Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 13
Ma due ragioni fortissime convincono per favolosa ed erronea l'opinione del Villani. Sembra primieramente affatto inverisimile, che i Longobardi beneventani una statua così grande e magnifica avessero voluto collocarla in Barletta: terra in quest'età piccola e di niun conto, e posta quasi ne' confini del lor Ducato, e non in Benevento città metropoli, ovvero in qualch'altra città magnifica di quel Ducato, che ne ebbe molte, non a Capua, non a Salerno, non a Bari e non a tant'altre. Barletta prima non era, che una torre posta nel mezzo del cammino fra Trani e la città di Canne, cotanto rinomata per la celebre rotta data quivi da Annibale a' Romani: ella serviva per alloggio de' passaggieri, e, com'è uso, teneva per insegna una Bariletta. La comodità del sito, essendo sette miglia discosto dall'una e sette dall'altra di queste due città, tirò a se alcuni de' lor cittadini ad abitarvi, onde poi il luogo prese il nome di Barletta, e crescendo tuttavia gli abitatori sotto l'Imperio di Zenone, e nel Pontificato di Gelasio, S. Sabino Vescovo di Canosa la giudicò luogo opportuno, dove si fabbricasse una chiesa per la divozione degli abitanti, come fu eretta in onore di S. Andrea Appostolo. Narrasi ancora che trovandosi Papa Gelasio nel monte Gargano per lo miracolo dell'Apparizione di S. Michele, Gelasio, a preghiere del Vescovo Sabino, intorno l'anno 493 calasse a consecrarla insieme con Lorenzo Vescovo di Siponto, Palladio di Salpi, Eutichio di Trani, Giovanni di Ruvo, Eustorio di Venosa e Ruggiero Vescovo di Canne; e fatta questa consecrazione, di tempo in tempo crescendovi gli abitanti, divenne una buona terra, passando dalla città di Canne ad abitare in essa per maggior comodità molti cittadini. Tale era lo stato di Barletta nel Regno di Rachi: crebbe poi, e cominciò a prender forma di città molti secoli appresso; e sotto il Regno de' Svevi, Manfredi a cui fu molto cara questa parte di Puglia, ed ove soleva per lo più risedere, onorolla sovente, e vi fece qualche dimora mentr'era tutto inteso alla fabbrica del nuovo Siponto, che dal suo prese il nome di Manfredonia. Innalzata da questo Principe potè poi insorgere contra Canne sua madre, e contendere con lei de' confini e del territorio, che per molti anni ebbero comune; onde Carlo I d'Angiò per togliere via le contese, che soglion per ciò nascere fra' vicini, fece partirgli[244]: fu cinta allora di mura, e furo per ordine di questo Re inquadrate le strade, e fatte le porte. Fu fatta poi sede degli Arcivescovi di Nazaret, e ridotta in quella magnificenza che oggi si vede. Giovanni Villani, che fiori nel Regno di Carlo II d'Angiò, e di Giovanna I sua nipote, in tempo che Barletta era già divenuta una delle città ragguardevoli della Puglia, credendola ancor tale nel Regno di Rachi, e vedendo giacere nel Porto di quella città questa statua, che i Barlettani chiamavano corrottamente, siccome chiamano ancor oggi, di _Arachio_, credette che fosse di questo Re longobardo. Donde anche si vede l'errore di Scipione Ammirato[245], il quale scrisse, che questa statua fosse stata da' Barlettani dirizzata ad Eraclio Imperadore in segno di gratitudine, per avere quell'Imperadore per comodità de' Mercatanti fatto il Molo nella loro città; quando ne' tempi d'Eraclio, Barletta era piccola terra, ed il Molo fu fatto molti secoli dopo Eraclio da' cittadini barlettani, i quali non prima dell'anno 1491 trasportarono quella statua, che mezza fracassata giaceva nel porto, dentro la città nella piazza dove sta oggi, accomodandovi le gambe e le mani, nel modo, che ora si vede.
