Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

Part 12

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L'Imperador Lione avvisato di questi successi di cotanta importanza, imperversando assai più contro al Pontefice, confiscò immantenente tutti i patrimonj che in Sicilia, nella Calabria, e negli altri suoi Stati possedeva la Chiesa romana; e già s'apprestava con potente armata di punire la fellonia de' Romani, ridurre l'altre terre al suo Imperio, e prender aspra vendetta del Papa, ch'ei reputava l'autore di tutte queste rivolte; per la qual cosa Gregorio conoscendo, che un colpo di tanta importanza avrebbe potuto cadere sopra di lui, ed opprimerlo, se non fosse stato sostenuto da una potenza, che potesse opporsi con vigore a quella di Lione, pensò di scegliere un protettore, dove trovasse tutto il sostegno e l'appoggio necessario. Non poteva fidarsi de' Longobardi, de' quali con lunga sperienza aveva conosciuti i disegni, e provata l'infedeltà. I Veneziani, benchè zelantissimi per la difesa della Chiesa, non erano ancora così ben forti in Italia, per contrastare soli a tutte le forze del greco Imperadore, particolarmente quando fossero in diffidenza de' Longobardi, ch'erano fastidiosi vicini. E in quanto alla Spagna, ella era in un lagrimoso stato in quel tempo, e poco men che tutta oppressa da' Saraceni. Risolse per tanto d'aver ricorso alla potenza de' Franzesi, la cui costanza nella fede cattolica era stata sempre fermissima. Erano questi già da più di quindici anni governati da Carlo Martello, il quale, per la insufficienza e poco spirito del Re, assunto al primo onore del Regno di Maggiordomo della Casa reale, reggeva con assoluto arbitrio quel Reame, e fatto celebre per mille gloriose spedizioni di guerra nelle Gallie e nella Germania, e sopra tutto per la memorabile sconfitta data a' Saraceni ne' campi di Turone, era reputato universalmente il primo Capitano, ed il vero Eroe del suo tempo.

A questo gran Principe mandò Gregorio, ciò che nissun Papa avea ancora fatto, una magnifica ambasceria con molti belli doni di divozione per ricercarlo di soccorso contra gli attentati di Lione, e di ricevere i Romani e la Chiesa sotto la di lui protezione[224]. Furono i Legati ricevuti da Carlo con onori straordinarj, e con magnificenza degna del più augusto Principe del suo secolo; e in poco tempo fu conchiuso il trattato, per cui obbligavasi Carlo di passare in Italia per difendere la Chiesa ed i Romani, se venissero ad essere attaccati da' Greci o da' Longobardi: ed i Romani all'incontro di riconoscerlo per loro protettore con deferirgli l'onore del Consolato, come altre volte aveva fatto l'Imperador Anastasio al gran Clodoveo, da poi ch'ebbe sconfitti gli Vestrogoti. E rimandati i Legati pieni di ricche donativi, e soddisfatti d'una sì felice negoziazione; Gregorio non avendo più che temere per la Chiesa, alla quale lasciava un così potente protettore, finì i giorni suoi nell'anno 731, con fama d'un Pontefice di rare ed eminenti virtù, che gli fecero meritare sopra la terra gli onori, che non si rendono se non a' Santi del Cielo.

Successe nel Pontificato Gregorio III, di cui altri[225] scrissero, essere stata questa legazione mandata a Carlo Martello, per occasione, che Luitprando, sconfitto Trasimondo Duca di Spoleti, che di nuovo erasi a lui ribellato, profittando al solito delle vittorie, si fosse portato ad invadere di bel nuovo il Ducato romano, irritato contra Gregorio III, che avea accolto il ribelle, e si fosse avanzato a porre la seconda volta l'assedio a Roma, e che non essendo al Papa giovate le preghiere e l'eloquenza, come al suo predecessore, finalmente al soccorso di Carlo si fosse rivolto, per la cui mediazione ottenne, che Luitprando contento solo di quattro città, sciogliesse l'assedio, e lasciasse a' Romani ed al Papa Roma col rimanente di quel Ducato. Che che sia di ciò, egli è certo, che per questi ricorsi cominciarono i Franzesi ad intrigarsi negl'interessi d'Italia, per li quali con reciproco ajuto e cospirando ciascuna delle parti a' proprj avanzamenti, finalmente discacciati i Longobardi, furon essi veduti dominare l'Italia; essersi da' Merovingi nella stirpe di Carolingi trasferito il Reame di Francia; ed all'incontro i Pontefici romani essersi stabiliti in Roma, e nel Ducato romano, con molta parte ancora dell'Esarcato di Ravenna e di Pentapoli: come più innanzi diremo.

