Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2
Part 10
Luitprando Re de' Longobardi, avendo nell'anno 711 fermato il soglio del suo Regno in Pavia, siccome i suoi predecessori avean fatto, cominciò a dar saggi grandissimi della sua bontà e prudenza civile. Egli, imitando suo padre e gli altri Re suoi predecessori, nella religion cattolica fu costantissimo, ed alla di lui pietà dee Pavia l'ossa gloriose d'Agostino; poichè egli le vendicò dalle mani de' Saraceni, dopo avergli discacciati da Sardegna, dove trovavasi il prezioso deposito. Egli, seguendo l'esempio di Rotari e di Grimoaldo, volle eziandio esser partecipe della gloria di savio facitor di leggi: poichè nel primo anno del suo Regno, avendo in Pavia, secondo il costume, ragunati gli Ordini del Regno, ordinò altre leggi, e l'aggiunse agli editti di Rotari e di Grimoaldo[204]; nè di ciò ben soddisfatto, ne' seguenti anni, secondo che il bisogno richiedeva, altre ne stabilì: tanto che fra i Re longobardi, dopo Rotari, Luitprando fu quegli, che più di ogn'altro empiè il suo regno di leggi.
§. I. _Leggi di LUITPRANDO._
Molte leggi di questo Principe piene di somma prudenza ed utilità sono ancor oggi a noi rimase nel volume delle leggi longobarde, ma nel Codice membranaceo Cavense si leggono interi i suoi editti, donde le prese il Compilatore di quel volume. Ivi si legge il suo primo editto, che e' promulgò nel primo anno del suo Regno, contenente sei capitoli, fra' quali il primo ha questo titolo _de successione filiarum_. Si leggono ancora gli altri editti, che e' fece ne' seguenti anni: poichè nel quinto del suo Regno ne promulgò un altro, che contiene sette altri capitoli: nell'ottavo, dieci: nel decimo anno, cinque: nell'undecimo, trentatre: nel decimo terz'anno, cinque: nel decimoquarto, quattordici: nel decimoquinto, dodici: nel decimosesto, otto: nel decimosettimo, tredici: nel decimonono, tredici: nel ventunesimo, nove: nel ventesimosecondo, quattro: nel ventesimo terzo, cinque: ed alcuni altri ne promulgò negli anni seguenti. Di maniera che le leggi di questo Principe, siccome vengono registrate nello stesso Codice, che si conserva nell'Archivio della Cava arrivano al numero di cento cinquantadue, alle quali nel Codice suddetto si veggono aggiunti sette altri capitoli, i cui titoli o sommarj sono: _I. De Mercede Magistri_. _II. De Muro_. _III. De Annona_. _IV. De Opera_. _V. De Caminata_. _VI. De Fumo_. _VII. De Puteo_.
Di queste leggi solamente 137 furono inserite nel volume delle leggi longobarde dal suo Compilatore. Nel primo libro se ne leggono 48, e nel secondo 89, poichè nel terzo non ne abbiamo. La prima che si legge nel primo libro è sotto il _tit. de illicito consilio_: l'altra sotto il tit. 8: nove altre se ne leggono sotto il _tit. de homicidiis_: un'altra sotto quello _de Parricidiis_: un'altra sotto il titolo decimoquarto dell'istesso libro: quattro sotto quello de _injuriis mulierum_: tre nel titolo decimosettimo: una sotto il _tit. de Sedictione contra Judicem_: altra nel titolo decimonono: un'altra sotto quello _de pauperie_: quattro nel titolo vigesimoterzo: dodici sotto quello _de Furtis, et servis fugacibus_: una sotto il _tit. de Invasionibus_: un'altra sotto il vigesimonono: altra sotto il _tit. de raptu mulierum_: un'altra sotto quello _de fornicatione_: tre sotto il _tit. de adulterio_: una nel titolo trigesimo quarto: e l'altra sotto quello de _Culpis servorum_, ch'è l'ultima del primo libro.
