Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2

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Chapter 13,656 wordsPublic domain

ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

DI PIETRO GIANNONE

VOLUME PRIMO

MILANO PER NICOLÒ BETTONI M.DCCC.XXI

STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI

LIBRO QUARTO

I Longobardi non altronde, che da' Goti riconoscono la loro origine, e la penisola di Scandinavia fu dell'una e dell'altra gente la comune madre: regione, che a dovere fu da Giornandes appellata _Vagina gentium_, e che può meritamente vantarsi di avere prodotti tutti quelli Principi, che lungamente le Spagne, buona parte delle Gallie, e sopra tutto l'Italia signoreggiarono, la quale ancorchè veggasi di questi tempi sottratta dal dominio de' Goti, ben tosto ricadde sotto quello de' Longobardi; e, questi poi mancati, sotto i Normanni, che pure vantano la medesima origine[1]. I Gepidi, che dalla prosapia de' Goti discesero, usciti da quella penisola insieme co' Goti, alla Vistola fermaronsi[2]: indi superati i Borgognoni, si avanzarono, come narra Procopio, nell'una e nell'altra riva del Danubio, dove furono a' Romani infesti per le varie incursioni e scorrerie, che fecero in quella regione, secondo che scrive Vopisco. Finalmente regnando in Oriente Marziano Imperadore, avendo discacciati gli Unni dalla Pannonia, quivi fermarono le loro sedi. Egli è altresì appresso sì gravi Scrittori costantissimo, che divisi fra loro i Gepidi, da questa divisione ne sursero i Longobardi: ond'è, che Salmasio[3], rende a noi testimonianza d aver egli in alcuni antichi libri Greci, non ancora impressi, osservato, che i Gepidi si nomavano Longobardi: _Gepidae, qui dicuntur Longobardi_: e Costantino Porfirogenito Imperador di Costantinopoli, dall'istoria di Teofane (quegli, che dai Greci fra il numero de' Santi fu venerato) trascrisse ancora, che dalla divisione de Gepidi sursero i Longobardi[4].

Chi parimente di lor facesse memoria egli è Prospero Aquitanio Vescovo di Reggio, che scrisse innanzi Paolo Varnefrido Diacono d'Aquileja: parla egli di questi Longobardi, dando loro la medesima origine, i quali dalla Scandinavia, giunti a lidi dell'Oceano, avidi di nuove sedi, primieramente sotto Ibone, ed Ajone loro Capi vinsero i Vandali, e si dissero Vinili, cioè vaghi, non avendo allora alcuna ferma sede; ma da poi avendo eletto per loro Re _Agilmondo_, dopo avere scorse varie regioni, finalmente nella Pannonia si fermarono. Dopo Agilmondo ebbero successivamente per loro Re, _Lamisco_, _Leta_, _Ildeoc_, _Gudeoc_, _Claffo_, _Tato_[5], e dopo questi _Valtau_; del qual Principe appresso altri non fassi memoria, siccome colui, che regnò picciol tempo, ed in continue guerre. Succederono poscia _Vaco_, _Audoino_ e finalmente _Alboino_, quello che, avendo stabilito con Narsete una ben ferma e stretta pace ed amicizia, fu poi riserbato alla conquista d'Italia.

Come questi Popoli prendessero il nome di Longobardi, non bisogna volerne più di quello, che con molta assicuranza ne scrisse Paolo Varnefrido[6], cioè, che questi Vinili si dissero Longobardi per la lunghezza delle loro barbe, le quali con tanto studio serbavansi essi intatte dal ferro; imperciocchè, secondo il lor linguaggio, _lang_ non significa altro, che _longa_, e _baert_, _barba_: nel che s'accordano Costantino Porfirogenito,[7] Ottone Frisingense[8], Cuntero[9], e Grozio.

So che alcuni moderni Scrittori, non contenti di quel che sì antichi e gravi Autori rapportano, hanno voluto ricercare in altri paesi l'origine di questi Popoli, ed il nome de' Longobardi non dalla lunghezza delle loro barbe, ma, come credette l'Abate della Noce[10], dalla lunghezza delle loro alabarde, ed altri altronde, esser derivato.

