Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1
Part 25
Quindi può distintamente conoscersi, che le nostre province, estinto l'Imperio romano d'Occidente, ancorchè passassero sotto la dominazione de' Goti, non sentirono quelle mutazioni, che regolarmente ne' nuovi dominj di straniere genti soglion accadere. Non furon in quelle nuove leggi introdotte, ma si ritennero le romane, e la legge comune de' nostri provinciali fu quella de' Romani, ch'allora ne' Codici Gregoriano, Ermogeniano, e sopra ogni altro nel Codice di Teodosio, e nel Corpo delle Novelle di questo Imperadore, di Valentiniano, Marziano, Magioriano, Severo, ed Antemio suoi successori si contenevano: ed a' libri di quelli Giureconsulti, che Valentiniano trascelse, era data piena autorità e forza.
Non s'introdusse nuova forma di governo, e si ritennero i medesimi Ufficiali; nè la variazione de' Magistrati fu tanta, che non si ritenessero le dignità più cospicue e sublimi. Poichè l'idea di Teodorico, e poi del suo successore Atalarico fu di reggere l'Italia, e queste nostre province col medesimo spirito e forma, colla quale si resse l'Imperio sotto gl'Imperadori; ed è costante opinione de' nostri Scrittori, che le cose d'Italia sotto il suo Regno furon più quiete e tranquille, che ne' tempi degli ultimi Imperadori d'Occidente, e ch'egli fosse stato il primo, che facesse quietare tanti mali e disordini.
Quindi è avvenuto, che ancor che queste nostre province passassero da' Romani sotto la dominazione de' Goti, non s'introducessero, siccome nell'altre province dell'Imperio romano, quelle servitù ne' Popoli, che passati sotto altre Nazioni sofferirono. Così quando la Gallia fu conquistata da' Franzesi, fu trattata come paese di conquista; essendo cosa certa, che si fecero signori delle persone e de' retaggi di quella, cioè si fecero signori perfetti, così nella signoria pubblica, come nella proprietà e signoria privata[762]: ed in quanto alle persone, essi fecero i naturali del paese servi, non già di un'intera servitù, ma simili a quelli, che i Romani chiamavan Censiti, ovvero Ascrittizj, o Coloni addetti alla gleba[763]. Non così trattaron i Goti l'Italia, la Sicilia, e queste nostre province, ma lasciaron intatta la condizione delle persone, poichè non gli governava un Principe straniero, ma un Re, che si pregiava di vivere alla romana, e di serbare le medesime leggi ed instituti de' Romani. Furon bensì in molti villaggi delle nostre province di questi Ascrittizj, e Censiti (siccome vi furon anche de' servi, perchè a' tempi de' Goti l'uso de' medesimi non s'era dismesso[764]) ma quelli stessi, loro discendenti, in quella maniera, che prima si tenevano dai Romani, e di essi ci restano ancora molti vestigi nei Codici di Teodosio e di Giustiniano, che poi i secoli seguenti chiamaron angarj e parangarj[765]. Ciò che si conferma per un avvenimento rapportato da Ugone Falcando in Sicilia a' tempi del Re Guglielmo II, poichè essendo i cittadini di Caccanio ricorsi al Re contra Giovanni Lavardino franzese, il quale affliggeva i terrazzani, con esigere la metà delle loro entrate, secondo che diceva esser la consuetudine delle sue terre in Francia; e riportate queste querele al G. Cancelliero, ch'era allora Stefano di Parzio, perchè questi era ancor egli franzese, lasciò la cosa senza provvedimento, onde i suoi nemici gli concitarono l'odio di tutti i Siciliani, e di molti cittadini e terrazzani, gridando, ch'essi eran liberi, e che non dovea permettere, secondo l'uso di Francia: _Ut universi Populi Siciliae redditus annuos, et exactiones, solvere cogerentur juxta Galliae consuetudinem, quae cives liberos non haberet_.
