Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 14

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Men di questo sarebbe bastato per obbligar Pipino a ripigliar quanto prima le armi. Aveva già ragunate le sue truppe alla prima novella venutagli de' movimenti d'Astolfo; e con quelle incamminatosi di nuovo verso l'Italia, ruppe l'esercito d'Astolfo, che aveva voluto contrastare a' Franzesi il passaggio delle Alpi, ed avendogli minacciato l'estrema sua rovina, se durasse nell'impresa, obbligò Astolfo a levar l'assedio da Roma già tre mesi durato, e di buttarsi dentro Pavia col resto delle sue truppe.

Intanto Costantino Copronimo avvisato di questi trattati avuti sopra i suoi Stati fra Stefano e Pipino, e che Astolfo cedeva l'Esarcato di Ravenna a Pipino, per darlo al Papa; mandò tosto due Ambasciadori al Re Pipino perchè glielo restituisse, come appartenente all'Imperio: intesero questi a Marsiglia, dov'erano venuti da Roma con un Legato del Papa, di aver già Pipino passate l'Alpi, e sconfitto l'esercito de' Longobardi; perciò l'un de' due pigliando più velocemente innanzi il cammino, mentre l'altro tratteneva il Legato, si portò sollecitamente appresso il Re Pipino, che non era molto lontano da Pavia nel procinto d'assediarla.

Fu l'Ambasciadore tosto introdotto all'audienza del Re, nella quale dopo aver esaltato Pipino per le due vittorie da lui riportate sopra i Longobardi, nemici comuni dell'Imperio e della Francia, e commendate altamente le gloriose sue gesta, espose in nome del suo Principe l'ambasciata[262]: esagerò, l'Esarcato essere senza alcun dubbio dell'Imperio, usurpatogli da Astolfo, il quale pigliava tutte l'occasioni d'ingrandirsi a' danni de' suoi vicini, mentre il suo Principe faceva la guerra a' Saraceni: che poichè il Re l'aveva ritolto dalle mani di questo usurpatore, era giusto che rimettesse anche nelle mani dell'Imperadore ciò che era suo: che finalmente il Papa era suo suddito, e che lasciandolo godere tranquillamente quanto gli era stato dato dagl'Imperadori, e da' privati per mantener la sua dignità, non sarebbe cosa giusta, ch'egli usurpasse ancora le terre del suo Sovrano: essere del resto Costantino, il quale in questo non dimandava altro, che la giustizia, prontissimo a praticarla anch'egli dal suo canto: e che poichè il Re aveva già fatte grandi spese in questa guerra, gli offeriva in rifacimento tutto quello, ch'egli avrebbe potuto desiderare da un Imperadore ugualmente liberale e riconoscente.

Pipino, a cui non giunse nuova questa imbasciata, e che aveva preveduto ciò che dovrebbe l'Ambasciadore dimandargli, umanamente gli rispose: appartenere l'Esarcato al vincitor de' Longobardi, i quali l'avevano _Jure belli_ conquistato, come aveano fatto anche i loro predecessori d'una gran parte d'Italia sopra gli Imperadori greci: essere medesimamente cosa nota, che la maggior parte di que' Popoli, indotti sforzatamente a mutar religione, s'erano dati al Re Luitprando: che così presupponendo il diritto de' Longobardi, del quale non era luogo di dubitare più che di quello de' Franzesi, i quali avevano conquistate le Gallie sopra i Romani e Vestrogoti, era molto sicuro del suo proprio; poichè egli aveva costretto Astolfo per via delle armi a cedergli l'Esarcato, del quale andava a mettersi in possesso per la medesima via: che poi essendone padrone, n'avea potuto disporre a suo arbitrio e volontà[263]. Ed aveva trovato espediente di darne il dominio al Papa, perchè in quello la sede cattolica violata per tante infami eresie de' Greci, si mantenesse intera; e l'ambizione ed avarizia de' Longobardi non l'occupasse; per le quali considerazioni egli aveva prese l'armi contra coloro, che opprimevan la Chiesa[264]: che per tutti i tesori del Mondo non avrebbe mutata risoluzione, e che manterrebbe contra tutti il Papa e la Chiesa nel possesso di tutto ciò ch'egli aveva loro donato.

