Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1
Part 28
I miserabili Goti, vedutisi in tanta costernazione, e scorto il timor di Teodato, e che per la di lui dappocaggine eransi ridotti a stato sì lagrimevole, vollero tentare se con Belisario almeno potessero riuscire questi trattati di pace; onde mandaron Legati al medesimo perchè gli esponessero le loro giuste querele, e lo trattenessero dall'impresa. Ammessi da Belisario cominciaron ad esporgli i torti, che per questa ingiusta guerra si facevan a' Goti. Grande ingiuria, ei diceano[826], è questa, che ci fanno i Romani, i quali contro di noi, essendo ad essi confederati ed amici, prendon l'armi senza ragione alcuna. I Goti non per forza hanno tolta a' Romani l'Italia: Odoacre fu quegli, che con molta strage rapilla, mentre Zenone imperava nell'Oriente, il quale, non potendo vendicarsi e ritorgli la grande ingiusta preda, nè avendo forze tali, che potesse opporsi alla tirannide degli Eruli, chiamò il nostro Principe Teodorico, che minacciavagli allora, per alcuni disturbi fra di loro insorti, di volerlo assediare dentro a Costantinopoli medesima, e lo pregò, che volesse perdonare al nuovo inimico per la memoria delle dignità del Patriziato e Consolato romano, ch'aveagli conferito, e della stima, che avea fatto sempre della di lui persona; e che tutto il suo valore, e tutta la ferocia della sua gente dovesse altrove indirizzare; prendesse l'armi contra Odoacre e vendicasse la morte d'Augustolo infamemente da colui ucciso: dovesse ritorgli l'Italia, ch'egli liberamente concedeva a lui ed a' suoi Goti, affinchè potessero per sempre in ogni futura età reggerla e ritenersela con sì giusto titolo ed ottima ragione. Venne Teodorico in Italia, e col suo valore e colle proprie forze de' suoi Goti discaccia il Tiranno, e col consenso e confederazione di tutti i Principi d'Oriente resse così bene per tanti anni l'Italia, la quale ora dopo la di lui morte è da' suoi Goti governata: con qual ragione dunque si pretende muover guerra sì ingiusta a coloro, che la posseggono con sì giusti titoli, dopo averla tanti anni con tanta giustizia posseduta ed amministrata?
Ma Belisario, che vedeva volar dal suo canto la vittoria, non era in istato di muoversi per sì fatte cose, le quali se non sono accompagnate colla forza a niente giovano: rispose loro in volto assai severo e grave, ch'essi soverchio eransi avanzati nel dire, che Teodorico fu ben mandato da Zenone per combatter Odoacre, ma non già, che da poi avesse da insignorirsi d'Italia; poichè non importava nulla all'Imperadore, che non ricuperandosi all'Imperio, stasse sotto la servitù, o dell'uno o dell'altro Tiranno; ma che si liberasse Italia, e sotto le leggi Imperiali vivesse: ma Teodorico essendosi valorosamente portato contra Odoacre, si fece poi lecito molte cose, ricusando di renderla al vero Padrone. A me, dicea egli, sono in ugual grado, e chi rapisce per forza, e chi ritiene la roba, che non è sua, contro alla volontà del padrone: onde quella regione, che s'appartiene all'Imperio, io non sarò mai per concederla a persona veruna del Mondo.
§. I. _Di VITIGE, ILDIBALDO, ed ERARICO Re d'Italia._
Per sì dura risposta, datisi i Goti in braccio alla disperazione, usaron tutti i loro sforzi, e tutte le lor arti, per trovare qualche riparo all'imminente precipizio. Non lasciaron impunita la stupidezza di Teodato, e veggendo per sua cagione esser caduti in tanta ruina, ed esser inutile il di lui Imperio per la sua inezia, prima lo discacciarono, e poi l'uccisero, ed in suo luogo elessero in mezzo all'esercito Vitige, gridandolo loro Re. Goldasto[827] rapporta un'altra cagione di sua morte: cioè avere i Goti scoverto, che Teodato attediato per sì lunghe e travagliose guerre, erasi finalmente convenuto con Giustiniano di lasciargli il Regno, purchè gli dasse una grossa pensione annua, per potersi ritirare nelle solitudini, e vivere a se ed a' suoi studj di filosofia: e le lettere così quella di Teodato scritta a Giustiniano, come la risposta del medesimo, sono rapportate dall'istesso Goldasto. Teneva Vitige per moglie Matasuenda figliuola della Principessa Amalasunta: Principe di molto valore e prudenza, di cui ce ne rendon testimonianza i suoi egregi fatti, ed alcune sue orazioni ed epistole, che ancor si leggono appresso Cassiodoro[828], e Goldasto[829].