Nel secondo ne leggiamo assai più insino ad ottantanove: due sotto il titolo secondo: una sotto il terzo: tre nel quarto: una nel quinto: altra nel sesto: un'altra nel settimo: otto sotto il tit. _de prohibitis nuptiis_: una nel nono: un'altra nel decimo: altra nell'undecimo: tre sotto quello _de conjugiis servorum_: altra sotto il titolo decimoterzo: un'altra sotto quello _de donationibus_: un'altra sotto il _tit. de ultimis voluntatibus_: tre sotto il ventesimo: sedici nel _tit. de debitis, et guadimoniis_: una sotto quello _de Treugis_: due sotto il ventesimo quinto: un'altra sotto il ventesimo sesto: altra sotto quello _de depositis_: altra sotto il _tit. de rebus intertiatis_: sette nel _tit. de prohibita alienatione_: due sotto il trentesimo: una sotto quello _de prohibita alienatione servorum_: quattro sotto il _tit. de praescriptionibus_: due sotto quello _de Evictionibus_: quattro sotto l'altra _de Sanctimonialibus_: due nel _tit. de Ariolis_: quattro sotto il _tit. de Reverentia Ecclesiae, seu immunitatibus debita_: cinque sotto l'altro, _qualiter Judices debeant_: una sotto il _tit. de consuetudine_: un'altra sotto quello _de Testibus_: quattro sotto il _tit. qualiter quis se defen. deb._; ed una in quello _de perjuriis_, ch'è il penultimo titolo del libro secondo.
Nel terzo, leggi di Luitprando non abbiamo, come quello che per lo più fu composto dalle leggi di quegli Imperadori, che l'Italia, come successori de' Re dei Longobardi signoreggiarono, dopo avergli da questa provincia discacciati: tutto che alcune pochissime leggi di Rotari, di Rachi e di Astolfo pure i Compilatori v'inserissero. Alcune altre leggi di questo Re possono vedersi appresso Marcolfo[205] e Goldasto.
Ma la saviezza che mostrò questo Principe in comporre il suo Regno con sì provide leggi, e tutti gli altri suoi pregi fur non poco oscurati dalla soverchia ambizione di dominare, e dal desiderio estremo di stendere i confini del suo Regno, oltre a quello, che i suoi predecessori gli avean lasciato, la quale portò egli tanto avanti, che finalmente cagionò ne' suoi successori la ruina dell'Imperio de' Longobardi in Italia; poichè non contento di aver ritolto al Pontefice romano il patrimonio delle Alpi Cozie che poco innanzi il Re Ariperto avea confermato alla Chiesa romana, invase anche il patrimonio sabinense; e tutto intento ad approfittarsi, e ad investigar qualunque opportunità d'ampliare il suo dominio, secondando gli avidi consigli con una presta, e destrissima esecuzione, gli venne fatto d'allargare grandemente il suo Regno sopra le rovine de' Greci. Tanto che la sua potenza rendutasi ormai sospetta a' Pontefici romani, finalmente veggendo costoro depressa, e poco men che estinta in Italia l'autorità degl'Imperadori d'Oriente, e non fidandosi più de' Greci, ch'erano divenuti loro capitalissimi nemici, pensarono alla maniera, che ora diremo, di ricorrere alle forze straniere per abbassare Imperio sì grande.