§. VI. _COSTANTINO COPRONIMO succede a LIONE suo Padre; e morte di LUITPRANDO Re de' Longobardi._

In tanta turbazione essendo le cose d'Italia, e con varj accidenti sempre più deteriorando le forze dell'Imperadore Lione, era solamente rimasa quivi una immagine della sua autorità. L'Esarcato di Ravenna, scantonato in gran parte dalle conquiste de' Longobardi, già minacciava la total rovina senza speranza di riaversi: il Ducato romano era nelle mani de' Romani e del Pontefice lor Capo, a' quali ubbidiva; e se bene rimanessero ancora in Roma alcuni vestigi della sopranità, tenendovi ancora Lione i suoi Uficiali, vi era nondimeno il suo Imperio così debole, che ben mostrava di dovere in breve rimaner affatto estinto: nel solo Ducato napoletano, nella Calabria, e ne' Bruzj, e nelle altre città marittime del Regno, che non ancora erano pervenute nelle mani de' Longobardi beneventani, esercitava egli il pieno potere e dominio. Ma morto Lione Isaurico in quest'anno 741 e succeduto nell'Oriente Costantino Copronimo suo figliuolo diedesi l'ultima mano alla fatal ruina; poichè Costantino non avendo niente delle buone qualità, che aveva avuto suo padre, lo superò infinitamente nelle ree; e se si voglia in ciò prestar fede a' greci Scrittori, egli fu il più scellerato e sozzo mostro che avesse giammai avuto la terra[226]. Appena si vide solo Imperadore, che imperversando assai peggio di suo padre contra le immagini, diede fuori un editto, col quale non solamente condannava le immagini de' Santi, ma proibiva d'invocargli, e di dar loro titolo di Santo, e portando più avanti il furore, imperversò ancora contra le loro reliquie, sino ad ordinare i maggiori oltraggi e disprezzi del Mondo. Perseguitò per tanto i difensori delle immagini, e mandò per questa cagione molti Vescovi in esilio. Ma si rendè vie più empio, e da tutti abborrito per l'odio da lui conceputo contro alla Madre di Dio, proibendo che si celebrasse festa alcuna a di lei onore, e che non s'implorasse l'ajuto di Dio per la di lei intercessione, asserendo non aver ella nessun potere nel Cielo, nè sopra la terra.

Questa esecranda impietà, unita alle tante altre peggiori praticate in appresso, ed a tanti abbominevoli suoi vizj, lo rendè così odioso a' sudditi, che non pur gli fecero perdere quell'ombra di dominio, ch'e' teneva in Roma ed in Ravenna, ma mancò poco che non perdesse insieme tutto l'Imperio.

Era nell'istesso anno, che morì Lione, trapassato anche Gregorio III, ed assunto al Pontificato Zaccaria: debbe a costui la Chiesa romana molto più, che a' due Gregorj, il dominio temporale, che sopra le spoglie dell'Imperio greco seppe parte ristabilire, e molto più acquistare; imperocchè questi appena assunto al trono, mandò Legati a Luitprando a chiedergli le quattro città, che per la mediazione di Carlo Martello erangli state lasciate quando la seconda volta sciolse da Roma l'assedio. E se bene da Luitprando fossero i di lui Ambasciadori ricevuti con onore, e n'avessero riportata qualche speranza per la restituzione, con tutto ciò Zaccaria, vedendo l'affare mandarsi in lungo, volle anche egli imitar Gregorio II, e portatosi di persona con tutto il Clero romano a ritrovare il Re, ricevuto da costui con istraordinarj segni di stima, furono così forti ed efficaci i suoi uficj, che non solamente ottenne dalla pietà di questo Principe la dimandata restituzione, ma stabilita tra loro la pace per venti anni, riebbe ancora il patrimonio sabinense, e molti altri acquisti fece oltre ad ogni sua espettazione. E fu cotanto fortunato questo Pontefice appresso Luitprando, ed in tanta sua buona grazia, che avendo in questi ultimi tempi del suo Regno, di riposo impaziente, conforme al suo natural costume, voluto attaccar di nuovo Ravenna, Eutichio Esarca, essendo ricorso alla mediazione del Papa, operò costui tanto con Luitprando, che fecelo astenere da quella impresa, e restituire anche alcuni luoghi occupati, e prima d'ogni altro Cesena.