Questi appena assunto al Trono, dopo aver tentata in vano la pace con Giustiniano[830], cinse d'uno stretto assedio Roma, e tennela un anno e nove giorni assediata, fin che riuscì a Belisario di liberarla nell'anno 538. Onde vedutosi deluso dalle sue speranze, ritiratosi con sua moglie in Ravenna, non passò guari, che Belisario vittorioso da per tutto l'imprigionasse insieme con la Principessa sua moglie, e fortunatamente gli riuscisse (richiamato da Giustiniano) di nuovo trionfare in Costantinopoli di Vitige Re dei Goti, come avea fatto di Gilimere Re de' Vandali.
Avendo l'Imperador Giustiniano richiamato Belisario in Costantinopoli per sospetti di Stato, e mandati in Italia in suo luogo Giovanni e Vitale difformi in tutto da colui di valore e di costumi, fece sì, che i Goti riprendendo animo, crearon per loro Re _Ildibaldo_[831], ch'era Governador in Verona; ma questi per la sua crudeltà, fu tantosto da' Goti ucciso, ed eletto in suo luogo _Erarico_, che anche poco da poi fu dagli stessi Goti morto, per lo sospetto, ch'ebbero di lui d'essersi confederato co' Greci; e fu Totila innalzato al Trono.
§. II. _Di TOTILA Re d'Italia._
Sotto questo Principe, per la singolar sua virtù ed estremo valore, i Goti ripresero ardire, e ricuperarono molte province da Belisario occupate; ruppe egli le genti dell'Imperadore, e racquistò la Toscana. Non guari da poi ricuperò queste nostre province, che ora forman il Regno. Riacquista il Sannio, e devasta Benevento, che prese a forza d'arme, buttando a terra le sue mura. Passa indi nella nostra Campagna, e pone l'assedio a Napoli, e fra tanto prende Cuma, e tutte l'altre piazze lungo il mare; e durando ancor l'assedio di Napoli, con ciò sia che la sua armata s'era renduta potentissima per un infinito numero di Goti, i quali accorsero a lui da tutte le parti, egli s'impadronì senza resistenza per suoi Luogotenenti della Puglia, della Calabria, e dell'altre province, dalle quali ne tirò somme immense, che s'eran unite per Giustiniano. I Napoletani alla fine renderonsi, e quantunque dubitassero, che per la fatta resistenza non fossero da Totila severamente trattati, sperimentaron nondimeno la mansuetudine di questo Principe, il quale non pur fu difensore e custode della pudicizia delle donne napoletane[832], ma trattogli assai benignamente, e con somma umanità. Ed in sì fatta maniera per valore di Totila ritornaron queste nostre province di nuovo sotto la dominazione de' Goti, che per inezia di Teodato eransi perdute.
Infin a questi tempi i Pontefici romani non eransi intrigati negli affari di Stato, e de' Principi; nè molto eransi curati, che l'Italia da' Romani passasse ora sotto il dominio de' Goti, ora de' Greci. I loro studj eran tutti indirizzati alla riunione della Chiesa d'Occidente con quella d'Oriente, e a dar sesto in varj Concilj alle varie controversie insorte tra' Vescovi d'Oriente intorno a' dogmi, ed alla disciplina. I Pontefici Silverio, e Vigilio furon i primi: Silverio rendutosi perciò sospetto a' Greci, quasi che desiderasse in Italia più la dominazione de' Goti, che quella de' Greci, fu da Belisario accusato d'avere avuta intelligenza coi Goti. Era Silverio per la morte di Papa Agapito stato eletto in sua vece in Roma, e riconosciuto dal Clero e dal popolo Romano per Vescovo legittimo di quella città. All'incontro Vigilio, Diacono della Chiesa di Roma, che mandato per affari di religione in Costantinopoli, era rimaso in quella città, aspirando anche egli al Papato, e vedendosi prevenuto da Silverio, ch'era sostenuto da' Romani e da' Goti, mette in opera tutti i maneggi con Giustiniano, per indurlo a mandar Belisario di nuovo in Italia con potente armata, per ritogliere a' Goti tutto ciò che sotto Totila avean ricuperato: e già lo persuade a mandarlo. Usa ancora tutte l'arti ed ingegni coll'Imperadrice sua moglie, permettendole di ricever Teodosio, Antimo e Severo alla sua comunione, e d'approvare la loro dottrina, s'ella lo faceva elegger Papa.