L'altra ragione, che convince non essere quella statua di Rachi, è il volto che ci rappresenta tutto raso, l'abito greco che veste, e l'avere in una mano la Croce e nell'altra il Pomo, simbolo del Mondo. Questi segni, siccome provano esser quella una statua di qualche Imperadore d'Oriente, così dimostrano non essere di Rachi, o di qualch'altro Re longobardo. Nel tante volte rammentato Codice Cavense, ove sono gli editti de' longobardi Re d'Italia, veggonsi alcuni ritratti miniati d'alcuni di questi Re, autori di quegli editti, i quali ancorchè malfatti, e secondo le dipinture di quei tempi, sconci e goffi, nulladimanco ci rappresentano i volti con barba lunga, gli abiti lunghi con clamide e scettro, non già Croce, nè Pomo, e colla corona sul capo. Quindi non è fuor di ragione il credere per vera l'antichissima tradizione de' Barlettani, i quali la riputano statua d'Eraclio Imperador d'Oriente.
Questi, dicono essi, per la divozione grandissima portata non pur da lui solo, ma da tutti gli altri Imperadori suoi predecessori all'Arcangelo Michele, al quale eransi in Costantinopoli eretti tanti tempj ed altari, essendosi a' suoi dì renduto così celebre il santuario del monte Gargano, e cotanto famoso, che tirava a se la munificenza de' più potenti Re della terra: volle ancor egli mandare ad offerire a questo tempio molti doni, e fra gli altri la sua statua, acciocchè si rendesse eterna la memoria del culto, che e' rendeva a quel Santo. Aggiungono, che la nave, la quale questi doni conduceva, sbattuta nell'Adriatico da' venti e da procelle, fosse naufragata in quel mare vicino ai lidi di Barletta, dove la statua giaciuta per lungo tempo nell'acque, fossesi a lungo andare poi scoverta, indi portata al lido, e propriamente nel porto di quella città, ove mezza fracassata giacque ancora per altro lungo tempo; finalmente i Barlettani nell'anno 1491 l'avessero trasportata dentro la città, e collocata in quel luogo, dove ora si vede. Certamente la barba rasa, l'abito greco e corto, la Croce ed il Pomo, la dimostrano d'un qualche Imperadore d'Oriente; la fama, la tradizione, il viso, conforme a quello, che scrivono d'Eraclio, il nome, ancorchè corrotto, col quale fu sempre nomata da' Barlettani, la fanno, non senza ragione, credere che fosse di questo Imperadore.
(_Cedreno_ parlando dell'Imperador _Eraclio_ narra, che sebbene prima d'essere stato innalzato al Trono, si avesse fatta crescer la barba, nulladimanco, fatto Imperadore, se la fece radere, siccome dice in _Heraclii Anno I, quod Imperator factus, barbam raserit, quam aluerit ante_).
L'opinione del Mazzella[246], il quale credette questa statua essere dell'Imperadore Federico II, è cotanto falsa ed inetta, che sarebbe consumare inutilmente il tempo a convincerla per ripugnante a tutta l'Istoria.
CAPITOLO II.
_Di ASTOLFO Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna, e fine di quell'Esarcato._
I Longobardi, tosto che Rachi si fece Monaco, sustituirono nel solio del Regno Astolfo suo fratello: Principe prode di mano, e più di consiglio, il quale avendo portato il suo Regno all'ultimo periodo della grandezza; questo stesso cagionò la sua declinazione, e la ruina de' Longobardi in Italia. Mostrò nel principio del suo governo sentimenti di moderazione e di quiete: confermò con Zaccaria la pace altre volte stabilita con Luitprando e con Rachi suo fratello, ed accordò al medesimo tutte quelle condizioni, che coi suoi predecessori erano state pattuite. Questo Pontefice, dopo aver con Astolfo stabilita la pace, e dopo aver così prosperamente composti gl'interessi della sua sede, uscì da questa mortal vita nell'anno 752. Pontefice, a cui molto debbe la Chiesa romana, che seppe far tanto per la di lei grandezza, e per l'augumento della sua autorità: egli lasciò a' suoi successori fondamenti molto stabili e ben fermi, onde con facilità poterono da poi condurre la lor potenza in tutte le parti d'Occidente a quella grandezza, che finalmente si rendè a' Principi sospetta, ed a' Popoli tremenda.
