Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1
Part 22
Non diversi sentimenti intorno alle leggi romane portarono i suoi successori: _Reccaredo_ suo figliuolo (che fu il primo il quale lasciò l'Arianesimo per abbracciare la religione cattolica, dal che fu nomato il _Re Cattolico_, soprannome poi ripigliato da Alfonso, e Ferdinando Re d'Aragona, e dai suoi successori) _Liuba_ II. _Vitterico_, _Gundemaro_, _Sisebuto_, _Reccaredo_ II. _Svintila_, _Sisenando_, _Cintila_, _Tulca_, _e Chindesvindo_, Principi tutti Cattolici e religiosi, aggiungendo le loro leggi all'altre de' loro predecessori, fecion sì, che ne surse col correr degli anni questo nuovo _Codice_, delle leggi Vestrogote detto[685]. Le leggi che si hanno in quello, alcune portano in fronte il nome degli Autori, come di Gundemaro Re e degli altri, che regnarono dopo Evarico e Leovigildo: altre sono sotto il nome di legge antica, che potrebbero attribuirsi ad Evarico o più tosto a Leovigildo, che corresse ed accrebbe le costui leggi. Fu tanta l'autorità di questo Codice, che oscurò in queste province affatto lo splendore delle leggi romane; poichè Chindesvindo[686] Re dei Vestrogoti, che a Tulca succedè, promulgò un editto, per cui sbandì la legge romana da tutti i confini del suo Regno, e ordinò, che solo questo Codice s'osservasse, sotto vano e stupido pretesto, perchè quella ricercava troppo sottile interpetrazione. Ecco le parole del suo Editto[687]: _Alienae gentis legibus, ad exercitium utilitatis imbui, et permittimus, et optamus; ad negotiorum vero discussionem, et resultamus, et prohibemus. Quamvis enim eloquiis polleant, tamen difficultatibus haerent: adeo cum sufficiat ad Justitiae plenitudinem, et praesentatio rationum, et competentium ordo verborum, quae Codicis hujus series agnoscitur continere, nolumus, sive Romanis legibus, sive alienis institutionibus amodo amplius convexari_. Questa costituzione ritrovandosi per errore di Benedetto Levita registrata tra' Capitolari di Carlo M. diede occasione al Gonzalez[688] di credere, che Carlo fosse stato il primo a sterminare dal Foro l'uso delle romane leggi. _Recisvindo_ suo figliuolo, che nel Regno gli succedette, rinovò gli ordinamenti del padre, e volle, che fuor di questo Codice non s'ubbidissero altre leggi siano romane, ovvero Teodosiane, o d'altre straniere genti. _Nullus_, e' dice, _prorsus ex omnibus Regni nostri praeter hunc Librum, qui nuper est editus, atque secundum seriem hujus omnimode translatum, alium librum quocumque negotio in judicio offerre pertentet_[689]. Tenne Recisvindo il Regno dopo la morte del padre tredici anni, e morì in Toledo l'anno di nostra salute 672[690], nel quale _Vamba_ fu eletto suo successore.
Egli è però vero, che questo Codice ad emulazione di quello di Giustiniano fu compilato, e diviso perciò in dodici libri. I Compilatori ebbero presente ancora il Codice Teodosiano, e quello d'Alarico, come è manifesto dalle costituzioni, che in esso si leggono[691]. Si valsero ancora del Codice di Giustiniano, connumerando[692] i gradi della consanguinità coll'istesso ordine, e quasi coll'istesse parole, di cui si valse Giustiniano ne' libri delle Instituzioni; e quel ch'è più notabile, fu con puro latino scritto, e non già con quello stile insulso e barbaro, del quale valevansi l'altre Nazioni; tanto che Cujacio[693] perciò ne prende argomento, che fosse quella gente più culta di tutte l'altre. E fu cotanta l'autorità di questo Codice, che non solo presso agli Vestrogoti, ma anche appo l'altre Nazioni ebbe vigore e fermezza, siccome presso a' Borgognoni, ed a' Sassoni; anzi ne' Concilj tenuti in Toledo spesso le sue costituzioni s'allegano, e di quelle sovente fassene illustre ed onorata memoria: onde si videro nella Spagna in cotal guisa mescolate le leggi romane con quelle de' Goti; e non pure in questa età, ma anche ne' tempi susseguenti furon osservate non solo da' Goti, ma anche da' Saraceni[694], i quali dopo l'anno 715 avendo inondata la Spagna, le ritennero, nè nuove leggi v'introdussero, salvo che alcune poche intorno a' giudicj criminali, come della bestemmia del falso lor Profeta Maometto; ed ultimamente questi essendo scacciati, da' Re Spagnuoli stessi furon ritenute, come per la testimonianza di Roderico scrisse Grozio[695], fino al Regno d'Alfonso IX o X, il quale, essendo, cancellate in buona parte per disusanza le leggi de' Goti, introdusse nella Spagna le romane, che nell'idioma spagnuolo, per opera di Pietro Lopez, e di Bartolomeo d'Arienza fece tradurre e divulgare, le quali ora ritengono tutto il vigore, e leggi delle Partite s'appellano[696].