Rimandato per tanto senza voler sentir altra replica su l'ora l'Ambasciadore, andò a por l'assedio innanzi Pavia, e lo strinse così forte, che Astolfo ridotto a non poter più resistere, fu costretto a dimandargli la pace, la quale ottenne a condizione, che mettesse prontamente in esecuzione il trattato dell'anno precedente e restituisse le città dell'Esarcato, dell'Emilia oggi detta Romagna, e della Pentapoli, che diciamo Marca d'Ancona[265], nelle mani di Eulrado Abate di S. Dionigi, da Pipino destinato suo Commessario. Ciocchè fu eseguito prontamente; imperocchè destinati anche da Astolfo i Commessarj, Fulrado avendo fatto uscire dall'Esarcato, e dagli altri luoghi tutti i Longobardi e ricevuti gli ostaggi di tutte le città, andò a portarne le chiavi al Papa, ch'egli pose sopra il sepolcro de' Santi Appostoli colla donazione di Pipino instrumentata con tutte le solennità e forme necessarie, e ch'egli aveva fatta anche sottoscrivere da' due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno, e da' primi Baroni e Prelati della Francia. L'Esarcato, se dee prestarsi fede al Sigonio[266], abbracciava le città di Ravenna, Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli, Forlì, Cesena, Bobbio, Ferrara, Comacchio, Adria, Cervia, e Secchia. Tutte furono consignate al Papa, eccetto che Faenza e Ferrara.

Pentapoli, ovvero Marca d'Ancona, comprendeva Arimini, Pesaro, Conca, Fano, Sinigaglia, Ancona, Osimo, Umana, ora disfatta, Jesi, Fossombrone, Monfeltro, Urbino, il territorio Balnense, Cagli, Luceoli ed Eugubio con li castelli e territorj appartenenti alle medesime, come appare dal privilegio di Lodovico Pio, col quale vien confermata questa donazione di Pipino: della verità del quale si parlerà a suo luogo.

Il Pontefice ricco di tante città e dominj, all'Arcivescovo di Ravenna commise l'amministrazione dell'Esarcato; ond'è che alcuni scrissero, che gli Arcivescovi di quella città s'intitolavano anche Esarchi, non già come Arcivescovi, ma come Ufficiali del Papa, già Principe temporale. Ecco per dove i Papi hanno cominciato a divenir potenti Signori in Italia, congiungendo al Sacerdozio il Principato, e lo Scettro alle Chiavi. Perocchè la donazione di Costantino M., particolarmente intorno a ciò che riguarda Roma e l'Italia, per quel che si disse nel secondo libro di questa Istoria, e per ciò che i più dotti Istorici, Giureconsulti e Teologi tengono per indubitabile, fu grossamente finta da un solenne impostore del decimo secolo; o come Pietro di Marca, molto prima ne' tempi di Adriano e di Carlo Magno. Nè quantunque si volesse supponere per vera, ebbe ella alcun effetto: essendosi veduto che gl'Imperadori e gli altri Re stranieri, che a coloro succedettono, ne furono da quel tempo sempre padroni. Nè i Papi vi pretendevano altro, che quegli _patrimonj_, che vi possedevano per munificenza di alcun Principe o privato per la loro sussistenza donatigli, come si disse, e siccome appunto tengono oggi gli altri Ecclesiastici i loro negli altri Stati per tutta la Cristianità. Pipino veramente fu quegli, da poi che i Papi s'ebbero aperte sì opportune vie per rendersene meritevoli, che dalla bassezza d'una fortuna sì mediocre gli arricchì delle spoglie de' Re longobardi e degl'Imperadori greci, donando loro città e province: che se voglia il vero confessarsi, fu delle medesime liberalissimo, come sogliono essere tutti coloro, che niente del proprio, ma dell'altrui profondono. Queste spettavano in verità a Costantino Imperador d'Oriente; e se voglia dirsi giusta questa donazione, dovea esser fatta non da Pipino, ma da Costantino, di cui erano: onde perciò alcuni[267] scrissero, che questa donazione fosse stata fatta sotto nome di _Costantino_; e quindi esser nata la favola della donazione di Costantino M. Da questo tempo cessarono i Pontefici nelle loro epistole e diplomi notare gli anni _piissimorum Augustorum_, come prima facevano. Assicurati che furono del patrocinio dei Franzesi, scossero ogni ubbidienza agl'Imperadori di Oriente, nè vollero esser riputati più loro sudditi: ma all'incontro questa grandezza de' Pontefici romani riuscì a Pipino tanto profittevole, che portò al suo figliuolo Carlo, che gli succedè, non pur il Regno d'Italia, discacciandone i Longobardi: ma l'Imperio d'Occidente, che il Papa volle far risorgere nella persona di Carlo, come nel seguente libro diremo.