Ed in quanto a' retaggi e terre della Gallia, i Franzesi vittoriosi le confiscaron tutte, attribuendo allo Stato l'una e l'altra signoria di quelle[766]. E fuori di quelle terre, che ritennero in dominio del Principe, distribuiron tutte l'altre a' principali Capi e Capitani della loro Nazione; a tal uno dando una provincia a titolo di Ducato; ad un altro un paese di frontiera a titolo di Contea; e ad altri de' castelli e villaggi con alcune terre d'intorno a titolo di Baronia, Castellania, o semplice Signoria, secondo i meriti particolari di ciascheduno, ed il numero de' soldati, ch'aveva sotto di se; poichè davansi così per essi, che per li loro soldati. Non così fecero i Goti in Italia, ed in queste nostre province, poichè si lasciarono le terre a loro posseditori, nè s'inquietò alcuno nella privata signoria de' loro retaggi: e le province e le città eran amministrate da' medesimi Ufficiali, che prima, secondo che si governavano sotto l'Imperio di Valentiniano e degli altri Imperadori d'Occidente suoi predecessori. Nè in Italia, ed in queste nostre province l'uso de' Feudi, e de' Ducati e Contadi fu introdotto, se non nel Regno de' Longobardi, come diremo nel quarto libro di questa Istoria.
§. VI. _Insigni virtù di TEODORICO, e sua morte._
Fu veramente Teodorico di tutte quelle rade e nobili virtù ornato, che fosse mai qualunque altro più eccellente Principe, che vantassero tutti i secoli. Per la sua pietà e culto al vero Iddio, fu con immense lodi celebrato da Ennodio Cattolico, Vescovo di Pavia. E se bene istrutto nella religione cristiana, i suoi Dottori gliela avessero renduta torbida e contaminata per la pestilente eresia d'Arrio, siccome fecero a tutti i Goti; questa colpa non a' Goti dee attribuirsi, ma a' Romani stessi, e spezialmente all'Imperadore Valente, che mandando ad istruir questa Nazione nella religione cristiana, vi mandò Dottori Arriani; tanto che Salviano[767], quel Santo Vescovo di Marsiglia, nomò questa loro disgrazia, fallo non già de' Goti, ma del Magisterio romano, e testifica questo Santo Vescovo, che nel medesimo lor errore non altro fu da essi riguardato, se non che il maggior onore di Dio: e per questa pia loro credenza ed affetto, non dover essere i Goti reputati indegni della fede cattolica, i quali, comparate le lor opere con quelle de' Cattolici, di gran lunga eran a costoro in bontà e giustizia superiori, o si riguardi la venerazione delle Chiese, o la fede, o la speranza, o la carità verso Dio; quindi è che Socrate[768], Scrittore dell'Istoria Ecclesiastica, a molti Goti, che per la religione furono da' Pagani uccisi, dà il titolo di Martiri, come quelli, che con semplice e divoto cuore eransi a Cristo lor Redentore dedicati. E se per altrui colpa incorsero i Goti in quest'errore, ben fu questa macchia tolta e compensata col merito di Riccaredo del loro sangue, che purgò dall'Arrianesmo tutta la Spagna.
E fu singular pietà de Goti, e di Teodorico precisamente d'astenersi da ogni violenza co' suoi sudditi intorno alla religione, nè perchè essi eran dei dogmi Arriani aspersi, proibiva perciò a' suoi Popoli di confessar la fede del gran Concilio di Nicea[769]; anzi Teodorico in tutto il tempo, che resse l'Italia e queste nostre province, non pure lasciò inviolata ed intatta la religione cattolica a' suoi sudditi, ma si permetteva ancor a' Goti stessi, se volessero dall'Arrianesmo passare alla fede di Nicea, che liberamente fosse a lor lecito di farlo.
Maggiore rilucerà la pietà di questo Principe, in considerando, che della cattolica religione, ancorchè da lui non professata, ebbe egli tanta cura e pensiero, che non permetteva, che al governo della medesima s'eleggessero, se non Vescovi di conosciuta probità e dottrina, de' quali fu egli amantissimo e riverente: di ciò presso a Cassiodoro[770] ce ne dà piena testimonianza il suo nipote stesso Atalarico: _Oportebat enim arbitrio boni Principis obediri, qui sapienti deliberatione pertractans, quamvis in aliena Religione, talem visus est Pontificem delegisse, ut agnoscatis illum hoc optasse, praecipue quatenus bonis Sacerdotibus Ecclesiarum omnium Religio pullularet._
Quindi avvenne, come Paolo Varnefrido, e Zonara raccontano[771], ch'essendo nato ne' suoi tempi quel grave scisma nella Chiesa romana, tosto fu da lui tolto col convocamento d'un Concilio, e le cose restituite in una ben ferma e tranquilla pace. Si leggon ancora di questo Principe rigidissimi editti, come similmente d'Atalarico suo nipote, per li quali severamente vengon proibite tutte quelle ordinazioni di Vescovi, che per ambizione, o interveniente denaro si facessero, annullandole affatto, e di niun momento e vigore riputandole[772]; siccome più distesamente diremo, quando della politia ecclesiastica di questo secolo favelleremo. E pur di Teodorico si legge, che quantunque nudrisse altra religione, volle che i Vescovi cattolici per lui porgessero calde preghiere a Dio, delle quali sovente credette giovarsi. Per la qual cosa non dee parere strano, siccome dice Grozio, che Silverio Vescovo cattolico romano fosse stato a' Greci sospetto, quasi che volesse e desiderasse più la Signoria de' Goti in Italia, che quella de' Greci stessi.