Questo Codice delle leggi degli Vestrogoti, noi lo dobbiamo alla diligenza di Pietro Piteo, il qual fu il primo, che comunicollo a Giacomo Cujacio, della qual cortesia tanto se gli dimostra tenuto. Nè io voglio che mi incresca di qui recarne le sue parole[697]: _Gothorum, sive Visigothorum Reges qui Hispaniam, et Galiciam Toleto Sede Regia tenuerunt, ediderunt XII Constitutionum libros, aemulatione Codicis Justiniani, quorum auctoritate utimur saepe libenter, quod sint in eis omnia fere petita ex jure civili, et sermone latino conscripta, non illo insulso caeterarum gentium, quem nonnunquam legimus ingratis: ut gens illa maxime, quae consedit in Hispania, plane cultior caeteris, hoc argumento fuisse videatur. Communicavit autem mihi ultro Petrus Pitheus, quem ego hominem, et si amore, et perpetuo quodam judicio meo dilexi semper vix jam ex ephebo profatus fore, ut probitate, et eruditione aequalium suorum, nemini cederet: tamen pro singulari isto beneficio, maximam modo animi benevolentiam, et summa, ac singularia studia omnia me ei debere confiteor, idemque erit erga eum animus bonorum omnium, si, quod vehementer exopto, eos libros in publicum conferre maturaverit_. Ciò che Cujacio desiderava, fu da Piteo già adempiuto; poichè non guari da poi, permise, che questi libri si dassero alle stampe, come e' dice, scrivendo ad Odoardo Moleo: _Imo etiam, ne quid Orienti Occidens de eadem gente invideret, legis Visigothorum libros XII ut tandem aliquando ederentur, concessi_[698]. A costui parimente dobbiamo l'_Editto_ di Teodorico Ostrogoto Re d'Italia, di cui più innanzi favelleremo.
Nè perchè la Spagna fu poi invasa da' Saraceni, mancò ivi affatto il nome e 'l sangue de' Goti, siccome non mancarono le loro leggi. Vanta con ragione la maggior parte della Nobiltà di quel Regno ritenerne non meno il sangue, che i nomi: ed in fatti, come osservò Grozio[699], nomi Gotici sono quelli di Ferdinando, di Frederico, Roderico, Ermanno, e altri consimili, che gli Spagnuoli ritengono. I Re medesimi di Spagna vantarono, e vollero esser creduti discender essi dal figliuolo di Favilla _Pelagio_, nato di regia stirpe, il quale nell'irruzione Saracinesca avendo raccolte le reliquie delle sue genti in Asturia, quivi si mantenne, ancor che in tenue fortuna, ma con nome regio, sperando, che la sua posterità un tempo, come poi avvenne, potesse ricuperare i loro aviti Regni: _Ad hunc_, come dice Mariana, _Hispaniae Reges nunquam intercisa serie cum semper, aut parentibus filii, aut fratres fratribus successerint, clarissimum genus referunt_. Frouliba, moglie di Pelagio, fu ancor ella Gota, ed il suo genero _Aldefonso_ fu parimente Goto del sangue del Re Reccaredo. Goti furon dunque, e della regal stirpe de' _Balti_, i Re di Spagna, i quali per lo spazio di settecento anni avendo con istancabili e continue fatiche purgata la Spagna dall'inondamento Arabico, stesero finalmente il loro dominio non pure sopra gran parte d'Europa, dell'Affrica, e dell'Asia, ma si sottoposero un nuovo e sconosciuto Mondo, e ressero ancora per lunga serie d'anni queste nostre province, che ora compongono il Regno di Napoli.
