata da tutti e riputata fonte ancora dell'altre leggi, che si andavano da' nuovi Principi stabilendo. Così veggiamo che i Pontefici romani spesso ne' loro decreti se ne valsero, e l'approvarono[321]. La legge feudale, che oggi appresso tutte le Nazioni d'Europa è una delle parti più nobili del _Jus commune_, non altronde, che dalle leggi longobarde ricevè il sostegno, e sopra le quali è fondata, come non solo fra' nostri scrissero Andrea d'Isernia, ed il Vescovo Liparulo, ma l'avvertì ancora l'incomparabile Ugon Grozio.
Le costituzioni stesse di Federico II, del nostro Regno, quasi tutte dalle leggi de' Longobardi procedono, come, oltre a' nostri, scrisse anche Grozio[322], ed è per se medesimo palese. Le consuetudini di Bari dalle leggi longobarde derivano, come diremo, quando della compilazione di quel volume ci tornerà occasione di favellare.
Ma ciocchè non dee tralasciarsi, e che maggiormente fa conoscere l'autorità loro, ed il credito, col quale lungamente si mantennero in queste nostre province, egli è il vedere, che restituita già la giurisprudenza romana nell'Accademie d'Italia ne' tempi di Lotario II, dopo l'avventuroso ritrovamento delle Pandette di Amalfi, e posto ancor piede nella nostra Accademia a' tempi dell'Imperador Federico II, non per questo mancò l'uso e l'autorità delle medesime. Anzi i nostri Scrittori allora più che mai posero la maggior cura e studio in commentarle; non altrimente che fecero Gregorio ed Ermogeniano, i quali allora compilarono i loro Codici, per li quali proccurarono che l'antica romana giurisprudenza non si perdesse, quando videro che Costantino M, colle nuove leggi tirava a distruggere l'antiche de' Romani gentili. Così veggiamo che le fatiche postevi da Carlo di Tocco commentandole, non furon fatte, se non a tempo di Guglielmo Re di Sicilia; e quell'altro Commento che abbiamo delle medesime d'Andrea da Barletta Avvocato fiscale, che fu dell'Imperador Federico II, mostra più chiaramente, che sino a' tempi di questo Principe, le leggi longobarde nel nostro Regno alle romane erano superiori; e più ancora ne' tempi posteriori, per l'altro che vi fece Biase da Morcone, che fiorì sotto il Re Roberto.
Nella considerazione delle quali cose se per un poco si fossero fermati i nostri Scrittori, a' quali l'istoria fu sempre inimica, e che non fece loro distinguere i tempi, come in ciò si conveniva: non avrebbono ricolmi i loro commentarj d'infinite sciocchezze, insino a dire (non sapendo quali si fossero gli Autori di queste leggi) ch'elle furono fatte da certi Re, che si chiamavano Longobardi, cioè Pugliesi, i quali venuti dalla Sardegna, prima si fermarono nella Romagna, ed indi passarono nella Puglia, come scrissero Godofredo, Baldo, Alessandro e Francesco di Curte, e quel ch'è più strano, seguitati da Niccolò Boerio, che volle più tosto credere a questi sogni, che dare orecchio alla vera istoria.