Ed alla pietà di questo Principe noi dobbiamo, che queste nostre province, ch'ora formano il Regno di Napoli, ancorchè sotto la dominazione de' Goti Arriani poco men che 70 anni durassero, non fossero di quel pestilente dogma infestate, ma ritenessero la cattolica fede, così pura ed intatta, come i loro maggiori l'avevan abbracciata, e che potè poi star forte e salda alle frequenti incursioni de' Saraceni, che nei seguenti tempi l'invasero e le combatterono: imperocchè piacque a Teodorico non pur lasciarla così stare, come trovolla, ma di favorirla, ed esser eziandio della medesima custode e difensore: dal cui esemplo mossi Atalarico, e gli altri Goti suoi successori, si fece in modo, che durante il loro dominio, non restò ella nè perturbata nè in qualunque modo contaminata.
Della giustizia, umanità, fede, e di tutte l'altre più pregiabili e nobili virtù di questo Principe, non accade, che lungamente se ne ragioni: Cassiodoro nei suoi libri ci fa ravvisare una immagine di Regno così culto, giusto e clemente, che a ragione potè Grozio[773] dire: _planeque si quis cultissimi, clementissimique Imperii formam conspicere voluerit, ei ego legendas censeam Regum Ostrogothorum Epistolas, quas Cassiodorus collectas edidit_. Onde non senza cagione potevan i Goti appresso Belisario vantarsi di questa lode[774]: nè senza ragione Teodorico stesso potè dire: _Aequitati fave: eminentiam animi virtute defende, ut inter nationum consuetudinem perversam, Gothorum possis demonstrare justitiam_: ed altrove: _Imitamini certe Gothos nostros, qui foris praelia, intus norunt exercere justitiam_. E fu cotanto lo studio e la cura di questo Principe nel reggere i suoi sudditi con una esatta e perfetta giustizia, che si dichiarò co' medesimi volersi portar con esso loro in modo, che si dolessero più tosto d'esser così tardi venuti sotto l'imperio de' Goti. Procopio ancorchè Greco, non può non innalzare queste regie ed insigni sue virtù: egli custode delle leggi; giusto nell'assegnare i prezzi all'annona; esatto ne' pesi e nelle misure; e nell'imporre tributi, fu maravigliosa la sua equabilità, e sovente per giuste cagioni era pronto a rimettergli: se i suoi eserciti in passando danneggiavan i paesani, soleva Teodorico ai Vescovi mandare il denaro per risarcirgli de' patiti danni: se v'era bisogno di materia per fabbricar navi o di munire d'altra guisa i suoi campi, pagava immantenente il prezzo: egli liberalissimo co' poveri, e la maggior parte del suo regal impiego era il sovvenimento e la cura de' pupilli e delle vedove, di che chiara testimonianza ce n'ha data Cassiodoro.
La moderazione di questo Principe, da' suoi fatti di sopra esposti è pur troppo nota: e' potendo far passare i vinti sotto le leggi de' Goti vincitori, volle, che colle leggi proprie, colle quali eran nati e nudriti, vivessero. Permise, che sotto il suo Regno Roma fosse dallo stesso romano Senato governata: che giudicasse il Romano tra' Romani: tra' Goti e Romani, il Goto ed il Romano. Che quella religione ritenessero ch'avevan succhiata col latte[775], avversissimo d'introdurre novità, come quelle, che sogliono essere sempremai alle Repubbliche perniziosissime, e cagione di molti e gravi disordini.