§. II. _Novità insorte in Italia per gli editti di LIONE ISAURICO._
Reggeva in questi tempi l'Oriente Lione Isaurico, il quale, calcando le orme di Bardane soprannomato Filippico (che fu il primo Imperador d'Oriente, che cominciò a muover guerra alle immagini) era chiamato Iconomaco, come colui, che fuor d'ogni misura e sopra tutti gli altri avea quelle in odio ed abbominazione; poichè persuaso, con abbatterle di discacciar l'Idolatria, che credette per l'adorazione e culto delle medesime essersi introdotta nel Cristianesimo, si prometteva felicità nel suo Imperio; ed in premio di sì magnanima e pietosa impresa, come e' la riputava, lusingavasi di dovere colla prosperità de' successi stendere il suo Imperio, reintegrargli l'Italia da' Longobardi occupata, ed alla pristina dignità e grandezza restituirlo. Nè mancò chi, per accrescer l'inganno e la lusinga con presagi ed augurj alcune volte dal caso confermati, glie ne promettesse facile e sicuro adempimento; e la politica di questo Principe, la quale non può negarsi, che non sia stata grande, rimase da sì vani vaticinj delusa e schernita; imperocchè non ponderando egli, che appresso i Popoli, e particolarmente agl'Italiani, sì strana e nuova impresa dovea eccitar turbolenze e tumulti grandissimi, siccome coloro, i quali, avvezzi già per molto tempo nelle chiese ed altrove a venerar quelle immagini, e a promettersi per l'intercessione de' loro prototipi felicità non meno spirituali che temporali, non potevano i loro animi, percossi da sì strana novità, non riempiersi di grandissimo orrore in veggendo ardere per mano di uomini vilissimi, con sommo disprezzo abbattere, ed in minutissimi pezzi frangere quelle statue, che da loro maggiori con ugual pietà e magnificenza erano state ne' tempj, e su le porte delle città a pubblica venerazione collocate.
Nè certamente avrebbe giammai mente d'uomo potuto investigare novità più rimarchevole o più penetrante di questa, per mettere in iscompiglio le province tutte dell'Italia; avvegnachè l'altre eresie, non avendo avuto niente del popolare e del tragico, ancorchè si fossero diffuse per la mente degl'uomini, e precisamente l'arriana, non portarono nel disseminarsi tanti tumulti e sconcerti, quanti ne dovea suscitar questa, la quale non poteva porsi in effetto, se non per mezzo di modi strepitosi, d'incendj, d'abbattimenti, e per altri tragici avvenimenti. Lione, come Principe prudente e savio, sul principio tenne perciò modi soavi e placidi; proccurò prima con ragioni e scongiuri persuader negli altri quel ch'egli credeva; poi veggendo che ciò niente giovava, diede fuori un editto, col quale non si comandava altro se non che si togliessero le immagini da que' luoghi soliti, dove trovavansi riposte per esservi adorate, e si collocassero nelle sommità de' tempj, ove non potessero ricever culto, nè adorazione alcuna. Ma avendo da poi scorto negli animi di molti dell'orrore, anzichè avversione a cotali suoi ordinamenti, preso da stizza e da furore, rompendo ogni maggior indugio e deponendo qualunque moderazione, imperversò tanto nell'impresa, che fatto unire il Senato, con pubblica dichiarazione ordinò, che tutte le immagini fossero abbattute, e che nè pur una ne fosse permessa dentro alle chiese di Costantinopoli: essendo egli persuaso, che quanto più tardasse a condurre a suo fine questa eroica e gloriosa operazione, tanto più sarebbe tardato a riceverne il premio, conforme alle concepute idee.
In Oriente a questo disegno dell'Imperadore si opposero Germano Patriarca di Costantinopoli, e S. Giovanni Damasceno; ma Lione fece deporre Germano, e nel 730 fece metter in suo luogo Anastasio. Sono alcuni che scrissero, che facesse ancora colla forza eseguire in Costantinopoli l'editto, con far ardere e rovesciare tutte le immagini, e tutto ciò ch'era di rado e pellegrino in quella città, e che alla vista di tutto il Mondo facesse anche abbattere la statua del Salvatore, che s'innalzava sopra la gran porta del palagio imperiale, fatta ivi ergere da Costantino il Grande; altri riputano favoloso ciò che si narra dell'abbattimento della statua del Salvatore, e vogliono che in questi principi Lione non imperversasse tanto. Che che ne sia, egli voleva far valere il suo editto, e che s'eseguisse non meno in Costantinopoli ed in Oriente, che in tutte le altre province dell'Occidente, ch'erano rimase sotto il suo dominio. Comandò per tanto gagliardamente a' suoi Uficiali, ch'eran destinati al governo di quelle, che facessero nelle città a loro soggette eseguir l'editto, e sopra ogni altro impose a Scolastico Patrizio, che si trovava allora Esarca di Ravenna, che facesse eseguire puntualmente i suoi ordini, con far rovesciare in quella città tutte le immagini, senza permetterne alcuna.