Nè Luca di Penna, seguitato da poi, come spesso accade, inconsideratamente da Caravita, Maranta, Fabio d'Anna, e da altri nostri Scrittori, avrebbe avuta occasione di declamar tanto contra il _Jus_ de' Longobardi, e di chiamarlo asinino, barbaro ed incolto, e feccia più tosto che legge. Egli diceva così, perchè non seppe distinguere i tempi, ne' quali scriveva, dai secoli trascorsi, ne' quali queste leggi furono reputate le più colte e prudenti di quante mai ne fiorissero in Italia: e' scrisse ne' tempi ultimi sotto il Regno di Giovanna I, dalla quale nell'anno 1366, fu creato Giudice della Gran Corte, quando avanzandosi sempre più l'autorità, e lo splendore della legge romana, cominciava già fra gli Avvocati a disputarsi qual delle due leggi dovesse prevalere; onde è che egli trovando altri, che, contra il suo sentimento, contendevano a favor delle longobarde, si scagliava contro di loro, cumulando di tante ingiure queste leggi. E non fu, se non a' tempi degli Aragonesi, che queste leggi dal nostro Regno finalmente con disusanza mancassero affatto, e le romane si restituirono, come buon testimonio è a noi Matteo degli Afflitti, il quale se bene dica, che a' suoi tempi non vide mai, che ne' nostri Tribunali le leggi de' Longobardi prevalessero a quelle de' Romani, testifica però di avere inteso dagli Avvocati vecchi, che ne' tempi antichi fu osservato il contrario. Ma delle vicende e varia fortuna di queste leggi, non mancheranno nel progresso di questa Istoria più opportune occasioni di lungamente ragionare.
CAPITOLO VI.
_Della politia ecclesiastica._
Le Chiese d'Occidente si videro in questo ottavo secolo, in grandi disordini, e quella di Roma, che dovea esser chiaro esempio per l'altre, fu la più disordinata. Morto che fu Paolo nell'anno 767, invase la Cattedra Costantino fratello di Totone Conte di Nepi: questi con violenza, e per via di trattati si fece prima elegger Papa; e poi fecesi ordinar Sottodiacono, Diacono e Vescovo: alcuni Ufficiali della Chiesa di Roma, non potendo soffrire questa violenza, ricorsero a Desiderio Re de' Longobardi, ed avendo ottenuto braccio, ritornarono a Roma con una truppa di genti armate. Totone gli assalì, ma nel combattimento essendo rimaso ucciso, Costantino fu scacciato, ed in suo luogo fu eletto Filippo Sacerdote e Monaco; ma non essendo stato trovato abile al posto, fu costretto ritirarsi in un Monasterio, e Stefano IV, fu di comun consenso eletto nel mese d'Agosto dell'anno 768. Dopo la costui elezione, Costantino fu ignominiosamente deposto, e trattato d'una maniera crudele, fu posto prigione, e gli furono cavati gli occhi: Stefano non trovandosi ben sicuro, inviò un deputato in Francia, a fine di far regolare quanto apparteneva agli affari della Chiesa di Roma. Carlo e Carlomanno a' quali il Deputato, dopo la morte del loro padre Pipino, consegnò le lettere, inviarono dodici Vescovi in Roma, i quali adunatisi in un Concilio, con un Vescovo d'Italia, confermarono Stefano, e dichiararono nulla l'ordinazione di Costantino. Stefano restò pacifico possessore di questa sede: ma poi insorte per l'elezione dell'Arcivescovo di Ravenna, e per altre cagioni rapportate di sopra, gravi discordie tra lui e Desiderio, questi, portando l'assedio a Roma, esercitò ivi tanto rigore, che il Papa pien di spavento se ne morì il primo dì di Febbrajo dell'anno 772, lasciando successore Adriano.
Non minori disordini accadevano nell'elezione delle altre sedi minori. I favori de' Principi, le violenze, i negoziati, e le simonie vi avevano la maggior parte. La disciplina era quasi che all'intutto mancata, vi era molta ignoranza e molta licenza fra i Vescovi e fra i Cherici. Non vi era dissolutezza, che non commettevasi, tenevano femmine in casa, andavano alla guerra, si arrolavano alla milizia, militando sotto gli altrui stipendj, e scotendo il giogo, non ubbidivano più ai loro Vescovi. I Pontefici romani, divenuti potenti Signori nel temporale per la donazione fatta alla Chiesa di Roma da Pipino, e da Carlo suo successore, cominciarono sopra i Principi a stendere la loro potenza: Zaccheria per aver avuto gran parte alla traslazione del Regno di Francia ne' Carolingi, ed Adriano del Regno d'Italia ne' Franzesi, reseli tremendi. Si pensava con maggior sollecitudine alle cose temporali, che alle divine e sacrate; e seguitando gli altri Vescovi il loro esempio, venne a corrompersi, ed a mancare affatto l'antica disciplina.
