Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1
Part 21
I varj moti civili, le grandi mutazioni di Stato, e le vicende della giurisprudenza romana, che avvennero dopo la morte di Valentiniano III infino al Regno di Giustino II Imperadore, saranno il soggetto di questo libro. Si narreranno gli avvenimenti di un secolo, nel quale nuovi dominj, straniere genti, e nuove leggi vide l'Italia, e videro queste nostre province, che ora compongono il Regno di Napoli. Infino a questo tempo non altri Magistrati si conobbero, non altre leggi, se non quelle de' Romani: da ora innanzi si vedranno mescolate con quelle di straniere Nazioni, le quali, ancorchè barbare, meritan però ogni commendazione, non solo per le molte ed insigni virtù loro, ma anche perchè furon delle leggi romane così ossequiose e riverenti, che non pur non osaron oltraggiarle, ma con somma moderazione, contro alle leggi della vittoria, che dettavano di far passare i vinti sotto le leggi dei vincitori, le ritennero. Non aspettino per tanto i Lettori, che dovendo io in questo, e ne' seguenti libri favellar de' Goti, de' Longobardi, e de' Normanni, che hanno una medesima origine, debbia, come han fatto moltissimi, aspramente trattargli da inumani, da fieri, e da crudeli, ed avere le loro leggi per empie, ingiuste, ed asinili, come vengon per lo più da' nostri Scrittori riputate. Splenderà ancora nelle gesta de' loro Principi, non meno la fortezza e la magnanimità, che la pietà, la giustizia, e la temperanza; e le loro leggi, e i loro costumi, se bene non potranno paragonarsi con quelli degli antichi Romani, non dovranno però posporsi a quegli degli ultimi tempi dello scadimento dell'Imperio, ne' quali la condizione d'esser Romano divenne più vile ed abbietta, che quella di coloro, che barbari e stranieri furono riputati.
Dovendo adunque prima d'ogn'altro favellar de' Goti, non è del mio instituto, che venga da più alti principj a narrar la loro origine, e da qual parte del Settentrione usciti, venissero ad inondare queste nostre contrade. Non mancano Scrittori, che ci descrissero la loro origine, i progressi, e le conquiste sopra varie regioni d'Europa; ed ultimamente l'incomparabile Ugone Grozio[632] ne trattò con tanta esattezza e dignità, che oscurò tutti gli altri: quel che però dee sommamente importare, sarà il distinguere con chiarezza i Goti Orientali dagli occidentali: poichè dall'avergli alcuni nostri Autori confusi e non ben distinti, han parimente confuse le loro leggi e costumi, ed appropriato agli uni ciò, che s'apparteneva agli altri, come si vedrà chiaro più innanzi nel corso di questo libro.
L'origine del loro nome non è molto oscura: essi che per l'ospitalità e cortesia verso i forastieri furono assai rinomati e celebri, anche prima che abbracciassero il Cristianesimo, s'acquistarono presso a' Germani il nome di buoni: _Boni_, dice Grozio[633] _Germanis sunt Goten, aut Guten_: onde avvenne, che poi presso a tutte l'altre Nazioni d'Europa _Goti_ s'appellassero. Furono divisi secondo i siti delle regioni, che abitarono, in Goti Orientali, o siano _Ostrogoti_, e Goti Occidentali, ovvero _Westrogoti_, che i Latini corrottamente chiamarono Visigoti. Quegli ch'abitarono le regioni più all'Oriente rivolte verso il Ponto Eussino, insino al fiume Tiras, e che poi con permissione degli Imperadori orientali ebbero la Pannonia, la Tracia, ed ultimamente l'Illirico per loro sede, furon appellati _Ostrogoti_, ed eran governati da Principi della non meno antica, che illustre Casa degli _Amali_, donde trasse la sua origine Teodorico Ostrogoto, che resse queste nostre province. Gli altri, che verso Occidente furono rivolti, e che a' tempi d'Onorio ressero l'Aquitania, e la Narbona, e da poi molte province della Spagna, _Westrogoti_ furon nominati: questi erano comandati dai Principi della Casa de' _Balti_: gente illustre altresì, ma non quanto la stirpe degli Amali, la quale in nobiltà teneva il vanto: Tolosa fu la loro sede, capitale della provincia, detta poi per la loro residenza questa contrada Guascogna, che tanto vuol dire in loro lingua, quanto Gozia Occidentale[634]; benchè altri dicano, che da' Vasconi, popoli di Spagna, che varcati i Pirenei occuparono questa provincia, fosse detta Guascogna.