I Franzesi, oltre a voler esser riputati autori della grandezza e del dominio temporale della sede appostolica, ciocchè non può loro contrastarsi, s'avanzano più, con dire, che di tutte queste città da Pipino alla Chiesa donate, ne avessero i Papi il solo dominio utile; siccome il Sigonio in più luoghi della sua istoria non potè negarlo; rimanendo la sovranità appresso Pipino e gli altri Re di Francia suoi successori; essendo cosa manifesta, essi dicono, che i discendenti di Pipino v'ebbero la sovrana autorità, la quale essi esercitavano in quasi tutta l'Italia. E non fu che lungo tempo da poi, che i Pontefici romani divennero Sovrani di quelle province, come ancora di Roma; non per la pretesa cessione, che l'Imperador Carlo il Calvo fece de' suoi diritti, ragioni e preminenze; ma per la decadenza dell'Imperio, da che fu limitato e racchiuso nella sola Alemagna, in quella maniera appunto, che tanti altri Principi d'Italia possedono al dì d'oggi legittimamente la sovranità, ch'essi si hanno acquistata sopra l'Occidente.

Pietro di Marca[268] fa vedere come, e su quali fondamenti a poco a poco i Pontefici romani a lor trassero la sovranità sopra Roma: ciocchè non fu certamente in questi tempi. Egli dice, che ceduto che fu da Pipino l'Esarcato di Ravenna al romano Pontefice, per ragion del medesimo appartenevasi anche a lui la soprantendenza ed il governo di Roma, non altrimente che s'apparteneva all'Esarca di Ravenna, sotto il quale erano posti tutti i Ducati de' Greci e quello di Roma ancora: la sovranità s'apparteneva agl'Imperadori di Oriente, l'amministrazione agli Esarchi: quindi i romani Pontefici come Esarchi la pretesero. Ma creati Pipino e Carlo Magno Patrizj di Roma, importando 'l Patriziato l'aver cura di quella città, si videro insieme il Papa e 'l Patrizio prendere il governo di quella, siccome s'osservò nella persona di Papa Adriano e di Carlo Magno. Essendo poi morto Adriano, ed in suo luogo creato Lione III, questi lasciò a Carlo l'intera amministrazione, il quale da Patrizio innalzato alla dignità d'Imperadore, essendo con ciò passata anche a Carlo la sovranità di Roma, i Pontefici più non s'intrigarono nel governo di quella; insinochè, decadendo pian piano l'autorità degli Imperadori successori di Carlo in Italia, finalmente Carlo il Calvo non si fosse nell'anno 876 spogliato d'ogni sua ragione, cedendo alla sede appostolica la sovranità di Roma ed ogni suo diritto. Quindi è che Costantino Porfirogenito[269] descrivendo i Temi di Europa, e lo Stato di quella del suo secolo intorno all'anno 914 dica, che Roma si teneva da' romani Pontefici _jure dominii_. Quindi cominciò il costume ne' diplomi di notarsi gli anni de' romani Pontefici, quando prima ciò era de' soli Principi ed Imperadori.