Ma in Occidente, e particolarmente in Italia non pure non fu ubbidito l'editto, ma vennero i Popoli in tanto abborrimento di quello, che apertamente proruppero in manifesta sollevazione. I Principi dell'Occidente che non erano sotto il di lui Imperio, i longobardi Re d'Italia, ed i nostri Duchi di Benevento lo detestarono, nè vollero che ne' loro dominj si ricevesse: questa stessa avversione era ne' Popoli soggetti all'Imperio greco; nè tutti i sforzi degli Uficiali, che volevan in tutti i modi farlo eseguire, poterono giammai nulla spuntare contra l'ostinata universale repugnanza. Niente valsero in Roma, ed in tutto il Ducato romano; niente nel Ducato napoletano, e negli altri Ducati e città che ubbidivano agl'Imperadori di Oriente. Anzi l'Esarca Scolastico in Ravenna, volendo con violenza obbligare quel Popolo all'osservanza dell'editto, cagionò più gravi e dannevoli disordini; poichè, avendo comandato che a viva forza si rovesciassero in quella città l'immagini, eccitò tali tumulti, che il Popolo, spinto a manifesta rivolta contra l'Imperadore, ridusse la cosa in tale estremità, che finalmente i Ravignani passarono sotto la dominazione di Luitprando. Imperocchè questo accortissimo Principe, che invigilava sempre ad ingrandire il suo Regno a danni dell'Imperadore, avendo intesa la sollevazione di coloro, portò subito l'assedio a quella città, e strettala per mare e per terra, dopo avere sconfitta l'armata navale de' Greci, che veniva per soccorrerla, se ne rendè in pochi giorni padrone[206]: molte altre città dell'Esarcato tantosto renderonsi a lui; e finalmente ridusse l'Esarcato in forma di Ducato, ed agli altri Ducati de' Longobardi aggiunse questo, dandogli nuova forma, e ne creò Duca Ildeprando suo nipote (quegli che poi fu innalzato al soglio reale), al quale, essendo ancor fanciullo, diede per Direttore Peredeo Duca di Vicenza.
Reggeva in questi medesimi tempi il Ponteficato romano Gregorio II di questo nome, il quale era succeduto a Costantino nella sede di Roma l'anno 714. Questi sebbene, unito co' Romani, si fosse grandemente opposto a' disegni di Lione; nulladimanco avendo sospetta, come ebbero sempre i suoi predecessori, la potenza de' Longobardi, non poteva soffrire che il loro Regno sotto Luitprando, Principe ambizioso, si stendesse tanto, che finalmente potesse portar la ruina della sua sede e del Pontificato. Per questi rispetti, come fece l'altro Gregorio, invigilava sempre agl'interessi degl'Imperadori greci, che tenevano in Italia, e proccurava che le loro forze non declinassero, affinchè potessero opponersi a' disegni de' Longobardi, e fosse l'autorità loro ritegno e freno a tanta potenza: perciò si oppose al Duca di Benevento, ed ajutò i Greci napoletani, perchè Cuma non fosse da' Longobardi beneventani soggiogata. E quantunque per aversi egli dovuto opponere agli sforzi di Lione in queste novità dell'abbattimento delle immagini, fosse stato dall'Imperadore indegnissimamente trattato, sino a minacciarlo di volerlo scacciare dalla sua sede, e di mandarlo in esilio[207]; con tutto ciò, posponendo le private ingiurie alla pubblica causa, dirizzò tutti i suoi pensieri per impedire la rivolta de' Popoli d'Italia, che a lui ubbidivano, e per difendere le terre dell'Imperio dall'invasione de' Longobardi.