CAPITOLO I.
_De' Goti orientali, e delle loro leggi._
I Principi Vestrogoti della stirpe de' Balti, essendo stata loro sotto l'Imperio d'Onorio, da questo Principe stabilmente assegnata l'Aquitania, e molte altre città della Narbona, in Tolosa fermaron la loro sede, onde poi Re di Tolosa si dissero. Essi a tutto potere proccuravano stender il lor dominio nell'altre province della Gallia, e delle Spagne, le quali eran da' Vandali malmenate ed oppresse. Più volte a _Vallia_, che, come si disse nel precedente libro, a Rigerico successor di Ataulfo succedè, fortunatamente avvenne, che nelle Spagne trionfasse d'essi, e lor desse molte gravi, memorabili rotte. Morì Vallia, dopo aver riportate contro a' Vandali tante vittorie, in Tolosa l'anno di Cristo 428 ed a lui succedè nel Regno _Teodorico_[635]. Gli scrittori variano nel nome di questo Principe: Gregorio di Tours[636] lo chiama Teudo: Isidoro, Teudorido: Idacio, Teodoro; ma noi seguendo Giornandes[637] Scrittore il più antico, e 'l più accurato delle cose de' Goti lo chiameremo con Alteserra[638] _Teodorico_. Resse questo Principe l'Aquitania anni ventitrè, prode ed eccellente Capitano, che contro ad Attila ne' campi di Chaalon diede l'ultime prove del suo valore: fu egli in questa battaglia gravemente ferito, e sbalzato di cavallo restò tutto infranto, ed indi a poco morì. Lasciò di lui sei figliuoli maschi, Torrismondo, Teodorico il Giovane, Federico, Evarico, Rotemero, ed Aimerico, ed una figliuola, che collocolla in matrimonio con Unnerico figliuolo di Gizerico Re de' Vandali.
_Torrismondo_ adunque succedè nel Reame, il quale, ancorchè si fosse trovato insieme col padre contro ad Attila, e fosse stato in quella battaglia ferito, intesa ch'ebbe la morte del medesimo, tornò subito in Tolosa, ove con universale acclamazione fu nel Trono regio assunto[639]. Il Regno di questo Principe ebbe brevissima durata, e se dee prestarsi fede ad Isidoro, non imperò più che un sol anno; poichè per opera di Teodorico e Federico suoi fratelli, che mal soffrivan il suo governo, fu crudelmente ucciso[640].
_Teodorico il Giovane_ suo fratello gli succedè nel Regno: Principe, secondo Sidonio Apollinare[641], dotato di nobili ed eccellenti virtù: ed ancorchè il genio degli Vestrogoti mal s'adattasse alle leggi romane, contra il costume degli Ostrogoti, che l'ebbero sempre in somma stima e venerazione, fu non però Teodorico II amantissimo delle medesime, e n'ebbe grandissima stima.
Gli Vestrogoti per le continue guerre, ch'ebbero co' Romani, furon non poco avversi alle leggi romane; tanto che parlando de' loro tempi, ebbe a dire Claudiano[642] : _Moerent captivae pellito judice leges_. Ataulfo loro Re, che, come si disse, ad Alarico I succedè, per la ferocia del suo animo, già meditava d'esterminarle in tutto; ma raddolcito per le continue persuasioni e conforti di Placidia sua moglie cotanto da lui amata, se n'astenne, e mutò consiglio; ed ancorchè i suoi Goti mal ciò soffrissero, pur egli appresso Orosio[643] confessò, che non poteva senza quelle la Repubblica perfettamente conservarsi, nè gli dava il cuore di toglierle affatto: _Neque Gothos, e' dice, ullo modo parere legibus posse, propter effraenatam barbariem, neque Reip. interdici leges oportere, sine quibus Resp. non est Respublica_. Onde narrasi[644], che questo Principe nell'anno 412 avesse per pubblico editto comandato a' suoi sudditi, che le leggi de' Romani insieme co' costumi de' Goti osservassero. Goldasto[645] tra le costituzioni imperiali ne rapporta l'editto, ma si vede esser conceputo coll'istesse parole poc'anzi riferite di Orosio, e molte cose in esso aggiunte, che in quell'Autore non sono.