Abbiam riputato diffonderci alquanto intorno alla serie di questi Principi vestrogoti, ed intorno alla varia fortuna della giurisprudenza romana, ch'ebbe presso a' medesimi nella Francia e nella Spagna, con parlarne separatamente da quello, che n'avvenne fra gli Ostrogoti nell'Italia; non solamente per additar l'origine de' Re di Spagna, da' quali ne' secoli più a noi vicini fu questo nostro Reame governato, ma anche, perchè si distinguessero le vicende della giurisprudenza romana appresso queste due Nazioni, le quali non ebbero in ciò uniformi sentimenti, ma totalmente opposti e diversi. E tanto maggiormente dovea ciò farsi, quanto che gli Scrittori mischiano le leggi degli uni e degli altri: nè ponendo mente alla serie e genealogia di questi Principi, e alle varie abitazioni ch'ebbero, confondono gli uni cogli altri, e credon, che in Italia appresso gli Ostrogoti avesse avuta parimente autorità questo Codice, con ascrivere a' Principi ostrogoti ciò che gli vestrogoti fecero. Nel qual errore non possiamo non maravigliarci d'esservi incorso eziandio il diligentissimo Arturo Duck[700], il quale senza tener conto de' tempi e delle regioni diverse dominate da questi Principi, fra i Re Vestrogoti confonde Atalarico Ostrogoto, e con ordine al quanto torbido e confuso tratta questo soggetto.
CAPITOLO II.
_De' Goti orientali, e loro editti._
Degli Principi ostrogoti dell'illustre Casa degli _Amali_ lunga serie ne fu da Giornandes tessuta nelle sue istorie[701]; prima d'_Ermanarico_ se ne contano ben sei, _Amalo_, _Isarna_, _Ostrogota_, che fiorì nell'Imperio di Filippo, _Cniva_, _Ararico_, e _Geperico_. Ermanarico poi fu quegli, che distese più d'ogni altro i confini del suo Regno, e soggiogò molte Nazioni. Egli fu un Principe di molto valore, ma d'assai maggior felicità: la sua morte recò alla condizione degli Ostrogoti non piccolo detrimento; poichè lui estinto, i Vestrogoti si separarono, ed a' tempi dell'Imperador Valente elessero _Fridigerno_ per lor Capitano, indi _Atanarico_ per loro Re, e dopo costui, nell'Imperio d'Onorio, _Alarico_, la serie de' cui successori, che regnaron prima in Francia, e poi in Ispagna, s'è di sopra rapportata. _Vinitario_ dell'istessa stirpe degli Amali ad Ermanarico succedè; ma costui quantunque ritenesse le medesime insegne del Principato, nulladimeno rimasero gli Ostrogoti sottoposti agli Unni, come quelli, che nelle loro regioni dimoravano. Mal sofferendo perciò Vinitario l'Imperio degli Unni; andavasi pian piano studiando di sottrarsi dal giogo loro, infin che gli venne fatto d'impadronirsi della persona di Box loro Re, de' suoi figliuoli, e di settanta de' principali Signori del suo Reame, che tutti per terribile esemplo degli altri affisse in croce, e per più giorni fece veder pendenti i loro cadaveri; ma non potè godere della libertà del suo Imperio, che per un sol anno, perchè avendogli mossa guerra il Re Balambro, ancorchè nella prima e seconda battaglia rimanesse costui vinto, e molta strage degli Unni seguisse; nella terza però fu Vinitario ucciso per un colpo di saetta, che gli percosse il capo, da Balambro stesso avventatagli. Confusi perciò e costernati gli Ostrogoti, tutti all'imperio di Balambro si sottoposero; ma per aversi questo Principe sposata Valadamarca nipote di Vinitario, ricevettero molte onorevoli condizioni di pace; poichè avvegnachè rimanessero agli Unni sottoposti, non mancavan però con consiglio e permissione de' medesimi d'eleggersi sempre un loro Re, che gli governasse. Ebbero perciò dopo la morte di Vinitario, _Unimondo_ figliuolo del già famoso e potente Re Ermanarico. A costui succede _Torrismondo_ suo figliuolo, prode e valente giovane, che contra i Gepidi riportò sovente grandi vittorie: la memoria del quale fu tanto cara appo gli Ostrogoti, che, lui estinto, per quarant'anni vollero vivere senza Re, insino a _Valamiro_. Fu Valamiro figliuolo di Vandalario nato da un fratello di Ermanarico, e perciò di Torrismondo consobrino[702]. Da costui nacquero tre figliuoli, _Valamiro_, _Teodemiro_, e _Videmiro_, ne' quali conservavasi l'illustre famiglia degli Amali. Valamiro fu assunto al Regno, ma fra questi fratelli fu cotanto l'amore e la gratitudine, che scambievolmente l'uno all'altro porgeva la sua opera perchè conservassero in pace il Regno. Erano però sottoposti ad Attila Re degli Unni, al cui Imperio era uopo ubbidire; nè era lor permesso di ricusare di combatter sovente contra gli Vestrogoti stessi loro parenti, così portando la necessità della suggezione nella quale trovavansi.