Ritorna per tanto Belisario in Italia per discacciarne i Goti; ma ritornato con poche forze, perde più tosto la riputazione delle cose prima fatte da lui, che altra maggiore ne racquistasse; imperocchè Totila, trovandosi Belisario con le sue truppe ad Ostia, sotto gli occhi suoi espugnò Roma, e veggendo non potere nè lasciarla, nè tenerla, in maggior parte la disfece e caccionne il Popolo, menando seco i Senatori; e stimando poco Belisario, andò coll'esercito in Calabria ad incontrar le genti, che di Grecia in aiuto di Belisario venivano. Belisario vedendo abbandonata Roma, la ripigliò tantosto, ed entrato nelle romane ruine, con quanta più celerità potè, rifece a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori. Vigilio, ripresa da Belisario Roma, partì da Costantinopoli con ordine secreto dell'Imperadrice diretto a Belisario per far riuscire il suo disegno. Giunto a Roma lo diede a Belisario, e gli promise del danaio, purchè lo ponesse in quella sede: Belisario fece venire a se Silverio, ed accusatolo d'intelligenza co' Goti, lo stimolò a riconoscere Antimo: negando di farlo Silverio, fu spogliato degli abiti sacerdotali, e mandato a Patara in esilio, facendo in sua vece elegger Vigilio. Ma ai progressi, che si speravano di Belisario, tosto s'oppose la fortuna, perchè Giustiniano in quel tempo assalito da' Parti, richiamò Belisario. Questi per ubbidire al suo Signore, abbandonò l'Italia, e rimase questa provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma; ma non fu con quella crudeltà trattata, che prima, perchè pregato da S. Benedetto, il quale in que' tempi aveva di santità grandissima fama, si volse più tosto a rifarla. Giustiniano intanto aveva fatto accordo co' Parti, e pensando di mandar nuova gente al soccorso d'Italia, fu dagli Sclavi, nuovi Popoli settentrionali ritenuto, i quali avevan passato il Danubio, ed assalita l'Illiria e la Tracia; in modo, che Totila ridusse quasi l'intera Italia sotto la sua dominazione.
Ma non molto goderon i Goti de' frutti di tante vittorie, perchè vinto ch'ebbe Giustiniano gli Sclavi, mandò in Italia con potenti eserciti Narsete Eunuco, uomo in guerra esercitatissimo, il qual accrebbe i suoi eserciti coll'istesse genti straniere, e fra l'altre Nazioni, come Eruli, Unni, e Gepidi, servivasi anche de' Longobardi, che portò dalla Pannonia; i quali da poi seppero così ben valersi della notizia di sì bel paese, e dell'occasioni che loro si presentarono, che da ausiliarj fecionsi conquistatori, come più innanzi diremo. Non ancor Narsete erasi sbrigato dall'impresa della Tracia per venire in Italia, che il Governador di Taranto, lasciando le parti ed il servigio di Totila, remise la sua piazza fra le mani d'alcuni imperiali, ch'eran calati a Cotrone; onde Totila sorpreso per queste perdite, e stordito dalla grandezza dell'apparecchio della guerra, che la fama pubblicava ed ingrandiva per tutto, che Narsete faceva contro di lui, inviò Teja valorosissimo Capitano per arrestar Narsete al passo; ma non essendo riuscito a Teja d'impedirlo, ecco che Narsete, rotto ogni argine, inonda con potenti eserciti le Campagne, nè potè farsi altrimente, che non si venisse ad una campal battaglia, nella quale Totila, avendo dati gli ultimi segni del suo valore, non potendo resistere alle forze di gran lunga superiori del suo nemico, rimase vinto e morto, ed i suoi Goti sconfitti e debellati: onde gl'infelici riunitisi, come poteron il meglio, dopo sì crudel battaglia, si ritiraron in Pavia, dove crearono loro Re _Teja_, nel cui valore ed audacia era riposta ogni speranza, per istabilire il loro imperio in Italia. All'incontro Narsete dopo questa vittoria prese Roma, e l'altre città a lui si renderono.