Ma a Teodorico il Giovane, del quale si favella, fu in tanto pregio lo studio delle romane leggi, che Sidonio Apollinare[646] introducendolo in un suo Carme a parlar con Avito, così gli fa dire:
————— _mihi Romula dudum_ _Per te jura placent._
Ed altrove[647] chiamò questo Teodorico _.... Romanae columen, salusque gentis_. Ed appresso Claudiano, parlandosi di questo Principe, come osservò Grozio[648] pur si legge, _Vindicet Arctous violatas advena leges_. Nè gli Vestrogoti, ne' tempi di questo Re, o de' suoi predecessori ebbero proprie leggi scritte, nè si presero mai cura di formarle.
Ma morto Teodorico nel decimoterzo anno del suo Regno, essendogli stato renduto da Evarico ciò che egli fece a Torrismondo, succedette nel Reame _Evarico_ suo fratello. Questi fu il primo, che diede a' Goti le leggi scritte, come ce n'accerta Isidoro[649]: _Sub hoc Rege Gothi legum instituta scriptis habere coeperunt, nam antea tantum moribus, et consuetudine tenebantur_: per la qual cosa da Sidonio[650] in un epistola, che dirizzò all'Imperadore Lione, fu celebrato Evarico per Principe saggio, e conditor di leggi: _Modo per promotae limitem sortis, ut Populos sub armis, sic fraenat arma sub legibus_.
Nel Regno di questo Principe cominciaron le leggi de' Romani ad oscurarsi, non già in Italia, ma nell'Aquitania, e nella Narbonia, ed in alcun'altre province della Spagna; poichè queste nuove leggi, che _Teodoriciane_ furon dette, proposte per opera de' Goti a' provinciali, si fece in modo, che le _Teodosiane_ non cotanto s'apprezzassero, ed al deterioramento di quelle non poco vi cooperò ancora la malvagità de' proprj romani Ufiziali, e particolarmente di _Seronato_ Prefetto allora delle Gallie, il quale favorendo le parti de' Goti, e tradendo il suo proprio Principe, era ai Romani avversissimo; tanto che da Sidonio[651] era chiamato il _Catilina_ di quel secolo. Costui fu pernizioso a' Romani stessi, non solamente per le gravi perdite cagionate dalla sua ribalderia all'Imperio d'Occidente nella Gallia, ma molto più per lo disprezzo e vilipendio, che faceva delle leggi Teodosiane, con innalzare all'incontro quelle de' Goti. Ancor oggi appresso Sidonio[652] si leggono le querele de' provinciali contra costui: _Exultans Gotis, insultans Romanis, illudens Praefectis, colludensque numerariis, leges Theodosianas calcans, Teodoricianasque proponens, veteres culpas, nova tributa perquirit_. Onde si vide in questi tempi la condizione de' Romani, per la rapacità di quest'uomo pestilente, che d'eccessivi ed esorbitanti tributi gli caricava, ridotta in tale stato, che come fu detto nel I libro, i provinciali eleggevan più tosto la servitù de' Goti, che la libertà de' Romani; onde Salviano[653] d'essi parlando disse: _Passim, vel ad Gothos, vel ad Bagaudas, vel ad alios ubique dominantes Barbaros migrant et commigrasse non poenitet; malunt enim sub specie captivitatis vivere liberi, quam sub specie libertatis esse captivi. Itaque nomen civium Romanorum aliquando non solum magno aestimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur, ac fugitur, nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur_. Paolo Orosio[654] attesta ancora, che i provinciali eleggevan più tosto tra' Barbari vivere, che tra' Romani: _Qui malint inter Barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem substinere_. Quindi Isidoro[655] potè conchiudere: _Unde, et hucusque Romani, qui in Regno Gothorum consistunt, adeo amplectuntur, ut melius sit illis cum Gothis pauperes vivere, quam inter Romanos potentes esse, et grave jugum tributi portare_. Ma cotanta ribalderia di Seronato non rimase lungo tempo impunita, poichè strascinato in Roma, fugli tronco il capo, in cotal guisa soddisfacendo la pena di tante sue scelleratezze.