L'Abate Giovanni Vignoli ne' nostri ultimi tempi, cioè nell'anno 1709 ha dato in luce un libretto intitolato: _Antiquiores Pontificum Romanorum denarii_, ove contro a questa opinione, che tengono i Franzesi, si sforza dimostrare, che il Senato e Popolo romano, dopo avere scosso il giogo degl'Imperadori d'Oriente, si fosse sottoposto a' romani Pontefici, riconoscendogli come loro Sovrani, e che non pure il dominio utile ritennero di Roma, ma anche il supremo. Pretende ricavarlo dalle monete, che si trovano de' Pontefici, e quantunque ve ne fossero più antiche, nulladimanco riguardandosi solo quelle, che ancora si veggono, queste cominciano da Adriano I, e furono continuate a battere da Lione III e dagli altri suoi successori. Ed ancorchè alcune d'esse, come quelle di Lione III e d'altri romani Pontefici portassero anche il nome degl'Imperadori, come di Carlo M, di Lodovico, di Ottone e d'altri; tantochè per quest'istesso si diede occasione a _Le-Blanc_ franzese di comporre un trattato col titolo di _Dissertazione Istorica sopra alcune monete di Carlo M, di Lodovico Pio e di Lotario, e de' loro successori battute in Roma_; con le quali vien confutata l'opinione di coloro, che pretendono, che questi Principi non abbiano mai avuta in Roma alcuna autorità, se non col consentimento de' Papi; contuttociò il detto Abate Vignoli si studia dimostrare, che molte monete de' Papi non ebbero il nome degl'Imperadori, come una di Giovanni VIII la quale è solamente segnata del nome di questo Pontefice. Che che ne sia, l'opera di Le-Blanc fa vedere quanto poco sicura sia l'opinione del Vignoli, e molto più fondata quella de' Franzesi.

§. III. _Leggi d'ASTOLFO, e sua morte._

Astolfo intanto, ancorchè da sì strane scosse sbattuto, non restava però di volger i pensieri alla conservazione del suo Regno: egli non aveva mancato per nuove leggi riordinarlo, aggiungendone altre a quelle de' suoi predecessori, e variandole ancora secondochè stimava più utile ed opportuno a' suoi tempi; avendo per tanto in Pavia nel quinto anno del suo Regno convocati da varie parti i principali Signori e Magistrati del suo Regno, seguendo gli esempj de' suoi predecessori, promulgò un editto nel quale molte leggi stabilì. Pure abbiamo quest'editto d'Astolfo nel Codice Cavense per intero, che contiene ventidue capitoli: il primo comincia: _Donationes illac, quae factae sunt a Rachis Rege, et Tassia conjuge_. L'ultimo ha per titolo: _Si quis in servitium cujuscumque pro bona voluntate introierit_. Alcune di queste leggi, il Compilatore del volume delle leggi longobarde le inserì in que' libri: tre se ne leggono nel primo libro: una sotto il _tit. de Scandalis_: l'altra sotto il _tit. de Exercitalibus_; ed un'altra sotto quello _de Jure mulierum_: quindici nel _lib. 2_, una sotto il _tit. 4_, un'altra sotto quello _de Successionibus_, altra sotto il _tit. de ultimis volunt._. un'altra sotto il _tit. 20_, due sotto il _tit. de Manumissionibus_, due altre sotto quello _de Praescriptionibus_, e sette sotto il _tit. Qualiter quis se defendere deb_. E nel _lib. 3_ ancor se ne legge una sotto il _tit. 10_ ch'è l'ultima de' Re longobardi; poichè Desiderio suo successore, e nel quale s'estinse il Regno, passando ne' Franzesi, applicato a cure più travagliose, non potè d'altre leggi fornir questo Regno, che infelicemente ebbe a lasciare.

Ma mentre questo Principe dopo aver per dura necessità restituito l'Esarcato e tante altre città, è tutto intento a meditar nuovi disegni per vendicarsi della oppressione de' Franzesi, e di riordinar nuovamente la guerra, essendosi un giorno portato alla caccia, spinto da un cignale, ovvero, com'altri rapportano, casualmente sbalzato da cavallo, o come dice Erchemperto[270], percosso da una saetta, il caso fu per lui cotanto fatale, che in pochi giorni rendè lo spirito, lasciando in quest'anno 756 il Regno pieno di calamità e di sospetti, non avendo di se lasciata prole alcuna.

CAPITOLO III.

_Il Ducato napoletano, la Calabria, il Bruzio, ed alcune altre città marittime di queste nostre province si mantengono sotto la fede dell'Imperadore COSTANTINO e di LIONE suo figliuolo._