Non aveva egli in Italia Principe vicino a chi potesse ricorrere per poter contra coloro far argine. Le sole forze de' Greci non bastavano: la Repubblica di Venezia solamente, che da tenuissimi principj surta, in questi tempi erasi renduta di qualche considerazione in Italia, vi restava, tanto che l'Esarca ivi erasi salvato; si raccomandò, e si rivolse per tanto Gregorio a' soccorsi de' Veneziani, ed avendo scritto una bene forte lettera ad Urso lor Duce, tanto fece ed operò co' suoi uficj, che finalmente ridusse i Veneziani a ristabilir l'Esarca in Ravenna, la quale essi con tanta celerità ritolsero a' Longobardi, che Luitprando da Pavia non potè mandarvi soccorso: furono dunque i Longobardi scacciati, rimanendo Ildeprando prigione in mano de' Veneziani, e Peredeo, mentre fuggiva, fuvvi miseramente ucciso.
Credette il Papa, che Lione sarebbe stato riconoscente d'un servigio tanto considerabile; onde si mise a sollecitarlo più fortemente che mai per lettere[208] affinchè abbandonasse la sua impresa. Ma fu ben deluso Gregorio nelle sue speranze, poichè questo Principe, a cui era noto, che Gregorio più per proprio suo interesse, che per l'Imperio, erasi mosso in suo ajuto, irritato vie più in veggendo, che e' continuasse d'opporsi sempre più al suo disegno, e che con manifeste rivolte si tentasse scuotere il suo dominio; e conoscendo la fermezza del Papa, che l'avrebbe impedito per sempre, pensò seriamente a rimovere ogni ostacolo; e vedendo che sarebbe stata cosa difficile di venirne a capo colla forza, pensò di ricorrere alle arti ed al tradimento. Il Ducato romano, come s'è più volte detto, durava in Italia sotto la sua dominazione, e da lui si mandavano i Duchi a Roma per reggerlo. Era in questi tempi Duca di Roma Maurizio: a costui diede segretissimi ordini di favorire tre suoi Uficiali, che si ritrovavano in Roma, li quali, insidiando la vita del Pontefice, avevano data parola a Lione di condurlo in Costantinopoli vivo o morto; ma non riuscito a costoro il disegno, e pensando l'Imperadore, che dalla negligenza de' suoi principali Uficiali fosse stato frastornato, inviò nell'anno 725 Paolo Patricio in Italia per comandar in Ravenna in qualità d'Esarca[209], al quale incaricò questo fatto, ed allora i tre congiurati, tenendosi sicuri d'una potente protezione, si affrettarono di fare il disegnato colpo: ma prima che ne venissero all'esecuzione, la congiura fu scoperta da' Romani, vigilantissimi alla conservazione d'un Pontefice, ch'essi avevano tanto caro; ed avendone incontanente arrestati due, gli fecero subito morire; e l'altro che colla fuga erasi posto in salvo dentro un monastero, quivi rendutosi Monaco finì i giorni suoi.
Intanto il nuovo Esarca, che veniva sollecitato da Lione con premurosissimi ordini di trovar ogni strada per aver in mano il Papa, vedendo riuscir vane tutte le sue arti ed insidie, perchè il Papa era troppo bene guardato da' Romani, finalmente impaziente d'ogni indugio si risolse d'impiegar la forza aperta per mantener la parola, che egli aveva data a Lione di mettergli nelle mani Gregorio[210]. Ragunò dunque più presto che gli fu possibile alcune truppe, raccolte parte da Ravenna e parte dell'armata, ch'egli teneva in piedi, per essere sempre in istato di difendersi dagli insulti de' Longobardi vicini, e le mandò ad unirsi agl'Imperiali, ch'erano in Roma più deboli, con ordine di menar via il Papa, e di condurlo a Ravenna.
Ma Luitprando, scaltro ed accortissimo Principe, ancorchè si tenesse offeso da Gregorio, il quale aveva suscitati i Veneziani contro di lui per fargli perdere Ravenna, come la perdette, deliberò in questa necessità di soccorrere il Papa ed i Romani contra i Greci, acciocchè, tenendo in bilancio i due partiti, per gli aiuti più o meno forti, che lor avrebbe somministrati secondo le occasioni, venissero in questa divisione a poco a poco ad indebolirsi e gli uni e gli altri, onde potesse poi della lor debolezza approfittarsi. Diede per tanto pronto ordine a Governatori delle Piazze, ch'egli aveva ne' contorni di Ravenna e di Roma, d'unirsi a' Romani, i quali con si valido soccorso trovandosi più forti di quelli dell'Esarca, gli fermarono vicino Spoleto, e costrinsongli finalmente ad abbandonar la loro impresa, e a ritornare in Ravenna.