Furon le leggi da Evarico stabilite chiamate _Teodoriciane_, non perchè riconoscessero per loro Autori i due Teodorici di sopra memorati, come diedesi a credere il Baronio[656], che ne fece Autore Teodorico il Giovane predecessore d'Evarico, poichè a tempo dei medesimi niuna legge scritta ebbe questa Nazione. Molto meno furon così appellate, perchè forse l'Autore di quelle fosse stato Teodorico Ostrogoto Re d'Italia, come altri si persuasero: perocchè questo Principe, come diremo più innanzi, ebbe sentimenti assai diversi intorno alla cura delle leggi romane, e regnò molto tempo da poi in Italia, morto già Sidonio Apollinare, il quale non poteva nomar queste leggi Teodoriciane, perchè questo Teodorico ne fosse Autore. Teodorico Ostrogoto, come dirassi, regnò in Italia ne' tempi di Anastasio Imperador d'Oriente nell'anno 493 e 500, quando Sidonio Apollinare era già morto, com'è manifesto appresso Gregorio di Tours[657]; laonde meritamente fu da Cironio[658] incolpato d'errore Cujacio, che Autore di queste leggi ne fece Teodorico Re d'Italia.
Sirmondo, e Dadino Alteserra[659] saviamente dissero, che fossero queste leggi chiamate _Teodoriciane_ per paranomasia, per opporle alle _Teodosiane_, acciocchè siccome i Romani valevansi delle Teodosiane, così i Goti avessero leggi proprie, che con diverso senso, ma con conforme suono si dicessero _Teodoriciane_: ma siccome osservò Cironio[660], sarebbe questa una _paranomasia_ troppo insulsa, se Evarico non fosse stato ancora chiamato Teodorico; onde il dottissimo Savarone[661] sopra quel luogo di Sidonio Apollinare, assai chiaro dimostra, che il vero nome di questo Principe fosse stato quello di _Teodorico_: Grozio[662] poi nel suo Nomenclatore ci fa vedere che questo Re si fosse chiamato anche _Evarico_ per questo stesso, che fu il primo fra' Re Goti a compor leggi: _Evarix_, e' dice, _alias Evaricus. Evva ricch, Legibus pollens. In glossis Lex, Evva_.
§. I. _Del Codice d'Alarico._
Poterono sotto il Regno d'Evarico, ma molto più per la ribalderia di Seronato soffrire questi oltraggi le leggi romane, ma tolto dal Mondo sì reo uomo, essendo da poi nell'anno 484 morto Evarico, sursero quelle di bel nuovo, e tornarono nell'antico lor vigore; poichè d'_Alarico_ figliuol d'Evarico, che nel Reame gli succedè, furono i sentimenti assai diversi; imperocchè le querele de' provinciali, che mal sofferivan l'abbassamento delle medesime, trovaron quel luogo presso ad Alarico, che appo al padre non ebbon giammai. Erano note a questo Principe le doglianze degli Aquitani, e degli altri suoi sudditi, i quali mal volentieri si sarebbon accomodati alle leggi _Teodoriciane_, e che a gran torto lor involavansi le leggi romane, colle quali eran nati e cresciuti. Era altresì a lui noto con quanta stima venivan ricevute da Teodorico Ostrogoto, che già ne' suoi tempi regnava in Italia, la cui figliuola Teodelusa egli aveva per moglie, e perciò da Teodorico veniva suo figliuolo chiamato, come si vede appresso Cassiodoro in quella affettuosa epistola, che gli scrisse[663]: fu per tanto risoluto nel ventesimo secondo anno del suo Regno di compiacergli; onde avendo trascelti uomini prudentissimi, ed i più insigni Giureconsulti, che fiorissero nella sua età, a quali prepose _Gojarico_[664], non altramente, che di Triboniano fece l'Imperador Giustiniano nella Compilazione delle Pandette e del suo Codice, impose a' medesimi, che dalle costituzioni del Codice Teodosiano, e dalle sentenze di varj Giureconsulti sparse in diversi libri, ne formassero un nuovo Codice. E perchè non si diminuisse la maestà del suo Imperio, quasi che di leggi straniere d'altri Principi avesse bisogno per governare i popoli a se soggetti, volle, che questo nuovo Codice in suo nome si pubblicasse, e che le leggi in quello contenute da lui ricevessero la forza ed il nerbo, perchè potessero costringersi i suoi sudditi ad ubbidirle.