Alcuni niegano essere dalla Scandinavia usciti, ma dalla interior Germania; dicono che molto prima di quel che narrasi della loro uscita da quella penisola, de' Longobardi fecero menzione Strabone, Tacito, Tolomeo e Patercolo[11], come di Popoli, che nella interior Germania viveano, onde il nome loro essendo più antico, non dalla barba lunga, come dice Paolo Varnefrido, ma altronde uopo è che derivi. Il nodo con molta facilità fu sciolto dall'incomparabile Ugon Grozio[12]; poichè questo nome non significa altro, che uomini di barba lunga, come lo riconobbero tutti i Germani, e Varnefrido istesso: ora i nomi di questa sorte, che derivano da' varj abiti ed aspetti, sogliono ora appresso un Popolo, ora presso ad un altro in varj luoghi, ed anche in varj tempi distantissimi, secondo che appare la novità e stranezza, nascere e spandersi tra quella gente, la quale della novità si maraviglia. Presso a' Germani, come narra Tacito, era cosa usitatissima farsi crescere i capelli e la barba, nè solevan quelli tosarsi, se non dopo sconfitta l'oste nemica; ma qualora avveniva, che un grande stuolo d'uomini compariva in altra regione con un aspetto assai nuovo e strano, certamente che presso a coloro eran denominati per quel nuovo e strano aspetto, onde eran sorpresi; e quindi non è maraviglia, se quella novità, ora in un luogo, ora in un altro avesse prestata occasione al nuovo nome: che fuvvi di comune tra Domizio Enobarbo, Federico Barbarossa, ed alcuni famosi Corsari di questo nome? Niente, se non che, essendo simili d'aspetto, fu anche a lor comune il nome. Ogni ragion vuole adunque, che in sì fatte cose crediamo a' vecchi Scrittori, e delle cose de' Longobardi precisamente a Paolo Varnefrido, che ancorchè nato in Italia, fu d'origine Longobardo, il quale è l'unico, ed il proprio Scrittore de' fatti loro. Ove manca questo Scrittore, possiam ricorrere ad Erchemperto, e dopo costui agli altri Scrittori contemporanei, che non ne mancano[13]; onde saviamente n'ammonisce Grozio, che dobbiam credere a' vecchi, quando questi nuovi Scrittori nulla ci recan di più credibile e di più certo; e tenere co' primi, che i Vandali, gli Ostrogoti e Vestrogoti, i Gepidi ed i Longobardi, tutti alla Scandinavia debbiano la loro origine.

Ma ciò che siasi, egli è presso a tutti costante, che i Longobardi, dopo avere scorse varie regioni di Europa, finalmente nella Pannonia si fermarono, la qual provincia fu da essi dominata per 42 anni, e si contano da Agilmondo fino ad Alboino dieci Re, sotto i quali vissero. Nel Regno d'Alboino, essendo stato mandato in Italia Narsete da Giustiniano per discacciarne i Goti, che sotto Totila avevan riacquistata quella provincia, egli essendo già molto tempo prima in lega co' Longobardi, mandò Ambasciadori ad Alboino, dimandandogli soccorso contra i Goti. Allora fu, che Alboino gli mandò una eletta banda di guerrieri, i quali aiutassero i Romani contra i Goti[14]. Costoro, passando per lo golfo del mare Adriatico, vennero in Italia; e fu la prima volta, che questi Popoli videro queste belle contrade, e in una di queste nostre province, cioè nel Sannio, ponessero il piede, come diremo. Uniti intanto co' Romani, vennero a battaglia co' Goti, essendo loro riuscito di rompergli in quella battaglia, ove rimase Totila ucciso, carichi di molti doni e vincitori ritornarono alle proprie stanze; ed in tutto il tempo, che i Longobardi possederono la Pannonia, furono in aiuto de' Romani contra i nemici de' medesimi, e Narsete mantenne e conservò sempre una stretta e fedel amicizia con Alboino; onde non fu a lui impresa molto difficile allettarlo (per vendicarsi del torto fattogli da Sofia moglie dell'Imperador Giustino) a venire alla conquista d'Italia, siccome colui al quale erano altresì note le ricchezze di questa provincia, e le molte altre prerogative, onde era fornita. Risolse intanto questo Principe, agli inviti di Narsete, di mettersi egli in persona alla testa del suo esercito, ed avendo anche per questa impresa sollecitato l'aiuto degli Sassoni, lasciata la Pannonia agli Unni (donde questa provincia prese poi il nome d'Ungheria) con legge, che se per qualche sinistro accidente non gli riuscisse l'impresa per cui partiva, e gli bisognasse ritornare, dovessero restituirgli ciò che loro si lasciava, si pose co' suoi Longobardi e loro famiglie, e co' Sassoni ed altri popoli in cammino, e nel mese d'aprile dell'anno 568, regnando nell'Oriente Giustino Imperadore, entrarono in Italia[15]. Trovavasi allora questa provincia sprovista d'ogni aiuto, e divisa in tante parti per la nuova forma, che Longino, Esarca di Ravenna l'avea data; onde potè Alboino in un tratto occupar Aquileja con molte terre della provincia di Venezia; ed in questo stesso anno 568 prese anche Friuli, capo di questa provincia, e quivi fermatosi l'inverno, ridotta quella in forma di Ducato, ne creò Giulfo, suo nipote, Duca. Ecco l'origine ed il nome del Ducato _Forojuliense_, che fu il primo, costituito da' Longobardi nella provincia di Venezia.