Ma ecco, che mentre queste cose succedono in Italia, Luitprando dopo aver regnato 32 anni, finì i giorni suoi in Pavia nel mese di luglio dell'anno 743[227]. Morte quanto improvvisa, altrettanto a' Longobardi dolorosissima, da' quali non abbastanza compianto, con solenne pompa fu sepolto nel tempio di S. Adriano Martire in Pavia con elogio ricolmo di eccelse lodi[228]. Principe, se ne togli la soverchia ambizione del dominare, fornito di tutte le perfezioni desiderabili in un Re, o per la pace o per la guerra: egli Capitano quanto valoroso, altrettanto fortunato nelle sue imprese, dilatò i confini del suo Regno[229], e nudrito sin da fanciullo in mezzo all'armi, non avea niente di fiero e di feroce, anzi cortesissimo ed inchinato sempre ad usar clemenza, anche verso coloro, che l'avevano offeso: egli savissimo, fu più abile di quanti erano del suo Consiglio. Le sue leggi tutte savie e prudenti; e quantunque non avesse coltivato il suo spirito collo studio delle buone lettere, aveva egli pure trovato da se stesso nel suo proprio fondo tutta la forza e sottigliezza d'un Filosofo.

Della sua pietà verso Dio restano ancora insigni monumenti: egli magnifico in fondando grandi chiese e belli monasterj, de' quali Varnefrido[230] rapporta il numero, ed ancora oggi in Lombardia se ne ammirano i vestigi: egli casto, e misericordioso co' poveri, e d'un così buon naturale, che di quanti Principi longobardi ressero l'Italia, meritamente a lui tutti gli Scrittori rendono il vanto maggiore. Lasciò il Regno ad _Ildeprando_ suo nipote, che negli ultimi anni di sua vita volle anche averlo per compagno: ma durò poco la costui Signoria; poichè appena scorsi sette mesi[231], che i Longobardi, non potendo per la sua inettitudine promettersi di lui felice e buon governo, lo discacciarono dal solio; ed in suo luogo innalzarono Rachi Duca del Friuli, Principe adorno di nobili virtù, e d'incomparabile pietà.

CAPITOLO I.

_Di RACHI Re de' Longobardi, e sue leggi._

Rachi con incredibile piacer di tutti assunto al Trono regale nell'anno 744, diede ne' primi anni del suo Regno saggi ben chiari del suo animo quieto, ed inchinevole ad ogni studio di pace, poichè fermò con Zaccaria la pace, che avea Luitprando pochi anni prima pattovita; e seguitando l'esempio degli altri Re longobardi, volle anche aggiungere nuove leggi a quelle de' suoi predecessori, ed ammollire il rigore, che in alcune di esse era ancor rimaso. Egli avendo convocati in Pavia nell'anno 745, gli Ordini del Regno le stabilì, e per un suo editto, secondo il costume dei suoi maggiori, le fece promulgare per tutto il suo Regno. Questo editto ancora si legge intero nel più volte mentovato Codice Cavense, il qual contiene undici capitoli. Il primo comincia: _Ut unusquisque Judex in sua Civitate debeat quotidie in judicio residere: _ e l'ultimo ha questo tit. _de Arimanno quomodo cum Judice suo caballicare debeat_. Da questo editto nove sole leggi prese il Compilatore, le quali abbiamo nel volume delle leggi longobarde. Tre ne abbiamo nel primo libro, una sotto il tit_. de Seditione contra Judicem_, e due sotto l'altro _de Invasionibus_. Nel libro secondo ne abbiamo quattro: una sotto il _tit. de Debitis, ed guadimoniis_; un'altra nel _tit. de praescriptionibus_; altra sotto il _tit. de Officio Judicis_: un'altra sotto quello: _Qualiter quis se defendere debeat_; e due altre nel terzo libro, una sotto il _tit. de his, qui secreta Regis inquirunt_; e l'altra sotto quello, _ubi interdictum sit Legatum alicui mittere_, ove con sommo rigore vien proibito mandar Legati senza licenza del Re a Roma, Ravenna, Spoleti, Benevento, in Franzia, Baviera, Alemagna, Grecia e Navarra.