I più vulgati e celebri libri, ne' quali in questi tempi contenevasi la ragion civile de Romani, se riguardansi le costituzioni de' Principi, eran i Codici Gregoriano, Ermogeniano, e quel di Teodosio con le di lui Novelle, e l'altre di Valentiniano a quello aggiunte; e fra i volumi de' Giureconsulti, fiorivan in questa età, sopra tutti, le sentenze di Paolo, e l'Instituzioni di Cajo; perciò per opera di que' valenti uomini[665] fu dalle costituzioni di que' Codici, dal corpo di quelle Novelle, e dalle sentenze di questi Giureconsulti compilato questo nuovo ristretto Codice; laonde perciò anche Breviario del Codice Teodosiano fu dagli Scrittori di que' tempi, e della seguente età nominato, il quale secondo il computo del Gotofredo[666] fu condotto a fine l'anno 506. La cui Compilazione dee a _Gojarico_, e suoi Colleghi attribuirsi[667], non già ad _Aniano_ Cancellier d'Alarico, come stimarono Giovanni Tillio e Cujacio, ingannati forse da ciò, che scrisse Sigeberto[668]. Aniano nella fabbrica del medesimo non v'ebbe alcuna parte, ma solamente da lui d'ordine d'Alarico fu pubblicato e sottoscritto in Ayre città della Guascogna nel Concilio d'ambedue gli Ordini[669], cioè degli Ecclesiastici e de' Nobili; poichè di questi tempi in Francia il terzo Ordine non era d'alcun momento, nè d'autorità veruna[670]. La qual pubblicazione, e sottoscrizione d'Aniano rendesi manifesta dal _Comonitorio_ d'Alarico diretto al Conte Timoteo, che va innanzi al Codice Teodosiano, nel quale si leggono queste parole[671]: _Anianus vir spectabilis, ex praecepto D. N. gloriosissimi Alarici Regis, hunc Codicem de Theodosianis legibus, atque sententiis Juris, vel diversis libris electum, Aduris anno XXII eo Regnante edidit atque subscripsit_.
Alcuni per questo stesso rispetto han creduto, che nel medesimo tempo Aniano avesse composte ancora le note nelle Sentenze di Paolo, e nell'Instituzioni di Cajo, come scrissero Deciano[672], ed Arturo[673] con manifesto errore; poichè in questo Breviario, oltre alle leggi trascelte dal Codice Teodosiano, vi furon anche riposte le sentenze di questi Giureconsulti dai mentovati Compilatori, non già da Aniano. E quelle interpretazioni, che s'osservano nel Codice di Teodosio, non ad Aniano, ma a coloro debbon attribuirsi, come diligentemente osservò Gotofredo ne' _Prolegomeni_ di quel Codice[674]. È da notarsi ancora, che essendo state unite queste note ed interpetrazioni a quel Codice, ne nacque presso agli Scrittori de' seguenti secoli un errore, che volendo allegar le leggi di quel Codice, allegavan sovente, come costituzioni del medesimo, una di queste interpretazioni o note di Paolo Giureconsulto, siccome fu avvertito da Savarone[675] sopra Sidonio Apollinare. Così veggiamo, che Ivone di Chartres[676], che fiorì nell'anno 1092 sovente allega per leggi di questo Codice, ciò ch'era dell'Interpretazione di Paolo Giureconsulto: Graziano[677] poi nel suo decreto prende moltissimi di somiglianti abbagli, siccome fu da Gotofredo[678], e da altri osservato.
§. II. _Traslazione della sede regia degli Vestrogoti da Tolosa di Francia, in Toledo nelle Spagne._
Questa fu la varia fortuna, che la romana giurisprudenza sostenne appresso gli Vestrogoti Re di Tolosa, che all'Aquitania, ed a molti luoghi della Gallia, oltre alle province della Spagna, imperavano: ma vedi le vicende dell'umane cose. Alarico, che dopo ventitre anni d'Imperio avea sì bene stabilito il suo Regno in Francia, e che di tutt'altro poteva temere, che di dover'esser egli l'ultimo Re di Tolosa, fu del Regno e della vita privo, ed in lui s'estinse la dominazione de' Goti nella Gallia. _Clodoveo_ Re di Francia, sia per zelo di religione, sia per ragion di Stato, di mal animo soffriva avere Alarico per compagno nell'Imperio delle Gallie[679]. Era in fatti Alarico, come furon tutti i Goti, Ariano: Clodoveo ardente di zelo per la religion cattolica recentemente da lui abbracciata, diliberò movergli contra l'armi, e dalla Gallia discacciarlo: così questo Principe, come si legge appresso Gregorio di Tours[680], parlò a' suoi soldati: _Valde moleste fero, quod hi Ariani partem teneant Galliarum, eamus cum Dei adjutorio, et superatis redigamus Terram in ditionem nostram_. Ecco, che assembrati gli eserciti, assale i confini de' Goti, si pugna ferocemente ne' campi di Vique, ed Alarico sbalzato di cavallo, rimane dalle mani proprie di Clodoveo estinto. I Goti per la morte del loro Re in somma costernazione posti, furon dispersi, e quasi che in tutto alla perfine distrutti. Trionfa Clodoveo, e prende molte città, e castelli: Teodorico suo figliuolo penetrando nell'interiori parti dell'Aquitania, tutte si sottomette quelle città: Clodoveo con trionfal pompa entra in Tolosa, sede che fu già gran tempo de' Re Goti, e tutti i tesori d'Alarico vi prende. Ecco il fine della dominazion de' Goti nell'Aquitania, e vedi intanto la mano del Signore, come trasferisce i Regni di gente in gente.