Potè questa sconfitta abbattere in guisa le forze de' Goti in Italia che in appresso più non valsero a ristabilirvisi; ma assai maggior nocumento recò loro la perdita di Totila valorosissimo loro Re: Principe, che col suo valore, e molto più colla sua prudenza e bontà seppe ristorar in modo le fortune de' suoi Goti, che quasi aveale ridotte in quel medesimo stato in cui lasciolle Teodorico. Egli per lo spazio poco men di dieci anni che regnò, tanti monumenti lasciò del suo valore, della sua bontà, e di molt'altre virtù delle quali era ornato, che non v'è Scrittore, il quale non lo commendi, e per tante sue virtù infin al Cielo non l'estolga: egli ancor che Goto, dice Paolo Varnefrido, abitò co' Romani, come un padre co' suoi figliuoli, niente mutò delle loro leggi, e de' loro istituti. L'istessa amministrazione, e la medesima forma delle province e del governo ritenne, come Teodorico aveale lasciate: amantissimo della giustizia e dell'equità; ed è veramente ammirabile l'orazione[833], che questo Principe fece a' suoi soldati, dopo aver presa Napoli in commendazione della giustizia e dell'altre virtù, che presso a Procopio ancor leggiamo. La sua bontà, e mansuetudine verso i vinti, vien celebrata sovente da quest'istesso Storico ancor che greco. Egli serbò intatta e sicura da ogni disprezzo Rusticiana moglie che fu di Boetio, femmina infesta al nome Goto, e della quale i Goti non erano niente soddisfatti.
Nè men della sua temperanza poteron tacere gl'Istorici: egli fu, che sovente salvò la pudicizia e la libertà delle matrone romane, e che, presa Napoli, fu dell'onor delle donne zelantissimo, e che severamente punisse gli altrui misfatti: che di semplicissimi cibi fosse contento co' suoi Goti, come di pane, latte, cacio, butirro, e di carni salvagge e ferine, e di queste allo spesso crude, ed alle volte salate. Tanto che per l'esempio di questo Principe poterono i Goti avere il vanto d'esser essi reputati i temperati, i giusti ed i mansueti, non gl'istessi Romani, ne' quali, come disse Salviano[834], era da desiderare la virtù, la giustizia, e la temperanza de' Goti medesimi.
§. III. _Di TEJA ultimo Re de' Goti in Italia._
Gl'infelicissimi Goti, dopo la battaglia per loro funestissima datagli da Narsete, usando tutti i loro sforzi e industria per trovar mezzi pronti per ristorarsi delle passate perdite, oltr'aver eletto per loro Re Teja, valorosissimo Principe, tentarono i soccorsi de' Principi vicini. Ricorsero a' Franzesi, e mandaron ad essi Ambasciadori per muovergli al loro soccorso. Merita veramente esser da tutti letta ed ammirata l'orazione di questi Legati tutta piena d'affetti e di nobilissimi sensi, ch'esposero a' Franzesi, la quale presso Agatia[835] ancor si legge. Se il nome de' Goti, essi dicevano, mancherà, ecco che i Romani saranno pronti ed apparecchiati contro di voi a rinovar l'antiche guerre. Nè alla loro cupidigia mancheranno pretesti speziosi, e ricercati colori. Vi ricorderanno i Marj, i Camilli e i molt'Imperadori, che guerreggiarono co' Germani, e che oltre al Reno estesero i confini del loro Imperio. E per queste ragioni voglion esser riputati, non come rapitori degli altrui Stati, ma come se niente fosse d'altrui, ed il tutto lor proprio, vantano di non far altro, che coll'armi loro giuste e legittime