Ma Rachi dopo aver così ben coltivati gli studj della pace, e sì ben composto il suo Regno con sagge e provide leggi, non passarono molti anni, che gli intermise; e preso dall'ambizione di dilatare i confini del Regno, come avea fatto il suo predecessore, volle imitarlo; il perchè posto in piedi l'esercito portò in Pentapoli la guerra, e presi alcuni luoghi di quella regione, s'inoltrò nel Ducato romano, e finalmente cinse Perugia di stretto assedio[232].

In questi tempi fu, che Zaccaria Pontefice romano ebbe occasioni sì prospere, che lo portarono ad imprese cotanto rinomate ed eccelse, che meritamente il suo nome dee andarne glorioso sopra tutti gli altri Pontefici romani; imperocchè seppe gettar fondamenti tali e sì profondi per distender l'autorità ed il dominio della sua sede, che a niun altro in appresso venne mai così acconciamente fatto.

§. I. _Translazione del Reame di Francia da' MEROVINGI a' CAROLINGI._

Dopo la morte di Carlo Martello, Pipino e Carlomanno suoi figliuoli presero il governo del Regno franzese. Childerico ultimo Re della prima stirpe non riteneva altro per la sua dappocaggine, che il solo nome regio; ma scorsi sei anni, Carlomanno rinunciando al fratello il governo, accompagnato da molti Franzesi se ne venne a Roma, ed acceso di fervente zelo di religione, volle che Zaccaria l'ascrivesse nel numero de' Cherici; indi ritiratosi nel monte Soratte vi fondò un monastero, che volle dedicare a S. Silvestro Papa, narrandosi che in Soratte fosse stato questo Pontefice nascosto in tempo delle sue persecuzioni, prima che Costantino M. ricevesse la Religione cristiana. Ma essendo questo luogo di continuo frequentato da' Franzesi, che venivano o di proposito, o di passaggio a visitarlo, volle per distaccarsi affatto da tutti gl'interessi del secolo, ritirarsi in monte Cassino, ove consecratosi a Dio si fece Monaco[233].

Rimase intanto solo a reggere la Monarchia di Francia Pipino, con quello stesso arbitrio ed autorità colla quale Carlo Martello suo padre aveva governato, anzi maggiore; poichè Childerico III, ultimo che fu della stirpe de' Merovingi, per la sua sciocchezza ed inettitudine era stimato meno degli altri Re suoi predecessori, i quali intorno a cento anni non avevano avuto altro, che il nome regio, sofferendo vilmente la reggenza de' Maestri del Palazzo, che n'avevano tutta l'autorità. All'incontro Pipino per le nobili sue maniere, e per le sue gloriose azioni aveva tirato a se gli animi di tutti i Franzesi, i quali di buona voglia avrebbero riconosciuto più tosto per loro Re lui, che Childerico Principe stupido ed inetto. Non trascurò Pipino sì bella occasione di trasferir il Reame di Francia dalla stirpe del gran Clodoveo nella sua Casa, e adoperovvi ogni più fina industria. Ma se bene i Franzesi secondassero i suoi disegni, non volevano però per se stessi farlo: persuasi di non avere questa autorità di trasferire il Reame dalle mani del legittimo erede, in altra Casa, nè per se soli liberarsi dal giuramento della fedeltà, che avean dato al lor Principe. Pipino ponderando l'arduità del fatto, e che Carlo Martello suo padre, ancorchè formidabile ed illustre per tante vittorie, non aveva avuto ardimento di tentarlo; e pensando altresì, che tanta e sì nuova impresa non per altro modo avrebbe potuto rendersi meno strepitosa, anzi commendabile, che col ricorrere all'autorità della sede appostolica, riputata sin da questi tempi il Seminario d'ogni virtù e d'ogni santità, la quale, se non avesse approvato il fatto, avrebbe potuto concitargli contro tanti inimici, ch'egli non avrebbe potuto colle sue forze abbattere; pensò con somma prudenza sotto il manto dell'autorità della medesima coprire la deformità del fatto; e mandato in Roma al Pontefice Zaccaria il Vescovo Vardsburgense, fece da costui esporgli il desiderio suo, e di tutti i Franzesi, richiedendolo del suo parere, se per la comune utilità del Regno sarebbe ben fatto di trasferire lo scettro da uno stupido Re in Pipino prode e saggio Principe[234]. E dopo avergli il Vescovo dimostrato, che approvando egli questa traslazione, s'acquisterebbe maggior gloria, che Carlo Martello d'avere trionfato de Saraceni, lo richiese d'interporre l'autorità sua, e di sciorre dal giuramento i Franzesi, perchè potessero innalzar al trono Pipino. Questa fu la pubblica ambasciata del Legato, ma le secrete istruzioni erano, di promettere al Papa, se assentiva, di difenderlo contra tutti i suoi nemici, e spezialmente contra i Longobardi, da' quali potrebbe stare sicuro, che non solamente non gli farebbe far oppressione, ma di proccurar maggiori avanzi alla sua sede.