Dall'altro canto i Principi del secolo vedendo tanta corruzione, s'affaticavano a tutto potere alla riforma del Clero e della Chiesa; ed oltre a ciò, dandosi loro così opportuna occasione, s'intrigavano molto più che prima nell'elezione de' Vescovi, e degli altri Ministri della Chiesa, ed a disporre delle loro entrate. Lione Isaurico, e gli altri Imperadori d'Oriente suoi successori, volevano esser tenuti per moderatori non meno della politia ecclesiastica e della disciplina, che dei Dogmi ancora, promulgavano editti intorno alla adorazione dell'immagini, e toltone il solo ministerio del sacrificare, essi volevan esser riputati i Monarchi, e Presidenti delle Chiese; presidevano a' Sinodi, e lor davano vigore: davano le leggi, e componevano gli ordini ecclesiastici, soprastavano alle liti ed a' giudicj de' Vescovi e de' Cherici, alle elezioni che doveano farsi nelle Sedi vacanti, e ne' suffragi che doveano darsi: trasferivano i Vescovi da una sede ad un'altra: abbassavano ed innalzavano le Cattedre a lor modo, dal Vescovado al Metropolitano ed Arcivescovado: disponevano essi i gradi, ed i Troni per la gerarchia: partivano le diocesi a lor modo, ed ergevano le Chiese in nuovi Vescovadi o Metropoli. Quindi cominciossi il disegno d'attribuire al Patriarcato di Costantinopoli molte Chiese con toglierle a quello di Roma, siccome nel seguente secolo fu ridotto a compimento; le tolsero infra l'altre, come diremo a suo luogo, la Sicilia, la Calabria, la Puglia, e la Campania, le quali quel Patriarcato ritenne, finchè per l'opera dei nostri Normanni, e particolarmente del nostro Rogiero I, Re di Sicilia, non si fossero restituite a quello di Roma: maggiori stravaganze si videro ne' seguenti tempi nella declinazione del loro Imperio, quando proccurarono interamente sottoporre il Sacerdozio all'Imperio, intorno a che potranno vedersi Giovanni Filosaco[323], e Tommasino[324], che distesamente ne ragionano.
I Principi d'Occidente, ancorchè non osassero tanto, nondimeno collo spezioso pretesto di riparare alla difformità del Clero, ed alla perduta disciplina, s'intrigavano assai più di ciò che importava la protezione, e la tutela delle lor Chiese; anzi ne' primi anni di questo secolo, non meno che gli Ecclesiastici, deformarono lo stato di quelle. Carlo Martello, dopo aver preso il governo del Regno di Francia, in vece d'apportar rimedio a' disordini che regnavano, si pose in possesso de' beni delle Chiese; donò le Badie, ed i Vescovadi a' laici; distribuì le decime a' soldati; e lasciò vivere gli Ecclesiastici ed i Monaci in maggiore dissolutezza.
In Italia ed in queste nostre province, che ubbidivano a' Duchi di Benevento, i Re ed i Duchi longobardi per le continue inimicizie, che tenevano coi romani Pontefici, fautori prima de' Greci e poi dei Franzesi, cagionarono non minore deformità. Il Re Desiderio per le contese avute col Pontefice Stefano IV intorno all'elezione fatta da lui di Michele in Arcivescovo di Ravenna, fatto scacciare dal Papa, per vendicarsene fece cavar gli occhi a Cristofano ed a Sergio, uomini del Papa, e poi fece anche morir Cristofano, ed intimorì di maniera il Papa, che gli accelerò la morte.