ricuperare ciò, che da' loro maggiori era stato posseduto: non per altre cagioni mossero a noi così ingiustamente la guerra; come se il nostro sempre glorioso Principe ed autore di questa impresa, Teodorico, a torto e per ingiuria avesse ad essi tolta l'Italia: perciò han creduto esser loro lecito di toglierci le nostre sostanze, estinguere la maggior parte della nostra gente, e de' Capitani fra noi i più sublimi ed eminenti: incrudelire contra le nostre mogli, contra i propri nostri figliuoli, ed a portargli in dura servitù: quando Teodorico non con loro repugnanza, ma con particolar concessione e permessione di Zenone lor Imperadore venne in Italia, non già togliendola a Romani, i quali l'avean perduta, ma colle proprie sue forze, e col suo proprio valore, avendo discacciato Odoacre invasor peregrino, _jure Belli_ acquistò ciò, che questi avea occupato. Ma i Romani da poi che si videro ristabiliti, niente curando del giusto e del ragionevole, col pretesto della morte d'Amalasunta si finsero in prima irati contra Teodato, e da poi non tralasciaron di muoverci ingiusta guerra, e per forza rapirci ogni cosa. E pure questi sono, che vantan esser soli i sapienti, essi soli esser tocchi del timor di Dio, essi tutte le cose dirizzare secondo la norma della giustizia. Perchè dunque non v'accada un giorno quel che da noi presentemente si patisce, ed il pentimento non vi giunga tardi, quando più non potrà giovarvi, debbon ora prevenirsi gli inimici, nè dee da voi tralasciarsi l'occasione presente di mandar contro a' Romani un pari esercito, al quale presieda un vostro valoroso Capitano, che adoperandosi con prudenza e valore contro d'essi, procuri disturbargli dall'impresa d'Italia, e noi restituisca nella possessione della medesima.
Ma riuscì inutile questa lor ambasceria co' Franzesi, da' quali niente poteron ottenere; perocchè avendo Teodiberto, dopo la guerra mossa a Giustiniano, poco prima di morire stabilita una ferma e stabile pace col medesimo nell'anno 548, la quale poi fu confermata da Teodobaldo suo figliuolo, non vollero, ricordevoli di questi patti, in conto alcuno indursi a romper la pace; tanto che si trattennero, e di muover l'armi contro a' Goti ad istigazione di Giustiniano, e di portarle contra i Romani, ancorchè i Goti glielo richiedessero con calde istanze: e se bene dopo estinta già la dominazione de' Goti, nell'anno 555 morto il Re Teodobaldo, Leotaro, ed il suo fratello Bucellino Generale delle truppe d'Austrasia, co' Franzesi e cogli Alemanni avessero tentata l'impresa d'Italia, e si fosse il primo avanzato fin in Puglia e Calabria, ed il secondo, oltre all'aver devastato il Sannio, fosse scorso fino in Sicilia; nulladimeno i loro eserciti furon non molto da poi disfatti. Quello di Leotaro da un fiero morbo, che in una state l'estinse: e l'altro di Bucellino, fu da Narsete a Casilino interamente sconfitto. E fu questa la prima volta, che i Franzesi tentassero sottoporre alla loro dominazione queste nostre province: presagio, che fu pur troppo infausto, di dovere le lor armi nell'impresa d'Italia aver sempremai infelicissimo fine, siccome sovente l'esperienza ha dimostrato ne' secoli men a noi lontani, che que' gigli più volte piantati in questi nostri terreni non poteron mai mettervi profonde e ferme radici.