Zaccaria non trascurò punto sì bella ed opportuna occasione, ove si dava campo di mostrare insieme, e la grandezza della sua autorità, e di stabilire non solo il dominio temporale, che cominciava a tenere in Italia, ma di stenderlo più oltre nel Ducato romano, e nell'Esarcato di Ravenna. Non solamente dunque consigliò, che potessero farlo, ma perchè rimanesse ai posteri un solenne documento dell'autorità sua, aggiunse del suo anche un decreto, col quale annullando il Regno di Childerico, come Re insufficiente, e liberando i Franzesi dalla religione del giuramento, ordinò che in suo luogo fosse Pipino sustituito. I Franzesi ottenuto che l'ebbero, ragunatisi a Soissons, scacciato dal Regno Childerico, e ridotto questo povero Principe a farsi Monaco, con rinchiudersi dentro un monastero, elessero Pipino, e lo fecero solennemente incoronare per Bonifacio Arcivescovo di Magonza, dal quale ancora ricevè la sacra unzione, acciò ch'ella il rendesse più venerabile a' suoi sudditi, e fu il primo Re di Francia che l'usasse.

Alcuni Scrittori franzesi, e largamente Dupino[235], dimostrano, che i Franzesi mandarono quest'ambasciata a Zaccaria per consultarlo solamente come Dottore e Padre de' cristiani, e che d'altro non lo ricercassero, salvo che del suo avviso ed approvazione, per rendere la loro elezione più plausibile a tutta la Cristianità, e quindi che Zaccaria non facesse altra opera, che dare il suo parere o consiglio. Altri per l'autorità di Eginardo[236], di Reginone, degli Annali stessi di Francia, rapportano, che questo Papa non si ritenne solo di approvar quest'elezione, ma, come egli è facile di far più di quello che vien richiesto, allor che vale ad estendere ed allargare la propria autorità, volle anche passar più innanzi, cioè ad ordinarlo, e farne decreto; il che però essi dicono, che non apportasse a loro per l'avvenire niuna conseguenza o pregiudizio, come si rendè chiaro quando ducento trenta sett'anni da poi i Franzesi elessero di comun consentimento, ed incoronarono Ugone Capeto, scacciandone Carlo di Lorena, ch'era il legittimo erede della stirpe di Carolingi, senza che fosse d'uopo di consultarne il Papa, come erasi fatto per Pipino. Che che ne sia, egli è certo, che questi rispetti e trattati passarono allora fra Zaccaria e Pipino: quegli d'assentire alla traslazione del Regno, che Pipino pretendeva fare sortire nella sua Casa, e di prestargli ogni ajuto, come fece; questi all'incontro di proteggere la sede appostolica, e difenderla contra i suoi nemici, e particolarmente contra i Longobardi, con proccurarle maggiori vantaggi[237]. Ciò che lasciò in dubbio, se maggior beneficio avesse riportato la sede appostolica da Pipino e dalle armi, che impugnò per difenderla contra gli sforzi de' Longobardi, e di ristabilire il suo temporal dominio in Italia; o veramente Pipino dalla autorità di quella sede, la quale fu a' Franzesi cotanto propizia, che rendè i suoi discendenti padroni d'Italia, ed agevolò il discacciamento de' Longobardi da quella.