Morto Zaccaria, il Clero e Popolo romano sustituirono Stefano II, ma questi non tenne più quella sede, che tre o quattro giorni; perocchè oppresso da grave letargo per tre giorni continui, nel quarto rendè lo spirito. Tosto ne fu eletto un altro, anche Stefano nomato, il quale dagli antichi Scrittori viene appellato anche II, non avendo ragione del suo predecessore, che morì senza esser consecrato: poichè in questi tempi l'elezione sola non dava il Papato, ma la consecrazione; onde se alcuno eletto moriva innanzi d'esser consecrato, non era posto nel catalogo e numero de' Pontefici: così veggiamo, per tralasciar altri, che Erchemperto ed Ostiense[247] chiamano questo Stefano II, e non III. Al presente però si tiene per articolo, contra quello che l'antichità ha creduto, che per la sola elezione de' Cardinali il Papa riceva tutta l'autorità; e per ciò gli Scrittori di questi ultimi tempi si sono travagliati per metter in numero, ed in catalogo questo Stefano, laonde è loro convenuto mutare il numero agli altri Stefani seguenti, chiamando il secondo terzo, ed il terzo quarto, e così fino al nono, che lo dicono decimo, con molta confusione tra gli Scrittori vecchi e nuovi, nata solo per interesse di sostenere questo articolo.
Questo Pontefice assunto al trono, imitando i vestigi de' suoi predecessori, mandò dopo tre mesi del suo Pontificato Legati ad Astolfo con molti doni, perchè con lui ristabilisse quella pace, che già con Zaccaria aveva fermata; Astolfo la ratificò e fu accordata per 40 altr'anni.
Ma questo Principe, che non nudriva nell'animo pensieri meno ambiziosi di quelli di Luitprando, aveva fermata questa pace col Papa, acciocchè non potesse il medesimo frastornargli i disegni, che aveva di sottoporre al suo dominio Ravenna con tutto il resto dell'Esarcato, che ancor era in mano de' Greci, e che veniva governato dall'Esarca Eutichio. Avea egli per questa impresa, da che fu innalzato al Trono, per lo spazio di due anni sotto altri colori unite tutte insieme le sue forze, e rendutele più poderose che mai; e scorgendo che Costantino Copronimo, il quale in questi tempi aveva assunto per compagno al Trono _Lione_ suo figliuolo, era distratto in altre imprese nella Grecia e nell'Asia, e che punto non badava alle cose d'Italia, nè volendo avrebbe potuto sì tosto soccorrerla; si mosse in un subito con tutte le sue forze contra Eutichio, ed a Ravenna capo dell'Esarcato dirizzò il suo cammino, cingendo di stretto assedio quella imperial città. Eutichio colto così all'improvviso, mal potendo sostener l'assalto, nè a tanta forza resistere, gli convenne per tanto render la Piazza, e con quella ogni speranza di ricuperarla; poichè lontano da qualunque soccorso, e sproveduto di gente e di danaro, abbandonando ogni cosa se ne ritornò in Grecia. Ad Astolfo, presa Ravenna, con facilità si renderono tutte le altre città dell'Esarcato e di Pentapoli, e trionfando de' suoi nemici, unì al suo Regno l'Esarcato di Ravenna, per cui tante volte i suoi predecessori s'erano indarno affaticati, i quali ora perditori, ora vincitori, mai non poterono interamente e stabilmente unirlo alla lor Corona, senza timore di perderlo: come fortunatamente accadde ad Astolfo, ed alla felicità delle sue armi.
Ecco il fine dell'Esarcato di Ravenna, e del suo Esarca: Magistrato che per lo spazio di 183 anni aveva in Italia mantenuta la potenza e l'autorità degli Imperadori d'Oriente: fine ancora del maggior lustro e splendore di quella città, la quale da Onorio e da Valentiniano Augusti, posposta Roma, avendo avuto l'onore d'esser perpetua sede degl'Imperadori, e dappoi degli Esarchi, a' quali ubbidivano i Duchi di Roma, di Napoli e di tutte l'altre italiche città dell'Imperio, e che i suoi Vescovi contesero con quelli di Roma istessa della maggioranza; ora ritolta da' Longobardi a' Greci, mutata fortuna, e ridotta in forma di Ducato, non fu da essi trattata da più, che gli altri Ducati minori, onde il Regno de' Longobardi era composto: origine che fu della sua fatal ruina, e dello stato in cui oggi la veggiamo. Marquardo Freero[248] nella Cronologia ch'ei tessè degli Esarchi di Ravenna, da Longino primo Esarca sotto Giustino II, infino all'ultimo, che fu questo Eutichio, scrisse che questo Esarcato durò 175 anni; ma dal computo degli anni, ch'e' medesimo ne fa, si vede, che essendo, com'egli stesso dice, cominciato da Longino nell'anno 568 e finito in Eutichio, dopo aver Astolfo presa Ravenna secondo lui nell'anno 751, durò l'Esarcato non già 175 ma ben 183 anni. E secondo coloro, che portano la caduta di Ravenna nell'anno 752 l'Esarcato durò 184 anni.