La sua temperanza fu da Ennodio chiamata modestia sacerdotale: ei secondo l'usanza della sua Nazione parchissimo ne' cibi, e molto più sobrio nelle vesti. Nel suo Regno i Goti si mantennero continentissimi e casti, nè fu insidiata la pudicizia delle donne: _Quae Romani polluerant fornicatione_ dice Salviano[776], _mundant Barbari castitate_: ed altrove: _Impudicitiam nos diligimus, Gothi execrantur, puritatem nos fugimus, illi amant_. Vivevan di cibi semplicissimi, di pane, di latte, di cascio, di butirro, di carne, e sovente cruda, macerata solamente nel sale. Tralascio per brevità le sue virtù regie: infin oggi s'ammirano in Roma ed in Ravenna i monumenti della sua magnificenza negli edificj, negli acquedotti ed in altre splendide opere. Dal corso de' suoi fatti egregi, incominciando dalla puerizia, è pur troppo noto il suo valore, la fortezza, la sua magnanimità, il suo sublime spirito, ed il suo genio sempre a grandi e difficili imprese prontissimo. Principe e nella guerra e nella pace espertissimo, donde nell'una fu sempre vincitore, e nell'altra beneficò grandemente le città, ed i Popoli suoi: e la virtù sua giunse a tanto, che seppe contenere dentro a' termini loro, senza tumulto di guerre, ma solo con la sua autorità, tutti i Re barbari occupatori dell'Imperio. E per restituire l'Italia nell'antica pace e tranquillità, molte terre e fortezze edificò infra la punta del mare Adriatico e l'Alpi, per impedire più facilmente il passo a' nuovi Barbari, che volessero assalirla. Tanto ch'è costantissima opinione di tutti gli Scrittori, che mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma ed Italia, ma tutte l'altre parti dell'occidental Imperio libere dalle continue battiture, che per tanti anni da tante inondazioni di Barbari avevan sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine, ed assai felice stato si ridussero.
So che alcuni credono esser queste tante virtù di Teodorico, state imbrattate dall'insidie, e morte finalmente fatta dare ad Odoacre; e nell'ultimo della sua vita da alcune crudeltà cagionate per varj sospetti del Regno suo. con avere ancora fatto morire Simmaco, e Boezio suo genero, Senatori, ed al Consolato assunti: uomini di nobilissima stirpe nati, nello studio della filosofia consumatissimi, religiosissimi, e per fama di pietà e di dottrina assai insigni.
Ma se vogliano questi fatti attentamente considerarsi, la ragion di Stato difende il primo; e dell'essere stato crudele con Simmaco, e Boezio, dobbiamo di quello stesso incolpar Teodorico, di che fu incolpato da suoi domestici: _Id illi injuriae_, come dice Procopio, _in subditos primum, ac postremum fuit, quod non adhibita, ut solebat, inquisitione de viris tantis statuerat_. In questo solamente mancò Teodorico, ch'essendo stati per invidia imputati Simmaco, e Boezio di macchinar contro alla sua vita, ed al suo Regno, gli avesse senza usare molta inquisizione in caso sì grave, in cui richiedevasi somma avvedutezza, condennati a morte; del resto, come ben osservò Grozio[777], _Actum ibi, non de Religione, quae Boëthio satis Platonica fuit, sed de Imperii statu_. Non fu mosso certamente Teodorico da leggier motivo, ma per cagione di Stato, non già di religione, come alcuni credono. Ben si sono scorti, quali sentimenti fossero di questo Principe intorno a lasciare in libertà le coscienze degli uomini, ed appigliarsi a quella religione, che lor piacesse. Nè per Boezio poteva accader ciò, la cui religione fu più platonica, che cristiana. E se dee credersi a Procopio, ben di quel suo fallo poco prima di morire ne pianse Teodorico amaramente con intensissimo dolore del suo spirito; poichè essendosegli, mentre cenava, apprestato da' suoi Ministri un pesce di grossissimo capo, se gli attraversò nella fantasia così al vivo l'immagine di Simmaco, che parvegli quello del pesce essere il costui capo, il quale con volto crudele ed orribile lo minacciasse, e volesse della sua morte prender vendetta: tanto che spaventato per sì portentosa veduta, corsegli per le vene un freddo, che obbligatolo a mettersi a giacere, si fece coprir di molti panni; ed avendo raccontato ad Elpidio suo Medico ciò che gli era occorso, _In Simmacum, ac Boëthium quod peccaverat, deflevit: poenitentiaeque, ad doloris magnitudine, non multo post obiit_, come narra Procopio.