Ma la dominazione degli Unni nelle parti Orientali, per la morte d'Attila lor valoroso ed invitto Re, venne miseramente a mancare; poichè avendo questo Principe di se, e delle molte sue mogli procreati innumerabili figliuoli; mentre essi fra loro pugnano e contendono per la successione del Regno, vennero tutti a perderlo: perocchè Ardarico Re de' Gepidi approfittandosi delle loro contese, fece d'essi misera strage, e gli disperse in guisa, che l'altre Nazioni, le quali erano sotto gli Unni, per sì prosperi avvenimenti poterono scuotere il giogo della loro servitù, ed insieme co' Gepidi ricorrere a Marciano, che allora imperava nell'Oriente, perchè stabilmente a loro distribuisse quelle regioni, ch'essi col proprio valore avevano sottratte dalla tirannide degli Unni.
Era Marciano nell'anno 450 succeduto a Teodosio il Giovane nell'Imperio d'Oriente, il quale con gratissimo animo ricevendogli in protezione, concedè loro la pace, e assegnò a' Gepidi interamente la Dacia, sede, che fu degli Unni, da' quali essi l'avevano ricuperata. I Goti scorgendo, che i Gepidi se l'avrebbono ben difesa, per non contrastar con essi, amaron meglio, che si assegnasser loro del romano Imperio altre terre, come fu fatto; onde nella Pannonia trasferirono la loro sede. I confini della Pannonia erano allora, verso l'Oriente la Mesia superiore, dal Mezzo Giorno la Dalmazia, dall'Occidente il Norico, e dal Settentrione il Danubio: provincia ornata di più città fra le quali sopra tutte s'innalzava Sirmio, ove gl'Imperadori sovente solevan fermarsi.
Trasferita adunque dagli Ostrogoti la lor sede nella Pannonia, vissero lungo tempo sotto il Regno di Valamiro loro Re, e di Teodemiro e Videmiro suoi fratelli; i quali ancorchè divisi di luoghi, che fra essi ripartironsi, eran però ne' consigli e nelle deliberazioni così strettamente uniti e congiunti, che da un solo sembrava esser la Pannonia retta e governata[703]. Questi spesso ributtarono le armi, che loro venivan mosse da' figliuoli d'Attila, i quali riputandogli desertori del loro Imperio, sovente gli assalivano, sin che sconfitti da Valamiro, nella Scizia non furon confinati. Nacque a Teodemiro in questo stesso giojoso tempo della vittoria riportata contro a' figliuoli d'Attila, _Teodorico_, quegli che fin da' suoi natali dando di se alte speranze, per le sue nobili maniere ed eccellenti virtù, entrato in somma grazia dell'Imperador Zenone, ebbe la fortuna per molti anni con nome regio di signoreggiar l'Italia, e queste nostre province.