§. II. _RACHI abbandona il Regno, e fassi Monaco Cassinese._

Intanto Zaccaria, mentre ancora non aveva conchiusi questi trattati con Pipino, non trascurava gli interessi della sua sede con Rachi, il quale trascorso nel Ducato romano, e nel suo tenimento, aveva, come si disse, cinta Perugia di stretto assedio, e minacciava ulteriori progressi. L'Imperadore lontano, e delle cose d'Italia non curante; l'Esarca impotente a segno, che appena poteva difendersi in Ravenna, tanto era lontano, che potesse ostargli; altro non restava a Zaccaria per isgombrar questo turbine, che ricorrere alla sua autorità, ed al proprio valore dell'animo. Preso dunque ardire, volle egli con decoroso accompagnamento portarsi di persona nel campo, ove Rachi era presso alle mura di Perugia: ivi da questo Principe accolto con molto onore, fu tanta la forza e veemenza del suo dire, che istillò in Rachi affetti così vivi di pietà e di religione, che tosto questo Principe non solo abbandonò l'assedio di Perugia, ma alquanti castelli di Pentapoli, che aveva occupati, immantenente gli rendette. E fu il colpo sì profondo, che un anno da poi, preso dalla maestà del Pontefice, e vinto da occulta forza di religione, volle passare in Roma con Tasia sua moglie e Ratruda sua figliuola a visitarlo, e quivi prostrato a' suoi piedi, rinunciando al Regno, volle farsi Monaco insieme colla moglie e figliuola; e preso l'abito dalle mani del Pontefice, ritirossi in monte Cassino a finire i suoi giorni in quel monastero sotto la regola di S. Benedetto: seguirono il di lui esempio Tasia e Ratruda, le quali, avendo a proprie spese eretto dalle fondamenta, non molto distante da Cassino, un magnifico monastero di vergini, ivi vestito l'abito monastico, menarono santamente la loro vita[238].

Menò Rachi il resto de' suoi anni nel monastero Cassinese. Principe memorando per aver amministrato il Regno con tanta prudenza e moderazione, e con sì provide leggi ch'egli promulgò: ma molto più renduto immortale e commendabile nella memoria degli uomini per averlo deposto con tanti segni di pietà e di religione; ond'è che i Monaci di quel monastero lo venerino oggi per Santo. Ne' tempi, ne' quali Lione Ostiense compose la sua Cronaca, si vedea vicino quel monastero una vigna, che, come narra Lione[239], era comunemente chiamata la vigna di Rachi, dicendo que' Monaci che Rachi l'avesse piantata e coltivata. L'Abate della Noce[240], poi Arcivescovo di Rossano, nel tempo che vi fu Abate, fece ricercar questo luogo, che lo trovò tutto incolto: vi fece rifar la vigna, di cui non era rimaso vestigio, e fecevi anche fabbricar una Chiesetta in suo onore.

Giovanni Villani Fiorentino[241] portò opinione, che quella statua di metallo, che ora si vede nella piazza di Barletta, fosse stata da' Longobardi beneventani eretta a questo Principe, ch'e' chiama _Eracco_: l'autorità di questo Istorico fece anche credere a Beatillo[242], e quel ch'è più, all'Abate della Noce[243], e ad alcuni altri, che quella veramente fosse di Rachi: ciocchè, se si riguarda l'estensione del Ducato beneventano di questi tempi, non sarebbe stata cosa impossibile; conciossiacchè estendendo da questa parte i suoi confini, oltre Siponto, insino a Bari, veniva quella terra ad esser compresa nel Ducato beneventano, il quale ancorchè tenesse i suoi particolari Duchi, a' quali immediatamente s'apparteneva il suo governo; nulladimanco costituendosi il Regno de' Longobardi in Italia, non pure per quel tratto di paese, che ora chiamiamo Lombardia, e per gli altri Ducati minori, ma sopra tutto per que' tre celebri Ducati, di Spoleto, di Friuli e questo di Benevento, maggiore di tutti gli altri, i quali erano subordinati a' Re dei Longobardi che tenevano la loro sede in Pavia, non sarebbe stata cosa molto strana, che i Longobardi beneventani avessero a Rachi loro Re innalzata quella statua.