Giornande niente dice di sì strano successo, ma lo fa morire di vecchiezza, narrando, che Teodorico _postquam ad senium pervenisset, et se in brevi ab hac luce egressurum cognosceret_, fece avanti di lui convocare i Goti, e' principali Signori del Regno, a' quali disegnò per suo successore _Atalarico_, figliuolo d'Amalasunta sua figliuola, il quale morto Eutarico suo padre, pur dell'illustre stirpe degli Amali, non avendo più, che dieci anni, sotto la cura ed educazione di sua madre viveva. Non tralasciò morendo di raccomandare a' medesimi la fedeltà, che dovevan portare al Re suo nipote; raccomandò loro ancora l'amore e riverenza verso il Senato e Popolo romano, e sopratutto incaricò, che dovesser mantenersi amico e propizio l'Imperadore d'Oriente, col quale procurassero tener sempre una ben ferma e stabil pace e confederazione: il qual consiglio avendo religiosamente custodito Amalasunta, le cose de' Goti infinchè visse il suo figliuolo Atalarico, andaron assai prosperamente; poichè per lo spazio d'otto anni, che regnarono, mantennero il lor Reame in una ben ferma e tranquilla pace. Tale fu la morte di questo illustre Principe, che avvenne nell'anno 526 di nostra salute, dopo aver regnato poco men che 38 anni, e ridotta l'Italia, e queste nostre province nell'antica pace e tranquillità.
§. VII. _Di ATALARICO Re d'Italia._
Prese il governo del Regno per la giovanezza di Atalarico, Amalasunta sua madre. Principessa ornata di molte virtù, la quale uguagliò la sapienza de' più savj Re della terra; ella governò il Reame, e la giovanezza del suo figliuolo con tanta prudenza, che non cedeva guari a quella di Teodorico suo padre. Ella, appena morto costui, ricordevole de' suoi consigli, fece da Atalarico scrivere a Giustino I. Imperadore (il qual essendo succeduto ad Anastasio, allora imperava nell'Oriente) calde ed officiose lettere, per conservare tra essi quella concordia, che Teodorico aveva incaricata. Altre parimente ne fece scrivere al Senato ed al Popolo romano affettuosissime, e piene d'ogni stima le quali ancor oggi appresso Cassiodoro leggiamo[778].
Mantenne quell'istessa forma ed istituto nel governo che Teodorico tenne; nè durante il Regno di suo figliuolo permise, che alcuna cosa si mutasse: le medesime leggi si ritennero[779], gl'istessi Magistrati, l'istessa disposizione delle province, e la medesima amministrazione. Tutti i suoi studj erano di far allevare il giovine Principe alla romana, con farlo istruire nelle buone lettere e nelle virtù, tenendo per questo effetto molti maestri, che l'insegnassero. Ma i Goti, ed i Grandi della Corte dimenticatisi prestamente dei consigli di Teodorico mal sofferivano, che Amalasunta allevasse così questo Principe, e gridando, ch'essi volevano un Re, che fosse nudrito fra l'armi, come i suoi antecessori, fu ella in fine costretta d'abbandonarlo alla lor condotta, la quale fu tanto funesta a questo povero Principe, che caduto in molte dissolutezze, perdè affatto la salute, e venne in tale languidezza, che lo condusse ben tosto alla tomba: poichè appena giunto all'ottavo anno del suo regnare, finì nel 534 i suoi giorni. Origine, che fu de' mali e della ruina de' Goti in Italia, de' disordini, e delle tante rivoluzioni, che da poi seguirono, mentre già all'Imperio d'Oriente era stato innalzato da Giustino, Giustiniano suo nipote, quegli che per le tante sue famose gesta sarà il soggetto del seguente capitolo.
CAPITOLO III.