Continuavasi intanto fra l'Imperador Marciano e Valamiro, e suoi fratelli una perfetta e stabil pace; ma offesi questi, che nella Corte imperiale di Costantinopoli, un tal Teodorico figliuolo di un soldato veterano, se ben Goto, però non della stirpe degli Amali, aveva tirato a se gli animi di tutti, e che dall'Imperadore niun conto d'essi facevasi, sottraendosi loro gli stipendj, che solevan dall'Imperio ricevere: sdegnati perciò acerbamente, mossero incontanente centra l'Imperio l'armi, e posero sossopra la Dalmazia, e l'Illirico. Prestamente l'Imperadore mutò sentimenti: laonde per tenergli amici, mandò Ambasciadori a stabilir con essi con più forte nodo una più ferma e stabil pace, offerendo loro non pur quegli stipendj, che per lo passato aveva denegati, ma anche tutto ciò, che fin a quel tempo dovevano conseguire, obbligandosi eziandio di corrispondergli nell'avvenire, purchè essi si contenessero ne' loro confini, nè guerra all'Imperio portassero. Furono accordate le condizioni: ma l'Imperadore per istar maggiormente sicuro, volle che per ostaggio si desse il fanciullo Teodorico figliuolo di Teodemiro. Ripugnava l'affettuoso padre, nè poteva soffrire, che sì caro pegno se gli togliesse; ma finalmente persuaso dalle preghiere di suo fratello Valamiro glie lo concedette. Fu per tanto fermata tra Goti e Romani una ferma e stabil pace, pegno della quale fu Teodorico, che, dato in ostaggio, fu in Costantinopoli portato nelle mani dell'Imperador Lione il Trace, ch'allora era in Oriente a Marciano succeduto, il quale per l'avvenenza e gentili maniere del fanciullo, così caro l'ebbe, che più di proprio figliuolo l'amò e ritenne.
Essendosi adunque i Goti con sì forte nodo di pace stretti co' Romani, contra varie Nazioni, che con loro confinavano, sovente mossero l'armi: ma ecco che mentre Valamiro valorosamente combatte i Sciti, sbalzato dal suo cavallo, fu da essi ucciso, onde i Goti per vendicar la morte del Re loro, pugnarono sì fortemente contro a' medesimi, che affatto l'estinsero, e debellarono. Muove altresì Teodemiro l'armi contro a' Svevi, ed Alemanni, e di essi fa crudel macello, gli disperde, e quasi affatto gli estingue: e mentre trionfando ritorna nella Pannonia sua sede, ecco che Teodorico suo figliuolo dato in ostaggio, se ne ritorna da Costantinopoli onusto di doni, licenziato dall'Imperador Lione, perchè in libertà piena godesse il patrio suolo.
Ritornato Teodorico nella Pannonia, appena uscito dalla puerizia, non avendo diciotto anni finiti, comincia a dar di se saggi d'incredibil valore; poichè senza che Teodemiro suo padre il sapesse, raguna molte truppe de' suoi più ben affezionati, ed il numero di poco men, che seimila uomini unendo, valica il Danubio, e contra Babai Re di Sarmati porta le sue armi, il quale poco anzi aveva trionfato di Camundo Capitan romano; lo vince, l'uccide, e sopra lui piena vittoria riportando, sorprende anche la città di Semandria, che da' Sarmati era stata occupata, nè la rende a' Romani, ma al suo Reame la sottomette.
Ma mentre i Goti così depredano i lor vicini, vie più cresce l'ardore di dilatare i lor confini, e cercare in altre parti più agiate sedi: Videmiro per tanto si dispone co' suoi di passar in Italia, come fece, ma appena ivi giunto, furon da inaspettata morte troncati tutti i suoi disegni; onde succedutogli nel Regno il figliuolo, che _Videmiro_ parimente nomossi, questi confortato da Glicerio, ch'allora imperava nell'Occidente; da Italia nella Gallia volse il suo cammino, ed unitosi cogli Vestrogoti suoi parenti, potè co' medesimi purgar la Gallia, e le Spagne da molte Nazioni che l'infestavano, e difendere quelle province centra l'invasione de Vandali.
Teodemiro all'incontro suo zio con Teodorico suo figliuolo, stimolato anche da Gezerico Re de' Vandali, verso la Dalmazia e l'Illirico portò le sue armi, prende Neissa principal città di questa provincia, indi Ulpiano, e tutti gli altri luoghi, ancorchè inaccessibili quelli ti fossero; sottomette al suo Imperio Eraclea, e Larissa città della Tessaglia: trascorre più oltre, ed all'impresa di Tessalonica ancor aspira. Trovavasi alla guardia di questa città Clariano Patrizio e Capitan romano, il quale colto così inaspettatamente da Teodemiro, e considerando le sue forze non sufficienti a potergli resistere, gli mandò Legati con molti doni, perchè dall'assedio di quella città si rimanesse. Furon accordate tosto le condizioni di pace, lasciandosi a' Goti tutti que' luoghi, che eransi a loro renduti, cioè Ceropellas, Europo, Mediana, Petina, Bereo, e gli altri paesi dell'Illirico, ove i Goti col loro Re, deposte l'armi, tranquillamente si posarono. Non molto da poi gravemente infermossi Teodemiro, il quale convocati i Goti, avendo disegnato ad essi Teodorico suo figliuolo per loro Re e suo successore, da tutti compianto, finì i giorni suoi[704].