Furono i Longobardi non meno che i Goti, e gli Imperadori d'Occidente suoi predecessori, molto accorti a ritenere tutti i diritti, che lor dava la ragion dell'Imperio. Il dichiarare le Chiese per _Asili_, e prescriver le leggi per quali delitti potessero i sudditi giovarsi dell'asilo, e per quali il confugio ad essi non giovasse, era della loro potestà. Il Re Luitprando, imitando gl'Imperadori d'Occidente, de' quali ci restano molte loro costituzioni nel Codice di Teodosio e di Giustiniano a ciò attinenti, stabilì ancor egli, che gli omicidi, ed altri rei di morte non potessero giovarsi dell'asilo[325]. Impone a' Vescovi, Abati, e ad altri Rettori delle chiese o monasterj, di non ricettargli, di non impedire il Magistrato secolare volendogli estrarre, e se daranno mano a fargli fuggire o occultargli, ovvero ad impedire, che non siano estratti, loro si prescrive ancora pena pecuniaria di 600 soldi[326]. Ritennero ancora i nostri Re longobardi la ragione di stabilire leggi sopra i matrimonj[327], di vietargli con chi l'onestà o parentela o affinità recava impedimento: diffinire l'età di contraergli: dichiarare l'illegittimità delle nozze, degli sponsali, e della prole, e di stabilire tutto ciò che riguarda il maggior decoro ed onestà di quelli; com'è chiaro dalle loro leggi[328].
Gl'Imperadori d'Oriente a' quali ubbidivano in questi tempi il Ducato napoletano, gran parte della Calabria e della Puglia, e molte città marittime di queste nostre province, parimente inimici de' romani Pontefici esercitavano sopra le chiese delle città a lor soggette assoluto arbitrio. Costantino e Lione suo figliuolo volevano far valere in quelle i loro editti per l'abolizione delle immagini, non vollero far ammettere Paolo eletto Vescovo di Napoli come aderente al Pontefice, e fecero che i Napoletani non lo ricevessero dentro la lor città. Nè fu veduta maggior diformità nella Chiesa di Napoli, che in questi tempi: si vide nel medesimo tempo Stefano, che n'era Duca, e che come Ufficiale dell'Imperadore teneva il governo del Ducato, morta sua moglie, essere stato eletto Vescovo, e non deponendo l'antica carica, amministrare insieme le umane e le divine cose. Morto che fu, e succeduto nel Ducato Teofilatto suo genero, dovendosi venire all'elezione del nuovo Pastore, Euprassia figliuola di Stefano e moglie di Teofilatto crucciata contra il Clero che avea mostrato della morte di suo padre gran contento ed allegrezza, giurò che non avrebbe fatto eleggere niun di loro per Vescovo; ed il Duca suo marito, sia per non contristarla o per avarizia, faceva perciò differire l'elezione; tanto che i Napoletani attediati della lunga vedovanza della lor Chiesa, andarono uniti insieme e Clero e Popolo a gridare avanti il ducal palagio, che loro dassero per Vescovo chi volevano. Allora Euprassia tutta d'ira e di furore accesa prese dal Popolo un uomo laico, chiamato Paolo e loro il diede per Vescovo: nè alcuno avendo ardire di contrastarle, presero Paolo, lo tosarono e l'elessero Vescovo, il quale gito a Roma, il Pontefice per la corruttela del secolo non ebbe alcuna difficoltà di consacrarlo e confermarlo[329].
In tanta corruttela, ed essendo giunte le cose in tale estremità, si scossero finalmente non meno i Prelati della Chiesa, che i Principi del secolo a darvi qualche riparo: in Francia morto Carlo Martello, avendosi diviso il Regno Carlomanno e Pipino suoi figliuoli, benchè non avessero la qualità di Re, formarono il disegno di operare in guisa, che fosse in qualche modo riformata la disciplina. Carlomanno Principe d'Austrasia fece nel 742 convocare un Concilio in Alemagna e vi pubblicò col consenso de' Vescovi molti regolamenti per riforma della disciplina e de' costumi: vietò agli Ecclesiastici d'andare alla guerra: ordinò a' Curati di essere sottomessi a' loro Vescovi: fece degradare e mettere in penitenza alcuni Ecclesiastici convinti di delitti d'impurità: e nell'altra adunanza, che l'anno seguente fece tenere in Lestines vicino a Cambray, oltre di aver confermato tutto ciò, vietò ancora gli adulterj, gl'incesti, i matrimonj illegittimi e le superstizioni pagane.