_Di GIUSTINIANO Imperadore, e sue leggi._
Mentre in Italia per la prudenza di Amalasunta conservavasi quella stessa pace e tranquillità, nella quale Teodorico aveala lasciata, ed il Regno d'Atalarico, come uniforme a quello del Re suo avolo, riusciva a' popoli clementissimo, fu da Giustino, richiedendolo il Popolo costantinopolitano, fatto suo Collega ed Imperadore Giustiniano suo nipote nel dì primo d'Aprile dell'anno di nostra salute 527. E morto quattro mesi da poi Giustino, cominciò egli solo a reggere l'Imperio d'Oriente[780]. Questi fu quel Giustiniano, cui i suoi fatti egregi acquistaron il soprannome di Grande; sotto di cui l'Imperio ripigliò vigore e forza, non men in tempo di pace, che di guerra, a cagion dei famosi Giureconsulti, che fiorirono nella sua età, e del valore di Belisario e di Narsete suoi illustri Capitani. Le sue prime grand'imprese furon quello adoperate in tempo di pace. Egli ne' primi anni del suo Regno s'accinse a voler dare una più nobil forma alla giurisprudenza romana, ed invidiando non men a Teodosio il Giovane, che a Valentiniano III quella gloria che acquistaronsi, l'uno per la compilazione del famoso Codice Teodosiano, e l'altro per la providenza data sopra i libri de' Giureconsulti, volle non pur imitargli, ma emulargli in guisa, che al paragone la fama di coloro rimanesse oscura e spenta; e nell'Oriente non meno, che nell'Occidente non più si rammentassero i loro egregi fatti.
§. I. _Del primo CODICE di GIUSTINIANO._
Adunque non ancor giunto al secondo anno del suo Imperio, nel mese di Febbrajo dell'anno 528 promulgò un editto, al Senato di Costantinopoli dirizzato, per la compilazione d'un nuovo Codice. Trascelse alla fabbrica di questa opera da tre Ordini gli uomini più insigni del suo tempo, da' Magistrati, da' Cattedratici, e da quello degli Avvocati: dall'Ordine de' Magistrati furon eletti Giovanni, Leonzio, Foca, Basilide, Tomaso, _Triboniano_, e Costantino: dei Professori, fu trascelto Teofilo; e dall'Ordine degli Avvocati Dioscoro, e Presentino, a' quali tutti fu preposto il famoso Triboniano, come lor Capo.
La forma, che a costoro si prescrisse, fu di dover da' tre Codici, Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano, raccorre le costituzioni de' Principi, che quivi erano, ed oltre a questo, di aggiugnervi ancora l'altre, che da Teodosio il Giovane, e dagli altri Imperadori suoi successori infin a lui erano state di tempo in tempo promulgate, eziandio quelle che si trovasse egli medesimo aver emanate; le quali tutte in un volume dovessero raccogliere. Prescrisse lor ancora l'istituto ed il modo, cioè di troncar quello, che in esse trovavan d'inutile e superfluo, togliere le prefazioni, levare affatto quelle, ch'eran tra loro contrarie, raccorciarle, mutarle, correggerle, e render più chiaro il loro sentimento: collocarle secondo l'ordine de' tempi, e secondo la materia, che trattano. Non tralasciassero a ciascheduna costituzione di porv'i nomi degl'Imperadori, che le promulgarono, il luogo, il tempo, e le persone a chi furon indirizzate: il tutto ad emulazione di Teodosio, come è manifesto dall'editto di Giustiniano, che leggiamo sotto il _tit. de novo Cod. faciendo_.
Impiegarono per tanto quest'insigni Giureconsulti le lor fatiche poco più d'un anno per la compilazione di questo nuovo Codice, tanto che nel principio del terzo anno del suo Imperio, e propriamente in Aprile dell'anno seguente 529 fu compiuto e promulgato: e con altro editto, che si legge sotto il _tit. de Justinianeo Cod. confirmando_, ordinò, che questo Codice solamente nel Foro avesse autorità, che i Giudici di quello si servissero, e che gli Avvocati non altronde, che da questo allegassero nelle contese forensi le leggi; proibì affatto i tre primi Codici, i quali volle, che rimanessero senza alcuna autorità, nè in giudicio potessero più allegarsi; donde nacque, che in Oriente s'oscurò il Codice di Teodosio. Il che però non avvenne in Occidente, e in Italia precisamente, ove, durante la dominazione de' Goti, questo di Giustiniano non fu ricevuto, e furono perciò più fortunati i successi del Codice Teodosiano in Occidente, che nell'Oriente, per opera di Giustiniano.