Conquistatasi da Clodoveo l'intera Aquitania con Tolosa, rimasero sotto l'Imperio de' Goti le Spagne, ed ancor parte della provincia di Narbona, per la quale lungo tempo da' Goti fu poi guerreggiato co' Francesi: ed avvegnachè finalmente se ne fossero questi renduti padroni, però nella Francia Narbonese, come dice Grozio[681], non s'estinse affatto il sangue Gotico, nè quivi mancò in tutto la stirpe de' _Balti_, rimanendovi ancora quelli della famiglia di _Baux_, i quali non altronde, che da questi Goti tirano la lor origine, e conservavan tuttavia in quella provincia parte del Principato d'Orange. Un altro ramo di questa stessa famiglia di Francia fu trasferito nel nostro Regno di Napoli; dove si disse appresso noi di _Baucio_, ovvero del _Balzo_, che tenne il Principato d'Altamura, il Ducato d'Andria, ed il Contado d'Avellino; del che non vogliamo altro miglior testimonio, che Grozio stesso; ecco le sue parole: _Aliaque ejusdem familiae propago in Regno Neapolitano Principatum Altamurae, Ducatum Andriae, Comitatum Avellinae, virtutis non degenerantis monumenta tenuit_.
Gli Vestrogoti discacciati da Tolosa e da Francia posero la loro sede regia in Toledo nelle Spagne. Quivi per lungo tempo tennero il Regno infin alla spaventosa e terribile irruzione de' Saraceni. Tennelo Gesalarico, e da poi _Teodorico_ Ostrogoto Re d'Italia, il quale volendosene poi ritornar in Italia, lasciò quello ad _Amalarico_ suo nipote. Tennelo anche sotto Giustiniano Imperadore poco men, che diciotto anni _Teudio_, e dopo lui _Teudiscolo_ per un sol anno: _Agila_ per cinque: _Atanagildo_ quattordici, e dopo la di lui morte seguita in Toledo, _Liuba_[682]. _Leovigildo_ suo fratello gli succedette nel Regno, Principe di vasti pensieri, e che fu tutto inteso ad ampliare i confini del suo Imperio. Vinse i Cantabri, che sono i Biscaini, ed i Navarresi, Amaya, e molt'altre ribellanti città si sottopose: egli fu perciò detto il _Conquistatore_, perchè gran parte della Spagna conquistò: _Nam antea Gens Gothorum_, come dice Isidoro[683], _angustis finibus arctabatur_. Ma tante sue virtù furon oscurate per le persecuzioni, che diede a' Cattolici, e per la ferocità e crudeltà del suo animo, non perdonò nè meno ad Ermenegildo suo figliuolo.
§. III. _Del nuovo Codice delle leggi degli Vestrogoti._
Presso a tutti questi Principi le leggi romane non furon in molta stima avute, e molto meno presso a _Leovigildo_, il quale portando gli stessi sentimenti d'Evarico, volle alle sue leggi gotiche aggiungerne dell'altre, e ciò, che nelle medesime egli credette fuor di ordine o superfluo, volle correggere e togliere, e con miglior metodo ordinare: _In legibus quoque_ (narra Isidoro[684]) _ea, quae ab Evarico incondite constituta videbantur, correxit, plurimas leges praetermissas adjiciens, plurasque superfluas auferens_. Accrebbe ancora questo Principe di molto l'Erario, e dopo diciotto anni di Regno, nell'anno 586 morì in Toledo sua sede regia.