Grandi che fossero state le scosse, che gl'Imperadori d'Oriente ebbero in Italia, il Ducato napoletano, che allora, stendendo più oltre i suoi confini, abbracciava anche Amalfi, il Ducato di Gaeta, quasi tutta la Calabria e 'l Bruzio, rimaser fermi e costanti nell'ubbidienza de' loro antichi Principi: perduto l'Esarcato e tutto ciò che in Italia ubbidiva all'Imperio greco, non per ciò mancò il dominio degl'Imperadori d'Oriente in queste nostre parti. I Napoletani si mantenevano sotto l'ubbidienza de' loro Duchi, chiamati ancora Maestri di soldati, siccome sotto gl'Imperadori d'Oriente erano appellati i Duchi[271]. Questi era un Magistrato greco, che da Costantinopoli soleva destinarsi. Fuvvi in questo secolo Teodoro nell'anno 717 di cui questa città serba anche vestigio, portandosi egli per fondatore della chiesa de' SS. Pietro e Paolo, ora disfatta, siccome dimostrava la lapida che prima ivi si leggeva, ed oggi nella chiesa di Donnaromata. Fuvvi Esilarato. Fuvvi intorno a questi tempi, dopo la morte d'Astolfo, Stefano, il quale avendo per dodici anni governato con tanta prudenza il Ducato di Napoli, morta sua moglie, fu anche fatto Vescovo di questa città.

Nel tempo che Stefano reggeva Napoli in qualità di Duca, avendo l'Imperador Costantino nell'anno 753, come si disse, fatto convocare un Concilio in Costantinopoli di 338 Vescovi, questi stabilirono in quello Concilio un decreto contro l'adorazione delle immagini. Costantino e Lione suo figliuolo associato all'Imperio, fecero per mezzo de' loro editti valere il decreto per tutto Oriente, ed impiegarono anche la forza per l'osservanza di quello: tentarono anche di farlo valere in Occidente, donde nacquero que' disordini e rivolte che si sono vedute: renderonsi per ciò più aspre ed irreconciliabili le contese, e s'inasprirono più l'inimicizie, che passavano allora tra' Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Oriente: era in quest'anno 757 morto Papa Stefano, il quale ebbe per successore Paolo. Questi non meno, che i suoi predecessori, era odioso agl'Imperadori d'Oriente, i quali s'erano impegnati a far valere il decreto di quel Concilio, anche nel Ducato napoletano e negli altri luoghi, che ancor rimanevano in queste province sotto la loro ubbidienza. I Napoletani ancorchè avversi ad eseguirlo, come quelli che erano più di tutti gli altri popoli di Italia attaccati all'adorazione delle immagini; nulladimanco perchè ciò non s'imputasse a loro disubbidienza, proccuravano in tutto il rimanente mostrarsi tutto riverenti ed esatti in aderire al volere e potestà dei loro Signori; laonde essendo in questi tempi accaduta la morte del lor Vescovo Calvo, ed essendo stato dal Pontefice ordinato Paolo Diacono della Chiesa di Napoli suo molto amico e familiare, ripugnava l'Imperadore per esser costui aderente al Papa, che fosse ricevuto in quella Chiesa, come quegli che avrebbe in Napoli fatti riuscir vani i suoi disegni di far ricevere il decreto del Concilio di Costantinopoli. I Napoletani aderirono in ciò al volere del loro Imperadore e de' Greci, ed impedirono perciò l'andata di Paolo in Roma per farsi consecrare dal Papa: scorsi nove mesi, Paolo di nascosto andò in Roma, ed il Papa immantenente lo consecrò; ma tornato a Napoli, narra Giovanni Diacono, nella Cronaca de' Vescovi di questa città, che i Napoletani suoi cittadini per l'aderenza che aveano co' Greci, non lo vollero ricevere dentro la città, ma tenuto fra di loro consiglio, lo mandarono fuori, nella chiesa di S. Gennaro, posta non molto lontana dalla città, dove stette per lo spazio di quasi due anni; non mancando intanto così il Clero, come il Popolo universalmente d'ubbidirlo ed averlo come lor Pastore, disponendo egli senza ostacolo delle cose della Chiesa, e facendo ivi tutte le funzioni pontificali. Intanto i Nobili, scorgendo che per l'assenza di un tanto lor Pastore, la città languiva, si risolsero tutti finalmente d'introdurlo nella città, e con molta letizia e celebrità andarono a prenderlo, e l'introdussero nel Vescovato, dove, dopo avere governata la sua Chiesa per due altri anni, finì i giorni suoi. Si scusarono essi coll'Imperadore, allegando di non potere maggiormente soffrire la vedovanza della Chiesa.