§. I. _Spedizione d'ASTOLFO nel Ducato romano._
Astolfo dopo sì grande e gloriosa impresa, ripieno d'elatissimi spiriti minacciava già di stendere il suo Imperio sopra gli altri miseri avanzi, che restavano in Italia all'Imperador de' Greci: egli impadronito dell'Esarcato di Ravenna, credendosi succeduto a tutte quelle ragioni, che portava seco l'Esarcato, le quali erano, la maggioranza e la sovrana autorità sopra il Ducato di Roma e di tutto il resto; pretendeva di dovere anche dominare le città del Ducato romano, e molto più la città di Roma, nella quale agl'Imperadori d'Oriente, dopo l'accordo fatto da Luitprando con Gregorio II, era rimaso ancor vestigio della loro superiorità, tenendovi tuttavia i loro Uficiali. Minacciava per tanto le terre del dominio della Chiesa, e Roma stessa, e rotti e violati i tanti trattati di pace stabiliti da' Re, e da' suoi predecessori co' romani Pontefici, mosse il suo esercito verso Roma, ed avendo presa Narni, mandò Legati al Pontefice con aspre ambasciate, dicendogli che avrebbe saccheggiata Roma, e fatti passare a fil di spada tutti i Romani, se non si fossero sottoposti al suo Imperio, con pagargli ogni anno per tributo uno scudo per uomo[249]. A sì terribile ambasciata tutto commosso il Papa, tentò placarlo per una Legazione cospicua di due celebri Abati, che fiorivano in quel tempo; gli spedì l'Abate di monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Volturno, e gli accompagnò con molti e preziosi doni, incaricando loro, che proccurassero, e con ragioni e con preghiere, rammentandogli la pace poco prima firmata, di persuaderlo a non romperla, e voltare altrove le sue armi[250].
Aveva il Pontefice sin dal principio dell'irruzione di Astolfo sopra Ravenna, prevedendo questi mali, fatto inteso l'Imperador Costantino de' disegni de' Longobardi, e sollecitatolo a mandare all'Esarca validi soccorsi per impedirgli; ma Costantino volendo coprire la sua debolezza sotto il manto dell'autorità, dando a sentire che questa sola bastasse per rimovere i Longobardi da tale impresa, mandò, in vece di eserciti, un gentiluomo della sua Camera chiamato Giovanni Silenziario, con ordine al Papa di farlo accompagnare con sue lettere ad Astolfo per obbligarlo a rendere ciò, ch'egli aveva preso[251]. Furono dal Papa spediti non sole lettere, ma Legati ancora ad accompagnar Giovanni; ma arrivati in Ravenna ove Astolfo dimorava, ed espostogli l'imbasciata di restituire ciò che egli s'avea preso, fu intesa da quel Principe con riso, e tosto ne furono rimandati senz'alcun frutto, come ben potevano immaginare; per la qual cosa s'incamminarono i Legati del Papa insieme con Giovanni a dirittura in Costantinopoli per supplicar di nuovo l'Imperadore in nome del Papa di venir egli stesso con poderosa armata in Italia per salvar Roma, e gli altri avanzi rimasi al suo Imperio in Italia, che i Longobardi tentavano tuttavia di rapirgli. Ma Costantino ch'era intrigato in altre guerre, e che non badava ad altro, che per un nuovo Concilio, che in quest'anno 753 avea fatto unire di 338 Vescovi ad abbattere le immagini, non era in istato d'intraprendere altre brighe co' Longobardi. Perciò vedendo Stefano che in vano si ricorreva a Copronimo[252], il quale non poteva nè meno difender se stesso da Longobardi, e ch'era molto lontano per protegger la sua Chiesa: e che all'incontro Astolfo, entrato coll'esercito nel Ducato romano, devastava tutto il paese; e minacciava stragi e servitù a' Romani, se non si rendevano a lui; si risolse finalmente ad esempio di Zaccaria e de' due Gregorj di ricorrere alla protezione della Francia, e d'implorare l'ajuto di Pipino. Mandò nascostamente un suo messo in Francia, per cui espose a Pipino le sue angustie, e ch'egli desiderava venir di persona in Francia, se gli mandasse Legati, per potersi quivi condurre con sicurtà. Pipino non mancò subito di mandargli due de' primi Uficiali della sua Corte, Rodigando Vescovo, ed il Duca Antonio per condurlo in Francia. Giunti il Vescovo ed il Duca in Roma, ritrovarono, che l'esercito de' Longobardi, dopo avere presi tutti i castelli ne' contorni di Roma, era in procinto d'investir quella città; e che ritornati i due Legati del Papa con l'Inviato dell'Imperadore da Costantinopoli, niente altro avevan riportato da costui, se non un secondo ordine al Papa d'andar egli in persona a ritrovar Astolfo per sollecitarlo a restituir Ravenna, e le altre città da lui occupate. Non vi era alcuna apparenza, che questa andata potesse riuscir di profitto, e pure il Pontefice volle ben ancora ubbidire, per far l'ultimo esperimento di poter piegar quel Principe; ma quando vide che al vento si gittava ogni opera, e che Astolfo, il quale gli aveva insieme proibito di parlargli d'alcuna restituzione, faceva tutti gli sforzi suoi per fermarlo, lasciossi finalmente condurre dagli Ambasciadori di Pipino in Francia.