Lione intanto, il quale per altro nell'arte del regnare e del dissimulare non era cotanto inesperto, ancorchè vedesse essergli sì mal riuscita la forza ed il tradimento, lasciossi talmente trasportar dalla collera, che non curando i danni gravissimi, che poteva portar seco una risoluzione tanto bizzarra, come era quella che egli volle prendere, quando men dovea, credette che l'autorità sua per se sola e disarmata, avrebbe fatto senza fatica ciò che non potè eseguire coll'armi e colle insidie: perciocchè trascurato ogni rispetto, e consigliandosi solamente colla sua passione, reiterò quanto intempestivamente, altrettanto con molta veemenza e fervore gli ordini all'Esarca di far pubblicare ed eseguire in Roma, ed in tutte le città del suo Imperio, che teneva in Italia, l'editto, che poco anzi aveva in Costantinopoli formato. Conteneva l'editto, come s'è detto, che si togliessero dalle chiese tutte le immagini, come tanti Idoli: prometteva di più ogni sorte di favore al Papa, purchè ubbidisse, ed all'incontro lo dichiarava reo e decaduto dal Ponteficato, nel caso che ricusasse.
Non fu veduta mai più pronta, nè più generale, nè meglio concertata risoluzione di quella, che si fece per tutto e principalmente a Roma, subito che vi fu pubblicato questo editto.
Gregorio assicurato già degli animi di tutti disposti in suo ajuto, assicurato ancora da' Longobardi, e vedendo che Lione non osservava più nè misura, nè modo, e che attaccava già apertamente non pur la sua persona, ma anche la religione; si risolse d'impiegare alla prima tutta l'autorità sua pontificale, e le armi spirituali del suo ministero per impedire, che un così detestabile editto non fosse ricevuto in Italia. Cominciò a scomunicare solennemente l'Esarca, e tutti i di lui complici. Poi mandò lettere appostoliche ai Veneziani, al Re Luitprando, ed a' Duchi de' Longobardi, ed a tutte le città dell'Imperio, per le quali gli esortava a tenersi saldi ed immobili nella fede cattolica, e ad opporsi con tutte le forze all'esecuzione di questo editto.
Queste lettere fecero tanta impressione sopra gli spiriti, che tutti i Popoli d'Italia, benchè di partiti differenti, e che spesso fra di loro guerreggiavano, come i Veneziani, Romani e Longobardi, s'unirono tutti in un sol corpo, animato d'un medesimo spirito, che gli fece operare di concerto per difender la fede cattolica e la vita del Papa, protestando tutti insieme di voler conservarla sino ad esporre la propria per una causa sì gloriosa. Ma come è difficile nel calore d'un primo moto di conservar eziandio nel bene le giuste misure, che egli dee avere; non si tennero nei limiti d'una legittima difesa: perocchè non solo i Romani e quelli di Pentapoli, ch'è oggidì la Marca d'Ancona, presero le armi, e s'unirono a' Veneziani, che furono i primi ad armarsi, ma portando più innanzi il loro zelo, scossero apertamente il giogo. Non contenti d'aver abbattute le immagini di Lione, non vollero più conoscerlo per loro Imperadore, e si elessero da loro stessi nuovi Magistrati per governarsi nell'interregno, che pretendevano fare di propria loro autorità. Andarono anche più avanti, e portarono finalmente la cosa quasi all'ultima estremità; perciocchè eran risoluti di creare un altro Imperadore, e di condurlo a Costantinopoli con una potente armata, per metterlo nel luogo di Lione; ma il Papa non riputando questo consiglio opportuno, nè proprio di quel tempo, lo rifiutò, e vi si oppose in maniera che non ebbe nessuno effetto[211].