Tolta da Alboino questa provincia a' Greci, passò nel seguente anno 569 ad occupar Trivigi ed Oderzo; indi, lasciatosi addietro Padova, Monte Selice, Mantova e Cremona, sorprende Vicenza, Verona e Trento, e l'altre Terre di quella provincia; e secondo che queste città venivan in suo potere, così a ciascuna di esse, oltre a lasciargli un valido presidio de' Longobardi, vi creava un Duca, che la reggesse. Questi Duchi nel lor principio, a somiglianza de' Duchi di Francia, che ci descrive Paolo Emilio[16], non furono, che semplici Uffiziali o Governadori di città, e la lor durata pendea dall'arbitrio del Principe, che gli creava.

CAPITOLO I

_Di ALBOINO I, Re d'Italia, che fermò la sua sede regia in Pavia; e degli altri Re suoi successori._

Non furono nel seguente anno 570 minori gli acquisti, che Alboino fece nella Liguria: avendo egli passato il fiume Adda, tosto prende Brescia, Bergamo, Lodi, Como e tutte l'altre castella della Liguria insino all'Alpi; indi all'impresa di Milano, capo della Provincia, s'accinge, che dopo breve assedio si rende alle sue armi. Passata questa città sotto il suo dominio, i Longobardi subito gridarono Alboino Re di Italia, e con acclamazioni giolive per tale lo salutarono, dandogli l'asta, ch'era allora l'insegna del Regio nome. I riti e le cerimonie, che si praticavano da queste Nazioni nella creazione de' loro Re, non erano, che d'innalzare l'eletto sopra uno scudo in mezzo all'esercito[17], e con acclamazioni gridarlo e salutarlo Re, dandogli in mano l'asta, in segno della Real dignità. Questo fu il principio del Regno de' Longobardi in Italia sotto Alboino I, Re d'Italia, ma XI. Re de' Longobardi, se tra la serie de' loro Principi, che ressero la Pannonia, vuolsi anche annoverare Valtau, che regnò poco, ed il suo Imperio fu molto contrastato. Noi, a' quali nulla giova tener conto de' Re della Pannonia, lo diremo, in questa Istoria, I. Re di Italia, e secondo quest'ordine nomineremo gli altri suoi successori: e dal mese di gennaro di questo anno 570 numereremo il principio del Regno d'Alboino e de' Longobardi in Italia, non dalla loro entrata, come hanno fatto altri, che fu nell'anno 568. L'Abate Bacchini nelle sue Dissertazioni sopra il libro Pontificale di Agnello Ravennate, avverte; che due epoche si debbono stabilire per togliere ogni confusione; l'una presa dall'entrata de' Longobardi in Italia nel 568 ai 2 di aprile; l'altra dal cominciamento del Regno di Alboino in Italia, che corrisponde a' 29 di dicembre dell'anno 568. Con queste due epoche mostra le ragioni, per le quali s'ingannò il Baronio, che fa morire Alboino nel 571 dopo tre anni e mezzo di Regno assegnatigli da Paolo Diacono, e difende il chiarissimo Sigonio, censurato da Camillo Pellegrino, intorno a questo particolare, confrontando esattamente i computi dell'uno e dell'altro dal suddetto anno primo del Regno de' Longobardi fino alla morte di Rotari, seguita nel 671, secondo Paolo Diacono ed il Sigonio, i quali mirabilmente convengono.