§. II. _Papa STEFANO in Francia: suoi trattati col Re PIPINO; e donazione di questo Principe fatta alla Chiesa romana di Pentapoli, e dell'Esarcato di Ravenna tolto a' Longobardi._
Giunto il Pontefice in Francia, fu accolto da Pipino con ogni segno di stima e di venerazione: l'adorò come Pontefice e padre della Cristianità, e gli rendè i maggiori onori che si potessero rendere a' più potenti Re della terra. Espose Stefano i suoi bisogni al Re, e l'angustie nelle quali i Longobardi l'avean ridotto, dimandogli il suo ajuto e protezione, offerendosi all'incontro d'impiegar tutta l'autorità della sede appostolica in suo vantaggio. Allora Pipino, affinchè si rendesse più venerando a' suoi sudditi, e per maggiormente stabilire il Regno di Francia nella sua persona e nella sua posterità, volle che Stefano colle sue mani lo consecrasse Re, ed insieme che i due suoi figliuoli Carlo e Carlomanno ricevessero parimente da lui l'unzione sacra, siccome seguì nella Chiesa di S. Dionigi[253]. All'incontro Pipino, oltre ad assicurarlo, che avrebbe frenato l'ardire de' Longobardi, e fattigli restituire i luoghi occupati nel Ducato romano, gli promise ancora, ch'egli avrebbe scacciato Astolfo dall'Esarcato di Ravenna e da Pentapoli, e, tolti al Longobardo questi Stati, gli avrebbe non già restituiti all'Imperio greco, a cui s'appartenevano, ma donati a S. Pietro ed al suo Vicario. Stefano lodò la magnanima offerta, che si faceva con tanta profusione dell'altrui roba, esagerandola ancora come molto profittevole per la salute della sua anima; onde da Pipino ne fu stipulata e giurata la promessa della donazione, facendola firmare anche da' suol figliuoli Carlo e Carlomanno.
Questa promessa di futura donazione, nel caso fosse riuscito a Pipino di scacciare i Longobardi dall'Esarcato, e da Pentapoli, non abbracciava che questi Stati. Lione Ostiense[254] confuse ciò che Anastasio Bibliotecario avea scritto della donazione fatta poi da Carlo M. a Papa Adriano, con questa promessa di Pipino a Papa Stefano. Anastasio narra[255], che Carlo M., confermò, e pose in effetto ciò che Pipino suo padre avea promesso, anzi che accrebbe la paterna donazione, e dice, che da Carlo con nuovo instromento furono donate a S. Pietro, ed al suo Vicario molte città e territorj d'Italia per designati confini, incominciando da Luni città della Toscana, posta ne' confini della Liguria, con l'isola di Corsica, e calando nel Sorano e nel monte Bordone abbracciava Vercetri, Parma, Reggio, Mantova e Monselice, ed insieme tutto l'Esarcato di Ravenna, siccome fu anticamente, colle province di Venezia e d'Istria; e tutto il Ducato spoletano e beneventano. Lione[256] (come avvertì anche l'Abate della Noce[257]) parlando nel capo 8 della donazione di Pipino, si serve di queste istesse parole d'Anastasio, che riguardano la donazione di Carlo suo figliuolo: e quando poi nel capo 12 tratta de' fatti di Carlo e di questa sua donazione, non numera, come Anastasio, i luoghi e le città; ma come se Carlo non avesse fatto altro, che solamente confermare quella di Pipino, col supposto che quella abbracciasse tutti que' luoghi da lui nel 8 capo descritti, dice che Carlo _bono, ac libenti animo aliam donationis promissionem instar prioris describi praecepit_. Ma che questa donazione di Pipino non abbracciasse altro che Pentapoli, e l'Esarcato di Ravenna, che dovean togliersi ad Astolfo, si conosce chiaro dall'esecuzione, che ne fu fatta dall'istesso Pipino, quando, come diremo, calato in Italia, e toltigli al Longobardo, ne fece dono alla sede appostolica, scrivendo l'istesso Lione[258], che Pipino _simul cum praefato Romano Pontifice Italiam veniens, et Ravennam, et viginti alias Civitates supradicto Aistulfo abstulit, et sub jure Apostolicae Sedis redegit_.