Pipino Principe di Neustria si affaticò parimente dal suo canto perchè la disciplina ecclesiastica fosse riformata: fece tener un'adunanza di 23 Vescovi e molti Grandi del Regno in Soissons nell'anno 744, nella quale furono confermati i canoni de' Concilj precedenti, ed ordinato che inviolabilmente fossero osservati: che in ogni anno dovessero convocarsi i Sinodi, che i Sacerdoti dovessero esser soggetti a' loro Vescovi, che i Cherici non potessero aver femmine nelle lor case, eccettuatene le loro madri, sorelle e nipoti; nè i laici vergini a Dio sacrate. Ne' seguenti anni 752, 755, 756, e 757, furono tenute altre consimili adunanze, nelle quali si stabilirono altri regolamenti sopra i costumi. E Carlomanno sopra ogn'altro quasi ogni anno fece tener queste adunanze, nelle quali parimente furono stabiliti molti capitulari per mantenere la disciplina, rinovando gli antichi canoni, e facendo de' nuovi regolamenti sopra i pressanti bisogni della Chiesa. Queste adunanze non erano propriamente Concilj: elle non erano composte solamente di Vescovi, ma eziandio di Signori e di Grandi del Regno convocati da' Principi. I Vescovi stendevano gli articoli per la politia ecclesiastica, ed i Signori per quello apparteneva allo Stato; e poi erano autorizzati e pubblicati da' Principi, affinchè avessero forza di legge. Questi articoli erano chiamati Capitoli ovvero Capitolari. E questa fu la maniera, colla quale era regolata la disciplina della Chiesa di Francia e di Alemagna sotto la seconda stirpe di que' Re in questo secolo.
In Italia furono parimente da alcuni Pontefici romani stabiliti molti canoni per riparo della caduta disciplina. Papa Zaccheria tenne perciò due Concilj in Roma, uno nell'anno 743, composto d'intorno a quaranta Vescovi d'Italia, ove fu rinovata la proibizione fatta tante volte a' Vescovi, a' Sacerdoti ed a' Diaconi di abitare insieme con femmine, e dati altri provvedimenti; l'altro nel 745, composto di sette Vescovi e d'alcuni Sacerdoti, dove furono discusse alcune accuse fatte a' Vescovi, e trattati alcuni dogmi intorno all'idolatria, e dichiarato che molti Angioli che venivano invocati, erano i loro nomi ignoti, e che non si sapevano se non i nomi di tre, cioè Michele, Raffaele e Gabriele. Anche in Aquileja Paolino suo Vescovo nell'anno 791, tenne un Concilio, ove, dopo una confessione di fede, stabilì quattordici canoni sopra la disciplina de' Cherici, sopra i matrimonj, e sopra le obbligazioni delle Monache, e sopra altri bisogni.
In Oriente, da poi che l'Imperadrice Irene prese il governo dell'Imperio, si pensò a ristabilir la disciplina: prese risoluzione di far ragunare un nuovo Concilio per esaminare ciò che l'altro, fatto tenere da Costantino Copronimo nell'anno 753, avea stabilito intorno al culto delle immagini. Ne diede ella avviso al Pontefice Adriano, che vi condescese, e vi mandò due Sacerdoti per tenervi il suo luogo. L'adunanza del Concilio cominciò in Costantinopoli nell'anno 786, ma essendo stata turbata dagli Ufficiali dell'esercito, e da' soldati eccitati da' Vescovi opposti al culto delle immagini, fu trasferita in Nicea l'anno 787.