Ma che che ne sia, non essendo del nostro instituto esaminar tanto sottilmente i tempi, Alboino avendo ridotta la Liguria sotto la sua dominazione, con non minor felicità nell'altre vicine Province stende il suo dominio. Assedia Pavia; per la difficoltà del sito, non essendogli riuscito di prenderla, vi lascia nell'assedio parte del suo Esercito, e col rimanente invade l'Emilia, la Toscana e l'Umbria. Prende molte città della Emilia, Tortona, Piacenza, Parma, Brissello, Reggio e Modena. La Toscana è quasi tutta in sua potestà; e passando nell'Umbria, occupa in prima Spoleto, città un tempo quanto antica, altrettanto nobile, che se bene da' Goti fosse stata ruinata, era stata nulladimeno da poi da Narsete restituita al suo stato primiero, e da Alboino non solo conservata, ma fu adornata ancora d'altre prerogative, avendola fatta metropoli dell'Umbria, la quale ridotta da lui in forma di Ducato, a Spoleto la sottopose, dove costituì Duca Faroaldo, che ne fu il primo Duca[18]; e quindi poi il _Ducato Spoletano_ cominciò a celebrarsi, e sopra gli altri si rendè cospicuo, onde fra gli tre famosi Ducati de' Longobardi fu annoverato; e così parimente dava intanto Alboino all'altre città ancora i loro Duchi, che l'amministrassero, come aveva fatto nelle province di Venezia e della Liguria. Ma disbrigato questo Principe dall'impresa di queste città, fece tantosto ritorno all'assedio di Pavia, ed alla fine dopo il terzo anno, ridusse questa alla sua ubbidienza, ed ancorchè fieramente sdegnato contro a' suoi cittadini, per tanta resistenza usatagli, pensasse di passargli tutti a fil di spada, persuaso nulladimeno dagli stessi Longobardi del contrario, se ne ritenne, ed entrato nella città, fu da tutti per Re acclamato e salutato. E quivi, come in città forte ed opportuna, volle stabilire la sua sede Regia; onde poi avvenne, che durante la dominazione de' Longobardi in Italia, Pavia fosse sopra tutte le altre sue città innalzata per capo e metropoli di tutto il Regno d'Italia.

Alboino per gli tanti e sì veloci acquisti, credendo aver già ridotta l'Italia sotto la sua signoria, portatosi a Verona, volle celebrarvi un solenne convito. Teneva questo Principe per moglie Rosmonda figliuola di Comundo Re de' Gepidi, al quale, in una battaglia, colla vita aveva tolta anche la Pannonia, e spinto dalla sua fiera natura, fece del teschio di Comundo fare una tazza, nella quale, in memoria di quella vittoria, solea bere[19]: essendo dunque Alboino in questo convito divenuto allegro, avendo il teschio di Comundo pieno di vino, lo fece presentare a Rosmonda Regina, la quale dirimpetto a lui sedeva, dicendo a voce alta, che voleva in tanta allegrezza avesse ella bevuto con suo padre; la qual voce fu come una ferita nel petto della donna; onde deliberata di vendicarsi, sapendo, che Almachilde, Nobile longobardo, e giovane feroce, amava una sua damigella, trattò con costei, che celatamente desse opera, che Almachilde in suo cambio dormisse con lei: ed essendo Almachilde, secondo l'ordine della damigella, venuto a ritrovarla in luogo oscuro, giacque, non sapendolo, con Rosmonda, la quale dopo il fatto se gli scoperse, e dissegli, ch'era in suo arbitrio, o ammazzare Alboino e godersi sempre di lei e del Regno, o esser morto dal Re, come stupratore della moglie. Consentì Almachilde di ammazzare Alboino; ma dapoi che eglino l'ebbero ucciso, veggendo, come non riusciva loro di occupare il Regno, anzi dubitando di non esser morti da' Longobardi, per l'amore che ad Alboino portavano, con tutto il tesoro regio se ne fuggirono in Ravenna a Longino, dal quale furono onorevolmente ricevuti. Ma Longino, riputando essere allora il tempo comodo a poter diventare, mediante Rosmonda ed il suo tesoro, Re de' Longobardi e di tutta Italia, conferì con lei questo suo disegno, e la persuase ad ammazzare Almachilde e pigliar lui per marito: il che da lei accettato, ordinò una coppa di vino avvelenato, e di sua mano la porse ad Almachilde, che assetato usciva del bagno, il quale come l'ebbe bevuta mezza, sentendosi commovere le viscere, ed accorgendosi di quel ch'era, sforzò Rosmonda a bere il resto; e così in poche ore l'uno e l'altro di loro morirono, e Longino restò privo della speranza di diventare Re.