Si convince ciò ancora dalla Cronaca del monastero di S. Clemente dell'isola di Pescara, che ora impressa leggiamo nel sesto tomo dell'Italia Sacra d'Ughello, dove narrandosi quest'istessi successi di Papa Stefano con Pipino, si legge che Pipino avendo scacciato Astolfo, e liberata Ravenna, la donò con venti altre città a S. Pietro. Quando poi questo Autore favella della donazione di Carlo, dice che questo Principe _restituit Beato Petro, quae pater ejus dederat, et Desiderius abstulerat, ADDENS etiam Ducatum Spoletanum, et Beneventanum ec._ Ma quanto sia vero ciò che Anastasio narra della donazione di Carlo M. volendo che abbracciasse la Corsica, il Ducato di Spoleto, il Beneventano, le Venezie, l'Istria, e tanti altri luoghi, non mai presi, nè posseduti da Carlo, lo vedremo più innanzi, quando di quella ci tornerà occasione di favellare.
Accordati che furono questi trattati tra Stefano e Pipino, questi, essendo il Papa rimaso in Francia presso di lui, immantinente interpose i più fervorosi uficj con Astolfo perchè restituisse i luoghi occupati, e gli replicò ben tre volte: ma nulla giovando nè preghiere nè minacce, finalmente stimolato dal Papa, si risolvette di marciare con tutte le sue truppe in Italia contro di lui, e seguitato da Stefano, sforzando il passo delle Alpi, fugò l'esercito d'Astolfo, che se gli opponeva, e l'incalzò sino alle porte di Pavia, dove assediollo, costringendolo finalmente a dure condizioni, con obbligarlo, ricevuti innanzi gli ostaggi, a promettere di rendere le terre della Chiesa da lui occupate nel Ducato romano: gli tolse Ravenna con venti altre città, ed in quest'anno 754, la aggiunse al dominio di S. Pietro[259], e prestamente in Francia si restituì.
Ma non fu così tosto ritornato Pipino in Francia, che Astolfo, poco curandosi degli ostaggi, che aveva dati in mano di Pipino, che rompendo tutti i giuramenti da lui fatti, venne con tutte le forze del suo Regno a piantar l'assedio innanzi a Roma, dopo aver dato un terribil guasto ne' contorni. Allora Stefano vedendosi ridotto all'ultima estremità, ebbe ricorso al suo protettore nella maniera più forte e compassionevole che potesse mai farsi: gli scrisse quelle tre lettere, che ci restano ancora[260], le più veementi e le più sommesse, che si possano immaginare: e con esempio nuovo le scrisse sotto nome di S. Pietro a cui erasi fatta la donazione, indirizzandole al Re, a' di lui due figliuoli, ed a tutti gli Ordini della Francia, di questo tenore: _Petrus vocatus Apostolus a Jesu Christo Dei, vivi filio, ec. Viris excellentissimis Pipino, Carolo, et Carolomanno tribus regibus ec._ dove introducendo questo Appostolo a parlargli così: _Ego Petrus Apostolus dum a Christo, Dei vivi filio, vocatus sum supernae clementiae arbitrio, ec._[261], si serve in quelle di tutti i più prestanti scongiuri da parte di Dio, perchè lo soccorra, che facendo altrimenti sarà alienato dal Regno di Dio, e fuori dalla vita eterna, movendo tutto ciò ch'è più atto a scuotere un cuore cristiano.