§. I. _Di TEODORICO ostrogoto, Re d'Italia._
Intanto l'Italia per la morte di Valentiniano III, accaduta nell'anno 455[705] era per la variazione di tanti Principi e Imperadori tutta sconvolta e miseramente afflitta: _Massimo_, autor dell'infame assassinamento, si fece acclamar Imperadore d'Occidente, e sposò Eudossia moglie di Valentiniano, e figliuola di Teodosio; ma avendole manifestato, ch'egli era stata la cagione della morte del suo primo marito, ella chiamò dall'Affrica Genserico Re de' Vandali, il quale venne con potente armata in Italia, ed entrato in Roma interamente la devasta e saccheggia, e Massimo, mentre fugge, fu dal Popolo romano lapidato e sbranato. Dopo aver Genserico scorse molte province, volgesi in dietro con proposito d'abbandonarla, e ripassare in Affrica: scorre per la nostra Campagna, e tutta la devasta e scompiglia, prende Capua e Nola, e molte altre città di questa provincia sono distrutte e poste a sacco: indi a Cartagine fece ritorno. _Avito_ in queste turbolenze col favor degli Vestrogoti si fece in Francia gridar Imperadore, ma ben presto lasciò la porpora; poichè Marciano Imperadore, che, come si disse, era succeduto nell'Imperio d'Oriente a Teodosio il Giovane, avendo intesa la morte di Massimo, proccurò, che dal Senato e da' soldati si creasse Imperadore _Maggioriano_, come seguì nell'anno 457. Fu questi non molto da poi per opera di _Severo_ fatto uccidere, il quale s'intruse nell'Imperio; ma non passò il terzo anno, che Severo fu fatto privar di vita da Ricomero, il quale stabilì in suo luogo _Antemio_; ebbe questi ancora il favor di Lione, che nell'anno 457 per la morte di Marciano era nell'Imperio d'Oriente succeduto. Ma essendosi da poi contra Antemio dichiarato Ricomero, fu da costui parimente fatto morire nell'anno 472, e fece in suo luogo collocare _Olibrio_, il quale non regnò più, che otto mesi, e _Glicerio_ più per la sua potenza, e per essere sostenuto dai Vestrogoti, che per libera elezione, fu in Ravenna dichiarato Imperadore. Ma questi appena finì un anno d'Imperio, che Giulio _Nipote_ nell'anno 474 lo fece deporre, e prese egli il titolo d'Imperadore: Oreste stabilito da lui Generale delle sue armi, si ribellò contro di esso, e fece dichiarare in Ravenna suo figliuolo _Augustolo_ Imperadore.
I Principi stranieri vedendo tanta confusione e disordine presso a' Romani, ben pensarono d'approfittarsene, siccome fece già Evarico vestrogoto, e fecero molti altri; ma nel Regno d'Augustolo, crescendo via più il disordine, venne fatto agli Eruli e Turingi, sotto _Odoacre_ lor Capitano, invitato anche dagli amici di Nipote, d'occupar finalmente l'Italia: uccide Oreste, e discacciato dall'Imperio Augustolo, lo manda in Napoli in esilio nel Castello di Lucullo, che ora noi diciamo dell'Uovo[706]. Ed ecco in Augustolo estinto l'Imperio de' Romani in Occidente in quest'anno 476 tanto che ebbe a dire Giornande: _Sic quoque Hesperium Romanae Gentis Imperium, quod septingentesimo vigesimo tertio Urbis conditae anno, primus Augustorum Octavianus Augustus tenere coepit, cum hoc Augustolo periit, anno decessorum, praedecessorumque Regni quingentesimo sexto; Gothorum dehinc Regibus, Romam, Italiamque tenentibus_. Terminò ancora nella sua persona il nome d'Imperador d'Occidente, perchè Odoacre essendosi renduto padrone di Italia, non prese altra qualità, che di Re.