§. I. _Di CLEFI II Re d'Italia._

I Longobardi intanto, morto Alboino che regnò tre anni e sei mesi, dopo averlo amaramente pianto, raunatisi in Pavia principal sede del suo Regno, fecero Clefi loro Re[20]; uomo quanto nobile, altrettanto di spiriti altieri, e crudele, il quale appresso Ravenna riedificò Imola stata rovinata da Narsete, occupò Rimini, e quasi infino a Roma, ogni altro luogo; ma nel corso delle sue vittorie morì per mano d'un suo famigliare, non avendo regnato, che diciotto mesi. Fu Clefi in modo crudele, non solamente contra gli stranieri, ma eziandio contra i suoi Longobardi, che questi sbigottiti della potestà regia, punto non curarono d'eleggersi subito altro Re; ma per dieci anni continui vollero più tosto a' Duchi ubbidire; ciascun dei quali ritenne il governo della sua città e del suo Ducato con piena facoltà e dominio, non riconoscendo come prima l'autorità Reale, o altro supremo dominio. Questo consiglio fu cagione, che i Longobardi non occuparono allora tutta l'Italia, e che Roma, Ravenna, Cremona, Mantova, Padova, Monselice, Parma, Bologna, Faenza, Forlì e Cesena, parte si difesero un tempo, parte non furon mai da loro conquistate; imperocchè il non avere Re, gli fece men pronti alla difesa; e poichè di nuovo il crearono, divennero (per essere stati liberi un tempo) meno ubbidienti e più facili alle discordie fra loro. La qual cosa, prima ritardò le loro conquiste, e da poi in ultimo fu cagione, che fossero d'Italia cacciati.

Non dee qui tralasciarsi di notare con Camillo Pellegrino[21] l'error fatto già comune tra' moderni Scrittori, i quali seguitando il Sigonio, o qualche altro Scrittore più antico di lui, credettero, che i Longobardi abbominando la potestà Regia, mutassero la forma del Regno, e che, morto Clefi, creassero allora trenta Duchi, fra i quali fu diviso il loro Regno, perocchè chi attentamente considererà le parole di Paolo Varnefrido[22], che di questa mutazione favella, scorgerà, che i Longobardi, morto Clefi, trascurando di elegger subito il loro Re, forse atterriti della crudeltà di quel Principe, e spaventati dall'infelice fine, ch'ebbero Alboino e Clefi, seguitarono a vivere sotto i loro Duchi: i quali non furono allora la prima volta istituiti per dar nuova forma e mutar l'antica del Regno loro, ma fin da' tempi del Re Alboino e di Clefi si ritrovavano già eletti, secondo l'usanza de' Longobardi presa da' Greci, che dopo la conquista delle città, per governo delle medesime vi destinavano un Duca siccome in fatti lo stesso Varnefrido ne accerta, che nella morte di Clefi si ritrovavano preposti come Duchi, al governo di Pavia, Zaban: a quel di Milano, Alboino: di Bergamo, Vallari: di Brescia, Alachi: di Trento, Evin: del Friuli, Gisulfo: ed oltre a costoro nell'altre città a' Longobardi soggette, v'erano trenta Duchi, a ciascun de' quali il governo d'esse era commesso. Per la qual cosa, dall'essersi differita l'elezione del Re, non altra novità fu introdotta, se non che, siccome prima questi Duchi erano a' Re in tutto subordinati, e come suoi Ministri dipendevan da' loro cenni; essendo poi per lo spazio di dieci anni mancati li Re, ciascun il Ducato a se commesso governava con assoluta potestà ed arbitrio: cagione che fu di tanti disordini, e che da poi gli fece pensare ad elegger di comun consiglio e parere Autari figliuolo di Clefi, perchè agli incessanti danni facesse argine e desse ristoro. Nè dee altresì tralasciarsi, che, conforme n'accerta lo stesso Varnefrido, non trenta furono questi Duchi, come comunemente si crede, ma giunsero fino al numero di 36 dicendo espressamente questo Scrittore, che trenta furon destinati al governo delle altre città, oltre a' sei, de' quali aveva egli fatta menzione, cioè de' Duchi di Pavia, di Milano, Bergamo, Brescia, Trento, e Friuli. Del Ducato di Benevento non si fa parola, come quello, che non era stato ancora istituito, continuando tuttavia queste nostre province nel dominio de' Greci sotto Tiberio successor di Giustino, il quale dopo anni 12 d'Imperio era per soverchi travagli morto, ed in suo luogo creato _Tiberio_, che occupato nella guerra de' Parti, non poteva sovvenir l'Italia, nè impedire i progressi de' Longobardi.