Per la morte di Paolo i Napoletani elessero nell'anno 764 l'istesso Duca Stefano per lor Vescovo: questi ancorchè eletto Vescovo, non lasciò il Ducato, ma lo governò insieme con Cesario suo figliuolo, che l'assunse per suo collega. Cesario premorì all'infelice padre; onde Stefano continuò solo il governo fin al 791, anno della sua morte. Teofilatto gli succedette nel Ducato. Costui era suo genero, come quegli che s'avea sposata Euprassia sua figliuola; ed avealo anche, dopo Cesario, fatto suo collega, onde morto Stefano, restò egli solo Console e Duca. A Teofilatto succedette nel fine di questo secolo Antimio[272], di cui si narra, che nel tempo del suo Consolato avesse costrutta in Napoli la chiesa di S. Paolo Appostolo, ed il monastero de' SS. Quirico e Giulitta. Questi furono i Duchi che ressero in quest'ottavo secolo il Ducato napoletano per gl'Imperadori d'Oriente, a' quali ubbidiva. Furono anche nomati Consoli. Ma come i Duchi di Napoli si chiamassero anche Consoli, niuno de' nostri Scrittori, per quel ch'io ne sappia, ebbe curiosità di saperne la cagione.

Il nome di Console, dagl'Imperadori romani e da poi dagl'Imperadori d'Oriente tenuto in tanto pregio, e del quale essi s'adornavano, negl'ultimi anni dell'Imperio greco, fu da costoro disprezzato e finalmente affatto tralasciato. Il vedere, che di quello valevansi anche i Principi da essi riputati barbari ed usurpatori dell'Imperio, glie lo fece deporre. Carlo M. per mostrare esser egli succeduto a tutte le ragioni e preminenze degli antichi Imperadori d'Occidente, ne' suoi titoli se ne fregiava: il simile fecero tutti gli altri Imperadori franzesi suoi successori: al costoro esempio lo stesso fecero gl'Imperadori italiani Berengario Duca di Friuli e Guido Duca di Spoleti[273]. In fine sino i Saraceni, da poi ch'ebbero acquistata la Spagna, ad esempio degl'Imperadori di Costantinopoli, vollero pure chiamarsi Consoli. Abderamo Re de' Saraceni in Ispagna, che cominciò a regnare in Cordova nell'anno 821, Maomat suo figliuolo e successore nel Regno, secondo che ce n'accertano l'opere di S. Eulogio[274], ne' loro diplomi notavano non meno gli anni del loro Imperio, che del Consolato. Anzi nel nono secolo della Chiesa, siccome nell'Oriente gl'Imperadori creavano altri Consoli onorarj, così i Re saraceni non solo se medesimi, ma anche i principali Magistrati del loro Regno chiamavano Consoli[275]. Quindi nacque che secondo il fasto de' Greci, questi non potendo comportare che titolo sì spezioso fosse usurpato da Nazioni straniere e barbare, si proccurò avvilirlo, e davanlo a' loro Magistrati, ancorchè di non molto eminente grado, insino che essi poi, secondo che prova l'accuratissimo Pagi[276], intorno l'anno 933 non lo deponessero affatto; donde avvenne che un'ombra ed immagine di quella dignità e titolo rimanesse in molti loro Uficiali, e si vedesse così diffuso in tanti Ordini, anche di persone private.

I Saraceni solevano dar questo nome agli Ammiragli di mare; onde poi avvenne che coloro ch'erano preposti agl'Emporj ed a' Porti, si chiamarono Consoli; e Codino[277], Pachimere[278] e Gregoras[279] osservano, che il Magistrato de' Pisani e degli Anconitani, che dimoravan in Costantinopoli, eran chiamati Consoli. Quindi il Consolato di mare, e quindi negli Autori della bassa età, rapportati nel Glossario di Dufresne, questo nome lo vediamo sparso nelle Comunità, tra' Giudici, e varj Ordini di persone, insino agli artegiani. Non dee dunque sembrar cosa nuova e strana, se in questo ottavo secolo il nome di Console proprio degl'Imperadori, e prima cotanto illustre e rinomato, si senta nelle persone de' Duchi di Napoli, Uficiali ch'erano dell'Imperio greco, al quale questo Ducato ubbidiva.

CAPITOLO IV.

_Di DESIDERIO ultimo Re de' Longobardi._