Esclusi per tanto i Goti dal soccorso de' Franzesi, tutte le speranze furon collocate nel valore di Teja, il quale fece sforzi i più maravigliosi, che potessero mai desiderarsi in casi così estremi, per ristorare le fortune de' Goti. Egli incontrato da Narsete a piedi del nostro Vesuvio, accampò così bene il suo esercito che con tutto le due armate non fossero separate, che dal fiume Sarno, dimoraron nondimeno due mesi a scaramucciare, non potendo Narsete tentare il passaggio avanti l'esercito di Teja, ch'era Signore del ponte, nè ritirarsi per paura, che i Goti non portassero soccorso a Cuma: ma alla fine essendo riuscito a Narsete, ch'era di gran lunga superiore di forze, di dar battaglia, Teja facendo l'ultime pruove del suo valore ed ardire, rimase in quella miseramente ucciso; onde i Goti già costernati, veggendosi privi di sì glorioso Capitano, risolsero di rendersi a Narsete, il quale lor accordò, che se ne potessero andare dalle terre dell'Imperio con tutti gli argenti ch'essi avevano, e di vivere secondo le loro leggi. Così fu accordato il trattato di buona fede da una parte e dall'altra, dopo 18 anni di guerra, in maniera che tutte le Piazze essendosi messe fra le mani de' Commessarj di Narsete, i Goti usciron d'Italia l'anno del Signore 553, dove 64 anni, da Teodorico loro Re, infin a Teja avevano regnato.
Ecco il fine della dominazione de' Goti in Italia, ed in queste nostre province: gente assai illustre e bellicosa, che tra gli strepiti di Marte non abbandonò mai gli esercizi della giustizia, della temperanza, della fede, e dell'altre insigni virtù, ond'era adorna; non così barbara ed inumana, com'altri a torto la reputa. Lasciò vivere i Popoli vinti e debellati colle stesse leggi romane colle quali eran nati e cresciuti; e delle quali era sommamente ossequiosa e riverente: che non mutò la disposizione e l'ordine di queste nostre province; non variò i Magistrati; ritenne i Consolari, i Correttori, ed i Presidi, e molt'altri costumi ed istituti mantenne, siccome eran in tempo degl'istessi Imperadori romani: tanto che queste nostre province ricevettero altra forma e nuova amministrazione, non già quando stettero sotto la dominazione de' Goti, ma quando passarono sotto gl'Imperadori d'Oriente; i quali mandando in Italia gli Esarchi, e dividendo le province in più Ducati, diedero perciò alle medesime disposizione diversa da quella di prima, come di qui a poco vedremo.
Non si poterono però evitare que' disordini e quelle confusioni, che le tante feroci e crudeli guerre soglion apportare alle discipline ed alle lettere: certamente in Italia in questi tempi; per quel s'appartiene alla giurisprudenza, non potevano sperarsi Giureconsulti cotanto rinomati, nè così insigni Professori ed Avvocati, ch'avessero potuto restituirla nell'antico splendore nel Foro e nell'Accademie. Non dee però riputarsi di piccol momento, in mezzo a tante e sì feroci armi, che pensassero i Re goti, come fecero Atalarico e Teodato, di mantener quanto più fosse possibile l'antico lustro del Senato romano, e dell'Accademia di Roma, con provederla di Professori esperti nella legal disciplina, come fece Atalarico[836], e d'illustri Grammatici, perchè la lingua latina non affatto si perdesse fra tante lingue straniere e barbare: ed infatti in quest'istessi tempi sarebbe mancata all'intutto, se non si fosse ristabilita in quell'Accademia, e Teodato col suo esempio, essendone vaghissimo non v'avesse dato riparo. Fin da questi tempi si lodava Roma per la purità della lingua latina, perchè in tutte l'altre province d'Italia era già di barbarie ricolma; e gl'istromenti, che per mano di _Tabellioni_, ch'oggi diciamo Notaj, si stipulavano, non eran di miglior condizione, intorn'alla lingua, di quel ch'oggi s'usa in Italia. Narra Fornerio[837] in Cassiodoro, serbarsi in Parigi nella libreria del Re un antico istromento di transazione conceputo con formole non migliori di quelle, che usiam oggi, nel quale un tal Stefano tutore di Graziano pupillo si transiggè col medesimo per una certa lite, che fu rogato in Ravenna nell'ultim'anno dell'Imperio di Giustiniano, cioè nel 38 all'indizione 12 che cade nel 564 di Cristo. E perciò anche in questi tempi si riputava cosa di sommo pregio, chi di lingua latina fosse intendente, siccome fra l'altre lodi, che si davan a Teodato per le sue molte lettere, una era questa. Pure con tutto ciò vide Italia in quest'età un Ennodio, un Giornande, un Boetio Severino, un Simmaco, un Cassiodoro, un Aratore, ed alcun'altri valent'uomini, non in tutto sforniti di scienze e d'erudizione.