Le cose di costoro, durante questo interregno, ancorchè andassero alquanto prospere, per quel che riguarda alle guerre, che fecero a' Greci, avendo nell'anno 579 colle nuove conquiste di Sutri, Bomarzo, Orta, Todi, Amelia, Perugia, Luccoli, ed altre città ingrandito lo Stato; nulladimeno tosto s'avvidero, che volendo in sì fatta guisa tener diviso il lor Reame, non poteva durar lungamente; imperocchè essendosi data, per qualche discordia fra essi insorta, facile e pronta occasione d'essere assaliti da Nazioni straniere, conobbero con manifesto lor danno, di quanto nocumento fosse questa loro divisione: perchè assaliti da Franzesi, avevan da questa Nazione avute molte strane rotte; e oltre a ciò, ad istigazione del Re di Francia, si ribellarono tre Duchi[23]. Aggiugnevasi a tutto questo, ch'essendo nel 584 morto Tiberio Imperadore il qual avea retto sette anni l'Imperio, lodevole più per la sua pietà cristiana, che per la prudenza militare, e succedutogli _Maurizio_ di Cappadocia suo Capitano, al quale egli aveva sposata una sua figliuola: Principe, e per valore e per prudenza di gran lunga superiore a' suoi predecessori, Giustino e Tiberio; costui considerando seriamente i gravi danni, che i Longobardi gli aveano portato in Italia, pensò porre in opera tutti i mezzi possibili per discacciargli; e considerando altresì, che non era peso delle spalle di Longino (la cui fedeltà erasi ancor resa sospetta) di poter venire a capo di questa impresa, lo richiamò a se, ed in suo luogo, con nuovo esercito, nello stesso anno 584, mandò per Esarca in Ravenna Smaragdo[24], uomo in guerra esercitatissimo e prudentissimo, e fece Duca di Roma un tal Gregorio, a cui fu il governo del romano Ducato commesso, ed insieme fece Maestro di soldati in Roma Castorio; poichè avevano i Greci in costume di tener nelle città, oltre al Duca, anche il Maestro de' soldati, che ne tenesse cura; onde è, che in Napoli, la quale lungo tempo sotto l'imperio de' Greci si mantenne, oltre al Duca, leggiamo ancora esserci stato questo altro Uficiale.

Giunto Smaragdo in Ravenna, non tardò guari a porre in opera i suoi disegni: fece egli, che Doctrulfo, uomo in guerra espertissimo, si ribellasse da' Longobardi, e passasse alla sua parte: e non molto da poi prese Brissello, ed all'imperio de' Greci lo sottopose. E mentre Smaragdo faceva questi progressi in Italia, non cessava intanto Maurizio di prender altri mezzi, per discacciar da questa provincia i Longobardi: procurava egli con ogni studio tirar alla sua parte i Franzesi, e finalmente gli venne fatto per via di denaro, d'indurre Childeberto Re di Francia a mover guerra a' Longobardi, i quali temendo allora ragionevolmente del gran danno, che per questo apparecchio e confederazione poteva lor venire di là dell'Alpi, e considerando, che non d'altra maniera potevasi a tanti mali riparare, e resistere agli sforzi de' Franzesi e de' Romani, se non col rimettersi sotto il dominio di un solo: subito radunati, crearono di comun consentimento per loro Re Autari figliuolo di Clefi nell'anno 585.

§. II. _Di AUTARI III. Re d'Italia._